giovedì 15 dicembre 2016

Udienza alla Comunità dell’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” di Roma. Discorso del Santo Padre



Nuovo tweet del Papa: "L’amore di Dio, che sa leggere nel cuore di ogni persona per comprenderne il desiderio più nascosto, deve avere il primato su tutto." (15 dicembre 2016)

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Alle ore 11 di questa mattina, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza la Comunità dell’Ospedale Pediatrico “Bambino Gesù” di Roma. All’incontro hanno preso parte parte 150 bambini e genitori in cura presso il nosocomio. Fra loro, anche un gruppo di bambini stranieri provenienti dalle “periferie del mondo” dove sono attivi gli interventi di cooperazione internazionale del Bambino Gesù. Erano, inoltre, presenti 15 bambini di Bangui, nella Repubblica Centrafricana, insieme all’Arcivescovo della città, l’Em.mo Card. Dieudonné Nzapalainga.

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Udienza del Santo Padre Francesco alla comunità dell'Opedale pediatrico Bambino Gesù. Domande rivolte al Papa e doni consegnati
Sala stampa della Santa Sede 

DOMANDE RIVOLTE AL SANTO PADRE
1- Sig.ra Valentina Vanzi: Infermiera in Pediatria Multispecialistica
La Sig.ra Vanzi esprimerà la gratitudine per l’eliporto vaticano, un dono che ha permesso di salvare molte vite e racconterà cosa significa prendersi cura di un paziente pediatrico e della sua famiglia.
Domanda al Santo Padre: Il nostro mestiere è curare i bambini e convivere con il dolore di chi soffre. Santo Padre, perché i bambini muoiono? Esiste un medicamento che aiuti noi in questa fatica quotidiana?
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2- Sig. Dino Pantaleoni: Ausiliare, lavora da oltre 35 anni in Ospedale
Il Sig. Pantaleoni racconterà l’importanza del suo lavoro, il servizio delle piccole cose, il lavorare con impegno, passione e professionalità anche quando gli spazi sono insufficienti.
Domanda al Santo Padre: Santo Padre, giro tutti i giorni in ospedale portando pazienti da un reparto all’altro. Ci aiuta a trovare degli spazi più grandi per i nostri bambini e per le loro famiglie?
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3- Sig. Luca Adriani: Studente del Corso di Laurea in Scienze Infermieristiche dell’Ospedale
Il Sig. Luca Adriani racconterà perché ha scelto di iscriversi al Corso di Laurea in Scienze Infermieristiche dell’Ospedale, il valore aggiunto di frequentare una scuola cattolica, un luogo così eticamente caratterizzato.
Domanda al Santo Padre: Sono giunto al termine del mio percorso di formazione e ho capito che il sapere non è tutto. Santo Padre, quale deve essere il marchio di fabbrica di chi lavora al Bambino Gesù?
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4- Sig.na Serena Antonucci: Ex paziente
La Sig.na Serena Antonucci ha avuto un Linfoma di Hodgkin che le ha causato la perdita permanente della vista. Oggi il tumore è in remissione. Ha 23 anni e frequenta il Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia.
Testimonianza: Serena Antonucci racconterà come da una grande sofferenza fisica e psicologica, grazie alla fede, sia riuscita con coraggio e determinazione ad intraprendere un percorso di studi con l’obiettivo di aiutare gli altri.
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DONI CHE VERRANNO CONSEGNATI AL SANTO PADRE
1- Libro sulle missioni umanitarie (consegna da parte di un bambino)
2- Cesto di preghiere e auguri (consegna da parte di due bambini)
Messaggi e pensieri di bambini e famiglie raccolti nelle ultime due settimane in ogni reparto dell’Ospedale.
3- Camice (consegna da parte di Damiana Splezio, 11 anni, di Napoli. All’età di 5 anni, un’infezione da streptococco le danneggia in modo permanente una valvola cardiaca. Valvola che le viene sostituita con una meccanica che la bambina chiama “Trillina”)
“Il Santo Padre nel suo libro ha scritto che vuole guarire tutti i bambini. Noi, per aiutarlo, gli regaliamo un camice da dottore”.
4- Maglia Francesco 1 (consegna da parte di Jamal Jebli. Nato in Italia da famiglia marocchina, dall’età di 6 mesi in cura presso il Bambino Gesù perché affetto da una grave patologia rara. Oggi è un dipendente dell’area amministrativa dell’Ospedale e dirigente della rappresentanza di calcio del Bambino Gesù).


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Discorso del Santo Padre
Cari amici, buongiorno!
Sono contento di incontrarvi; vi ringrazio per essere venuti e per le vostre testimonianze. Ringrazio la Presidente, Dottoressa Mariella Enoc, per le sue cortesi parole.
Valentina, la tua domanda sui bambini che soffrono è grande e difficile; non ho una risposta, credo sia bene che questa domanda rimanga aperta. Nemmeno Gesù ha dato una risposta a parole. Di fronte ad alcuni casi, capitati allora, di innocenti che avevano sofferto in circostanze tragiche, Gesù non fece una predica, un discorso teorico. Si può certamente fare, ma Lui non lo ha fatto. Vivendo in mezzo a noi, non ci ha spiegato perché si soffre. Gesù, invece, ci ha mostrato la via per dare senso anche a questa esperienza umana: non ha spiegato perché si soffre, ma sopportando con amore la sofferenza ci ha mostrato per chi si offre. Non perché, ma per chi. Lui ha offerto la vita per noi e con questo dono, che gli è costato tanto, ci ha salvati. E chi segue Gesù fa lo stesso: più che cercare dei perché, vive ogni giorno per.
Valentina è stata esigente e ha domandato anche un “medicamento” per chi sta a contatto con la sofferenza. È una bella richiesta; direi solo una piccola cosa, che si può imparare dai bambini: riscoprire ogni giorno il valore della gratitudine, saper dire grazie. Lo insegniamo ai bambini e poi non lo facciamo noi adulti. Ma dire grazie, semplicemente perché siamo davanti a una persona, è una medicina contro il raffreddarsi della speranza, che è una brutta malattia contagiosa. Dire grazie alimenta la speranza, quella speranza nella quale, come dice san Paolo, siamo stati salvati (cfr Rm 8,24). La speranza è la “benzina” della vita cristiana, che ci fa andare avanti ogni giorno. Allora è bello vivere come persone grate, come figli di Dio semplici e lieti, piccoli e gioiosi.
Tu Dino ci hai parlato proprio della bellezza delle piccole cose. Può sembrare una logica perdente, soprattutto oggi, con la mentalità dell’apparire che esige risultati immediati, successo, visibilità. Invece, pensate a Gesù: la maggior parte della sua vita su questa terra l’ha trascorsa nel nascondimento; è cresciuto nella sua famiglia senza fretta, ogni giorno imparando, lavorando e condividendo gioie e dolori dei suoi. Il Natale ci dice che Dio non si è fatto forte e potente, ma fragile e debole come un bambino.
Dino, mentre ci parlava di come vive questa piccolezza, chiedeva però spazi più grandi. E’ una domanda giusta. Viviamo in un tempo in cui gli spazi e i tempi si restringono sempre di più. Si corre tanto e si trovano meno spazi: non solo parcheggi per le automobili, ma anche luoghi per incontrarsi; non solo tempo libero, ma tempo per fermarsi e ritrovarsi. C’è grande bisogno di tempi e di spazi più umani. Da quello che so, l’Ospedale Bambino Gesù nel corso della sua storia si è sviluppato proprio rispondendo a tante esigenze che via via si presentavano; si sono aperte altre sedi e i servizi sono stati dislocati proprio per offrire nuovi spazi per i pazienti, per i familiari, per i ricercatori. Questa storia va ricordata, è la miglior premessa per il futuro! Nonostante gli spazi stretti gli orizzonti si sono allargati: il “Bambin Gesù” non ha guardato alle sue ristrettezze, ma ha creato nuovi spazi e tanti progetti, anche lontano, in altri continenti. Questo ci dice che la qualità della cura non dipende solo dagli aspetti logistici, ma dagli spazi del cuore. È essenziale allargare gli spazi del cuore: poi la Provvidenza non mancherà di pensare anche agli spazi concreti!
Tu Luca, invece, chiedevi quale dev’essere il marchio di fabbrica del “Bambin Gesù” oltre alle capacità professionali, certamente indispensabili. A un giovane cristiano che, come Luca, dopo gli studi si affaccia al mondo del lavoro – che deve essere aperto ai giovani, non solo al mercato – consiglierei due ingredienti. Il primo è mantenere vivi i sogni. I sogni non vanno mai anestetizzati, qui l’anestesia è vietata! Dio stesso, lo sentiremo nel Vangelo di domenica, comunica a volte attraverso dei sogni; ma soprattutto invita a realizzare sogni grandi, anche se difficili. Ci spinge a non fermarci nel fare il bene, a non spegnere mai il desiderio di vivere grandi progetti. Mi piace pensare che Dio stesso ha dei sogni, anche in questo momento, per ciascuno di noi. Una vita senza sogni non è degna di Dio, non è cristiana una vita stanca e rassegnata, dove ci si accontenta, si vivacchia senza entusiasmo, alla giornata.
Aggiungerei un secondo ingrediente, dopo i sogni: il dono. Tu Serena ci hai testimoniato la forza di chi dona. In fondo, si può vivere inseguendo due diversi obiettivi: mettendo al primo posto l’avere oppure il dare. Si può lavorare pensando soprattutto al guadagno, oppure cercando di dare il meglio di sé a vantaggio di tutti. Allora il lavoro, nonostante tutte le difficoltà, diventa un contributo al bene comune, a volte addirittura una missione. E siamo sempre davanti a questo bivio: da una parte fare qualcosa per i miei interessi, per il successo, per essere riconosciuto; dall’altra, seguire l’intuizione di servire, donare, amare. Spesso le due cose si mischiano, vanno insieme, ma è sempre importante riconoscere quale viene prima. Ogni mattina si può dire: ora devo andare là, fare questo lavoro, incontrare delle persone, affrontare dei problemi; ma voglio vivere questa giornata come vorrebbe il Signore: non come un peso – che poi pesa soprattutto sugli altri che mi devono sopportare – ma come un dono. È il mio turno per fare un po’ di bene, per portare Gesù, per testimoniare non a parole ma con le opere. Ogni giorno si può uscire di casa con il cuore un po’ chiuso in sé stesso, oppure con il cuore aperto, pronti a incontrare, a donare. Dà molta più gioia vivere con il cuore aperto che con il cuore chiuso! Siete d’accordo? Vi auguro allora un Natale così, da vivere col cuore aperto, conservando questo bello spirito di famiglia, e vi ringrazio tanto.

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