venerdì 23 giugno 2017

Il non credente e la bibbia.



Colloquio con Massimo Cacciari a cura di Esodo
Esodo n. 2 del aprile-giugno 2017

D. Come si rapporta con la Bibbia chi non crede che abbia autorità da Dio? ci sono diversi modi di lettura, ma quale significato ha per il filosofo la comprensione di questa che, per chi crede, è parola di Dio?
R.La Bibbia è il nostro grande codice. Ignorarlo significa ignorare la storia e la cultura dell’Occidente, significa non capire il nostro presente. È il grande codice cui l’occidente, ha attinto in tutte le sue forme, della letteratura, dell’arte, della filosofia. 
Per tutti, credenti e non, vale questo come vale la necessaria lettura scientifica dei testi che costituiscono la Bibbia, brutta traduzione che nasconde la pluralità dei libri. Il concetto di pluralità è fondamentale per tutto il nostro discorso.
Il non credente, chi non crede che siano parola di Dio, che rapporto ha con questi libri? Ci sono vari modi di approccio, oltre a quello detto all’inizio. È una continua fonte di suggestioni, di problemi, di provocazioni, un permanente invito a pensare, alla discussione sui temi fondamentali di ordine teologico e filosofico. Da questi libri il non credente non può non essere provocato continuamente a riflettere, così come lo è dai grandi testi classici della filosofia e della letteratura: il libro di Giobbe provoca esattamente come una delle tragedie greche. Sono dei “classici”. 
Però c’è un problema. Moltissimi non credenti leggono questi testi come alimento di pensiero e non possono ignorare questa fonte. È inevitabile che così sia. Il non credente deve però porsi la domanda di fondo sul loro significato -e questo è il nodo- perché non può ignorare che la tradizione di questi testi si fonda sulla lettura di quelli che credono che quella parola sia parola di Dio. Non può essere elusa la differenza che questa tradizione vive e trasmette quei libri come parola di Dio e non solo come testi di letteratura, seppur grande, anche fosse la più sublime. 
Per il filosofo questo non è indifferente perché la lettura dei testi entra a far parte della natura del testo stesso, del suo costituirsi, tramandarsi. Il non credente non può far finta che non esista questo problema: è di fronte ad un testo letto come parola di Dio e quindi “Rivelazione”. 
D. Come fa il non credente a confrontarsi con questo punto di vista? Che conseguenze ha per la sua stessa ricerca?
R. La questione seria da porsi è quale conseguenze ha il riconoscere che chi ha elaborato, custodito, trasmesso e vissuto questo testo l’ha fatto in quanto “rivelato” e non produzione solo umana, e che quindi questa parola è “diventata divina”, e, in quanto creduta e vissuta tale, è diventata costitutiva prima di un popolo, e poi di una intera civiltà. Anche il non credente quando legge quei testi non può non tener conto dell’esegesi teologica e della loro continua interpretazione. La tradizione esegetica, infatti, non si aggiunge ma è inerente al testo stesso, in particolare in questo tipo di libri che hanno carattere storico, sono nati e si sono trasformati, sono in divenire nei diversi contesti. La continua interpretazione è interna alla Bibbia stessa.
È però difficile tematizzare questo approccio. Credenti e non, filosofi e teologi, si limitano al dialogo tra diverse interpretazioni, ma di solito non tematizzano questo problema, difficile da affrontare perché mostra ciò che divide, la differenza radicale, e nello stesso tempo impegna ciascuno nel proprio ambito. Lo stesso credente mette spesso tra parentesi questa difficoltà e cerca il dialogo riduttivo su ciò che accomuna, sulla comune parola umana condivisa, sui valori etici e umani certo presenti nella Bibbia, ma che in nessun modo possono esaurirne il significato.
Per la tradizione ebraico - cristiana questi libri si sono, si, andati formando nel tempo, ma letti sempre   come Rivelazione. Questo   è   l’essenziale.   Tutti   i   libri   della   Bibbia   hanno   questa caratteristica, si sono sviluppati, trasformati nel tempo, ma sempre come rivelazione di Dio nella parola umana. La parola umana che la trasmette non può assumere un valore autonomo. 
D. Quale è, quindi, il rapporto tra teologo e filosofo? È diffusa oggi l’idea che il terreno comune sia   il testo biblico come parola umana, con un valore etico e antropologico forse unico, ma mettendo tra parentesi la sua natura specifica.
R. Il teologo, a mio avviso, non può essere non credente mentre può esserci un discorso del filosofo sulla teologia. Ma cosa comporta nella mia lettura il sapere che quei libri sono stati tutti costituiti come parola di Dio? È una questione che non riguarda me come filosofo ma solo il teologo, il credente? Certo rimane anche per il credente il mistero, l’enigma. Non è una parola in cui Dio si manifesta chiaramente e direttamente. È sempre il Dio nascosto, ineffabile, indicibile, che però parla e chiama all’ascolto. Ci sono tante letture credenti, sempre però credenti che quella sia parola di Dio. Anche l’ascolto e la trasmissione scritta sono esegesi, interpretazione. E tutte le letture successive sono così. 
Questa   esegesi   creativa   è   nella   natura   della   Bibbia,   che   diviene   e   si   costituisce continuamente nel tempo esegeticamente e in modo pluralistico e contraddittorio. E il non credente non può ignorare questo. Ma occorre andare alla radice. Non si può fare confusione: o si crede che sia parola di Dio, rivelata, oppure no. È una differenza radicale, originaria, che distingue chi crede o no in questa parola, che io non posso assumere come parola di Dio, ma la assumo come una parola che si è costituita tale attraverso la fede che sia parola di Dio. Si possono discutere i modi di questa formazione. Il credente deve giustificarlo, ma non si può annacquare la differenza alla radice. È parola di Dio che si manifesta nelle parole umane, ma è sempre parola di Dio per chi crede sia tale.
È Rivelazione o no? Se si dice che tutto si risolve nella tradizione e nell’esegesi, questo è quello che pensano i non credenti. Perdendo ogni differenza si va alla “pace” dell’Anticristo! tutte le differenze vengono ricondotte a un pensiero unico, a un’unica forma di esegesi: tutto è divino- niente divino; tutti d’accordo “in sostanza” perché non c’è più alcuna “sostanza”. Bisogna invece rivendicare con forza le nostre differenze. 
È chiaro che c’è una ricerca comune, una base scientifica comune, e che non ci può essere una lettura dogmatica, fondamentalista, letterale. È chiaro che su tutto questo ci si può intendere.  Ma questa parola di Dio nell’essere storia, nella condizione e nella parola umana, è anche rivelazione?
O la storia assorbe in sé tutto l’elemento rivelativo? Questa è la differenza tra la lettura che può fare un non credente da quella che fa il credente. Se il credente dice che tutto è rivelazione, che anche la mia parola può esserlo, ogni differenza scompare. Il credente invece pensa che quella parola storicamente narrata, Logos, sia parola di Dio. Nel Vangelo si dice che il Logos, il Cristo, è Dio, non solo che è la sua parola.
La storia e l’umano non assorbono, non esauriscono la rivelazione. Non è tutto uguale. Dire che Cristo è Uomo-Dio è diverso da dire che è pienamente uomo.
D. La Bibbia è parola di Dio anche quando dice cose che ci danno scandalo? Che contrastano con la mentalità e la cultura attuale? Un pensiero “laico”, che fa presa anche su teologi, chiede di eliminare, ad esempio, i passi che indicano un Dio violento.
R. Possiamo tranquillamente affermare che quando ci dà scandalo affermando una volontà violenta di Dio, si tratti di poveri uomini che non hanno capito, o che addirittura mentono di aver “ascoltato Dio” – quegli stessi che invece, in altri momenti, esaltiamo come autentici profeti? Come è possibile una tale esegesi? E perché allora non pubblicare una “Bibbia castigata”, come si faceva nel Medioevo e non solo con Ovidio? È compito dell’esegesi, io credo, svolgere l’aporia senza presumere di risolverla. Interpretare e  patire
 il senso dell’enigma, dello scandalo di parole di Dio che si contraddicono, tra violenza, giustizia e misericordia, amore. È quanto fa tutta la tradizione rabbinica e poi cristiana: come tenere assieme l’opposto, ciò che nella Bibbia è contraddizione insanabile, senza riduttive armonizzazioni e sintesi concilianti.  Gesù stesso dice che non è venuto a cambiare uno iota della Legge, ma a farne autentica esegesi. A portarla, in qualche modo, oltre se stessa. Gesù stesso è esegesi dell’intera Bibbia, ma afferma di non volerne mutare una virgola. Eppure la trasformazione è certo radicale.  È anche questo  segno di contraddizione scandalosa, che non va semplificata.
Occorre la fatica di studiare e di capire, di vivere la contraddizione perché deve rimanere la differenza scandalosa di chi crede nella parola di Dio. Non è possibile procedere “emendandola”, “laicizzandola”, “eticizzandola”. Possibile che Kierkegaard sia nato invano?! Lo scandalo della fede va affrontato con grande coraggio. Ed è perché è tale che interessa vitalmente anche la filosofia, che non può che essere non-credente. L’unica alternativa altrimenti è quella gnostica: il Dio del primo Patto non è il Dio di Gesù. In fondo, l’unico Vangelo di Verità rimane, allora, quello di Paolo. E siamo a un passo dalle radici più profonde dell’antisemitismo.
D. Credenti e non vorrebbero però aver chiara la parola di Dio: poiché tutto appare “confuso” o si torna ad una lettura fondamentalista, letterale, oppure si tende a cercare assieme la parola per me oggi più vera, senza distinzioni. In che direzione va la tua ricerca?
R. Va tenuta invece insieme la contraddizione, non risolta, tra l’essere, quella rivelata nella Bibbia, parola di Dio e l’essere parola umana. Non è insomma un testo di letteratura, altrimenti si tradiscono l’esperienza e la tradizione di fede di chi ha costruito, considerato, e continua a farlo, questi libri come parola di Dio da vivere e trasmettere come tale. E quindi si tradisce il Logos di Dio che costituisce il suo popolo in questa tradizione. Anche per il non credente non è quindi letteratura, non è la tragedia greca o l’Ulisse di Joyce. Se pensi di leggerlo solo come tale capisci di tradirlo.
L’esegesi teologica e la lettura filosofica sono differenti. La prima si colloca all’interno di questa tradizione perché presuppone che vi sia un Logos mentre quella filosofica si rapporta a questo testo come a un grande codice della nostra civiltà, che gli fa però problema. 
Per una lettura filosofica questo comporta, una volta costatata la differenza radicale tra credere e non in questa parola, il problema del rapporto con la teologia, in un modo che necessariamente si pone sul piano differente della fede (altrimenti si fa teologia). Comporta la necessità di confrontarsi con il problema di Dio e con il significato di questo nome. 
Implica non ignorare l’autorità di fede presente nei testi, impegnata, in questa tradizione vivente, concreta,   storica,   a   capire   tutte   le   scandalose   parole,   tutte   le   scandalose   contraddizioni,   non eliminando ciò che disturba. Un’autorità quindi da interpretare.
Io   riconosco   l’esistenza   del   problema   che   non   si   tratti   solo   di   letteratura,   perché   avverto un’auctoritas di chi ha una vera fede, che non avverto nei filosofi che commentano la Bibbia.
Evidentemente chi ha fede crede che quest’autorità venga da Dio. Altrimenti tutto diventa cultura, lettura come un’altra. Per l’umanesimo oggi, non quello storico in cui forte erano la presenza della teologia e il tentativo di armonizzarla con la filosofia, tutto è parola umana. Tutto è prodotto immerso   nella   dimensione   puramente   umana   e   il   divino   diventa   una   metafora   del   sublime, dell’ineffabile. Cristo diventa umano e non pienamente uomo e pienamente Dio. Ci sono oggi tendenze storico culturali potenti che vanno verso un umanesimo universale, che coinvolgono anche i filosofi, ma una filosofia non è tale se smette di cercare la propria verità, di superare i limiti dell’umanesimo perché la verità in quanto tale deve necessariamente eccedere il divenire umano.
Che filosofia è se non è mossa da questa istanza, da questo eros, e si limita ad accompagnare il divenire storico?  Questo radicale umanesimo in cui viviamo finirebbe col distruggere la teologia, ma minaccia anche la filosofia Nella ricerca e nell’interpretazione continua  il filosofo può “com-petere” con il teologo nello sforzo dell’esegesi, suggerendo nuove idee, aprendo diverse prospettive. Ma la radicale differenza va mantenuta ferma. Il Dio biblico tenta, seduce, mette in discussione, sfida, entra in conflitto: questa è l’abissale differenza con l’Islam. Maometto ha semplificato il messaggio ebraico - cristiano, da cui lui stesso deriva. Per lui gli uomini non sono capaci di sopportare le contraddizioni, le sfide che i
Libri contengono. Quella Parola plurale deve essere ridotta ad Uno per diventare comprensibile.
Perché ad essa sia possibile obbedire. Ecco allora un Libro, una Lingua, un Profeta. Operazione impossibile   per   la   civiltà   giudaico-cristiana.   Ma   ciò   rende   massimamente   ardua   proprio l’obbedienza, apre alla disamina critica, allo stesso ateismo! 
D. Nella chiesa cattolica, con caratteri particolare anche ora, esiste la tendenza a fare del cristianesimo un “umanesimo”, un principio etico. È questo un pericolo di certe interpretazioni dipapa Francesco?
R. Quando la religione s’istituzionalizza, diventa etica, dottrina storica. Il cristianesimo tuttavia non ha mai eliminato lo scandalo interno alla Parola, non ha mai rivisto il suo codice. Papa Francesco pone il tema della Misericordia oltre l’umano, come manifestazione della parola divina. In altri momenti sembra   però   cercare   l’adattamento   all’umanesimo,   al   secolo.   Molti   di   questi   atteggiamenti affascinano   certi   cosidetti   “laici”.   L’”innamoramento”   di   costoro   per   il   Papa   è   un   segnale pericoloso. È una situazione comprensibile: in quanto   questo papa rientra a pieno titolo nella grande tradizione gesuitica. egli non intende affrontare alcuna questione attraverso lo scontro diretto, ma le aggira, se le lascia, per cosi dire, alle spalle. Non perché nutra chissà quale fiducia
nella conversione altrui, ma proprio perché ha vera fede nella Provvidenza, capace gratia  di orientare e guidare, e che, alla fine, vincerà sempre. Non si tratta, cioè, di superficiale e strumentale Anpassung, adattamento, ma di fede negli imperscrutabili disegni del Signore. Occorrerebbe, però, forse, che papa Francesco mettesse in guardia da una certa interpretazione della “Laudato sì” nel senso del Deus sive natura, dell’identificazione di Dio con la natura divinizzata, e tanto più da letture   ecologistiche   del   “Cantico”   francescano.   Per   Francesco   d’Assisi   Laudato   sei   tu   Dio attraverso le creature che sono lodate in quanto lodano Te, manifestano Te, non per se stesse.
Il   problema   oggi   è   la   tendenza   ad   allontanare   le   contraddizioni,   a   edulcorare   le   scandalose differenze. Chi pensa, non deve però annullarle e pacificarle, cercare solo l’accordo, ciò che è comune, ma deve dialogare nelle differenze, che sfidano. Questo soltanto fa procedere il pensiero, sia teologico che filosofico.  È dallo scandalo, da ciò che suscita stupore e angoscia insieme, che procede sia l’esegesi della Rivelazione che il diaporein del filosofo.

Udienza di Papa Francesco ai partecipanti alla 75° Convention del “Serra International"

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Udienza di Papa Francesco ai partecipanti alla 75° Convention del “Serra International”: "Nessun cristiano può entrare nell’esperienza trasformante dell’amore di Dio se non è disposto a mettere in discussione sé stesso, ma resta legato ai propri progetti e alle proprie acquisizioni consolidate"
Sala stampa della Santa Sede
[Text: Italiano, English]
Alle ore 12 di questa mattina, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza i partecipanti alla 75a Convention del “Serra International” sul tema: “Siempre adelante. Il coraggio della vocazione”, che è in corso a Roma, dal 22 al 25 giugno 2017.
Discorso del Santo Padre
Signor Cardinale, Eccellenza,
cari fratelli e sorelle,
con gioia saluto tutti voi che, da molte parti del mondo, siete venuti a celebrare il vostro Convegno Internazionale col motto “Siempre adelante. Il coraggio della vocazione”. Con la letizia del Vangelo e l’audacia tipica della missione cristiana, vi siete radunati per riscoprire, alla scuola del Maestro, il senso di ogni vocazione cristiana: offrire la propria vita in dono, “ungendo” i fratelli con la tenerezza e la misericordia di Dio. Ringrazio il Presidente di Serra International, Dottor Dante Vannini, per il saluto che mi ha rivolto, e vorrei riprendere una sua espressione, che mi sembra centrale nell’esperienza della fede: essere amici.
Essere amici dei sacerdoti, sostenendo la loro vocazione e accompagnando il loro ministero: questo è il grande dono con il quale voi arricchite la Chiesa! Un serrano è anzitutto questo: un “amico speciale” che il Signore ha messo accanto ad alcuni seminaristi e ad alcuni preti.

La parola “amico” è diventata oggi un po’ logora. Abitando i luoghi della vita metropolitana, ogni giorno entriamo in contatto con persone diverse, che spesso definiamo “amici”, ma è un modo di dire. E così, nell’orizzonte della comunicazione virtuale, la parola “amico” è una
delle più usate. Eppure, sappiamo che una conoscenza superficiale non basta per attivare quell’esperienza di incontro e di prossimità a cui la parola “amico” fa riferimento.
Quando poi è Gesù a usarla, essa indica una verità scomoda: c’è vera amicizia solo quando l’incontro mi coinvolge nella vita dell’altro fino al dono di me stesso. Infatti, Gesù dice ai suoi discepoli: «Non vi chiamo più servi […]; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15). In questo modo, Egli instaura un rapporto nuovo tra l’uomo e Dio, che supera la legge e si fonda su un amore confidente. Nello stesso tempo, Gesù libera l’amicizia dal sentimentalismo e ce la consegna come un impegno di responsabilità, che coinvolge la vita: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).
Dunque, si è amici solo se l’incontro non rimane esterno o formale ma diventa condivisione del destino dell’altro, compassione, coinvolgimento che conduce fino a donarsi per l’altro.
Ci fa bene pensare a ciò che fa un amico: si affianca con discrezione e tenerezza al mio cammino; mi ascolta in profondità, e sa andare oltre le parole; è misericordioso nei confronti dei difetti, è libero da pregiudizi; sa condividere il mio percorso, facendomi sentire la gioia di non essere solo; non mi asseconda sempre, ma, proprio perché vuole il mio bene, mi dice sinceramente quello che non condivide; è pronto ad aiutarmi a rialzarmi ogni volta che cado.
Questa amicizia, voi cercate di donarla anche ai sacerdoti. Il Serra Club è un luogo in cui cresce questa bella vocazione: essere laici amici dei preti. Amici che sanno accompagnarli e sostenerli con senso di fede, con la fedeltà della preghiera e con l’impegno apostolico; amici che condividono lo stupore della chiamata, il coraggio della scelta definitiva, le gioie e le stanchezze del ministero; amici che sanno stare vicini ai preti, che sanno guardare con comprensione e tenerezza i loro slanci generosi, insieme alle loro debolezze umane. Con questi atteggiamenti, voi potete essere per i sacerdoti come la casa di Betania, dove Gesù consegnava a Marta e Maria le sue stanchezze e, grazie alla loro premura, riposare e rifocillarsi.
C’è una seconda parola che vi contraddistingue, e che avete scelto per questo Convegno: Siempre adelante! Sempre avanti! Condivido con voi che si tratta di una parola-chiave della vocazione cristiana. Infatti, la vita del discepolo missionario è segnata dal ritmo che le viene impresso dalla chiamata; la voce del Signore lo invita ad abbandonare il suolo delle proprie sicurezze e a iniziare il “santo viaggio” verso la terra promessa dell’incontro con Lui e con i fratelli. La vocazione è l’invito a uscire da sé stessi per iniziare a vivere la festa dell’incontro con il Signore e percorrere le strade sulle quali Egli ci invia.
Ora, non può camminare chi non si mette in discussione. Non avanza verso la mèta chi ha paura di perdere sé stesso secondo il Vangelo (cfr Mt 16,25-26). Nessuna nave solcherebbe le acque se avesse timore di lasciare la sicurezza del porto. Allo stesso modo, nessun cristiano può entrare nell’esperienza trasformante dell’amore di Dio se non è disposto a mettere in discussione sé stesso, ma resta legato ai propri progetti e alle proprie acquisizioni consolidate. Anche le strutture pastorali possono cadere in questa tentazione di preservare sé stesse invece di adattarsi al servizio del Vangelo.
Il cristiano, invece, camminando nei solchi della vita quotidiana senza timore, sa di poter scoprire le sorprendenti iniziative di Dio quando ha il coraggio di osare, quando non permette alla paura di prevalere sulla creatività, quando non si irrigidisce di fronte alla novità e sa abbracciare le sfide che lo Spirito gli pone, anche quando esse gli chiedono di cambiare rotta e di uscire dagli schemi.
Ci illumina l’immagine di San Junipero che, zoppicante, si ostina a volersi mettere in viaggio verso San Diego per piantarvi la Croce! Ho paura dei cristiani che non camminano e si rinchiudono nella propria nicchia. È meglio procedere zoppicando, talvolta cadendo ma confidando sempre nella misericordia di Dio, che essere dei “cristiani da museo”, che temono i cambiamenti e che, ricevuto un carisma o una vocazione, invece di porsi al servizio dell’eterna novità del Vangelo, difendono sé stessi e i propri ruoli.
Del resto, la vocazione è essere chiamati da un Altro, cioè non possedersi più, uscire da sé stessi e mettersi al servizio di un progetto più grande. Con umiltà, diventiamo allora collaboratori della vigna del Signore, rinunciando a ogni spirito di possesso e di vanagloria. Com’è triste vedere che, a volte, proprio noi uomini di Chiesa non sappiamo cedere il nostro posto, non riusciamo a congedarci dai nostri compiti con serenità, e facciamo fatica a lasciare nelle mani di altri le opere che il Signore ci ha affidato!
Anche voi, allora, siempre adelante! Con coraggio, con creatività e con audacia. Senza paura di rinnovare le vostre strutture e senza permettere che il prezioso cammino fatto perda lo slancio della novità. Come nei giochi olimpici, possiate essere sempre pronti a “passare la fiaccola” soprattutto alle generazioni future, consapevoli che il fuoco è acceso dall’Alto, precede la nostra risposta e supera il nostro lavoro. Così è la missione cristiana: «uno semina e l’altro miete» (Gv 4,37).
Cari fratelli e sorelle, vi esorto a essere veri amici dei seminaristi e dei sacerdoti, manifestando il vostro amore per loro nella promozione delle vocazioni, nella preghiera e nella collaborazione pastorale. E mi raccomando: sempre avanti! Avanti nella speranza, avanti con la vostra missione, guardando oltre, spalancando orizzonti, facendo spazio ai giovani e preparando il futuro. La Chiesa e le vocazioni sacerdotali hanno bisogno di voi. Maria Santissima, Madre della Chiesa e dei sacerdoti, vi accompagni. E, per favore, pregate anche per me!

Siamo tutti prescelti



«Ognuno di noi può dire “io sono uno scelto un prescelto, una prescelta”», con la certezza di un Dio che «gioca forte» fino «a legarsi a noi» facendosi autoprigioniero «per amore» e avendo come criterio «la piccolezza». Perché se «Dio si è fatto piccolo, solo i piccolo possono ascoltarne la voce». È «il grande mistero» che Francesco ha rilanciato nella messa celebrata venerdì mattina, 23 giugno, a Santa Marta.
«Nella preghiera all’inizio della messa — ha fatto subito notare il Papa — abbiamo lodato Dio perché nel cuore di Gesù ci dà la grazia di celebrare con gioia i grandi misteri della nostra salvezza, del suo amore per noi: cioè celebrare la nostra fede; celebrare il fatto che noi crediamo che lui ci ama, lui si è immischiato con noi nel cammino della vita e ha dato suo Figlio, e la vita del suo Figlio, per il nostro amore». E poi, ha aggiunto, «sono due le parole che nella prima lettura — tratta dal libro del Deuteronòmio (7, 6-11) — attirano l’attenzione: scegliere e piccolezza».
«Scegliere» è la prima parola suggerita da Francesco. «Noi siamo stati scelti», ha spiegato, perché «non siamo stati noi a scegliere lui: lui ha scelto noi, il generoso è stato lui e ognuno di noi può dire: “io sono uno scelto un prescelto, una prescelta”». Ma «questa scelta — ha affermato il Pontefice — va più oltre, perché Mosè dice: “Il Signore in questa scelta si è legato a voi”, come se si fosse fatto prigioniero, prigioniero di noi: si è legato alla nostra vita, non può staccarsi». Dio «ha giocato forte», ha insistito il Papa, «e rimane fedele in questo atteggiamento: siamo stati scelti per amore e questa è la nostra identità». Ecco perché non ha senso affermare: «Io ho scelto questa religione, ho scelto...». Invece «no, tu non hai scelto», ha chiarito Francesco. Perché «è lui che ha scelto te, ti ha chiamato e si è legato». E proprio «questa è la nostra fede: se noi non crediamo questo, non capiamo cosa sia il messaggio di Cristo, non capiamo il Vangelo».
«La seconda parola» proposta dal Papa «è piccolezza». Si legge nel passo biblico odierno: «Vi ha scelti non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli: siete, infatti, il più piccolo di tutti i popoli». Ma lui «si è innamorato della nostra piccolezza e per questo ci ha scelti, e lui sceglie i piccoli: non i grandi, i piccoli». Di più, «lui si rivela ai piccoli: “Hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli”». Dunque, ha rilanciato Francesco, «lui si rivela ai piccoli: se tu vuoi capire qualcosa del mistero di Gesù, abbassati: fatti piccolo, riconosci di essere nulla». Ma Dio «non solo sceglie e si rivela ai piccoli»; egli «chiama i piccoli: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi: io vi darò il ristoro”». Si rivolge a coloro che sono «i più piccoli per le sofferenze, per la stanchezza». Ecco allora che Dio «sceglie i piccoli, si rivela ai piccoli e chiama i piccoli». Si potrebbe obiettare: «Ma i grandi non li chiama?». La risposta è chiara: «Il suo cuore è aperto, ma la voce i grandi non riescono a sentirla perché sono pieni di se stessi». Invece «per ascoltare la voce del Signore bisogna farsi piccoli».
Così, ha affermato il Papa, «arriviamo al mistero del cuore di Cristo», nel giorno in cui la Chiesa celebra appunto la solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù. Qualcuno arriva a dire: «Ma il cuore di Cristo, sì, sta bene, è un’immaginetta per persone devote». Assolutamente «no», è la replica di Francesco: «il cuore di Cristo, il cuore trafitto di Cristo il cuore della rivelazione, il cuore della nostra fede perché lui si è fatto piccolo, ha scelto questa via». Paolo usa queste espressioni in proposito: «Si abbassò, umiliò se stesso, annientò se stesso fino alla morte, morte di croce». E questa è proprio «una scelta verso la piccolezza perché la gloria di Dio possa essere manifesta». Così, ha spiegato, «il soldato con un colpo di lancia trafisse il fianco e ne uscì sangue e acqua: questo è il mistero di Cristo, e questo è quello che noi celebriamo oggi, questo cuore che ama, che sceglie, che è fedele, si lega con noi, si rivela ai piccoli, chiama i piccoli, si fa piccolo».
«Questa è la nostra fede» ha detto ancora Francesco. E «se noi non crediamo in questo mistero, siamo teisti: crediamo in Dio, sì; sì, anche in Gesù, sì! Gesù è Dio? Sì! Ma il mistero è questo, questa è la manifestazione, questa è la gloria di Dio». Dunque, ha proseguito, «fedeltà nello scegliere, nel legarsi, e piccolezza anche per se stesso: diventare piccolo, annientarsi». Perciò, ha affermato il Papa, «il problema della fede è il nocciolo della nostra vita: possiamo essere tanto tanto virtuosi, ma con niente o poca fede; dobbiamo incominciare da qui, dal mistero di Gesù Cristo che ci ha salvato con la sua fedeltà».
In conclusione, Francesco ha chiesto nella preghiera che «il Signore oggi ci conceda questa grazia di celebrare nel cuore di Gesù Cristo le grandi gesta, le grandi opere di salvezza, le grandi opere della redenzione».
L'Osservatore Romano

giovedì 22 giugno 2017

Sacratissimo Cuore di Gesù. Anno A



Ti supplico, 
che la mitezza della tua carità ridia coraggio al mio cuore. 
Per grazia, le viscere della tua misericordia 
si commuovano in mio favore, 
perché purtroppo, numerosi sono i miei demeriti, 
nulli i miei meriti.
E donami, o caro Gesù, di amare te solo, 
in ogni cosa e al di sopra di tutto, 
di attaccarmi a te con fervore, 
di sperare in te, 
e di non mettere alla mia speranza nessun limite.

Santa Geltrude di Elfta 

***
Dal Vangelo secondo Matteo 11,25-30.

In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. 
Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. 
Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare». 
Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. 
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. 
Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero». 

***

Cosa ti farebbe gioire così tanto da esultare? Pensaci un momento e rispondi. E il mondo? I colleghi, gli amici, i vip e gli opinionisti così "intelligenti"? E gli intellettuali così "sapienti"? C'è qualcosa che li farebbe scomodare dalla loro pura seriosità e farli gridare di gioia? Ora vediamo invece per chi si rallegra Dio: il Padre e il Figlio esultano per ciò che di sicuro neanche hai pensato; sì, la ragione della loro esultanza sono quelli che noi e il mondo non degniamo di nessuna attenzione, perché nulla fanno per attirarla: sono troppo "piccoli" per gli uomini che si credono molto grandi, che si aspettano grandi eventi, grandi cambiamenti, grandi consolazioni. Invece il Padre, infinitamente più grande della sua creatura più grande, si avventura in un testacoda incredibile e plana dove l'occhio superbo proprio non può cadere... "Sì, perché a Lui è piaciuto così", ha scelto cioè gli "infanti", i "piccoli" secondo la Vulgata, coloro che non hanno ancora l'uso della parola, i"fanciulli", i "lattanti", per "rivelare le sue cose". Capito? Il Padre rivela il suo cuore a chi ancora non sa parlare, e il Figlio "esulta nello Spirito Santo". Vallo a capire Dio... Impossibile per chi ha un altro padre a cui cerca di assomigliare e spera la gioia dal compimento dei suoi desideri, carnali, effimeri, indigesti, quasi sempre mortali. Ascolta le sue parole che lo adulano, e ne fa un idolo da adorare e imitare. E' così, vero? Ascoltiamo le parole avvelenate del serpente, le accogliamo nel cuore, e cominciamo a ripeterle declinandole in ogni situazione che viviamo. E chiacchieriamo, per giustificare, per legare, per sciogliere, per ingannare, per sedurre, per vincere, per vendicare, per uccidere. La Scrittura mette in guardia dal troppo e dal vano parlare: "Le parole della bocca dell'uomo sono acqua profonda... con la bocca l'uomo sazia il suo stomaco, egli si sazia con il prodotto delle sue labbra. Morte e vita sono in potere della lingua, e chi l'accarezza ne mangerà i frutti" (Pr. 18, 4. 20-21). Ecco, ci illudiamo di saziarci con le nostre parole perché abbiamo creduto che le parole del demonio ci avrebbero fatto diventare come Dio, e sai che esultanza. Per questo c'è come un'ingordigia nelle nostre parole, le accarezziamo credendo di trovarne beneficio, mentre, proprio come dopo aver accolto quelle del serpente, ne sperimentiamo i frutti avvelenati: divisioni, liti, invidie, passioni. Per questo siamo sempre più stanchi, "affaticati e oppressi". Come stai? Nove su dieci rispondono: stanchissimo guarda, non ti dico quante cose ho dovuto fare. E poi, sempre in tiro, guai ad abbassare la guardia, chi agnello si fa il lupo se lo mangia... E poi quella stanchezza per gli sforzi e i tentativi di obbedire alle leggi e ai moralismi che lo Stato e la società ci impongono per essere accettati, o quelli più subdoli della religione che ci siamo inventati, e i peggiori, quelli che noi stessi ci carichiamo sulle spalle. Fardelli insopportabili, che infatti ci schiacciano e ci fanno esplodere come quando buchi un palloncino: una deflagrazione di peccati che si abbatte su chi ci è intorno, dai quali esigiamo senza pietà ciò che noi non siamo stati capaci di compiere. E ancora più stanchi, perché ciò che "opprime e affatica" il cuore sono soprattutto i peccati. 


Invece le parole di Dio sono preparate per chi non ha parole. E se fossero, oggi, per noi? Se accettassimo di essere davvero "affaticati e oppressi" perché peccatori, ci ritroveremo, finalmente, senza parole. "Infanti", cioè senza favella. Allora sì che questa Solennità ci verrebbe incontro come un unguento a lenire le nostra membra ferite e stanche per tanto "andare e venire" senza frutto. Il "Sacratissimo Cuore di Gesù" si schiuderebbe davanti al nostro "cuore corrottissimo", indurito nell'orgoglio e nell'incredulità, tempestato di aritmie perché incapace di battere per amare. Accetti di avere un cuore da buttare? Accetti di aver un'urgentissimo bisogno di trapianto? Sì? Fantastico! Significa che la storia ti ha fatto scoprire di essere "piccolo" mostrando inutili le tue parole; e "povero", "tapino", secondo l'originale greco del termine "umile". Significa che la Parola di Dio ti ha illuminato e le cure materne della Chiesa ti hanno condotto alla verità, aprendo i tuoi occhi sulla "terra" di cui sei fatto, secca e arida perché hai cacciato da tempo lo Spirito Santo che le dà la vita. Sei nell'humus, stai sfiorando l'umiltà, l'unica via per entrare nel "riposo" e nel "ristoro" autentici. Perché tu, esattamente come sei oggi, "affaticato e oppresso", sei la "terra" dove Cristo è disceso per farvisi seppellire. Per Lui, infatti, non c'è nessuno più importante di te. Tu sei il "tutto" che "il Padre ha dato al Figlio". E oggi viene a prenderselo, perché non c'è gioia più grande in Cielo che per un peccatore che si converte. "Un" peccatore, tu. Ma perché Gesù possa "esultare nello Spirito Santo" per te come il Buon Pastore dinanzi alla sua pecora che s'era perduta, come il "Padre" abbracciando il suo figlio che era morto, è necessario che anche tu "conosca il Padre": è questa infatti la sua gioia, che un "tapino" come te "conosca" suo Padre, perché, come diceva Filippo, "questo ci basta". Ma "nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare", cioè a te. Per esserti accanto oggi e "rivelarti" nel suo volto il tuo Padre, pur essendo Figlio, ha "imparato" l'obbedienza dalle cose che patì. "Mite" come un agnellino condotto al macello, si è "umiliato" per entrare nella tua "umiltà", nella tua realtà più dura e arida. Ascolta allora questa Parola, è Lui che nella Chiesa ti sta parlando dicendoti "vieni a me". Puoi uscire da te stesso, perché nella sua chiamata vi è il potere di compiere quello che dice. Vai a Lui che ti chiama per "insegnarti" il "riposo e il ristoro", immagini della vita celeste preparata per noi che il cuore che "ha imparato da Lui" può pregustare. Il termine "imparare" adottato da Gesù, infatti, rimanda al rapporto tra "Didaskalo" e "discepolo", tra il Maestro e l'allievo. "Imparare", dunque, è la coniugazione di un'intimità che si realizza pienamente solo dove il Signore ci "rivela" il Padre amandoci "sino alla fine", cioè sulla Croce, il "suo giogo" preparato per noi ogni giorno. Su di essa, infatti, "ha preso su di sé" ogni nostro peccato, angoscia e dolore, unendosi così a noi indissolubilmente; e con noi è sceso nella "terra" che ci ha sepolto, e da lì ci ha fatti risuscitare con Lui per portarci al "riposo" e al "ristoro" del Paradiso. Per questo la Croce è l'unico "giogo soave", l'unico "carico leggero", cioè l'unico adatto a noi, perché Gesù Cristo è l'unico che si è adeguato a noi, "facendosi peccato perché i peccati non ci allontanassero da Lui" (Ode VII di Salomone). "Imparare da Lui" significa dunque lasciarsi legare nella sua intimità "prendendo su di noi" la nostra Croce che Gesù ha fatto il "suo giogo". Il "carico" di ogni giorno, proprio quello che la carne rifiuta come l'assurdo più lontano dal "riposo" e dalla gioia, è sulle sue spalle; e oggi viene a chiamarci proprio nell'ostinazione con cui abbiamo sempre rifiutato di portare la Croce per dirci di non aver paura ad entrare con Lui nei fatti e nelle relazioni che ci spaventano. In essi "impareremo" la "mitezza", perché proprio la moglie o il marito, la malattia o qualunque sofferenza, ci "ammansiscono", "domano" il puledro selvaggio che è la nostra carne; "impareremo" da Gesù l'"umiltà" che ci fa riposare nella realtà, anche se dolorosa, e la "mitezza" di fronte ai fatti e alle persone, per accogliere la volontà di Dio senza esigere nulla. Benedetta la nostra storia, benedetta la Croce che Dio vi ha piantato: su di essa si schiude il "cuore" di Cristo per accoglierci nel suo amore e "rivelarci il Padre", l'unico "ristoro" a cui anela la nostra "anima".

Il Fuoco dentro





Appassionato, capace di discernere e di denunciare, soprattutto i mercenari: quelli cioè che, vedendo venire il lupo, abbandonano il gregge o che «per attirarsi l’ammirazione dei fedeli» lasciano fare con quel «buonismo dei compromessi che non va». È il ritratto del vero pastore tracciato dall’apostolo Paolo e riproposto da Papa Francesco nella messa celebrata a Santa Marta la mattina di giovedì 22 giugno.
Una riflessione scaturita dall’ascolto delle parole della prima lettura — tratta dalla seconda lettera ai Corinzi (11, 1-11) — che al Pontefice hanno fatto tornare alla mente quanto «il Signore ha detto nel capitolo decimo del vangelo di Giovanni: “Il Buon Pastore dà la sua vita per le sue pecore. Il mercenario, invece, che non è pastore, vede venire il lupo e le abbandona”». Di conseguenza «Paolo è un pastore vero, non è mercenario. Un vero pastore». Ecco allora le «tre caratteristiche», i «tre tratti dello stile pastorale di Paolo, che è lo stile pastorale di un buon pastore», sottolineati dal Papa.

La prima riguarda «il pastore appassionato. Appassionato fino al punto di dire alla sua gente, al suo popolo: “Io provo, infatti, per voi una specie di gelosia divina”». Un pastore dunque «geloso. Ma divinamente geloso». E dietro a questa definizione Francesco ha ritrovato un «passo del sesto capitolo del Deuteronomio, quando Mosé dice al popolo: “Il vostro Dio, che sta in mezzo a noi, è un Dio geloso”». «Allo stesso modo la gelosia divina di Paolo» porta l’apostolo delle Genti «a questa pazzia, a questa stoltezza. È un uomo appassionato», il quale «ha quell’atteggiamento che può sembrare una pazzia. Zelante pastore. E questo è quel tratto che noi chiamiamo “lo zelo apostolico”: non si può essere un vero pastore senza questo fuoco dentro. Anche arrivando a qualche pazzia, qualche stoltezza». Questo, dunque, «è il primo tratto di Paolo come pastore».
Facendo poi riferimento alla seconda caratteristica, il Pontefice ha definito l’apostolo «un uomo che sa discernere, perché continua: “Temo, però, che come il serpente con la sua malizia sedusse Eva, così i vostri pensieri vengano in qualche modo traviati dalla loro semplicità e purezza nei riguardi di Cristo”». Dunque Paolo «sa che c’è nella vita la seduzione. Il padre della menzogna è un seduttore. Il pastore, no. Il pastore ama. Ama» ha ribadito con forza il Papa. «Invece il serpente, il padre della menzogna, l’invidioso è un seduttore, che cerca di allontanare dalla fedeltà, perché quella gelosia divina di Paolo era per portare il popolo a un unico sposo, per mantenere il popolo nella fedeltà al suo sposo». Del resto, ha commentato Francesco, «nella storia della salvezza, nella Scrittura tante volte troviamo l’allontanamento da Dio, le infedeltà al Signore, l’idolatria come se fossero un’infedeltà matrimoniale». Il riferimento è «a Ezechiele 16, per esempio, e tanti altri, ma lì c’è. E lui vuol portare all’unico sposo, che non vengano altri a sedurre il cuore del popolo. E con il discernimento lui aiuta: “State attenti a questo, state attenti, andate...”».
Dunque, riassumendo: «prima caratteristica del pastore, che sia appassionato, che abbia lo zelo, che sia zelante; seconda caratteristica, che sappia discernere: discernere dove ci sono i pericoli, dove ci sono le grazie... dove è la vera strada». E ciò vuol dire che il pastore vero «accompagna le pecore sempre: nei momenti belli e anche nei momenti brutti, anche nei momenti della seduzione», portandole «con la pazienza all’ovile».
Infine “la terza caratteristica” è «la capacità di denunciare. Un apostolo — ha avvertito il Papa — non può essere un ingenuo: “Ah, è tutto bello, andiamo avanti, eh?, è tutto bello... Facciamo una festa, tutti... tutto si può...”». Anche «perché c’è la fedeltà all’unico sposo, a Gesù Cristo, da difendere. E lui sa condannare» con «quella concretezza» che gli permette di «dire: “questo no”, come i genitori dicono al bambino quando incomincia a gattonare e va alla presa elettrica a mettere le dita: “Questo no! È pericoloso!”». E in proposito Francesco ha confidato che gli «viene in mente tante volte quel tuca nen» (non toccare nulla) che i suoi genitori e nonni gli «dicevano in quei momenti dove c’era un pericolo». Insomma, ha osservato il Papa, «il buon pastore sa condannare, con nome e cognome, e per questo Paolo parla dei giudaizzanti e denuncia i giudaizzanti; parla degli gnostici e denuncia gli gnostici; parla degli idolatri e denuncia gli idolatri; parla dei mercenari e denuncia i mercenari».
Per ricapitolare il senso dell’omelia, da ultimo il Pontefice ha ricordato la visita compiuta il 20 giugno a Bozzolo e a Barbiana, dove hanno svolto il loro ministero don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani. «L’altro giorno, quando sono andato ai posti di quei due bravi pastori italiani — ha spiegato — a Barbiana ho visto che il parroco insegnava ai suoi ragazzi». E quel parroco, don Milani, «aveva un motto un po’ pericoloso, contrario a quello che si usava nel tempo: I care». 
«Cosa significa?» si è chiesto Francesco. La risposta è stata che il priore di Barbiana «voleva dire “mi importa”», ovvero «insegnava che le cose si dovevano prendere sul serio, contro il motto di moda in quel tempo che era “non mi importa”, ma detto in altro linguaggio, che io non oso qui» ripetere (il riferimento del Papa è al «me ne frego» che fu tra i motti del regime fascista). E in tal modo don Milani «insegnava ai ragazzi ad andare avanti. Prenditi cura della tua vita, e “Questo no!”: saper denunciare quello che va contro la tua vita». Mentre, ha ammonito il Pontefice, «tante volte perdiamo questa capacità di condanna e vogliamo portare avanti le pecore un po’ con quel buonismo che non solo è ingenuo: non va. E fa male. Quel buonismo dei compromessi, per attirarsi l’ammirazione o l’amore dei fedeli lasciando fare». 
Ecco allora la conclusione riassuntiva di Francesco: «Lo zelo apostolico di Paolo, appassionato, zelante: prima caratteristica. Uomo che sa discernere perché conosce la seduzione e sa che il diavolo seduce: seconda caratteristica. Un uomo con capacità di condanna delle cose che faranno male alle sue pecore: terza caratteristica». Con l’invito a pregare «per tutti i pastori della Chiesa, perché san Paolo interceda davanti al Signore», affinché «tutti noi pastori possiamo avere queste tre tracce» per servirlo.

L'Osservatore Romano

Salāh

"Io, preghiera"


In arabo la parola “preghiera” (alāh) è strettamente connessa con la parola “relazione” (ila). È per questo che parlare di preghiera è un compito arduo perché significa mettere a nudo una relazione. A maggior ragione se la preghiera di cui si vuole parlare riguarda un altro. Nel cristianesimo tutto è ancora più delicato perché si tratta di una relazione di amore. Non è possibile, infatti, fare un discorso sull’amore senza correre il rischio di annacquarne l’intensità e di svilirne la forza. Nel caso di padre Matta el Meskin la questione si complica ulteriormente. Non c’è, infatti, niente che ha impegnato la vita e la riflessione di padre Matta più della preghiera. Si può dire che Matta el Meskin e la preghiera sono stati una sola cosa: la preghiera ha talmente formato e trasformato l’uomo che egli stesso è diventato preghiera.
Se preghiera è relazione, e se è relazione d’amore, ciò significa anche che non se ne può parlare se non in termini di vita vissuta. Dall’opera di Matta el Meskin appare evidente che per lui preghiera è vita spirituale tout court. Talvolta, nei suoi scritti, si ha l’impressione che la preghiera sia talmente indispensabile e scontata per ogni azione o stato spirituale da non essere neppure esplicitamente menzionata. Allo stesso modo, quando parla esplicitamente di preghiera il discorso si sposta agilmente verso la vita spirituale. Se di relazione d’amore e di vita si tratta, la preghiera va innanzitutto vissuta. Scrive abba Matta nella prefazione alla terza edizione di La vita di preghiera ortodossa, primizia matura della sua vita spirituale: “Non importa quanto parliamo della preghiera, la preghiera continua ad aver un enorme bisogno di esperienza. Nella sua verità, la preghiera è esperienza dello stare alla presenza di Dio”.
Scrive padre Matta che “è per mezzo della preghiera che si dispiega l’efficacia della natura di Cristo in noi. È per mezzo della preghiera che la forza della sua morte e della sua vita penetra i nostri atti e i nostri comportamenti”. La meditazione del monaco copto sulla preghiera è il frutto di un’esperienza sincera: la sua. Padre Matta non ama parlare di cose di cui non ha fatto esperienza … Pur partendo, però, dal suo dato esistenziale, che mantiene un peso rilevante, il monaco egiziano non si lascia andare a un esistenzialismo estremista. Al contrario, dialoga con chi, nella chiesa, ha fatto esperienza come lui, testa la sua esperienza alla luce della vita della chiesa, restando, come egli stesso dice, “in totale armonia con l’esperienza collettiva della chiesa, nel quadro definito dalla sua fede” …
Abba Matta diceva: “Come iniziare? Dov’è la via? È un battito del cuore, che chi ama ben conosce, che annuncia la venuta dell’Amato. Comincia allora il cammino senza fine che conduce a Dio”. Così come la vita, l’amore e l’adozione a figli di Dio non possono esistere come concetti astratti, anche la rivelazione di questi misteri mediante la preghiera non può esistere al di fuori di una relazione interpersonale in cui c’è un “io” e c’è un “tu”. Svelando il proprio “io”, Dio rivela anche a noi il nostro, ci dice chi siamo, da dove veniamo, dove siamo diretti e ci permette una trasformazione interiore. In questo senso, dice il monaco copto, “il valore della preghiera consiste nell’acquisizione dello Spirito santo, senza il quale l’uomo non vale nulla”, perché è lui che guiderà l’orante a tutta la verità e gli annuncerà le cose future (cf. Gv 16,13). Nella preghiera, lo Spirito santo giunge come “guizzi di luce … latori di ispirazione, discernimento, conoscenza”.
La fede in Gesù Cristo non è una teoria, ma una forza che agisce capace di cambiare la vitaOgni uomo che vive in Cristo Gesù deve essere portatore di tale forza, deve essere cioè capace di cambiare la propria vita, di rinnovarla per la potenza di Cristo. Ma la nostra fede in Cristo resterà senza forza fino a quando non l’avremo incontrato personalmente, faccia a faccia, nel più profondo di noi stessi, con pazienza,
longanimità e coraggio, sopportando la grande vergogna che proveremo quando le nostre anime saranno scoperte e si troveranno nude davanti ai suoi occhi puri che ci scrutano.
http://www.monasterodibose.it