lunedì 16 ottobre 2017

Le virtù cardinali: catechesi di don Fabio Rosini

Allegoria di tre delle quattro virtù cardinali: la fortezza, la prudenza e la temperanza (manca la giustizia), Raffaello, Stanza della Segnatura, Vaticano
I cardini della vita buona: nelle domeniche di settembre vi riproponiamo la serie di catechesi di don Fabio Rosini dedicata alle virtù cardinali.
Dal catechismo della Chiesa Cattolica:
"Quattro virtù hanno funzione di « cardine ». Per questo sono dette « cardinali »; tutte le altre si raggruppano attorno ad esse. Sono: la prudenza, la giustizia, la fortezza e la temperanza. « Se uno ama la giustizia, le virtù sono il frutto delle sue fatiche. Essa insegna infatti la temperanza e la prudenza, la giustizia e la fortezza » (Sap 8,7). Sotto altri nomi, queste virtù sono lodate in molti passi della Scrittura".
Protagonista del primo incontro è la prudenza . “L’uomo « accorto controlla i suoi passi » (Prv 14,15). « Siate moderati e sobri per dedicarvi alla preghiera » (1 Pt 4,7). È detta « auriga virtutum – cocchiere delle virtù »: essa dirige le altre virtù indicando loro regola e misura. È la prudenza che guida immediatamente il giudizio di coscienza”.

La prudenza   
Protagonista del secondo incontro è la giustizia . “La giustizia verso Dio è chiamata virtù di religione. La giustizia verso gli uomini dispone a rispettare i diritti di ciascuno e a stabilire nelle relazioni umane l’armonia che promuove l’equità nei confronti delle persone e del bene comune”. (dal Catechismo della Chiesa Cattolica)
La giustizia 

Protagonista del terzo incontro è la fortezza . ”La fortezza è la virtù morale che, nelle difficoltà, assicura la fermezza e la costanza nella ricerca del bene. Essa rafforza la decisione di resistere alle tentazioni e di superare gli ostacoli nella vita morale. La virtù della fortezza rende capaci di vincere la paura, perfino della morte, e di affrontare la prova e le persecuzioni. (dal Catechismo della Chiesa Cattolica)
La fortezza 

Protagonista del quarto ed ultimo incontro è la temperanza . La temperanza è la virtù morale che modera l'attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell'uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell'onestà. La persona temperante orienta al bene i propri appetiti sensibili, conserva una sana discrezione, e non segue il proprio istinto e la propria forza assecondando i desideri del proprio cuore.83 La temperanza è spesso lodata nell'Antico Testamento: « Non seguire le passioni; poni un freno ai tuoi desideri » (Sir 18,30). Nel Nuovo Testamento è chiamata « moderazione » o « sobrietà ». Noi dobbiamo « vivere con sobrietà, giustizia e pietà in questo mondo » (Tt 2,12). (Dal Catechismo della Chiesa Cattolica)
La temperanza 
 
Monia Parente per Radio Vaticana

Le catechesi del post-cresima nel Cammino Neocatecumenale (don Gianvito Sanfilippo)

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Questa mattina Radio Maria ha dedicato una puntata del programma "La vera storia della Chiesa" di Angela Pellicciari ad uno strumento pastorale straordinario, quello della gestione del periodo del cosiddetto "Post Cresima". Chi lo illustra è don Gianvito Sanfilippo, ospite fisso di questo blog... Di seguito il link alla trasmissione...

www.radiomaria.it/archivio4me.aspx?itemID=48c58e59-6d87-4b66-b874-f91dc83726c4

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Leggi anche:

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Fuggi fuggi nel dopo-Cresima? No, i tre quarti restano: dal Cammino un aiuto alla Parrocchia


La prima cosa che balza agli occhi è nei numeri: i tre quarti dei ragazzi del dopo-Cresima continuano, a distanza di anni, a frequentare la Chiesa e a cercare di maturare la propria fede cristiana. Certo, i numeri spesso sono indicatori parziali. Però è anche vero che, di fronte al fuggi-fuggi che di frequente si vede all’indomani della Confermazione, la situazione della parrocchia dei Santi Apostoli è in forte controtendenza.
Il merito sembra essere della formula adottata; più precisamente, però, è della testimonianza di fede che, aldilà delle modalità, ha un appeal fuori dal comune.
Le cose stanno così: dal 2007 alle ragazze e ai ragazzi che hanno ricevuto il sacramento della Cresima viene proposto di partecipare a dei gruppetti di formazione cristiana. I gruppetti, di sei-otto unità, si trovano ogni settimana in casa di una coppia di coniugi, i catechisti, chiamati “padrini”, e percorrono una traccia di formazione ben precisa.
Di che cosa si parla. Si passano in rassegna, per esempio, i dieci comandamenti, o le virtù teologali e cardinali, o i vizi capitali, secondo questo schema: la prima settimana (gli incontri sono in genere il venerdì nel tardo pomeriggio) i ragazzi vengono invitati a dire quel che pensano, o quel che secondo loro pensa il mondo, di quel certo tema. La seconda settimana ai giovani è proposta una scrutatio, cioè uno “scrutare” nelle Scritture quello che la Parola di Dio suggerisce a quel proposito.
Il terzo venerdì tutti i gruppi della parrocchia si incontrano insieme in chiesa per vivere una breve liturgia, in cui il parroco spiega il magistero della Chiesa circa quel tema.
L’alleanza e la cena. Il quarto e ultimo incontro si incentra sulla proposta di un’alleanza: al ragazzo viene chiesto se è disposto a chiedere al Signore di vivere, in rapporto al tema, come la Bibbia suggerisce. E l’incontro si conclude con una cena – sempre a casa dei padrini – che, anche in forza della sua gradevole abbondanza, rende solenne l’alleanza.
Il percorso ha infine un suo esito nel campo scuola che, tutti insieme, si realizza ogni estate. Ai Ss. Apostoli l’estate scorsa, è accaduto a Piancavallo.
Nella parrocchia di Cannaregio (alla quale si aggiunge, a Venezia, la simile esperienza di S. Maria Formosa) si è ormai al compimento del ciclo quinquennale che, in pratica, prevede l’accompagnamento dei ragazzi durante il periodo delle scuole superiori.
E, partendo dai primi per arrivare a quelli appena formati, sono otto i gruppi, per un totale di circa 55 giovani partecipanti.
La non dispersione. Quel che risalta è la continuità dell’impegno: dei primi 16 – quelli che hanno esordito cinque anni fa – solo tre hanno smesso di frequentare i gruppi e hanno fatto altre scelte. Gli altri continuano, apprezzano e si riconoscono ancora serenamente nella fede cristiana e nella Chiesa.
Da notare che l’esperienza nasce dal Cammino neocatecumenale e che i padrini, ai Ss. Apostoli, vengono dal Cammino, ma che i ragazzi sono di tutte le estrazioni e, in generale, che la parrocchia ha assunto per sé questa “formula”, aldilà della sua matrice in un certo movimento.
«Il valore di questa esperienza – commenta uno dei padrini, Domenico Tenderini, che con la moglie segue un gruppo giunto al quinto anno – sta nel fatto che i ragazzi mantengono un contatto con la Chiesa e non si disperdono. E sta nel loro aprirsi in maniera sincera sui temi che a loro più importano, dall’amore alla sessualità, dalla scuola all’amicizia…, per confrontarsi seriamente su ciò che il messaggio cristiano dice».
E per i due coniugi… Ma quanto può pesare, ad un coppia di coniugi, un impegno del genere, per nulla lieve, visto che porta via ore ed energie? «E’ assolutamente più grande la gioia di questa esperienza – risponde Tenderini – che non la fatica. E a me e a mia moglie dà molto anche in termini di comunione di coppia. Noi abbiamo già cinque figli nostri, ma questi ragazzi sono diventati quasi nostri figli e portiamo grande gratitudine al Signore per averceli fatti incontrare».
Giorgio Malavasi

Lontani dall' integralismo.




Carrón detta la linea di Cl
La Repubblica

(Paolo Rodari) Nel libro "Dov' è Dio?", il leader del movimento difende papa Francesco dalle critiche dei tradizionalisti. "Seguiamo l' indirizzo di don Giussani" Dall' elezione di Jorge Mario Bergoglio al soglio di Pietro sono passati quattro anni e mezzo e diversa acqua sotto i ponti. Il processo aperto da Francesco di una Chiesa capace di riconoscere la mondanità spirituale come suo male peggiore, e insieme di uscire da se stessa per raggiungere le periferie geografiche ed esistenziali, sta coinvolgendo diversi settori ecclesiali: fra questi Comunione e Liberazione, il movimento nato attorno a don Luigi Giussani che vede una parte minoritaria al suo interno criticare anche aspramente lo stesso vescovo di Roma.
Ma, spiega Julián Carrón, leader del movimento, nel libro conversazione scritto con Andrea Tornielli Dov' è Dio? La fede cristiana al tempo della grande incertezza (Piemme), sono «critiche che non rappresentano in alcun modo la posizione di Cl». E ancora: «Non hanno niente a che vedere con l' atteggiamento che Giussani ci ha insegnato nel suo rapporto coi pontefici», mentre una posizione negativa verso il Papa «la considero un danno per la vita della Chiesa». Le critiche, presenti in generale nel mondo tradizionalista, muovono in particolare contro Amoris laetitia, dove Bergoglio torna sul rapporto fra dogma e vita proprio del teologo Henri De Lubac, per il quale non si può parlare di dottrina senza storia: la verità si fa dentro la storia e si rimodella a partire da essa. Così Francesco che spiega, citando Ambrogio, come l' eucaristia non sia «un premio per i perfetti, ma un rimedio e un alimento per i deboli». «L' eucaristia è per gli uomini così come sono, fragili, peccatori», dice Carrón. Ci sono accenti nuovi in Cl da quando Francesco, come ama dire, ha «cambiato diocesi». Fra questi uno sguardo meno arroccato e più positivo verso la secolarizzazione: «La situazione attuale », dice il leader di Cl, «mi sembra rappresenti una grande opportunità per stabilire un rapporto con persone che hanno origini e storie diverse». La strada è abbandonare un certo «atteggiamento legalistico» per «lasciarsi colpire dalle ferite delle persone». Un cambio di passo decisivo, che Carrón sta chiedendo oggi al movimento seppure egli stesso ricordi più volte come in Giussani molto fosse già chiaro. Cl ebbe un grande sviluppo negli anni Settanta e Ottanta. Le polemiche in seno alla Chiesa erano anche feroci sulla modalità della presenza cristiana nella società. Alla «scelta religiosa » propria dell' Azione Cattolica, Cl oppose una sua idea di presenza più militante. In questo senso Carrón sorprende quando riprende oggi il termine «scelta religiosa», come a volerlo infine accogliere anche nell' esperienza di Cl. Seppure, con delle distinzioni: se per scelta religiosa, dice, «s' intende il relegare il cristianesimo ad alcuni momenti "religiosi", non sono d' accordo. Se, invece, si intende che i cristiani nel mondo non vivono da "integralisti" allora sono d' accordo». Contro un certo integralismo, del resto, già aveva parlato Giussani quando ricordò che se in una scuola ci fosse stato anche un solo studente non cattolico, il movimento si sarebbe dovuta ispirare a valori accettabili anche da lui, rispettando e accogliendo la sua posizione. Di Cl come contraltare a una certa idea di Chiesa presente nella diocesi ambrosiana è testimone il primo Vatileaks. Allora venne pubblicata su un quotidiano una lettera di Carrón a Ratzinger in cui c' erano giudizi negativi su Martini e Tettamanzi. Tuttavia, spiega Carrón, «mai avrei voluto dare scandalo». E ancora: «La cosa che mi ha addolorato di più è come quella lettera è stata interpretata, presentata: come un' accusa diretta ai cardinali che non corrispondeva all' intenzione né al senso del mio scritto». Carrón ammette che «nel corso del tempo ci sono state incomprensioni, ma il contenuto centrale di quella lettera era piuttosto un' analisi e un giudizio su uno stato di cose che ci vedeva tutti coinvolti». Tutto il resto, è stato «un tentativo, senza dubbio approssimativo, e forse goffo, di mettere in evidenza alcuni sintomi del cambiamento d' epoca, che non riguardava persone singole e che adesso è palese a tutti».

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Carrón, la fede al tempo della grande distrazione
Vatican Insider
(Gianni Riotta) “Dov’è Dio?”: Il successore di don Giussani alla guida di CL in un libro-conversazione con Andrea Tornielli. Memore dei giorni da inviato del Corriere della Sera al seguito di papa Paolo VI, in Terrasanta nel 1964, Eugenio Montale scrisse i versi di Come Zaccheo: «Si tratta di arrampicarsi sul sicomoro / per vedere il Signore se mai passi. / Ahimè, non sono un rampicante ed anche / stando in punta di piedi non l’ho mai visto». Lo scetticismo agro del poeta premio Nobel torna in mente leggendo Dov’è Dio? La fede cristiana al tempo della grande incertezza (Piemme), conversazione tra il presidente di Comunione e Liberazione don Julián Carrón e Andrea Tornielli, editorialista della Stampa. (...)

Visita del Santo Padre Francesco alla sede della FAO.




Visita del Santo Padre Francesco alla sede della FAO in Roma in occasione della celebrazione della Giornata mondiale dell’Alimentazione

Sala stampa della Santa Sede

Discorso del Santo Padre
Traduzione in lingua italiana
Signor Direttore Generale,
Distinte Autorità,
Signore e Signori,
Ringrazio per l’invito e le parole di benvenuto del Direttore Generale, Prof. José Graziano da Silva, e rivolgo un caloroso saluto ai Rappresentanti degli Stati Membri e a quanti hanno la possibilità di collegarsi dalle sedi della FAO nel mondo. Un saluto particolare va ai Ministri dell’Agricoltura del G7 qui presenti, che hanno concluso il loro Vertice, nel quale sono state discusse questioni che richiedono una responsabilità non solo verso lo sviluppo e la produzione, ma anche nei confronti della Comunità internazionale nel suo insieme. 1. La celebrazione di questa Giornata Mondiale dell’Alimentazione ci vede qui radunati per ricordare quel 16 ottobre del 1945 quando i Governi, decisi ad eliminare la fame mediante lo sviluppo del settore agricolo, istituirono la FAO. Era quello un periodo di grave insicurezza alimentare e di grandi spostamenti di popolazione, con milioni di persone alla ricerca di luoghi in cui poter sopravvivere alle miserie e alle avversità causate dalla guerra. 
Dunque, riflettere su come la sicurezza alimentare può incidere sulla mobilità umana significa ripartire dall’impegno per cui la FAO è nata, per rinnovarlo. La realtà odierna domanda una maggiore responsabilità a tutti i livelli non solo per garantire la produzione necessaria o l’equa distribuzione dei frutti della terra – questo dovrebbe essere scontato – ma soprattutto per tutelare il diritto di ogni essere umano a nutrirsi a misura dei propri bisogni, partecipando altresì alle decisioni che lo riguardano e alla realizzazione delle proprie aspirazioni, senza doversi separare dai propri cari. Di fronte a un obiettivo di tale portata è in gioco la credibilità dell’intero sistema internazionale. Sappiamo che la cooperazione è sempre più condizionata da impegni parziali, che addirittura limitano ormai anche gli aiuti nelle emergenze. Eppure la morte per fame o l’abbandono della propria terra è notizia quotidiana, che rischia di provocare indifferenza. E’ urgente dunque trovare nuove strade, per trasformare le possibilità di cui disponiamo in una garanzia che consenta ad ogni persona di guardare al futuro con fondata fiducia e non solo con qualche desiderio. Lo scenario delle relazioni internazionali mostra una capacità crescente di dare risposte alle attese della famiglia umana, anche con l’apporto della scienza e della tecnica, le quali, studiando i problemi, propongono soluzioni adeguate. Eppure questi nuovi traguardi non riescono ad eliminare l’esclusione di gran parte della popolazione mondiale: quante sono le vittime della malnutrizione, delle guerre, dei cambiamenti climatici? Quanti mancano del lavoro e dei beni essenziali e si vedono costretti a lasciare la loro terra, esponendosi a molte e terribili forme di sfruttamento? Valorizzare la tecnologia al servizio dello sviluppo è certamente una strada da percorrere, purché si arrivi ad azioni concrete per diminuire gli affamati o per governare il fenomeno delle migrazioni forzate. 
2. La relazione tra fame e migrazioni può essere affrontata solo se andiamo alla radice del problema. A questo proposito, gli studi condotti dalle Nazioni Unite, come pure da tante Organizzazioni della società civile concordano nel dire che sono due gli ostacoli principali da superare: i conflitti e i cambiamenti climatici. Come si possono superare i conflitti? Il diritto internazionale ci indica i mezzi per prevenirli o risolverli rapidamente, evitando che si prolunghino e producano carestie e la distruzione del tessuto sociale. Pensiamo alle popolazioni martoriate da guerre che durano ormai da decenni e che potevano essere evitate o almeno fermate, e invece propagano i loro effetti disastrosi tra cui l’insicurezza alimentare e lo spostamento forzato di persone. Occorrono buona volontà e dialogo per frenare i conflitti, e bisogna impegnarsi a fondo per un disarmo graduale e sistematico, previsto dalla Carta delle Nazioni Unite, come pure per porre rimedio alla funesta piaga del traffico delle armi. A che vale denunciare che a causa dei conflitti milioni di persone sono vittime della fame e della malnutrizione, se non ci si adopera efficacemente per la pace e il disarmo? Quanto ai cambiamenti climatici, ne vediamo tutti i giorni le conseguenze. Grazie alle conoscenze scientifiche, sappiamo come i problemi vanno affrontati; e la comunità internazionale è andata elaborando anche strumenti giuridici necessari, come per esempio l’Accordo di Parigi, dal quale, però, alcuni si stanno allontanando. Riemerge la noncuranza verso i delicati equilibri degli ecosistemi, la presunzione di manipolare e controllare le limitate risorse del pianeta, l’avidità di profitto. E’ pertanto necessario lo sforzo per un consenso concreto e fattivo se si vogliono evitare effetti più tragici, che continueranno a gravare sulle persone più povere e indifese. Siamo chiamati a proporre un cambiamento negli stili di vita, nell’uso delle risorse, nei criteri di produzione, fino ai consumi che, per quanto riguarda gli alimenti, vedono perdite e sprechi crescenti. Non possiamo rassegnarci a dire “ci penserà qualcun altro”. Penso che questi siano i presupposti di ogni discorso serio sulla sicurezza alimentare collegata al fenomeno delle migrazioni. Certamente guerre e cambiamenti climatici determinano la fame, evitiamo dunque di presentarla come una malattia incurabile. Le stime recenti fornite dai vostri esperti prevedono un rialzo della produzione globale di cereali, a livelli che consentono di dare maggiore consistenza alle riserve mondiali. Questo lascia ben sperare e fa capire che, se si opera stando attenti ai bisogni e contrastando le speculazioni, i risultati non mancano. Infatti, le risorse alimentari non di rado vengono lasciate in balìa della speculazione, che le misura solamente in funzione della prosperità economica dei grandi produttori o in relazione alla potenzialità di consumo e non alle esigenze reali delle persone. E così si favoriscono i conflitti e gli sprechi, e aumentano le file degli ultimi della terra che cercano un futuro fuori dai loro territori di origine. 
3. Di fronte a tutto questo possiamo e dobbiamo cambiare rotta (cfr Enc. Laudato si’, 53; 61; 163; 202). Di fronte all’aumento della domanda di alimenti è indispensabile che i frutti della terra siano disponibili per tutti. Per qualcuno basterebbe diminuire il numero delle bocche da sfamare e risolvere così il problema; ma è una falsa soluzione se si pensa ai livelli di spreco di alimenti e a modelli di consumo che sprecano tante risorse. Ridurre è facile, condividere invece impone una conversione, e questo è impegnativo. Pertanto mi pongo – e vi pongo – questa domanda: è troppo pensare di introdurre nel linguaggio della cooperazione internazionale la categoria dell’amore, declinata come gratuità, parità nel trattare, solidarietà, cultura del dono, fraternità, misericordia? In effetti, queste parole esprimono il contenuto pratico del termine “umanitario”, tanto in uso nell’attività internazionale. Amare i fratelli e farlo per primi, senza attendere di essere corrisposto: è questo un principio evangelico che trova riscontro in tante culture e religioni e diventa principio di umanità nel linguaggio delle relazioni internazionali. E’ auspicabile che la diplomazia e le Istituzioni multilaterali alimentino e organizzino questa capacità di amare, perché è la via maestra che garantisce non solo la sicurezza alimentare, ma la sicurezza umana nella sua globalità. Non possiamo operare solo se lo fanno gli altri, né limitarci ad avere pietà, perché la pietà si ferma agli aiuti di emergenza, mentre l’amore ispira la giustizia ed è essenziale per realizzare un giusto ordine sociale tra realtà diverse che vogliono correre il rischio dell’incontro reciproco. Amare vuol dire contribuire affinché ogni Paese aumenti la produzione e giunga all’autosufficienza alimentare. Amare si traduce nel pensare nuovi modelli di sviluppo e di consumo, e nell’adottare politiche che non aggravino la situazione delle popolazioni meno avanzate o la loro dipendenza esterna. Amare significa non continuare a dividere la famiglia umana tra chi ha il superfluo e chi manca del necessario. L’impegno della diplomazia ci ha dimostrato, anche in eventi recenti, che fermare il ricorso alle armi di distruzione di massa è possibile. Tutti siamo consapevoli della capacità di distruzione di tali strumenti. Ma siamo altrettanto consapevoli degli effetti della povertà e dell’esclusione? Come fermare persone disposte a rischiare tutto, intere generazioni che possono scomparire perché mancano del pane quotidiano, o sono vittime di violenza o di mutamenti climatici? Si dirigono dove vedono una luce o percepiscono una speranza di vita. Non potranno essere fermate da barriere fisiche, economiche, legislative, ideologiche: solo una coerente applicazione del principio di umanità potrà farlo. E invece diminuisce l’aiuto pubblico allo sviluppo e le Istituzioni multilaterali vengono limitate nella loro attività, mentre si ricorre ad accordi bilaterali che subordinano la cooperazione al rispetto di agende e di alleanze particolari o, più semplicemente, ad una tranquillità momentanea. Al contrario, la gestione della mobilità umana richiede un’azione intergovernativa coordinata e sistematica, condotta secondo le norme internazionali esistenti e permeata da amore e intelligenza. Il suo obiettivo è un incontro di popoli che arricchisca tutti e generi unione e dialogo, e non esclusione e vulnerabilità. Qui permettetemi di collegarmi al dibattito sulla vulnerabilità che a livello internazionale divide quando si parla dei migranti. Vulnerabile è colui che è in condizione di inferiorità e non può difendersi, non ha mezzi, vive cioè una esclusione. E questo perché è costretto dalla violenza, da situazioni naturali o peggio ancora dall’indifferenza, dall’intolleranza e persino dall’odio. Di fronte a questa condizione è giusto identificare le cause per agire con la necessaria competenza. Ma non è accettabile, che per evitare di impegnarsi, ci si trinceri dietro a sofismi linguistici che non fanno onore alla diplomazia ma la riducono, da “arte del possibile”, a un esercizio sterile per giustificare egoismi e inattività. E’ auspicabile che di tutto questo si tenga conto nell’elaborazione del Pacto mundial para una migración segura, regular y ordenada, in corso in questo momento in seno alle Nazioni Unite. 
4. Prestiamo ascolto al grido di tanti nostri fratelli emarginati ed esclusi: “Ho fame, sono forestiero, nudo, malato, rinchiuso in un campo profughi”. È una domanda di giustizia, non una supplica o un appello di emergenza. È necessario un ampio e sincero dialogo a tutti i livelli perché emergano le soluzioni migliori e maturi una nuova relazione tra i diversi attori dello scenario internazionale, fatta di responsabilità reciproca, di solidarietà e di comunione. Il giogo della miseria generato dagli spostamenti spesso tragici dei migranti, può essere rimosso mediante una prevenzione fatta di progetti di sviluppo che creino lavoro e capacità di riposta alle crisi climatiche e ambientali. La prevenzione costa molto meno degli effetti provocati dal degrado dei terreni o dall’inquinamento delle acque, effetti che colpiscono le zone nevralgiche del pianeta dove la povertà è la sola legge, le malattie sono in crescita e la speranza di vita diminuisce. Sono tante e lodevoli le iniziative messe in atto. Tuttavia, non bastano; è necessario e urgente continuare ad attivare sforzi e finanziare programmi per fronteggiare in maniera ancora più efficace e promettente la fame e la miseria strutturale. Ma se l’obiettivo è favorire un’agricoltura che produca in funzione delle effettive esigenze di un Paese, allora non è lecito sottrarre le terre coltivabili alla popolazione, lasciando che il land grabbing (acaparamiento de tierras) continui a fare i suoi profitti, magari con la complicità di chi è chiamato a fare l’interesse del popolo. Occorre allontanare le tentazioni di operare a vantaggio di gruppi ristretti della popolazione, come pure di utilizzare gli apporti esterni in modo inadeguato, favorendo la corruzione, o in assenza di legalità. La Chiesa Cattolica, con le sue istituzioni, , avendo diretta e concreta conoscenza delle situazioni da affrontare e dei bisogni da colmare, vuole concorrere direttamente in questo sforzo in virtù della sua missione che la porta ad amare tutti e la obbliga anche a ricordare a quanti hanno responsabilità nazionali e internazionali il più ampio dovere di condividere le necessità dei più. L’augurio è che ciascuno scopra, nel silenzio della propria fede o delle proprie convinzioni, le motivazioni, i principi e gli apporti per dare alla FAO e alle altre Istituzioni intergovernative il coraggio di migliorare e perseverare per il bene della famiglia umana. Grazie!

Lunedì della XXVIII settimana del Tempo Ordinario



Anche oggi è necessario agli uomini Cristo, il vero Giona. 
Anche oggi deve esserci pentimento perché ci sia salvezza.
E come la strada di Giona fu per
lui stesso una strada di penitenza,
e la sua credibilità veniva dal fatto
che egli era segnato dalla notte delle sofferenze,
così anche oggi noi cristiani
dobbiamo innanzitutto essere per primi
sulla strada della penitenza per essere credibili.

Joseph Ratzinger

***

Dal Vangelo secondo Luca 11,29-32

In quel tempo, mentre le folle si accalcavano, Gesù cominciò a dire: «Questa generazione è una generazione malvagia; essa cerca un segno, ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona. Poiché, come Giona fu un segno per quelli di Nìnive, così anche il Figlio dell’uomo lo sarà per questa generazione.
Nel giorno del giudizio, la regina del Sud si alzerà contro gli uomini di questa generazione e li condannerà, perché ella venne dagli estremi confini della terra per ascoltare la sapienza di Salomone. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Salomone. Nel giorno del giudizio, gli abitanti di Nìnive si alzeranno contro questa generazione e la condanneranno, perché essi alla predicazione di Giona si convertirono. Ed ecco, qui vi è uno più grande di Giona».

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Inizia una nuova settimana e, puntuale, la Parola ci viene a scrutare: che "segno" chiediamo al Signore? Come le folle anche noi ci «accalchiamo» per carpire da Gesù un «segno» che ci dia «il successo personale e un aiuto per affermare l’assoluto dell’io» (J. Ratzinger). Ci illudiamo di chiedere a Dio un «segno» per orientare verso di Lui le scelte ma, quando non sono soddisfatte le nostre passioni, si svela la «malvagità» che coviamo nel cuore. Il volto scuro come Caino, e gelosie, invidie, ira e rancori capaci di uccidere il fratello per vendicarsi di Dio. Chi invece con rettitudine di intenzione desidera conoscerlo e convertirsi, non chiede un segno: come la «Regina del Sud», si mette in cammino per «ascoltare la Sapienza di Salomone», il figlio di Davide e Betsabea, ovvero il figlio della misericordia. Come i Nìniviti, ai quali bastò la predicazione di uno straniero per cambiar vita, lascia il centro della scena - che è l'attitudine del cuore che si nasconde nella richiesta di un segno, il protagonismo dei propri desideri, la soddisfazione degli appetiti dell'uomo vecchio che ha creduto di essere come Dio - perché vi sia la Parola di Dio. Noi invece stentiamo a convertirci, nonostante «Uno molto più di Giona» bussi ogni giorno alla nostra vita attraverso gli eventi e le persone che la Chiesa illumina con la sua predicazione. «Meritevoli d’ira» come questa «generazione malvagia», per Grazia siamo stati raggiunti dall'amore di Dio e scelti come una primizia per divenire il «segno del Figlio dell'uomo» per ogni uomo. Che ne abbiamo fatto della nostra primogenitura?  Forse l'abbiamo truccata per adattarla ai nostri desideri, e siamo scivolati in un'ipocrisia insopportabile. Forse abbiamo fatto il callo al "segno" di Cristo che il Padre ci dona ogni giorno; non ci accorgiamo più del suo amore, come un marito che neanche guarda più negli occhi sua moglie, tanto sempre uguali sono, quando non si infiammano di rimproveri... Esattamente come facciamo con la predicazione: superflua, come un rumore di fondo a cui ci siamo abituati, ma che però non smette di darci fastidio. Il demonio, infatti, sa bene che la fede viene dall'ascolto della stoltezza della predicazione; e che con la fede il suo regno di male giunge al termine: il demonio sa che l'ascolto salva, per questo cerca di impedire proprio la stolta predicazione di "Uno morto crocifisso ritornato in vita". Come era stolto Giona, testardo, pauroso, uno che umanamente era adatto a tutto meno che a predicare la misericordia di Dio, della quale, invece, si scandalizzava. Eppure gli abitanti di Ninive hanno creduto alla predicazione di quest'uomo così inadeguato secondo i criteri mondani, e si sono convertiti. Hanno creduto a Giona perché lo hanno visto peccatore come loro ma raggiunto da una Grazia soprannaturale, che lo ha reso il "segno" credibile a cui appoggiarsi per cambiare vita. Allora è proprio la tua debolezza, quei pensieri mondani che ti trascinano in fondo al mare nelle fauci di una balena; è proprio dalla tua carne così facilmente corruttibile che Dio parte per dare l'unico segno che può salvare una generazione malvagia. La salvezza cioè, inizia proprio dalla malvagità che ci fa figli di questa generazione, le cui conseguenze di morte il Figlio di Dio fatto carne ha preso su di sé sino a morirne e scendere in un sepolcro. Ma dal ventre della morte è risuscitato, come oggi farà risorgere te con Lui dalle fauci dei fatti e delle relazioni che, affrontati con i pensieri mondani, si sono trasformati in tombe gravide di morte. Solo chi, come Giona e Gesù, è risuscitato dalla morte della sua generazione può diventare un segno credibile, capace cioè di parlare al cuore e prendersi il centro della vita e parlare al cuore con l'autorità della Verità. Il profeta è in tutto simile a coloro ai quali è inviato, come il Figlio di Dio si è fatto uguale a noi, eccetto il peccato. Altrimenti non lo ascolterebbero. 

Allora coraggio, perché il segno che Dio vuole offrire a questa "generazione", cioè a chi ti è vicino ed è "generato", come te, nel peccato, è proprio la tua vita, così come è oggi; proprio quella che invece, esigendo da Dio un "segno" illusorio, un miracolo travestito di luce con cui sfuggire l'unica salvezza che viene dalla Croce, il demonio ti spinge a rifiutare. Attenzione però, perché esiste il «giorno del giudizio», la vita non è un gioco e poi "tana libera tutti".... Ci sarà "un giorno" nel quale gli uomini saranno giudicati, e i cristiani ancor più approfonditamente... Il giorno in cui i pagani si "alzeranno" e ci "giudicheranno" per non esserci convertiti e aver loro predicato il Vangelo. Ma il «giorno del giudizio» è anticipato nella storia, giunge a noi anche «oggi»: al lavoro, a scuola, al bar, tra i parenti, la sofferenza di chi non ha conosciuto Cristo ci «giudica» in attesa del segno della nostra conversione, la fede adulta che si fa amore. Il collega di ufficio, lontano dalla Chiesa e nemico dei preti, con una situazione familiare fallimentare eppure incapace di accettarlo, che a sentirlo sembra vivere la migliore delle vite possibili; ebbene, proprio lui "si alzerà" dal suo tavolo di lavoro e ti chiederà aiuto. A te, che ha sempre disprezzato, insultato ed emarginato, a te chiederà luce e consolazione per non impazzire di fronte all'incidente che si è portato via il figlio sedicenne. Se non ti sarai convertito oggi non potrai dargli nulla, e dovrai rimandarlo a mani vuote; e la tua vita, alla quale Dio ha voluto legare la sua, precipiterà all'inferno, nella solitudine dove sono condannati a vivere quanti non hanno accolto l'amore e non hanno potuto diffonderlo. Ma c'è speranza, proprio oggi: basta non difenderci, lasciarci giudicare e convertirci e smettere di chiedere capricciosamente e infantilmente che persone e fatti siano piegati ai rantoli della nostra concupiscenza. Per questo basta "ascoltare" la predicazione e accogliere la sapienza della Croce che ci ricorda la "cenere" dalla quale siamo stati tratti. Accettare di essere andati per la vita come i niniviti, "senza distinguere la destra dalla sinistra", senza discernimento e per questo sbattendo sui muri che ci hanno separato dagli altri, mentre li credevamo amore. Convertiamoci e riconosciamo che quella presa di posizione ha ucciso nostra moglie; che quel criterio ha ferito e umiliato nostro figlio; che quel progetto che abbiamo idolatrato ha escluso e allontanato il fratello. Umiliamoci allora, e "vestiamoci di sacco" anche noi come gli abitanti di Ninive; digiuniamo di parole e cibi, umiliamo il corpo con il quale abbiamo ucciso e scandalizzato. Entriamo nella storia accogliendone ogni centimetro, sperando di sperimentare in essa, per pura Grazia, l'amore di Dio. E ciò significa "alzarci" dall'alienazione di ogni giorno e, come la Regina del Sud, muoverci dagli "estremi confini della terra" dove siamo scappati ingannati dal demonio, e tornare a Cristo, alla Sapienza della Misericordia. Lasciamo che Gesù, nella comunità cristiana, ci faccia una sola cosa con Lui, perché questa è la nostra primogenitura, sperimentare come primizie il "segno" di Giona per diventarlo a nostra volta a favore di questa generazione. Perché nell'ultimo giorno, chi ha atteso di vedere in noi il "segno" della vittoria sulla morte di Cristo, possa giungere in Cielo dicendo a tutti di averlo visto, di averlo incontrato nella nostra predicazione e testimonianza. E così potremo entrare insieme a loro, e con loro godere eternamente delle delizie del nostro Sposo. 

domenica 15 ottobre 2017

Angelus 15 ottobre. Conviocazione del Sinodo dei Vescovi per la regione Panamazzonica

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Papa Francesco dopo la recita dell'Angelus annuncia un’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione Panamazzonica, che avrà luogo a Roma nel mese di ottobre 2019
Sala stampa della Santa Sede

Al termine della Santa Messa con il Rito di Canonizzazione dei Beati Andrea de Soveral e Ambrogio Francesco Ferro, Matteo Moreira e 27 Compagni martiri; Cristoforo, Antonio e Giovanni; Faustino Míguez e Angelo da Acri celebrata sul sagrato della Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco guida la recita dell’Angelus con i fedeli e i pellegrini presenti in Piazza San Pietro.
Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

Parole del Santo Padre
Cari fratelli e sorelle,
al termine di questa celebrazione, saluto cordialmente tutti voi, che da vari Paesi siete venuti per rendere omaggio ai nuovi Santi. Un deferente pensiero va in modo particolare alle Delegazioni ufficiali di Brasile, Francia, Italia, Messico, Ordine di Malta e Spagna. L’esempio e l’intercessione di questi luminosi testimoni del Vangelo ci accompagnino nel nostro cammino e ci aiutino a promuovere sempre rapporti fraterni e solidali, per il bene della Chiesa e della società.
Accogliendo il desiderio di alcune Conferenze Episcopali dell’America Latina, nonché la voce di diversi Pastori e fedeli di altre parti del mondo, ho deciso di convocare un’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per la regione Panamazzonica, che avrà luogo a Roma nel mese di ottobre 2019. Scopo principale di questa convocazione è individuare nuove strade per l’evangelizzazione di quella porzione del Popolo di Dio, specialmente degli indigeni, spesso dimenticati e senza la prospettiva di un avvenire sereno, anche a causa della crisi della foresta Amazzonica, polmone di capitale importanza per il nostro pianeta. I nuovi Santi intercedano per questo evento ecclesiale, affinché, nel rispetto della bellezza del creato, tutti i popoli della terra lodino Dio, Signore dell’universo, e da Lui illuminati percorrano cammini di giustizia e di pace.
Ricordo anche che dopodomani ricorrerà la Giornata del rifiuto della miseria. La miseria non è una fatalità: ha delle cause che vanno riconosciute e rimosse, per onorare la dignità di tanti fratelli e sorelle, sull’esempio dei santi.
E ora ci rivolgiamo in preghiera alla Vergine Maria.
Angelus Domini…

Teresa




“Per tutte le donne sfruttate, umiliate e abusate, perché possano sempre trovare nella Chiesa un luogo di accogliente e sincero rispetto… perché vivano nel contesto sociale ed ecclesiale in libertà e armonia, esprimendo la ricchezza specifica del loro essere… affinché rappresentino per l’umanità del nostro tempo il volto materno e accogliente di Dio”. Queste l’intenzione di preghiera espressa da papa Francesco lo scorso 22 settembre 2017 durante la Messa mattutina nella “Domus Sanctae Marthae” in Vaticano.
Forse perché eravamo prossimi alla sua festa che, subito dopo la voce di Francesco, mi sono venute in mente le parole di santa Teresa d’Avila (1515–1582): “Signore dell’anima mia, tu, quando pellegrinavi quaggiù sulla terra non disprezzasti le donne, ma anzi le favoristi sempre con molta benevolenza e trovasti in loro tanto amore, persino maggior fede che negli uomini. Nel mondo le onoravi. Possibile che non riusciamo a fare qualcosa di valido per te in pubblico, che non osiamo dire apertamente alcune verità?… Vedo però profilarsi dei tempi in cui non c’è più ragione di sottovalutare animi virtuosi e forti, per il solo fatto che appartengono a delle donne”. 
Santa Teresa scrisse profeticamente queste parole nel Cinquecento: donna eccezionale che innovò il Carmelo, un genio femminile che, come esprimono le preghiere succitate del Papa, riuscì a esprimere la ricchezza del suo essere donna, nonostante le dure opposizioni che incontrò, di cui espressione emblematica è il giudizio del nunzio pontificio: “Femmina inquieta, errante, disobbediente e ribelle che, sotto il titolo di devozione, inventava male dottrine, andando fuori di clausura contro l’ordine del concilio tridentino e dei prelati, insegnando come maestra contro quello che san Paolo ha raccomandato ordinando alle donne di non insegnare” (Vita II, XXXI). E invece Teresa, oggi Dottore della Chiesa, insegnò, con le sue opere e con i suoi scritti, e questo nel XVI secolo, quello di Lutero e del Concilio di Trento, dell’Inquisizione, della Riforma e della Controriforma.
Profetica anche nell’opzione per i poveri con affermazioni per il suo tempo rivoluzionarie: “Alcune persone che possiedono quello di cui hanno bisogno e molti denari nello scrigno, guardandosi dal commettere peccati gravi, credono di aver fatto tutto. Godono dei loro averi, fanno di quando in quando un’elemosina, senza pensare che quei beni non sono di loro proprietà. Il Signore li ha loro concessi semplicemente come a suoi amministratori, perché li distribuissero ai poveri: gli dovranno rendere conto del tempo che tengono il denaro loro avanzato nello scrigno, interrompendone e ritardandone l’elargizione ai poveri, i quali forse, in quel momento, stanno nel bisogno”.   
Nuovi passi su tracce antiche, quelle di Gesù Cristo, e oggi, quelle di papa Francesco e dell’arcivescovo Vincenzo Bertolone, che in una sua recente lettera pastorale afferma che dobbiamo lasciarci evangelizzare proprio dai poveri! I testi mistici di Teresa sono tra i più poetici che siano mai stati scritti e, come esprimono le succitate preghiere del Papa, una vera parusia del volto materno e accogliente di Dio, in mirabile sintonia con il tema della prossima visita pastorale annunciata da mons. Bertolone nella chiesa di Catanzaro-Squillace: “Una chiesa lieta col volto di madre”
Anna Rotundo (Zenit)

OMOSESSUALISMO: RIFLESSO DELL'INFERNO



di Benedetta Frigerio (Lanuovabq)


Mentre i giornali, anche cattolici sdoganano il termine “cristiani Lgbt”, che è un ossimoro blasfemo al pari di “cristiani abortisti”, scandalizzandosi di chi ancora parla delle unioni omosessuali come di un peccato (come fa quel bigotto e tradizionalista del Catechismo) e di disegno demoniaco, che mira a sovvertire la creazione contro cui bisogna combattere, la nota setta satanica americana, Satanic Temple, dà ragione a questi ultimi. 
Tutto parte dalle dichiarazioni rilasciate dal loro leader, Lucien Greaves, cofondatore della setta, che ha lanciato una campagna di denuncia pubblica contro pasticceri cristiani (in cui, guarda a caso, non si dimentica di definirli “omofobi”) che si rifiutassero di preparare una torta celebrativa del diavolo: “Chiedi al tuo pasticcere omofobo - domandano i Satanic Temple ai loro adepti - di preparare una torta per satana”. Se si rifiuta di farlo? Lo si denuncia per discriminazione e lo si trascina in tribunale. 
Ma vuoi vedere allora che davvero il satanismo c’entra con la causa Lgbt? In un’intervista rilasciata alla Daily Caller News Foundation il 29 settembre scorso, Greaves ha parlato così per giustificare l’eliminazione dell’obiezione di coscienza, esattamente come fanno tanti politici: “Se hai un esercizio commerciale e fornisci un servizio pubblico, è necessario che tu agisca nei limiti di quello che viene accettato come un comportamento sociale, nonostante le tue opinioni religiose o di altro genere”. In poche parole, se vuoi stare in questo mondo pagano o agisci da pagano oppure non c’è posto per te. Sopratutto Greaves ha spiegato quanto la sua iniziativa sia stata apprezzata dai membri della comunità Lgbt, specialmente da coloro che fanno parte anche della setta satanica. Infatti, ha continuato il cofondatore, “molti dei nostri membri sono anche omosessuali e penso che ci siano ragioni ovvie che spiegano il perché”.
Ma resta ancora la domanda sul perché il satanismo sposi la causa omosessualità. Già nel 2014, intervistato dal Metro Times, il fondatore della setta confessò che “una delle cose che ci stanno più a cuore”, sono “i diritti gay” e che “per noi il matrimonio è un sacramento. Lo riconosciamo e pensiamo che lo Stato debba riconoscere il matrimonio sulla base della libertà religiosa. Chiunque voglia farlo può alzare la mano e avrà il suo matrimonio celebrato da Lucien Graves". E infatti sono molte le cerimonie omosessialiste che scimiottano il matrimonio con un satanista munito di corna a celebrarle. 
"Non vediamo l’ora - continuò - di diffonderci in Michigan sulla questione dei diritti gay, per portarli nel ventunesimo secolo” poi parlò così a favore dell’aborto: “So anche che Snyder (governatore repubblicano, ndr) ha cercato di rendere impossibile alle donne di terminare una gravidanza: noi sentiamo di dover proteggere le donne da procedure superflue come l’ecografia (pratica che diversi Stati cercavano di rendere obbligatoria prima di ogni aborto, ndr)». 
Ma, ancora, che c’entra la lotta contro la vita e a favore di leggi contro natura con il diavolo? Il capo della Satanic Temple lo spiegò bene: «(satana, ndr) Simboleggia l’eterno ribelle, l’opposizione all’autorità arbitraria e difende la sovranità personale, anche di fronte a disuguaglianze insormontabili», quelle stabilite dalla creazione.
Ecco confermato quanto sostenne il cardinal Caffarra il 19 maggio del 2017 prima di intervenire al Roma Life Forum: “Cosa vediamo oggi? Due eventi terribili. In primo luogo, la legittimazione dell’aborto. Cioè, l’aborto è diventato un diritto soggettivo della donna. Il “diritto soggettivo” è una categoria etica, e quindi siamo nell’ambito del bene e del male; si sta dicendo che l’aborto è un bene, che è un diritto. La seconda cosa che vediamo è il tentativo di equiparare i rapporti omosessuali e il matrimonio”. 
Poi il cardinale non ebbe paura di concludere che in questo modo “Satana sta tentando di minacciare e distruggere i due pilastri (della creazione divina, vita e unione uomo donna ndr), in modo da poter forgiare un’altra creazione. Come se stesse provocando il Signore, dicendo a Lui: “Farò un’altra creazione, e l’uomo e la donna diranno: qui ci piace molto di più”. Per questo, spiegava il cardinale, la confessione e la difesa della fede oggi non può non passare dalla difesa della creazione.



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Un Cordileone contro i mali del mondo

«Anche nelle nostre città (…) vediamo l’esaltazione e perfino la celebrazione del volgare, schernendo il bel piano di Dio su come ci ha creati nei nostri propri corpi, per la comunione gli uni con gli altri, e con Lui stesso». E’ un passaggio dell’omelia che il vescovo di San Francisco, Salvatore Cordileone, ha tenuto lo scorso 7 ottobre quando ha consacrato al Cuore Immacolato di Maria la sua diocesi.
In particolare aborto, eutanasia e vita omosessuale vengono definiti senza giri di parole «un riflesso vivo dell'inferno».
Il riferimento è alle cosiddette Pride parades che i movimenti omosessualisti organizzano anche nelle strade di San Francisco. Rientrano in un elenco stilato dal vescovo sui grandi mali, tra cui le due guerre mondiali e i genocidi, che hanno attraversato il mondo in questi ultimi 100 anni che ci separano dalle apparizioni mariane di Fatima.
«E poi», ha detto Cordileone riferendosi all’aborto legale, «c’è il grande attacco alla vita umana innocente: la nostra terra è stata sporcata dal sangue dei bambini innocenti in quella che è diventata una grande epidemia mortale equivalente a un genocidio nel ventre materno».
Infine, «adesso c’è l’abbandono dei nostri fratelli e sorelle sofferenti all’altra estremità della viaggio della vita», cioè il fenomeno dell’eutanasia sempre più diffuso e pervasivo.
«Se pensiamo a ciò che è accaduto in questi ultimi 100 anni», si è chiesto Cordileone, «non ci dice che il secolo che abbiamo appena attraversato non era altro che un’esperienza dell’inferno?». Un’intera generazione «ha beffato Dio, ma Dio non può essere preso in giro, non perché egli si diletta nel vendicarsi di noi, ma perché se voltiamo le spalle a Dio il male ci si rivolge contro, portandoci alla autodistruzione».
«Lo chiedo a tutti i cattolici della diocesi di San Francisco, se non lo fanno già, che recitino il rosario tutti i giorni. E chiedo a tutte le famiglie che recitino insieme il rosario almeno una volta alla settimana». Il Cuore immacolato di Maria, ha concluso, «alla fine trionferà». E’ attraverso quel Cuore che «camminiamo dall’oscurità del peccato e della morte alla luce della verità e della misericordia di Cristo. C’è, dall’altra parte di quella porta, un paradiso glorioso, immenso e pieno di luce, che è il Cielo».
Lorenzo Bertocchi

Catechismo e pena di morte




di ENZO BIANCHI
La pena di morte “è in sé stessa contraria al vangelo”. Non sfuma le parole papa Francesco nell’affermare l’“inammissibilità” della pena capitale. Insolita è l’occasione, pregnante l’esempio e decisivo il criterio di fondo scelti da papa Francesco per quella che è ben più di una riflessione su come “custodire la dottrina” cristiana facendo al contempo “proseguire” il cammino della chiesa nella storia.
L’occasione è il venticinquesimo anniversario del Catechismo della Chiesa cattolica, voluto da papa Giovanni Paolo II perché desse conto delle “esplicitazioni della dottrina che nel corso dei tempi lo Spirito santo ha suggerito alla Chiesa” e per “illuminare con al luce della fede le situazioni nuove e i problemi che nel passato non erano ancora emersi”. È nella linea avviata dal concilio che si collocava dunque quello sforzo di traduzione nel quotidiano delle istanze evangeliche. Non a caso papa Francesco pronuncia il suo discorso commemorativo l’11 ottobre, anniversario dell’apertura del Vaticano II, e cita quello tenuto cinquantacinque anni prima da Giovanni XXIII che “aveva desiderato e voluto il concilio … soprattutto per permettere che la Chiesa giungesse finalmente a presentare con un linguaggio rinnovato la bellezza della sua fede in Gesù Cristo”. Rievocare la prima edizione del catechismo serve quindi a ribadire l’importanza di armonizzare sempre due istanze altrettanto decisive: da un lato “custodire il tesoro prezioso” della dottrina cristiana e, d’altro lato, farla progredire così che il cammino della chiesa prosegua.
L’esempio che papa Francesco usa per dimostrare che conservare la dottrina implica anche la disponibilità a modificarne alcune espressioni è un tema delicato e controverso: la pena di morte. Se in un passato neanche troppo lontano la forma estrema di pena era addirittura prevista nel codice penale dello Stato Pontificio – e di questo passato tragico papa Francesco fa ammenda e si assume le responsabilità – il Catechismo del 1992 non aveva ritenuto di dover prendere le distanze da questa “pena che lede pesantemente la dignità umana”, ritenendola possibile, seppur solo in casi estremi. L’edizione riveduta del 1997 restringe ulteriormente i casi in cui può essere tollerato comminare la morte come “l’unica via praticabile per proteggere efficacemente dall’aggressore ingiusto la vita di esseri umani”, ma non vi è sconfessione assoluta e radicale. A vent’anni di distanza papa Francesco – che già aveva bollato l’ergastolo come “pena di morte nascosta” perché “priva la persona non solo della libertà ma anche della speranza” – va alla radice del problema: “Si deve affermare con forza che la condanna alla pena di morte è una misura disumana che umilia, in qualsiasi modo venga perseguita, la dignità personale” e arriva a definire la pena di morte “in sé stessa contraria al vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana … È inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”. Di conseguenza bisognerà trovare il modo di trasporre anche nel testo del catechismo questo sviluppo decisivo della comprensione del dettato evangelico. Bisognerebbe inoltre che anche nel dialogo interreligioso si affrontasse con rinnovata consapevolezza questo tema, perché l’accettazione della pena capitale da parte di una religione ostacola il cammino di umanizzazione cui ogni dialogo sincero dovrebbe tendere.
E proprio in questo senso emerge il terzo elemento del discorso di papa Francesco: il criterio di fondo che deve guidare la chiesa nel suo compito di annunciare il messaggio cristiano. La condanna della pena di morte da parte dei cristiani non viene infatti da un loro adeguarsi alla mentalità mondana – anzi, in questo senso lo “spirito del tempo”, quel che pensa “la gente” sembra andare sempre più in direzione opposta – bensì da quella che dovrebbe essere l’unica fonte del loro pensare e del loro agire: il vangelo. “Non è il vangelo che cambia – affermava papa Giovanni – siamo noi che lo comprendiamo meglio”. “In sé stessa contraria al Vangelo”: tanto basta perché la pena di morte sia “inammissibile”, indifendibile cristianamente, in qualsiasi caso, circostanza e motivazione. L’insegnamento non muta perché muta il buon senso comune, muta invece quando e dove si approfondisce la comprensione del vangelo, perché “la parola di Dio non può essere conservata in naftalina – secondo la colorita espressione popolare usata da papa Francesco – come se si trattasse di una vecchia coperta da proteggere contro i parassiti”. Infatti “la parola di Dio è una realtà dinamica, sempre viva, che progredisce e cresce perché è tesa verso un compimento che gli uomini non possono fermare”. Un compimento che nemmeno gli uomini religiosi di ogni tempo, che si vogliono difensori della tradizione come se fosse una realtà statica, possono fermare.
Pubblicato su: La Repubblica

L’orientamento cristologico in Joseph Ratzinger



Tradotta in russo «Teologia della liturgia». Il 25 settembre il metropolita di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del patriarcato di Mosca, presente a Roma per un incontro ecumenico, ha donato a Papa Francesco e al Papa emerito Benedetto XVI copia del volume xi dell’Opera omnia di Joseph Ratzinger Teologia della liturgia. La fondazione sacramentale dell’esistenza cristiana, tradotto e pubblicato in russo per le edizioni del patriarcato di Mosca. L’iniziativa è frutto di una formale cooperazione scientifica ed editoriale tra la casa editrice del patriarcato di Mosca, l’associazione internazionale «Sofia: idea russa, idea d’Europa», l’Accademia internazionale «Sapientia et Scientia», la Libreria editrice vaticana e la Fondazione Ratzinger. D’accordo con il metropolita, in primavera a Mosca sarà organizzata una solenne presentazione del volume presso la Scuola teologica del patriarcato, in concomitanza con la sessione estiva dei lavori dell’accademia. L’iniziativa proseguirà con la pubblicazione in russo della trilogia su Gesù di Nazaret. Pubblichiamo la prefazione della versione russa di Teologia della liturgia scritta dallo stesso metropolita, curatore del libro.

L’orientamento cristologico in Joseph Ratzinger

Al centro l’eucarestia

di Ilarione di Volokolamsk
Il volume del Papa emerito Benedetto XVI (Joseph Ratzinger) Teologia della liturgia esce in russo per il novantesimo compleanno di questo eminente gerarca e teologo della Chiesa cattolica romana. Joseph Ratzinger ha ricevuto il riconoscimento dell’Europa quando ancora era professore di dogmatica, prima nell’università di Bonn e poi in quelle di Münster, Tubinga e Ratisbona; è stato poi uno dei più attivi periti al concilio Vaticano II (1962-1965). Il suo libro Introduzione al cristianesimo, che con un linguaggio adeguato alla modernità tratta delle fondamenta della fede cristiana, ha acquistato larga fama.
Gli interessi scientifici di Joseph Ratzinger vanno dalla teologia dogmatica alla teologia della liturgia, estendendosi alla patristica, al pensiero medievale, all’apologetica e alle scienze bibliche. L’ultima, importante opera di Benedetto XVI è uscita quando ancora ricopriva l’incarico di capo supremo della Chiesa cattolica: è il suo fondamentale Gesù di Nazaret, tradotto e pubblicato anche in lingua russa. Al nome di Papa Benedetto XVI è legata la battaglia per la difesa dei valori cristiani tradizionali e, a un tempo, quella per la riscoperta e la riaffermazione della loro attualità nella moderna società secolarizzata. Tappe importanti del servizio alla Chiesa di Joseph Ratzinger sono stati il compito di arcivescovo di Monaco e Frisinga (1977-1981) e poi quello di prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (1981-2005). Nel 2005, il cardinale Ratzinger fu eletto romano Pontefice e assunse il nome di Benedetto XVI. Nel 2013, per la prima volta dopo seicento anni di storia del papato, egli ha volontariamente lasciato la cattedra di san Pietro.
Papa Benedetto ha spesso espresso la sua profonda simpatia per l’ortodossia e da sempre ritiene che, a livello teologico, gli ortodossi siano i più prossimi ai cattolici. Non è un caso che proprio lui sia stato uno dei primi membri della  Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra  la  Chiesa cattolica e  la  Chiesa ortodossa, a seguito della sua fondazione nel 1979. Da teologo, Ratzinger ha fatto sforzi enormi per chiarire la questione del primato del vescovo di Roma, spostando l’accento da una visione giuridica del primato a una sua comprensione primariamente come testimonianza cristiana di tipo particolare e come servizio all’unità nell’amore. Egli è stato sempre fermo oppositore di qualsiasi compromesso nel campo della dottrina della fede, indicando, giustamente, che l’unità — per principio possibile tra Oriente e Occidente — deve essere preparata con cura, deve maturare sia spiritualmente sia a livello pratico, grazie anche a profondi studi di carattere teologico e storico.
Vorrei che la pubblicazione in Russia del volume Teologia della liturgia rappresentasse non solo un attestato di grande stima per l’autore ma anche che attirasse l’attenzione dei nostri lettori alla lettura del volume. E questo non solo perché, più in generale, non esiste ancora in traduzione russa un numero sufficiente di opere di Joseph Ratzinger. Più in particolare, questo specifico volume è infatti dedicato alla liturgia, cioè a uno dei temi in assoluto più importanti sia rispetto alla produzione scientifica dell’autore, sia, a un tempo, riguardo alla sua cura pastorale (accanto al tema dell’ecclesiologia); e insieme il tema della liturgia è anche proprio un tema particolarmente importante e significativo per i credenti ortodossi.
Al centro della Teologia della liturgia di Joseph Ratzinger sta l’eucarestia, l’interpretazione del suo carattere sacrificale, la presenza reale di Gesù Cristo nei santi doni del suo corpo e del suo sangue. L’autore presta l’attenzione dovuta alla questione del simbolismo della liturgia, a quella della validità e della non validità della terminologia scolastica per la descrizione del mistero eucaristico e al tema della liceità delle innovazioni concettuali nella teologia dei sacramenti moderna. Il teologo Ratzinger mira a portare alla luce il legame profondo tra l’essere spirituale-corporale dell’uomo, le costanti del suo essere storico e i sacramenti della Chiesa che Dio le ha donato per la santificazione del mondo. Egli tenta di mostrare la falsità delle concezioni sia spiritualistiche e nominalistiche che magiche e materialistiche.
Le riflessioni di Ratzinger si distinguono per l’orientamento cristologico che determina l’autore. La pietra angolare di tutta l’argomentazione di Joseph Ratzinger è l’incarnazione. Allo stesso tempo, egli dedica scarsa attenzione allo Spirito santo, alla pneumatologia, fatto questo che, tra l’altro, a me sembra caratterizzare l’approccio metodologico della teologia cattolica in quanto tale. Joseph Ratzinger riesce a collegare organicamente l’analisi dei problemi a una moderna impostazione delle varie questioni poste e al metodo storico-sistematico, l’insieme solidamente ancorato alla sacra Scrittura, alla tradizione della Chiesa e alla ricchezza della tradizione patristica, non solo quella occidentale ma anche a quella orientale. È importante sottolineare come al centro dell’attenzione restino sempre la prospettiva soteriologica, la pratica religiosa, la preghiera comune dei fedeli e quella privata, cioè tutto quello che serve immediatamente alla salvezza dell’uomo. Ratzinger sottolinea anche la dimensione cosmica e il significato sociale del culto divino.
Joseph Ratzinger si oppone alla tendenza alla “creatività” superficiale che talvolta mostra oggi il cristianesimo in Occidente, ovvero alla tendenza allo svuotamento del contenuto autentico della liturgia e della sua finalità di essere incontro e legame vitale con Dio e con il suo creato. In tal senso alcune questioni trattate nel libro — come a esempio le innovazioni nel rito e gli “esperimenti liturgici” quali la “liturgia domenicale” senza sacerdote — riguardano soprattutto una sfera di problemi del cattolicesimo. Perciò è importante che il lettore russo — che ha molto sentito parlare delle tendenze modernistiche nel cattolicesimo contemporaneo — possa conoscere lo sguardo critico di uno dei più grandi teologi cattolici dell’epoca moderna sul tema della rottura dolorosa con la tradizione avvenuta nel periodo successivo al concilio Vaticano II e sulle difficoltà di cui è irta la strada dell’aggiornamento.
Joseph Ratzinger, che è un estimatore e profondo conoscitore della cultura europea classica, offre un’analisi accurata della musica nella liturgia, dei principi ispiratori dello spazio sacro e del tempo sacro e analizza con precisione le varie ricerche — fortunate o meno fortunate — svolte in questo campo. Numerosi testi di Ratzinger contengono una polemica contro il protestantesimo e contro la filosofia europea moderna la cui influenza sul pensiero cattolico si è evidenziata con determinate aperture e dialoghi.
La mia speranza è che questo libro non solo contribuisca ad aumentare la comprensione del cattolicesimo dei nostri lettori ma sia anche di stimolo ai nostri autori per approfondire quei temi relativi alla liturgia che per ora nella teologia ortodossa non hanno ricevuto un’interpretazione adeguata; mi riferisco, per esempio, agli aspetti antropologici della liturgia e alla questione delle fondamenta teologiche della musica sacra. Ma non solo: il libro che ho il piacere di presentare è capace e potrà suscitare anche una comune riflessione sulla questione dell’esistenza della Chiesa nel mondo di oggi e sul suo complesso dialogo con la società e con la cultura secolarizzata.

L'Osservatore Romano