mercoledì 4 gennaio 2017

Come cambia la missione. Nel Giappone secolarizzato



Anticipiamo ampi stralci di un articolo che sarà pubblicato sul prossimo numero della Civiltà Cattolica in cui si approfondisce il significato della missione in un Giappone secolarizzato erede del politeismo scintoista. 
(Shun'ichi Takayanagi) La parola “missione” viene usata spesso, ai nostri giorni, per ogni tipo di progetto pionieristico o di nuove attività che introducono l’umanità in una nuova fase della storia, come l’invio di uomini sulla luna o ad altri luoghi di destinazione nel cosmo. In questo senso, in giapponese moderno “missione” si scrive in katakana — la scrittura sillabica fonetica giapponese — con mission, cioè con la medesima parola inglese.
Per tradurre “missione” in senso cristiano, nel giapponese moderno si offrono tre possibilità: dendō (insegnare la via), fukyō(diffondere la verità) e senkyō (annunciare la verità). I tre termini vengono usati in maniere diverse, soprattutto nelle Chiese cristiane. Dendō deriva dalla terminologia buddista ed è stato adottato soprattutto dai missionari protestanti. Il termine non è molto diverso dal secondo, ma viene preferito ancora dalla generazione più vecchia dei cristiani evangelici. I cattolici all’inizio parlavano piuttosto di senkyō. Perciò gli annunciatori del messaggio, i missionari, per lungo tempo furono chiamatisenkyōshi. In seguito, dopo la seconda guerra mondiale e sino alla fine del secolo XX, si parlava per lo più di fukyō, ma poiché kyōindica la dottrina e la sua verità, la differenza tra senkyō e fukyōnon è poi così grande come può sembrare a prima vista. In ambedue i casi si tratta della diffusione della dottrina.
Il metodo seguito prima del concilio, che mirava a risultati visibili e concreti, cioè a un gran numero di battezzati, richiedeva un impiego considerevole di personale, ma in Giappone in realtà esso non era efficace. Perciò oggi si vanno sperimentando nuovi tentativi. Tuttavia l’“annuncio della parola” non dovrebbe terminare soltanto nel “dialogo”, sebbene questo procedimento sia essenziale.
Anche se la “missione” ha ottenuto un grande risultato nel Giappone del XVI secolo, non è più possibile raggiungere un simile successo nei tempi odierni, caratterizzati da un rapido progresso della cultura materiale e da un elevato livello di vita. Proprio per questo l’antiquata concezione della missione, che proviene dall’epoca coloniale occidentale del XIX secolo e sopravvive nel subconscio di molti missionari, stranieri e autoctoni, deve essere sostituita da una nuova concezione del popolo con il quale e per il quale si lavora. La nuova strategia dell’annuncio del Vangelo deve diventare espressione del bisogno di religione degli uomini di oggi. Il dialogo deve approfondire la nostra concezione delle altre religioni e della comune esigenza umana di valori religiosi. Ma il problema è come procedere su questo punto.
Quando parliamo dell’approccio missionario al Giappone di oggi, dobbiamo tener presente che il Giappone è una moderna società secolarizzata. Ora, “secolarizzazione” è un termine che in origine veniva usato per designare, nel suo insieme e sommariamente, l’evoluzione della storia occidentale. Attraverso questo processo, il dominio della Chiesa cristiana sulla vita sociale e individuale si è trasformato nella libera società individualistica di oggi, nella quale ognuno può operare le proprie scelte senza doversi preoccupare di norme religiose. Tuttavia questo concetto non si può estendere semplicemente alla situazione globale del mondo.
Quando si annuncia il Vangelo a fedeli che seguono altre religioni o che non si sentono di dover aderire a una religione particolare, bisogna tener presente anche il numero crescente dei “pagani battezzati”. Tempo fa, Benedetto XVI aveva introdotto questa espressione e aveva designato così la situazione odierna della Chiesa e della cristianità nel mondo occidentale. Il numero dei cristiani non più praticanti, sebbene siano stati battezzati, sta aumentando nell’area cristiana tradizionale del mondo occidentale. E ciò comporta una perdita del fondamento su cui si sostiene la missione, dal lato spirituale come da quello materiale. Ma così si scalza anche la base su cui poggia la fede di quei missionari che devono annunciare il messaggio cristiano. E si può giungere a una forma attenuata di indifferenza, per la quale non vi è alcun rimedio. Ma questo è un fattore che va considerato attentamente, quando si riflette sulla missione in Giappone.
Dopo la seconda guerra mondiale, sono stati snazionalizzati i santuari scintoisti; da allora essi sono trattati in modo neutrale dai governi, come tutti gli altri luoghi in cui trova espressione il sentimento religioso giapponese. Sembra che non ci sia nessun altro Paese in cui si tenga conto così ampiamente della libertà di coscienza e della libertà di espressione. I giapponesi oggi sono liberi di accedere a qualunque santuario, a qualunque tempio e a qualunque chiesa, a qualunque manifestazione che essi preferiscano, anche se le nuove religioni che hanno una qualche configurazione cultuale da questo punto di vista sono esclusiviste.
Il mercato delle religioni resta aperto, per il pubblico giapponese. I visitatori cristiani stranieri ci chiedono spesso come sia possibile per un giapponese andare a un santuario scintoista e prendere parte a feste buddiste, e anche partecipare, a Natale, a una liturgia cristiana. Si deve tener presente che per un giapponese risulta piuttosto strano l’obbligo di seguire un determinato credo religioso. Il Giappone moderno non conosce una secolarizzazione che rifiuti totalmente la religione. E in un’atmosfera culturale vagamente non monoteista ciò che a prima vista a un cristiano straniero appare come un atteggiamento frivolo non è per nulla eccentrico nel contesto culturale del Giappone moderno. 
Persone non cristiane altamente stimate e che non aderiscono a nessuna religione sono abituate a tale atteggiamento. In un certo senso, nell’odierna società giapponese si può essere già realizzato quello che Cox descrive come la religiosità della società occidentale moderna secolarizzata. Nessun altro Paese è oggi altrettanto libero nella scelta della religione e del culto. Naturalmente questa libertà racchiude anche quella di vivere la propria vita quotidiana senza alcuna pratica religiosa.
Se in Giappone pensiamo alla missione alla vecchia maniera e speriamo in conversioni di massa, come è accaduto nella Corea del Sud dopo la seconda guerra mondiale (con un numero complessivo di 5.444.996 convertiti in sette anni, oltre il 10 per cento dell’intera popolazione), non vi è proprio, al riguardo, alcuna possibilità. Possono sorgere problemi, se si tenta di ampliare l’odierna piccola popolazione cattolica di 444.719 fedeli, tanto più che si ha a che fare con la generazione di coloro che sono stati battezzati da bambini dopo la prima generazione di convertiti, che hanno incontrato ogni sorta di difficoltà nella vita quotidiana, sebbene non si possa parlare di discriminazione su base religiosa. Per esempio, gli studenti devono andare la domenica alle loro manifestazioni sportive, oppure devono frequentare scuole speciali supplementari per prepararsi agli esami di ingresso a scuole secondarie migliori, e queste scuole speciali iniziano già quando essi frequentano ancora le scuole primarie. Di fronte alle occasioni offerte dai vari tipi di sport, di rilassamento e di divertimento, il frequentare la chiesa e la partecipazione alla liturgia domenicale non diventano più attraenti per i giovani che sono stati battezzati da bambini. Riconosciamo qui una Chiesa che, vivendo in una società consumistica, si trova in conflitto con altri beni di consumo.
Vogliamo citare ora un brano tratto da un articolo di Keiichi Tadaki, ex procuratore generale: «Sono un normale giapponese, per cui quest’anno, il giorno di san Valentino, ho ricevuto in dono del cioccolato. Anni fa, molti uomini di mezza età, alla vigilia di Natale, indossavano il berretto rosso di Babbo Natale e giravano per le strade, dopo aver bevuto sachè. Molte coppie sceglievano di sposarsi in una chiesa cristiana, ma quante vanno ancora in chiesa la domenica? Si può dire che i giapponesi siano dei geni che hanno il talento di trasformare le feste di altre religioni in festività proprie, lavando via i colori tradizionali delle feste tradizionali delle altre religioni».
Queste parole non esprimono indifferenza superficiale né manifestano un sentimento anti-religioso, laicista. A prima vista, possono suonare fredde, ma in realtà non rivelano un disprezzo dei valori religiosi. Al contrario, manifestano la stima per la religione che può provare una persona molto intelligente.
Alcuni intellettuali giapponesi, sebbene in maniera vaga e quasi inconscia e ispirandosi alla cultura politeistica giapponese, cominciano a chiedersi se le religioni monoteiste, in ultima analisi, possano mostrarsi veramente tolleranti verso i membri di altre religioni. Noi cristiani dobbiamo aprire il nostro orizzonte religioso per favorire la pace tra le religioni — in quanto essa è parte essenziale dell’evangelizzazione —, potenziando il dialogo mentre annunciamo la Parola. Perché il Verbo si è fatto carne ed è venuto in questo mondo, per impegnarsi in un dialogo con tutta l’umanità.
L'Osservatore Romano

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