sabato 7 gennaio 2017

Parole per il tempo di tutti


di Luigino Bruni (Avvenire)
La marea umana frangendosi ai piedi della torre continuamente lambita dalla sua miseria, seguita a ripetere la sua domanda: "shomèr ma-millàilah"? «Quanto manca al giorno?». Il tono dell’oracolo è sconcertante per la sua inaudita cortesia: «Se vi piace interrogare, tornate…». Non importa sapere. Quel che importa, quel che fa vivere, è che non perdiamo quella angelica trepidazione, il bisogno, la voglia di sapere a che punto sia o quando finirà la notte o che cosa significhi notte. La peggiore delle sciagure è che cessino il venire e il domandare.Guido Ceronetti, Il libro del profeta Isaia
Nessuna epoca ha conosciuto una produzione e una moltiplicazione di parole come la nostra. Le culture antiche, contadine e analfabete, proprio perché non sapevano né scrivere né leggere, perché conoscevano poche parole, intuivano che la parola, le parole, contenevano in sé un misterioso potere, lo rispettavano e lo temevano. Non sapevano né leggere né scrivere ma sapevano parlare. Non sapevano scrivere poesie, ma le sapevano raccontare, le sapevano vivere. Il nostro tempo che inondato dalle parole ha smarrito il senso della parola, non ha gli strumenti per riconoscere i profeti, e li confonde con i creatori e venditori di chiacchiere. Per riconoscere e comprendere i profeti – e solo Dio sa quanto ne avremmo bisogno – dovremmo semplicemente reimparare a parlare.
La conclusione del libro di Isaia è grande come tutto il libro. Ritornano le promesse che intessono tutto il rotolo, le sue consolazioni, la sua immensa speranza: «Ecco, io creo di nuovo i cieli e la terra. Non si ricorderà più il passato, non verrà più in mente (…) Non si udranno più in essa voci di pianto, grida di angoscia. Non ci sarà più un vecchio che dei suoi giorni non giunga alla pienezza, poiché il più giovane morirà a cento anni» (Isaia 65,17-20). La Bibbia è un continuo canto alla vita. La terra è il luogo della benedizione, è qui dove si incontra Dio, dove ci parla. Per l’uomo biblico, per i profeti, non c’è allora promessa più grande di quella di una lunga vita, di un tempo nel quale si vivrà più a lungo. Oggi abbiamo raggiunto i cento anni, ma mancandoci una cultura della vita non riusciamo più a leggere una lunga vecchiaia come benedizione. Tornare ai profeti è una risorsa essenziale per reimparare a vivere, e quindi ad invecchiare, a morire.

In una cultura della vita non può mancare la benedizione del lavoro, né la vigna: «Le case che costruiranno le abiteranno, pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto. (…) I miei eletti useranno a lungo quanto è prodotto dalle loro mani. Non faticheranno invano» (65, 21-23). La terra promessa è anche terra del lavoro come benedizione, dove si "fatica", ma non si "fatica invano". Ogni lavoro è fatica, ma non tutta la fatica del lavoro è buona. Benedizione è poter lavorare, benedizione è non lavorare invano. Torna l’annuncio di una nuova armonia nella creazione: «Il lupo e l’agnello pascoleranno insieme, il leone mangerà la paglia come un bue, e il serpente mangerà la polvere, non faranno né male né danno» (65,25). Ritornano i bambini, il primo segno di ogni speranza nel tempo della desolazione e dell’attesa: «Più nessun bambino morrà» (66,20). Torna la salvezza per tutti: quella di un solo popolo non basta al profeta: «Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue» (66,18).

Il libro di Isaia attraversa molti secoli della storia del popolo d’Israele, alcuni molto bui e dolorosi. La forza e la bellezza di questi ultimi capitoli sta nel ripetere le antiche promesse dopo l’esilio, la distruzione del tempio, dopo la delusione del ritorno dall’esilio. È importante l’esercizio della speranza nel tempo della gioia; ancora più importante è esercitare quella stessa speranza negli esili e nel tempo della delusione. È la stessa differenza che c’è tra la speranza della giovinezza e quella della vita adulta, quando riusciamo a credere, a dire, a dirci la fede in una nuova terra mentre ci troviamo su quella che doveva essere la terra della prima promessa e che un giorno abbiamo scoperto essere semplicemente la terra di tutti. Ritrovare nel Terzo Isaia le stesse immagini e le stesse speranze del Primo e del Secondo Isaia, è un grande dono per chi vuole continuare a sperare e a credere nella prima vocazione e nel primo amore con la stessa fede dell’inizio, quando tutto era possibile. È un grande messaggio di vita che può curare il naturale cinismo e la delusione che accompagnano ogni buona vita adulta, per continuare a credere in un figlio anche da vecchi, per piantare semi di nuovi alberi sapendo che non saremo noi a vederne le foglie. Che potrebbe curare la nostra Europa invecchiata, delusa, impaurita dal suo buio.

Quando in una comunità, in un popolo, in una civiltà, in ciascuno di noi, si appanna la profezia, la giovinezza è nostalgia, l’invecchiamento maledizione, e la bella vita adulta non arriva mai. La profezia mantiene vera l’esperienza della giovinezza per tutta la vita, perché la trasforma in una esperienza dell’anima. La terra nuova non è la terra di ieri. Non è neanche la terra di domani. È semplicemente la nostra terra, la sola che abbiamo ora, qui: «Sì, come i nuovi cieli e la nuova terra, che io farò, dureranno per sempre davanti a me» (66,22). Solo il presente può durare per sempre. La Bibbia e i profeti continuano a ripeterci che il peccato più grande è quello di rinunciare a vivere, incantati dal passato o ingannati dal futuro. Tutto il cielo e tutta la terra si concentrano in questo nostro presente povero, ma abitato, profondo, infinito. È questa la "vita eterna" che ci consegna la profezia biblica. 

Siamo arrivati all’ultima puntata di questo commento al libro di Isaia, in ascolto della vita che Isaia ci ha svelato, che ci ha fatto vedere dentro e attorno a noi. Ogni volta che sono arrivato alla fine del commento di un libro biblico – Genesi, Esodo, Giobbe, Qohelet, e ora Isaia – nel chiudere l’ultima pagina provavo una vera malinconia nel pensare alla domenica successiva senza la compagnia dei personaggi di quel libro, che puntata dopo puntata erano diventati personaggi vivi della mia anima. Anche ora mi sembra impossibile che dalla prossima settimana non sarò più accanto a Isaia, a leggerlo, a leggere i suoi commentatori, a farmi ammaestrare e nutrire dalla sua sapienza. Questi sei mesi passati insieme a Isaia sono stati meravigliosi. Le scoperte fatte dal primo all’ultimo capitolo sono state una più bella dell’altra, e non di rado mi hanno lasciato senza fiato. 

Concludo con un’ultima "sorpresa", che mi ha raggiunto durante la festa dell’Epifania. Isaia è il profeta della luce e del buio, insieme. Poche pagine della Bibbia sono luminose e splendenti come la "grande luce" annunciata da Isaia. Poche pagine della Bibbia e di tutta la letteratura sono più tenebrose di alcuni versi di Isaia. Il canto della Sentinella, lo shomèr ma-millàilah, forse il canto più bello di tutti, è un dialogo notturno, ed è un canto di luce meravigliosa. Come nella vita, dove il buio e la luce sono intrecciati tra di loro, e forse un giorno capiremo che sono la stessa cosa. Cerchiamo la luce per tutta la vita, soprattutto se un giorno l’abbiamo vista in tutta la sua luminosità quando ci ha chiamato. Un altro giorno, poi, ci accorgiamo che il buio che era nel frattempo arrivato e che aveva abbuiato quel primo sole, non era la negazione della luce: era soltanto un’altra luce diversa, meno luminosa ma più vera. Isaia è maestro della luce perché è conoscitore vero della notte. La sentinella è, tra le tante immagini che il libro di Isaia ci ha donato per descrivere la vocazione profetica, quella che più dice l’intima natura, il segreto della vita dei profeti: sono annunciatori dell’alba nel dialogo con i passanti, nella notte. Sono nella stessa notte, ma, per vocazione, sono certi dell’alba. Non sanno quando arriverà, sanno solo che arriverà, e ce lo dicono, ce lo gridano. Quando mancano i profeti, si vive in una grande carestia di annunci dell’alba. E la notte senza la speranza della Aurora è notte infinita.

È tipico dell’infanzia contrapporre il buio alla luce. Da bambini l’uno è il nemico dell’altra. La luce è buona, bella, gioiosa; il buio è brutto, pauroso, cattivo. Poi si cresce, e si imparano i valori della notte, si vive, si lavora, si ama di giorno e di notte. Capiamo che la notte è anche il tempo del sogno, e impariamo a sognare anche di giorno. Ma mentre nella vita naturale e sociale tutti sappiamo che non è possibile vivere senza l’alternarsi di notte e giorno, senza scoprire la luce nel buio e il buio nella luce, nella vita spirituale restiamo nell’infanzia per troppo tempo. Continuiamo, a volte per tutta la vita, ad amare la luce e a odiare il buio, a non conoscere il lavoro, l’amore, i sogni della notte. E così non diventiamo mai adulti, intrappolati tra il ricordo della luce di ieri e il desiderio di quella di domani, perdendo la sola luce buona che ci è data: quella luminosa e buia del presente. Queste cose non le avevo mai scritte prima di iniziare a studiare e a commentare Isaia. Non le avevo mai dette, perché non le sapevo. Come non sapevo la quasi totalità delle parole con le quali ho commentato Isaia e gli altri libri biblici. La caratteristica più straordinaria della profezia biblica è la sua generatività: leggendola e studiandola si è generati a una nuova comprensione del presente, della storia, della società, dell’economia, delle religioni, della vita – quella degli altri e la propria. La Bibbia è un grandissimo bene comune, un dono gratuito che attende solo di essere "visto".

E allora l’ultima parola anche oggi non può che essere: grazie. All’immenso Isaia, al suo Dio che è il Dio di tutti. Ad "Avvenire", che nella persona del suo direttore Marco Tarquinio, continua a darmi quella fiducia necessaria per poter generare nuove parole libere. Ai lettori che mi hanno accompagnato, scritto molte lettere belle, incoraggiato, corretto. Ai molti biblisti, poeti, scrittori, artisti, che mi hanno donato idee. Dopo una settimana di pausa, il 22 gennaio riprenderò questa "pagina" domenicale, con una nuova serie di riflessioni. Lascerò per ora il lavoro sulla Bibbia, ma, se ne avrò la forza, conto di riprenderlo tra qualche mese. Per continuare a cercare nuove parole. Per continuare a imparare a parlare. Per continuare il dialogo, nella notte, nella luce.
l.bruni@lumsa.it

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