martedì 17 gennaio 2017

Un anniversario in comunione



(Kurt Koch, Cardinale presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani) Il 31 ottobre 2016, nella cattedrale luterana di Lund, in Svezia, Papa Francesco, insieme al vescovo Younan e al reverendo Junge, rispettivamente presidente e segretario generale della Federazione luterana mondiale, ha presieduto una preghiera ecumenica nel quadro della commemorazione comune cattolico-luterana della Riforma. Questo evento è stato recepito come un segno ecumenico promettente. Tuttavia, affinché esso non rimanga relegato al passato ma apporti i suoi frutti anche nel futuro, sarà necessario comprendere più a fondo, proprio nel 2017, anno della commemorazione della Riforma, lo spirito che lo ha animato.
Ciò è tanto più importante quanto l’evento di Lund non è stato soltanto accolto con gratitudine, ma ha incontrato anche critiche e opposizioni. Mentre, da parte cattolica, si è temuta una deriva protestante del cattolicesimo, da parte protestante si è parlato di un tradimento della Riforma. Sarà bene soffermarci dunque sul perché la commemorazione della Riforma sia avvenuta in maniera congiunta e sul perché, oggi, non sia di fatto possibile fare altrimenti.
Il primo motivo risiede nel fatto che la commemorazione del 2017 è il primo centenario dell’inizio della Riforma che ha luogo in epoca ecumenica. Pertanto, essa non potrà essere celebrata come le altre dei secoli passati, quando prevalevano toni confessionalmente faziosi e polemici. Questi toni segnarono in particolare il centenario del 1617, quando l’Europa si stava avviando verso un duro conflitto, ovvero verso una vera e propria guerra di religione. Allora, il primo centenario della Riforma fu chiaramente marcato da una polemica anticattolica e da una retorica bellicosa. Ma anche i successivi centenari della Riforma ebbero un forte stampo confessionale, reclamando di volta in volta la figura di Martin Lutero quale protagonista e pioniere del rispettivo spirito del tempo. Mentre, durante l’illuminismo, Lutero fu salutato come il liberatore dal buio medioevo e il fondatore dell’età moderna, egli fu esaltato come il grande genio religioso durante il pietismo. Nella commemorazione del 1917, Lutero fu celebrato non solo come il padre della lingua tedesca, ma, più in generale, come personificazione del vero carattere germanico, e questo avvenne nuovamente con toni guerrafondai. Nel periodo che seguì la catastrofe europea della prima guerra mondiale, il teologo protestante Adolf von Harnack poteva affermare che l’età moderna era iniziata in Germania e, da lì, si era diffusa nel mondo: «L’età moderna ha avuto inizio con la Riforma di Lutero, ovvero il 31 ottobre 1517; essa è stata introdotta dai colpi di martello sul portale della Schlosskirche di Wittenberg».
Questi toni confessionalmente faziosi e polemici, che inasprirono, da parte cattolica, il rifiuto di Lutero e della sua riforma, non sono più possibili in epoca ecumenica. In epoca ecumenica vige piuttosto, come regola generale, la partecipazione solidale alla vita degli altri nella gioia e nella sofferenza. Nel movimento ecumenico, inoltre, è giunta a maturazione l’idea che la Riforma non riguardi soltanto i protestanti, ma anche i cattolici, e che, di conseguenza, la commemorazione della Riforma possa avvenire oggi soltanto in una comunione ecumenica. Essa si presenta a entrambe le parti come un gradito invito a dialogare su ciò che i cattolici possono imparare dalla Riforma e su ciò che i protestanti possono trarre dalla Chiesa cattolica come arricchimento per la propria fede.
Questa comunione ecumenica risulta indispensabile se consideriamo l’odierna commemorazione della Riforma in se stessa, senza lasciarci influenzare dalle precedenti. Essa si richiama al 1517, e più precisamente al 31 ottobre di quell’anno, ritenuto l’inizio della Riforma in Germania, in ricordo della cosiddetta affissione delle tesi sulle indulgenze da parte di Martin Lutero sulla porta della Schlosskirche di Wittenberg. Al riguardo, già nel 1962, il teologo cattolico Erwin Iserloh, esperto di storia della Chiesa, aveva definito tale affissione una leggenda; da allora, molti storici ritengono che la presupposta affissione delle tesi in realtà non abbia mai avuto luogo così come ci è stata tramandata. Da un punto di vista storico, si deve partire dal fatto che Martin Lutero inviò le sue tesi al suo vescovo locale, Hieronymus Schulz, e all’arcivescovo Albrecht. Lutero intendeva la pubblicazione delle sue tesi sulle indulgenze come un invito a una disputa dotta sull’argomento; con esse, egli voleva affrontare, come ha osservato lo storico della Chiesa protestante Thomas Kaufmann, «la perdita di credibilità della sua amata Chiesa», e salvare «la Chiesa papale di Roma, che amava».
La pubblicazione delle tesi sulle indulgenze non deve essere vista pertanto come l’inizio della Riforma che ha portato alla divisione dell’unità della Chiesa. Né le tesi vanno considerate come un documento rivoluzionario; esse riflettevano anche una preoccupazione cattolica e si muovevano nel quadro di quanto poteva affermare la stessa teologia cattolica del tempo. Alla luce di questo contesto storico, la commemorazione della Riforma nel 2017 ricorda il 1517, ricorda cioè il tempo in cui non si era ancora prodotta la rottura tra il riformatore Martin Lutero e la Chiesa cattolica, e l’unità della Chiesa non si era ancora infranta, essendo Lutero ancora in comunione con la Chiesa cattolica. Anche per questo motivo, la commemorazione della Riforma nel 2017 può avvenire soltanto in una comunione ecumenica.
In questo più ampio contesto risulta evidente ciò che Martin Lutero aveva realmente a cuore. Egli non voleva assolutamente la rottura con la Chiesa cattolica e la fondazione di una nuova Chiesa, ma aveva in mente il rinnovamento dell’intera cristianità nello spirito del Vangelo. A Lutero premeva una riforma sostanziale della Chiesa e non una Riforma che portasse alla disgregazione dell’unità della Chiesa. Il fatto che, all’epoca, questa sua idea di riforma non abbia potuto realizzarsi è dovuto in buona parte a fattori politici. Mentre, all’origine, il movimento riformatore era un movimento di rinnovamento all’interno della Chiesa, la nascita di una Chiesa protestante è soprattutto il risultato di decisioni politiche; tra tali decisioni vi fu in particolare quella che determinò l’introduzione della Riforma soprattutto nelle città già negli anni venti del XVI secolo.
Poiché il rinnovamento di tutta la Chiesa era il vero scopo della riforma di Lutero, la divisione della Chiesa, la nascita di una Chiesa protestante e la separazione di comunità ecclesiali protestanti dalla Chiesa cattolica devono essere considerati non come un esito positivo della Riforma, ma come espressione del suo provvisorio fallimento o quantomeno come ripiego d’emergenza. Di fatti, il vero e proprio successo della Riforma si realizzerà soltanto con il superamento delle divisioni dei cristiani che sono state ereditate dal passato e con il ripristino della Chiesa una e unica, rinnovata nello spirito del Vangelo. In questo senso, il concilio Vaticano II, che ha legato insieme, in maniera inscindibile, l’impegno ecumenico a favore della ricomposizione dell’unità dei cristiani e il rinnovamento della Chiesa cattolica, ha apportato un contributo essenziale, tanto che potremmo affermare, anche sotto questo aspetto, che nel concilio Vaticano II Martin Lutero avrebbe «trovato il suo concilio», il concilio a cui si sarebbe appellato nel tempo in cui visse.
La commemorazione del 2017, che ricorda gli inizi della Riforma, deve essere intesa dunque come un invito a ritornare alla preoccupazione originaria di Martin Lutero e a chiederci cosa essa significhi oggi, per cattolici e protestanti, così come per l’ecumenismo in generale, dopo cinquecento anni di divisione. Se la commemorazione della Riforma si svolgerà in questo spirito, in modo congiunto, potremo attenderci da essa nuovi e coraggiosi impulsi per il processo di avvicinamento ecumenico tra cattolici e protestanti.
Con ciò, abbiamo menzionato i motivi essenziali per cui la commemorazione della Riforma oggi può avvenire soltanto in una comunione ecumenica. Si tratta quindi di una prima volta nella storia e di un’opportunità che non possiamo lasciarci sfuggire per intensificare il riavvicinamento tra luterani e cattolici nella fede e nella vita della fede. In questo senso, già Papa Benedetto XVI aveva osservato che il 2017 avrebbe rappresentato per luterani e cattolici un’occasione per «celebrare in tutto il mondo una commemorazione ecumenica comune, per sforzarsi di far avanzare, a livello mondiale, le questioni fondamentali» e, questo, non «nella forma di una celebrazione trionfalistica, ma nella professione comune di fede nel Dio uno e trino, nell’obbedienza comune al nostro Signore e alla sua parola». Una simile commemorazione comune della Riforma permetterà una promettente svolta ecumenica se verrà contrassegnata dai tre leit-motiv che figurano al centro del documento di dialogo prodotto dalla Commissione luterana-cattolica per l’unità, dal titolo Dal conflitto alla comunione.
Il primo concetto chiave è: gratitudine. Di fatti, nel 2017 non ricordiamo soltanto i cinquecento anni della Riforma, ma anche i cinquant’anni di intenso dialogo portato avanti tra cattolici e luterani, un dialogo durante il quale abbiamo potuto scoprire quanto ci accomuna. Il dialogo con la Federazione luterana mondiale — il primo intrapreso dalla Chiesa cattolica subito dopo il concilio Vaticano II — si è rivelato molto fruttuoso. Un passo importante sul cammino verso la riconciliazione è stato compiuto con la Dichiarazione comune sulla dottrina della giustificazione firmata il 31 ottobre 1999 ad Augsburg. Poiché proprio in merito alla questione centrale che stava a cuore a Martin Lutero, la questione che condusse nel XVI secolo alla Riforma e in seguito alla divisione della Chiesa, è stato possibile raggiungere un consenso su “verità fondamentali”, questa dichiarazione può essere considerata come una vera e propria pietra miliare ecumenica.
Dopo una lunga storia di separazione, siamo stati in grado di superare, nella fede, il vecchio confessionalismo delle divisioni e ci siamo resi conto che la frattura del cristianesimo occidentale successiva alla Riforma non ha potuto distruggere la radice comune della fede cristiana. In questa nuova luce, anche da parte cattolica è stato possibile apprezzare la Riforma di Wittenberg in base alle sue intenzioni e comprendere in modo diverso il riformatore Martin Lutero. L’immagine polemica di Lutero affermatasi nella tradizione cattolica, influenzata soprattutto da Johannes Cochläus, contemporaneo del riformatore, e rafforzata nel secolo scorso da Heinrich Suso Denifle, è stata superata grazie alla riscoperta del radicamento di Lutero nel pensiero cattolico, ovvero del “Lutero cattolico”, una riscoperta che non nega comunque i lati oscuri presenti nella vita e nell’opera di Lutero.
In questo contesto, si è fatta strada anche un’immagine più adeguata della situazione storica al tempo della Riforma e della Chiesa cattolica in quell’epoca. Da un lato, è apparso evidente che il medioevo non era affatto così buio come è stato dipinto a lungo e volentieri e che, piuttosto, una delle grandi preoccupazioni nel tardo medioevo era proprio la riforma della Chiesa. Dall’altro lato, è risultato altrettanto chiaro che Lutero stesso era radicato nel pensiero medievale molto più di quanto non sia stato ammesso. Ciò è vero in particolare per il suo radicamento nella tradizione monastica del tardo medioevo, avendo egli scoperto in Bernardo di Chiaravalle la teologia della giustificazione per sola grazia e sola fede.
Il secondo concetto chiave è: riconoscimento delle proprie colpe e pentimento. Certo, la Riforma deve essere intesa come processo riformatore all’interno della Chiesa da compiersi ponendo la Parola di Dio al centro dell’esistenza cristiana e della vita della Chiesa e concentrandosi su Gesù Cristo quale Parola vivente. Ma, all’epoca, la Riforma non condusse al rinnovamento della Chiesa. Non essendo andata in porto la riforma della Chiesa, si giunse alla Riforma nel senso di una rottura dell’unità della Chiesa, e dunque alla sua divisione. Insieme a questa divisione, nel XVI e XVII secolo scoppiarono guerre confessionali che videro i cristiani combattere gli uni contro gli altri in scontri cruenti, tra i quali ricordiamo soprattutto la guerra dei Trent’anni, che trasformò l’Europa in un mare rosso di sangue.
Di fronte a questa tragica storia, nella quale l’unico Corpo di Cristo è stato lacerato e i cristiani hanno perpetrato efferate violenze gli uni sugli altri in nome della religione, cattolici e protestanti hanno validi motivi per lamentarsi e per pentirsi dei malintesi, delle prevaricazioni e delle ferite di cui si sono resi colpevoli nel corso degli ultimi cinquecento anni. Un primo passo in questa direzione fu tentato da Papa Adriano vi, che, nel messaggio rivolto alla Dieta di Norimberga nel 1522, ammise con rincrescimento gli errori e i peccati commessi dalle autorità della Chiesa cattolica, perché intendeva contribuire, con tale riconoscimento di colpa, al rinnovamento della Chiesa e voleva evitare la sua divisione. Sulla scia di Papa Adriano, i Pontefici che si sono susseguiti dopo il concilio Vaticano II hanno chiesto ripetutamente perdono per ciò che i cattolici hanno commesso contro i fedeli di altre Chiese.
Un atto di pentimento pubblico deve pertanto essere parte integrante di un’autentica commemorazione della Riforma. E deve essere accompagnato da quella purificazione della memoria storica a cui ha appellato Papa Francesco dicendo: «Non possiamo cancellare ciò che è stato, ma non vogliamo permettere che il peso delle colpe passate continui a inquinare i nostri rapporti. La misericordia di Dio rinnoverà le nostre relazioni». Misericordia e riconciliazione dovranno essere, dunque, le nostre linee-guida sul cammino ecumenico futuro.
Il terzo concetto chiave è: speranza. Dal pentimento per i peccati commessi contro l’unità nel corso della storia e dalla gioia, piena di gratitudine, per la comunione che è stato possibile realizzare nel frattempo deriva la fiducia nei confronti del futuro dell’ecumenismo. La speranza che una commemorazione comune della Riforma porti all’unità tanto desiderata non è, certamente, realistica. Tuttavia, sarà già un grande risultato se la commemorazione permetterà di compiere ulteriori passi verso una comunione ecclesiale vincolante. Quest’ultima deve rimanere l’obiettivo di ogni sforzo ecumenico e, pertanto, è anche e precisamente a essa che deve mirare la commemorazione della Riforma. Dopo cinquecento anni di divisione, dopo aver vissuto per un lungo periodo in modo contrapposto o parallelo, dobbiamo imparare a vivere gli uni insieme agli altri vincolati più saldamente, e dobbiamo farlo già oggi.
Questo è importante soprattutto in previsione del 2030, anno in cui verrà commemorato il cinquecentesimo anniversario della Dieta di Augsburg e della promulgazione della Confessio augustana. Con questo scritto confessionale i riformatori volevano testimoniare il proprio accordo con la fede della Chiesa cattolica. La Confessio augustana rappresenta dunque lo sforzo decisivo per preservare l’unità della Chiesa messa a repentaglio a quel tempo. Pertanto, non va assolutamente trascurata la sua importanza ecumenica. E poiché la Confessio augustana è essenzialmente dovuta agli sforzi del grande riformatore Filippo Melantone, tale figura meriterebbe, durante la commemorazione della Riforma e nella ricerca dell’unità, una maggiore attenzione e un maggiore apprezzamento. Anche quando Melantone si rese conto che, nella Dieta di Augsburg, il suo tentativo sarebbe fallito e che l’unità della Chiesa ormai era destinata a sgretolarsi, egli si spinse fino ai limiti di ciò che era umanamente possibile per salvarla, nella convinzione che il rinnovamento della Chiesa e la sua unità sono inscindibilmente legati.
Melantone ha così dimostrato di essere un grande «ecumenista del suo tempo», in grado di indicare il cammino anche a noi oggi che celebriamo insieme la commemorazione della Riforma. Questa potrà essere un’opportunità ecumenica solo se il 2017 non segnerà la fine, ma un nuovo inizio sulla via dell’impegno ecumenico teso al raggiungimento della piena comunione ecclesiale tra luterani e cattolici, nella triplice armonia di gratitudine, pentimento e speranza, che è già stata fatta risuonare da Papa Francesco, insieme al presidente e al segretario generale della Federazione luterana mondiale, durante la celebrazione ecumenica del 31 ottobre a Lund, quale primo promettente preludio.
L'Osservatore Romano

***

Ortodossia, conoscere i nostri fratelli «orientali»
Avvenire 

(Marco Roncalli) Aperto da una densa prefazione del vescovo di Brescia Luciano Monari, è arrivato in libreria per la Settimana per l'unità dei cristiani un volume di grande interesse destinato al più vasto pubblico. Incontriamo la Chiesa sorella ortodossa (pagine 136, euro 10, La Scuola-Morcelliana), curato da Laura Gloyer, responsabile per Brescia e Maguzzano del Segretariato Attività Ecumeniche, la nota associazione interconfessionale di laici impegnati per l' ecumenismo e il dialogo interreligioso, presenta un ritratto lineare della religione ortodossa, che rappresenta la più importante presenza di cristiani non cattolici in Italia, con quasi due milioni di fedeli. 
Con un linguaggio accessibile anche ai non specialisti vengono affrontati diversi argomenti. Innanzitutto la storia: con un saggio di Traian Valdman che a partire dalla fondazione della Chiesa ortodossa arriva al recente Sinodo panortodosso, passando per il periodo dei Concili ecumenici, la missione di Bisanzio e le nuove Chiese ortodosse, gli scismi, i regimi comunisti, ecc. Poi la teologia, con un saggio di Panaghiotis Yfantis che ne indaga le diverse connotazioni: come parola di Dio degna di ascolto, dono divino e rendimento di grazie, come coscienza sempre sveglia e risvegliante del corpo ecclesiale, conoscenza di Dio, compito di testimonianza e di apertura ecumenica, discorso sulla salvezza. 
Quindi la spiritualità, tema qui trattato da Vladimir Zelinskij che si sofferma sulla conoscenza, il mistero dell' uomo, la cultura del cuore, la preghiera, l' ascetismo, la devozione mariana, la sapienza della visione ovvero l' icona e la bellezza, la vita eterna, ecc. E ancora la liturgia e il canto bizantino, come icona sonora (Sandra Martani), la Divina Liturgia (Gabriel Pandrea), l' identità storica e spirituale dell' Ortodossia nella nuova Europa (Natalino Valentini). Così grazie alle testimonianze di eminenti voci della Chiesa romena, greca e russa e di studiosi aperti al dialogo è possibile accostarsi a questa realtà proiettati verso una convivenza consapevole e includente, nella nuova Europa. 
Un libro utile ai cattolici, ma anche a tanti fratelli e sorelle della Chiesa ortodossa che ritrovano un po' in queste pagine i fondamenti della loro identità. La caduta del muro di Berlino, la ritrovata indipendenza di tanti Stati facenti parte dell' ex Unione Sovietica, hanno dato origine a un notevole cambiamento in quelle popolazioni e le hanno avvicinate a quelle dell' Europa occidentale. Non pochi gli uomini e le donne dei Paesi dell' Est che incontriamo nella nostra quotidianità. «Questi contatti e confronti quotidiani non devono limitarsi a questioni di lavoro, ma devono metterci in un atteggiamento di accoglienza e di scambio», scrive il vescovo Monari. È l' intento scaturito da questo libro che aiuta a conoscere e dialogare

Nessun commento:

Posta un commento