martedì 31 gennaio 2017

Washington, domenica scorsa la brezza soave di Elia


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di Federica Paparelli, da La Croce quotidiano del 31 gennaio 2017

Cambia il vento, per il mondo prolife, e suona come le parole di Mike Pence, vicepresidente USA...

  Secondo un sondaggio del Marist College for Public Opinion, quasi tre americani su quattro, compresa una maggioranza pro-choice, sono favorevoli ad imporre restrizioni alla pratica dell’aborto. L’idea, quindi, che l’aborto debba essere “on demand”, cioè in qualsiasi momento della gravidanza, anche al nono mese, non trova grande sostegno neanche fra la popolazione che si dice pro-choice: in base a quanto riportato dal sondaggio, commissionato dalla Fondazione Cavalieri di Colombo, un’istituzione cattolica che opera negli Stati Uniti e nel mondo dal 1882, solo il 26% di chi è favorevole all’aborto appoggia posizioni così estreme. Eppure non sembrerebbe così, a guardare la risonanza mediatica che ha avuto la marcia “femminista” del giorno seguente l’inaugurazione presidenziale: “il mio corpo, la mia scelta”, gridavano dai teleschermi gruppi di marciatrici con in testa cappellini di dubbia eleganza. Potrebbe essere un ritratto credibile della società americana se non fosse che, da 44 anni a questa parte, gli stessi media sistematicamente mancano di riportare l’altra faccia della medaglia: la March for Life, un evento che ogni anno dal 1974 ad oggi, in occasione dell’anniversario della sentenza Roe v. Wade che ha legalizzato l’aborto negli USA, raccoglie nella capitale americana centinaia di migliaia di persone. E anche quando lo riportano, è una guerra di numeri, anche perché non esistono stime ufficiali, dal momento che il National Park Service - la polizia incaricata di sorvegliare il Washington Mall dove si tiene la marcia – da anni non rilascia più informazioni di questo tipo, con l’intenzione di mitigare le controversie, ma ottenendo l’effetto esattamente opposto: l’anno scorso, il New York Times titolava “Centinaia sfidano la neve alla March for Life”, mostrando un’obiettività pari solo a quella della Pravda. Quest’anno, però, è stato impossibile ignorarla. Per la prima volta nella sua storia, la marcia che celebra e difende la vita ha accolto sul palco degli oratori nientemeno che il vice-presidente Mike Pence, appena preceduto da Kellyanne Conway, consigliere speciale del Presidente Trump. L’invio di una rappresentanza così significativa dell’amministrazione Trump ha letteralmente costretto i media pro-aborto a dedicare un qualche spazio all’evento. Una mossa consapevole quella del Presidente americano, il quale un paio di giorni prima, in un’intervista del canale ABC News, aveva 
rimproverato il cronista che lo provocava chiedendogli se aveva sentito dalla Casa Bianca la protesta “femminista”: “No, non l’ho sentita. C’era molta gente, ma avrete molta gente anche venerdì [alla March for Life, n.d.r.]. Non so se ci saranno più o meno persone, alcuni dicono che saranno di più. Tutta gente pro-life e dicono che la stampa non ne parla”. L’ABC ha cancellato questo scambio dalla trascrizione dell’intervista, ma è stato ritrasmesso da numerosi network, rimbalzando anche sui social media. Il risultato è stato, secondo il Media Research Center, che la marcia per la vita ha ricevuto uno spazio mediatico 129 volte superiore rispetto all’anno scorso. Ogni anno la marcia ha un tema diverso, “The power of one”, il potere del singolo, era quello di quest’anno. È il potere che ognuno di noi ha di fare la differenza nella lotta a difesa dei più deboli, nella propria famiglia, a scuola, fra gli amici, nel posto di lavoro: l’esempio più eclatante, quello del deputato Henry Hyde, che nel 1976 propose e fece approvare un provvedimento legislativo che impedisce ai fondi federali di essere impiegati direttamente per pratiche abortive. Ed anche, e forse è l’aspetto più importante, l’impatto che può avere nel mondo anche il più piccolo di noi, quanta differenza può fare nella vita delle persone che un bambino nasca o meno. “Lo sapevate che Steve Jobs era stato adottato?” ha detto dal palco la presidente del comitato organizzatore, Jeanne Mancini. “Pensate a quanto diversa sarebbe la nostra vita senza i nostri iPhone.” Un messaggio potente, che porta a riflettere su quanto insostituibile sia ogni essere umano. L’intervento della Conway, cattolica, donna di successo, madre di quattro figli e aderente alla March for Life fin dall’età della ragione, ha preso spunto da uno dei capisaldi della cultura civile americana: “Non è un caso se il primo dei diritti elencati nella Dichiarazione d’Indipendenza americana è proprio quello alla vita”. Un messaggio di solidarietà il suo, di vero femminismo: “Ogni donna che si trova ad affrontare una gravidanza inaspettata deve sapere che non è sola. Non è giudicata. Anche lei è protetta, accudita e celebrata. Voglio essere chiara: ti sentiamo, ti vediamo, ti rispettiamo e non vediamo l’ora di lavorare insieme a te”. Parole che correggono di molto i toni dello stesso presidente Trump, il quale, in una delle sue prime interviste dopo l’annuncio della candidatura, aveva fatto uno scivolone dichiarando di ritenere necessaria una punizione per le madri che abortiscono. Il vice-presidente Pence si è invece rivolto agli 800mila presenti (secondo EWTN, 700mila secondo la CNN) con una verità incontrovertibile: “Oggi, grazie a voi e alle migliaia presenti in marce simili in tutto il Paese, la vita è tornata a vincere in America”. Lo provano l’elezione di una maggioranza pro-life al Congresso, insieme a quella di un Presidente che all’indomani del suo insediamento ha ripristinato le disposizioni di Mexico City (dalla città in cui furono annunciate la prima volta dal presidente Reagan nel 1984): una policy che sottrae tutti i fondi governativi alle ONG che sponsorizzano l’aborto 
nel mondo. Perché le organizzazioni perdano il contributo federale basta anche solo il fatto di proporre l’aborto come opzione, anche se poi non siano esse stesse ad eseguirlo. Una norma coraggiosa, ovviamente osteggiata dalle associazioni che si autonominano paladine dei diritti umani, così umani che il bambino concepito non è considerato persona e non ha diritti. Una normabavaglio, la definiscono, perché impedisce - giustamente - di propagandare l’aborto a spese del contribuente americano. Se vogliono diffondere la cultura di morte nel mondo, che lo facciano con i soldi di qualcun altro, il governo non glielo impedisce di certo. Pence ha poi continuato rinnovando la promessa elettorale di tagliare completamente i fondi federali a sostegno dell’aborto e delle cliniche abortiste, per dirottare il mezzo miliardo di dollari verso i Community Health Centers, che non eseguono aborti. Secondo l’associazione pro-life Alliance Defending Freedom, nel territorio statunitense sono state identificate 13.540 cliniche che offrono servizi per la salute delle donne, salute intesa in senso olistico, e che potrebbero essere potenziali destinatarie dei fondi oggi riservati alle sole 665 cliniche di Planned Parenthood, un numero risibile in proporzione, giustificato solo dall’intensa attività di lobbying condotta dal colosso abortista in otto anni di amministrazione Obama. In ultimo, il vicepresidente ha annunciato per questa settimana la nomina di un giudice conservatore alla Corte Suprema, il quale dovrà prendere il posto del compianto Antonin Scalia, scomparso nel febbraio dello scorso anno, uomo di fede, difensore della vita e della famiglia. Una nomina chiave, specialmente considerando i rischi a cui è esposta la libertà religiosa e di espressione in America in questi ultimi anni. Nella parte conclusiva del suo intervento, il cattolico Pence ha usato parole certamente ispirate dal suo personale cammino di fede: “Fate che questo sia un movimento conosciuto per l’amore, non la rabbia. Fate che questo movimento sia conosciuto per la compassione, non lo scontro. Quando si tratta di questioni del cuore, non c’è niente di più forte della dolcezza. Credo che continueremo a conquistare i cuori e le menti della generazione in arrivo se prima i nostri cuori si spezzeranno per le giovani madri e per i loro nascituri, e se ognuno di noi farà tutto ciò che può per venir loro incontro là dove sono, con generosità e non con giudizio. Per guarire la nostra terra e riportare una cultura della vita dobbiamo continuare ad essere un movimento che coinvolge tutti, si occupa di tutti e mostra rispetto per la dignità e il valore di ogni persona”. Il valore di “ogni” persona: in un Paese squarciato dagli slogan di “Black lives matter” (le vite dei neri hanno valore), a cui si oppongono in risposta quelli di “Blue lives matter” (le vite dei poliziotti hanno valore), queste parole risuonano di un significato particolare. Un significato che venerdì abbiamo portato sugli striscioni lungo la Constitution Avenue fino alla Corte Suprema, nonostante le sferzate del vento freddo, per qualche 
istante anche baciati dal sole. Cantando, pregando, non urlando. Un popolo formato da adulti, giovani, bambini, famiglie, passeggini, sedie a rotelle, laici, religiosi, ricchi, poveri, cattolici, ortodossi, anglicani, musulmani, uomini, donne, femministe e non femministe. La pace comincia dal rispetto per la vita, tutta quanta, tutta intera. “From womb to tomb”, dal grembo alla tomba.

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