sabato 4 febbraio 2017

Bellezza nella diversità





Basilica del Santo Sepolcro, cattedrale anglicana di San Giorgio, cattedrale armena di San Giacomo, chiesa luterana del Redentore, chiesa parrocchiale latina di San Salvatore, chiesa copto ortodossa di Sant’Antonio, chiesa greco cattolica dell’Annunciazione: sono i principali luoghi che hanno ospitato, dal 21 al 29 gennaio, la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani a Gerusalemme. Ogni giorno, a turno, una chiesa della città santa ha accolto i fedeli e i rappresentanti di ogni confessione e rito, anche quest’anno numerosi, da tutta la Terra santa, per rispondere positivamente all’invito per l’unità. Com’è noto, a Gerusalemme la settimana di preghiera inizia tradizionalmente in ritardo di qualche giorno rispetto alla data ufficiale per consentire ai cristiani armeni di celebrare l’Epifania.
Il Padre nostro è stato recitato in molte lingue, in modi diversi: con le palme delle mani verso il cielo, a mani giunte, a braccia aperte. È stato questo uno dei momenti più significativi delle celebrazioni. «L’amore di Cristo ci spinge verso la riconciliazione» (cfr. 2 Corinzi, 5, 14-20) il tema dell’anno. Tanti luoghi, uomini di diversa provenienza e una sola preghiera a Dio. Sapendo che il primo passo per unire è condividere, le chiese di Gerusalemme hanno condiviso per nove giorni gli spazi per il dialogo con Dio, la lettura della Bibbia, la recita del Padre nostro e lo scambio della pace. La settimana — si legge sul sito in rete della Custodia di Terra santa — è iniziata il 21 gennaio al santo Sepolcro con i greco ortodossi, alla presenza dell’arcivescovo Theophanes che ha spiegato la liturgia e i riti che lì si svolgono. Il giorno seguente hanno guidato la preghiera gli anglicani e ha pronunciato l’omelia il reverendo Suheil Dawani in una chiesa di San Giorgio affollatissima. Illuminati solo dalle candele, gli armeni hanno intonato i loro canti il 23 gennaio nella cattedrale di San Giacomo. «Unità cristiana non significa condividere la stessa lingua, la stessa liturgia, perché c’è bellezza nella diversità», ha detto padre Martiros Cevian.
Nella chiesa luterana del Redentore ci si è ritrovati il giorno successivo per un altro momento di preghiera. Sono entrati in processione tutti i rappresentanti delle comunità cristiane insieme con i pastori protestanti, sia uomini che donne. Il vescovo Munib Younan ha ricordato la partecipazione del Papa alle celebrazioni per i cinquecento anni della Riforma: «Chi avrebbe mai potuto immaginare questo? Dato che vediamo che lo Spirito santo è illogico e imprevedibile, chi può dire cosa accadrà in futuro? Solo perché non possiamo immaginare la comunione insieme in questo momento non significa che non accadrà», ha osservato il presidente della Federazione luterana mondiale. Con lui il nuovo vescovo luterano di Gerusalemme, Ibrahim Azar. Il 25 gennaio la preghiera per l’unità dei cristiani si è svolta nella chiesa di San Salvatore della Custodia di Terra santa, dove il parroco, fra Nerwan Al-Banna, ha pronunciato l’omelia. Al santo Cenacolo, il 26, hanno animato l’assemblea ecumenica i monaci benedettini della Dormizione, insieme con gli studenti di teologia, e fra Elias Pfiffi ha parlato delle Chiese cristiane e dell’unità. Ancora preghiere il giorno successivo nella chiesa copto ortodossa di Sant’Antonio, dove si sono succeduti canti copti e siriaci e hanno risuonato le parole del reverendo fra Antonios. La gioia dei cristiani etiopi il 28 gennaio è esplosa in canti e balli scanditi dai tamburi. Nella chiesa etiope di Gerusalemme, dalla forma circolare, a ricordare la forma del santo Sepolcro, la preghiera per l’unità dei cristiani si è svolta in amarico e arabo, guidata dall’arcivescovo Abune Enbakom. A conclusione della settimana, nella chiesa greco cattolica dell’Annunciazione, l’arcivescovo-vescovo ausiliare del patriarcato di Antiochia dei Greco-Melkiti per Gerusalemme, Joseph Jules Zerey, il quale ha esortato i fedeli a continuare senza stancarsi a operare per l’unità: «Che la riconciliazione e l’unità tra di noi siano una sorgente di acqua vivificante, che si trasformi in fiume d’acqua dolce per dissetare il mondo assetato di fede nel Dio vivente».
L'Osservatore Romano

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