giovedì 16 febbraio 2017

Boko Haram all' ombra del Big Ben

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Ragazze in vendita, il medioevo nel Regno Unito

di Lorenza Formicola.
Non solo Rotherham. La stessa trama di soprusi ha investito, quasi contemporaneamente, anche Oxford, e poi Bristol, Derby, Rochdale, Telford, Peterborough, Keighley, Halifax, Banbury, Aylesbury, Leeds, Burnley, Blackpool, Middlesbrough, Dewsbury, Carlisle… Sono più di 15 le città di una delle patrie per eccellenza del “multikulti”, il Regno Unito, in cui musulmani di origine pakistana e afghana andavano a caccia di bambine bianche
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“Per gli abusi sessuali si sono serviti di coltelli, mannaie, mazze da baseball, giocattoli sessuali… Gli abusi erano accompagnati da comportamenti umilianti e degradanti come mordere, graffiare, urinare, picchiare e bruciare le ragazzine. Le violenze sessuali sono state compiute spesso da gruppi di uomini, e, a volte, la tortura è andata avanti per giorni e giorni. […] I luoghi in cui sono state effettuate le violenze spesso erano case private di Oxford. Gli uomini che pagavano per violentare le ragazze non erano sempre di Oxford. Molti venivano, appositamente, anche da Bradford, Leeds, Londra e Slough. Spesso previo appuntamento”. Così un estratto del rapporto della procura inglese a fine processo. Era maggio del 2015 e usciva la notizia della condanna a 95 anni di prigione per sette membri di una banda islamica che per quindici anni ha violentato, torturato e venduto ragazzine inglesi.
Sarebbero state 400, anche undicenni, le piccole stuprate nello Oxfordshire, non da Boko Haram in Africa ma nella civilissima Gran Bretagna. E questo numero è legato solo alle ragazze i cui genitori hanno avuto il coraggio e la perseveranza di denunciare alle autorità di competenza cosa stava succedendo, senza, per anni, essere presi in considerazione. Chissà quante famiglie non hanno mai denunciato o non hanno avuto la forza di insistere. La storia di Rotherham, che abbiamo raccontato sull’Occidentale, non è quindi un caso limite in Gran Bretagna. Semplicemente, Rotherham è il luogo in cui il numero di abusi è stato più alto (quattordicimila vittime), ma la stessa trama di soprusi ha investito, quasi contemporaneamente, anche Oxford, e poi Bristol, Derby, Rochdale, Telford, Peterborough, Keighley, Halifax, Banbury, Aylesbury, Leeds, Burnley, Blackpool, Middlesbrough, Dewsbury, Carlisle… Sono più di quindici le città di una delle patrie per eccellenza del ‘multikulti’, il Regno Unito, appunto, in cui musulmani di origine pakistana e afghana andavano a caccia di bambine bianche.
Il copione, quindi, si ripete. Ragazzine violentate, il lungo silenzio di polizia e magistratura prima di intervenire, con la paura di dover fare i conti con le accuse di razzismo islamofobia, nella prigione culturale e mediatica del politicamente corretto. Nello scandalo che ha coinvolto la cittadina di Rochdale, per esempio, le bambine non le hanno contate, ma durante il processo qualcuna di loro ha dovuto sopportare che uno dei dodici musulmani fermati riferisse al giudice che no, non c’era stato alcun abuso, le vittime erano tutte ben disposte e felici di avere rapporti sessuali con lui. Le accuse erano solo “bugie dei bianchi”.
Il 22 aprile del 2015, il Daily Mail pubblica alcuni brani di “Girl for Sale“. Il libro descrive lo scioccante calvario di una donna, che si firma con lo pseudonimo di Lara McDonnell, che ha raccontato le sevizie subite da una banda di pedofili asiatici e musulmani quando aveva 13 anni. “Mohammed mi vendeva per 250 sterline ai pedofili di tutto il paese. Arrivavano, si sedevano e cominciavano a toccarmi. Se facevo la ritrosa, Mohammed mi dava più crack in modo che potessi chiudere gli occhi e lasciarmi andare. Ero un guscio, morta dentro. A volte, passavo da un pervertito all’altro. A Oxford, molti dei miei abusatori erano di origine asiatica; [a Londra] questi uomini erano neri o arabi. […] L’avvocato di Mohammed era una donna e durante il processo insinuava che ero una razzista, perché tutti gli imputati erano dei musulmani. Il caso ha scatenato polemiche sulla razza e sulla religione, ma io ho le idee chiare: si sono comportati così perché hanno un modo di vedere le donne diverso da quello che c’è in Gran Bretagna”.
L’8 aprile del 2015 il Guardian, quasi a chiudere il cerchio, rende noto che gli abusi sessuali sui minori denunciati dalla polizia sono aumentati del 60% nel corso dei quattro anni precedenti. Dati, cifre ufficiali, ottenute grazie alla legge sulla libertà di informazione che per la prima volta ha reso pubblica l’entità del fenomeno in Inghilterra e nel Galles. Qualche mese prima, a febbraio, il Mirror titolava “Le bande di molestatori di bambine potrebbero aver aggredito un milione di vittime“. Le indagini, gli arresti, la mappa della Gran Bretagna che si colora di violenze in quasi quindici città, sembra rendere verosime questo numero enorme, quasi inconcepibile. Anche perché non è chiaro quanti siano gli abusatori, quante le ragazzine abusate che non hanno denunciato, quante volte ognuna delle vittime abbia dovuto subire violenze. Il politicamente corretto – meglio, l’islamicamente corretto – ha tenuto i colpevoli a lungo al riparo dalla giustizia. E come abbiamo sentito nelle aule di tribunale dopo l’ultima sentenza di condanna a Rotherham, i diretti interessati hanno anche urlato ‘Allah Akbar’.
Non gliene frega niente delle nostre minacce. Nel caso ci fossero. E a spiegare come si sentono quando hanno a che fare con le leggi occidentali, ci hanno pensato manifesti gialli di islamici britannici che durante la campagna elettorale del 2015 recitavano “La democrazia è un sistema in cui l’uomo viola il diritto di Allah e decide cosa sia concesso o permissibile per l’umanità, basandosi esclusivamente sui suoi capricci e desideri. L’Islam è l’unica soluzione adeguata e reale per il Regno Unito. L’Islam è un completo sistema governativo dove si attuano le leggi di Allah e la giustizia viene rispettata. #DontVote4ManMadeLaw”.
La verità è che non vogliono integrarsi. Che con il ‘dialogo’ ci compongono barzellette con cui deriderci, e che non vedono l’ora di conquistarci definitivamente. E a noi, va bene così, in fondo. Basti pensare alla stessa Inghilterra, che nonostante la ferita che le è stata inferta per quindici anni, e che sanguina ancora, a maggio scorso permetteva che centinaia di bus circolassero per Londra, Manchester, Leicester, Birmingham e Bradford, con in bella mostra lo slogan “Gloria ad Allah” in arabo. L’iniziativa promossa dall’Islamic Relief, un’organizzazione sostenuta dal governo, aveva come scopo quello di “abbattere le barriere” e dare all’islam una luce positiva.
E’ così che vanno le cose. La paura di criticare l’islam è stata codificata. Con buona pace delle bambine, delle donne e delle madri che vengono violentate, bruciate e infibulate, ogni giorno, in nome di Allah. Continueremo a raccontare queste storie, Paese per Paese europeo, città per città, perché il silenzio che ha regnato sovrano per troppi anni non è più tollerabile.

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