martedì 28 febbraio 2017

Come si scivola all’inferno



di Gonzalo Miranda.
In Olanda c’è chi vuole ora dare la possibilità di venire ucciso legalmente anche a chi semplicemente è stufo della vita. È la proposta avanzata con lettera formale al Parlamento da parte dei ministri della Salute e della Giustizia. Il testo è ovviamente un po’ meno diretto: il diritto a “terminare la propria esistenza” verrebbe concesso alle “persone che hanno l’opinione… che la loro vita sia completa”. Evidentemente la restrizione della legge attuale alle sole persone affette da una malattia inguaribile sembra troppo limitante.
Operazione simile nello stato americano dell’Oregon, nel quale alcuni pretendono di allargare il diritto al suicidio assistito per coloro che non sono in grado di svolgere attività che rendono la vita godibile. Difatti, sembra che una buona maggioranza delle persone che ricorrono al suicidio assistito lo facciano semplicemente perché sono stanche di vivere.
Posizioni estreme? Per niente: posizioni perfettamente coerenti, una volta accettata la posizione estrema di rendere legale che un cittadino ponga fine alla vita di un altro o l’aiuti a farla finita.
Nel dibattito bioetico sul tema dell’eutanasia, molti autori hanno preannunciato la discesa del “pendio scivoloso” (the slippery slope): una volta che si accetta o si legalizza un certo comportamento, si andrà giù giù fino a giustificare altre azioni oggi considerate inammissibili. Altri rifiutano questo ragionamento come infondato, anzi una “fallacia logica”. Spesso, i critici del concetto del “pendio scivoloso”, considerano certe derive abbastanza improbabili (almeno nel nostro tempo e nella nostra società). Su Wikipedia, c’è addirittura una voce dedicata alla “Fallacia della brutta china”, dove si fa un esempio di successione considerata del tutto arbitraria. Il ragionamento fallace andrebbe così: “L’eutanasia è pericolosa. Si comincia col dare la morte a quelli che la chiedono. Poi a quelli che presumibilmente la chiederebbero. Poi a quelli che dovrebbero chiederla. Poi a quelli che la meritano”. L’obiezione di alcuni autori consiste nel negare che se si legalizza l’eutanasia si cadrà necessariamente nei crimini praticati dal regime Nazista.
In realtà non si tratta necessariamente di dire che se cominci qui scivolerai fino all’inferno. Anche se ti fermi un po’ prima c’è da preoccuparsi. Proviamo infatti a verificare la successione (questa sì, fallace) dell’esempio citato: si comincia col dare la morte a quelli che la chiedono. Poi a quelli che non la chiedono. Già fatto: eutanasia per bambini sofferenti in Belgio. Oppure: Si comincia col dare la morte a chi è malato terminale. Poi anche a chi non è terminale ma soffre di una malattia fisica con dolori insopportabili. Poi pure a chi non è malato fisicamente ma soffre psicologicamente. Già fatto: dalla legge del 1993 a quella del 2002; e prima di quest’ultima, diverse sentenze giudiziarie. E, se si accogliesse la recente proposta in Olanda: si comincia col dare la morte a chi è malato terminale… Poi a quelli che pensano che la loro vita sia completa. Ancora da fare.
In realtà, la discesa sul “pendio scivoloso” è, più che una teoria, un dato di fatto: basta conoscere un po’ la storia di leggi e sentenze nei Paesi in cui l’eutanasia o il suicidio assistito sono stati legalizzati. E il fatto che molti la prevedessero tempo fa risponde semplicemente a come funziona la logica umana. Se si accetta un determinato comportamento in funzione di determinati principi, seguiranno poi facilmente comportamenti simili basati sugli stessi principi. Logica e coerenza.
Sono due i principi che avallano fondamentalmente la giustificazione dell’eutanasia e dell’assistenza al suicidio: Compassione e Libertà. Non è un caso che la principale agenzia pro eutanasia degli Stati Uniti si chiami oggi “Compassion and Choice” (alcuni anni fa era la “Hemlock Society” — “Società Cicuta”: sicuramente meno carino come nome). Interessante notare come quasi sempre gli autori danno molta importanza al “and” (compassione e scelta libera), in maniera alquanto incoerente.
Da una parte, si dice che si tratta di una questione di autonomia e libertà: ognuno è padrone della propria vita e dovrebbe poter decidere come e quando finirla. Se però, rispondi che allora anche un ragazzo di 25 anni, stufo di vivere per qualunque motivo, dovrebbe poter porre fine alla propria vita con il servizio eutanasico da parte dello Stato; anzi, che se siamo coerenti, non dovremmo nemmeno chiedergli per quale motivo lo voglia fare, molti protestano e ti accusano di demagogia. Anche la lettera dei due ministri olandesi al Parlamento si premura di chiarire che l’opinione che la vita sia completa deve essere “attentamente considerata” (e chi decide se la considerazione è stata “attenta”?). É o non è, ognuno, libero di decidere?
Viceversa, se l’eutanasia si giustifica per compassione verso chi soffre (fisicamente o mentalmente), perché negarla a chi non la può chiedere, solo per il fatto di non poterlo fare, per esempio il bambino piccolo, magari a richiesta dei genitori? Certo, parlare in modo così netto non aiuta molto alla causa delle promozione dell’eutanasia. Si preferisce andare, scivolare, piano piano. Una strategia molto più efficace.
Padre Gonzalo Miranda, LC, è uno dei relatori al seminario residenziale di studi sociali (Scuola di resistenza al pensiero unico), organizzato dall’Associazione “Vita è”, che si svolge da sabato 29 a lunedì 31 ottobre presso la Fraternità Francescana di Betania a Cella di Noceto (Pr). Tra i relatori figura anche l’arcivescovo emerito di Bologna, cardinale Carlo Caffarra. Per informazioni: vitae.formazione@gmail.com

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