venerdì 3 febbraio 2017

E' vero che i gesuiti sono ipocriti?



Pubblichiamo un capitolo dal libro «Il pregiudizio universale. Un catalogo d’autore di pregiudizi e luoghi comuni» (Bari, Laterza, 2017, pagine 414, euro 18). 

(Fabrizio Valletti) «Ti i propri `n gesuétta»... Sento risuonare questa battuta che mi ricorda l’ironia dei bolognesi. È vicino al giudizio che accomuna i gesuiti alla schiera degli ipocriti o di quelli che una ironica battuta sottolinea: «nemmeno il Padreterno sa cosa pensano i gesuiti!».
Perché è presente il giudizio che i gesuiti siano ipocriti? Ma forse è proprio un pregiudizio o ci sono seri motivi per affermarlo? Molte vicende e situazioni a cui si dà ragione storica hanno portato a considerare i gesuiti elementi intriganti, invadenti, espressione di poteri spesso occulti.
La questione è aperta ed attuale nel momento che, immersi in contesti di potere e di livello sociale elevato ancora oggi, i gesuiti smentirebbero con il loro operare quella che è l’iniziale ispirazione evangelica. Riescono oggi con il loro originario carisma a modificare le regole del gioco per fare giustizia ed esprimere una concreta misericordia oppure sono asserviti alle logiche del potere e quindi in situazione di falsità e ambiguità?
«Essere nel mondo ma non del mondo» fa parte della missione stessa della Compagnia di Gesù.
Sarà riuscita nella storia questa sfida molto chiara per Ignazio di Loyola e per i suoi primi compagni, riconosciuti da Paolo III nel 1540 come ordine mendicante, nella Roma del pieno Rinascimento?
Erano tempi pieni di contrasti e contraddizioni. La Riforma di Lutero era ormai diffusa in tante regioni dell’Europa e la critica alla mondanità della Chiesa si concretizzava anche a partire da Roma con l’avvento di figure significative anche per un rinnovamento della vita spirituale oltre che per le opere di carità. Filippo Neri, Giuseppe Calasanzio, Camillo de Lellis, Giovanni della Croce, Teresa d’Avila... per citarne solo alcuni.
Quale fu l’azione dei gesuiti e prima ancora l’evoluzione del loro spirito in confronto con quanto si sviluppava nel clima del mondo rinascimentale, inizio della modernità?
Possiamo dire che il cammino spirituale di Ignazio, fatto proprio dai primi compagni e poi proposto a tutti quelli chiamati nella Compagnia al servizio della Croce, ha un carattere di umile servizio ma anche di modernità che ben corrisponde al movimento del pensiero cartesiano.
Che relazione può avere questa visione con il possibile difetto attribuito di ipocrisia e di doppiezza?
La coscienza del gesuita, nella sua formazione e nell’esercizio del suo impegno apostolico, si potrebbe dire che si esprime in una autonomia del pensiero che risponde proprio allo spirito di libertà nel cercare, nello sperimentare e nella realizzazione di una pienezza di umanità. Si ribalta una visione religiosa che vedeva la coscienza tutta dipendente dalla sola autorità divina, in una mortificazione che voleva spesso annullare le capacità della persona. L’ascetica tradizionale privilegiava una coscienza più orientata a sottomettersi nel «fare la volontà del dio nascosto» che a prendersi la responsabilità di scelte anche coraggiose.
Nella spiritualità sperimentata dal gesuita ci troviamo in una dimensione di umanesimo che corrisponde nel pensiero teologico alla visione di un Dio che si incarna, che sceglie l’umanità come espressione del suo stesso essere e del suo modo di procedere. In effetti è la migliore espressione di quanto può significare al meglio l’esperienza della libertà.
Si prospetta un nuovo umanesimo anche nella visione culturale di un mondo che con i viaggi al di là degli oceani, con le conquiste di nuove terre, nell’incontro drammatico con nuovi popoli, con la ricerca scientifica e con lo sviluppo del commercio, significava la rivoluzione copernicana del rapporto uomo-mondo. Il più evidente effetto di un tale orientamento intellettuale e spirituale è stato attribuire alla cultura e alla formazione un’importanza fondamentale. In quel tempo l’istruzione era per pochi e spesso affidata a precettori al seguito delle famiglie nobili. Si deve a Ignazio di Loyola l’avvio di una pedagogia diffusa, con l’istituzione del sistema scolastico aperto a tutti.
Viene fondato il Collegio Romano, primo modello per la stessa formazione dei gesuiti e poi in generale del clero. Ben presto la nobiltà romana ritiene utile applicare lo stesso metodo per la formazione dei propri figli. La Ratio studiorum diviene sul finire del 1500 fondamento teorico e pratico nelle scuole dei gesuiti che si diffondono in poco tempo in molte città italiane e del mondo.
I gesuiti lasciano tracce di scienziati, astronomi, rivoluzionari del pensiero e nel rapporto con altre civiltà, come è stato per Matteo Ricci in Cina, per giungere a Voltaire, a Fidel Castro! Ma l’accusa di essere precettori dei nobili, educatori della classe dirigente, confessori di regnanti, ne ha disegnato anche un profilo di poca coerenza, di lassismo e di opportunismo. Il conflitto con Port-Royal e con il giansenismo rimane segno eloquente, di cui lo stesso Pascal fu interprete. E non è l’unico esempio di conflittualità che attraversa la storia della Compagnia.
La questione galileiana, l’essere sostenitori della Controriforma, la manifestazione trionfalistica nell’architettura barocca e l’essere chiamati come educatori, confidenti e confessori da potenti e regnanti, sono tutti motivi di una valutazione anche critica nei confronti della Compagnia.
Eppure fra i gesuiti si contano architetti, scienziati, letterati, artisti, che fanno parte del patrimonio culturale dell’Europa e dei paesi in cui sono fiorite le missioni. Le riduzioni del Paraguay rimangono esemplari del tentativo di garantire lo sviluppo delle popolazioni indigene e della lotta alla schiavitù. Appare sempre più evidente quella che potremmo definire una doppia anima dei gesuiti.
La mia esperienza di tanti anni di insegnamento e di presenza in diversi ambienti sociali conferma la possibile ambiguità nello scegliere i mezzi con cui conseguire gli obiettivi sia spirituali sia culturali e sociali. Quello più generale è il sottile principio ispirato a Ignazio di Loyola che potrebbe essere preso come simbolo del gesuita intrigante. «Entrare dalla loro per portarli alla nostra»!
L’ho sperimentato nel vivere a contatto con amici laici, marxisti, dichiaratamente non credenti. La scelta di un atteggiamento di dialogo e di ascolto può essere interpretata come strumentale per accattivarsi il consenso o come sincero atteggiamento di ricerca per un incontro di valori condivisi. L’intenzione di non convincere nessuno ma di accompagnare il cammino di ciascuno rilevando quanto c’è di positivo, di utile al bene comune. Dai più zelanti è spesso considerato come rinuncia a proporre una propria idealità o l’esplicito richiamo all’appartenenza cristiana, addirittura come rinuncia all’affermazione della verità della dottrina fino ad essere segno di doppiezza.
Mi sono trovato anche nella difficile condizione di valutare l’importanza delle risorse finanziarie per realizzare progetti culturali e sociali.
Se da una parte si riafferma che la povertà e il distacco dal potere sono basilari per una evangelica azione apostolica, l’esperienza dei gesuiti si avvale di necessari strumenti e mezzi con cui adempiere l’impegno nello sviluppo, primo fra tutti quello culturale. Non si può fare ricerca scientifica senza adeguati mezzi, non si può dare espressione al teatro, alla musica, all’arte senza avvalersi di strumenti anche molto costosi.
Le molteplici università rette dai gesuiti sono istituzioni che richiedono ingenti investimenti economici, spesso frutto di alleanze con fondazioni e con amministratori pubblici.
Nell’uso del denaro e delle risorse finanziarie di fatto è messo alla prova quale debba essere il giusto rapporto fra i mezzi e il fine. Si può arrivare all’affermazione spesso contestata che il fine giustifica i mezzi... noi gesuiti in questo siamo facile bersaglio...
La ricerca dei finanziamenti inoltre non è l’unico impatto con la sfera del potere. A me è capitato di ricevere dagli amministratori di due città l’incarico di fondare istituzioni che avessero carattere di servizio pubblico, una scuola sperimentale e una università del tempo libero... È stato facile per diverse persone, anche per ragioni ideologiche, scambiarmi per uomo di potere...
Non è possibile tirare una conclusione, ma resta comunque il fatto che la ricerca di ciò che sia più innovativo, di frontiera e spesso di spregiudicato nell’operare di molti gesuiti possa dare adito a giudizi e pregiudizi di ogni tipo.
Cosa in definitiva caratterizza la cultura dei gesuiti e la loro azione pastorale?
Sono esperienze di un nuovo umanesimo che attinge ad una spiritualità che si fonda sul discernimento, sulla ricerca del valore del relativo che in ogni coscienza può rivelare il bello e il buono. Molto diverso dall’immagine di conservazione e di oscurantismo.
Potremmo accomunare i due termini «giudizio e pregiudizio» con le dovute ragioni, nell’antinomia fra conservazione e innovazione, fra legame all’istituzione e fedeltà all’ispirazione.
È sintomatico che nella stessa Compagnia convivano, non senza sofferenza le due anime. Le vittime della violenza in America latina, i martiri del Salvador, la illuminata visione del padre Arrupe durante e dopo il Concilio Vaticano II trovano sintesi nel gesuita vescovo di Roma Francesco, esemplare spirito riformatore.
D’altra parte ancora sussistono esperienze che risentono di contaminazione e spesso di dipendenza dalle istituzioni e dalle condizioni imposte da chi ha potere finanziario, culturale e sociale, con la possibile caduta nel compromesso, meritevole a ragione del titolo di ipocrisia.
L'Osservatore Romano

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