mercoledì 15 febbraio 2017

Le sfide della fede nella postmodernità e la Chiesa anonima

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(a cura Redazione "Il sismografo")
(Roberto Oliva - ©copyright) Nel vangelo secondo Giovanni un discepolo di Gesù desta particolarmente l’attenzione, un fariseo di nome Nicodemo, il quale di notte va a trovare Gesù (Gv 3,1). Probabilmente la scelta dell’orario insolito coincide con il suo timore di essere ritenuto seguace dello scomodo Messia. Questa relazione per così dire clandestina, rimane alquanto emblematica: Nicodemo, e quelli come lui, vivono la fede come relazione personale con il Signore Gesù senza esplicitarla in consuetudini esteriori o professioni formali e pubbliche. La fede, per così dire clandestina, appartiene un po’ a tutti coloro vivono la fede come processo e non come ideologia.Pertanto non è giudicabile né valutabile formalmente ma si nutre di sentimenti, scelte radicali, interiorità e silenzi. Credere in Dio non è facile né automatico così come non credere non è una scelta immediata e categorica. Spesso alle preghiere di molti credenti risponde infatti un lungo e assordante silenzio. Silence è anche il nome dell’ultimo film di Martin Scorsese, tratto dall’omonimo romanzo di Shusaku Endo. La vicenda riguarda la storia dei martiri giapponesi del seicento, di fronte ai quali alcuni missionari gesuiti si trovarono costretti ad apostatare pur di salvare numerose vite umane. Il film accenna all’esperienza dei cristiani nascosti, i kakure kirishitan: come è stato possibile per questa comunità cristiana sopravvivere nascostamente per secoli, senza presbiteri e quindi senza eucarestia, ma solamente grazie all’esercizio del sacerdozio comune dei fedeli?
La Chiesa anonima: nella coscienza del credente.
Il film, pur non volendo fare teologia né dar voce al magistero ecclesiale, provoca notevoli riflessioni che ci aiutano a vivere meglio la nostra fede nell’attuale contesto postmoderno. Senza voler giustificare o profetizzare un tempo in cui la fede si vivrà esclusivamente attraverso la dimensione privata, il film ci aiuta a recuperare un aspetto importante dell’esistenza umana che è quello della coscienza: la sede più profonda delle nostre scelte e di ciò che siamo veramente. (“Nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire. Questa voce, che lo chiama sempre ad amare, a fare il bene e a fuggire il male, al momento opportuno risuona nell'intimità del cuore: fa questo, evita quest'altro” Gaudium et Spes, 16). Anche l’esperienza di fede (quella che in teologia si chiama fides qua) avviene ad un livello esistenziale che soltanto Dio può aggiudicarsi il diritto di valutare. Dunque se è vero ciò che scrissero i padri conciliari, “non si salva anche se incorporato alla Chiesa, colui che, non perseverando nella carità, rimane sì in seno alla Chiesa col «corpo», ma non col «cuore»” (Lumen Gentium, 14), possiamo credere che la salvezza superi l’adesione formale alla Chiesa e la professione pubblica della fede, estendendosi a coloro i quali sono “corporalmente”, cioè formalmente, fuori dalla Chiesa, ma con il cuore, cioè con l’essenzialità e la prassi della loro vita, aderiscono a quella legge suprema della carità che li congiunge direttamente a Dio e alle persone più bisognose. Sono costoro che anche oggi, inconsapevolmente, costituiscono la Chiesa nascosta o la Chiesa anonima per parafrasare una felice intuizione di Karl Rahner (1). I padri della Chiesa ci tramanda l’immagine dell’Ecclesia ad Abel, cioè la Chiesa nasce con e da Abele, il primo vinto della storia, e si ricostituisce lì dove ancora oggi si trovano gli esclusi e gli sconfitti della società dell’opulenza e della prepotenza. Pertanto il recupero della categoria della coscienza e della prassi della carità, ci permettono di guardare il mondo di oggi e i nostri contemporanei con lo sguardo di Cristo e non con lo sguardo dell’inquisitore (2). Il primato della coscienza e del discernimento è alla base del magistero del primo papa gesuita, basta accennare al corposo dibattito intorno alla comunione ai divorziati risposati alla luce dell’Amoris Laetitia: “Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle”. (n.37)
Il cristianesimo postmoderno tra disagi e creatività
Nell’attuale contesto socio-culturale spesso la Chiesa si è limitata ad affiggere etichette (secolarismo, relativismo ecc…) senza cercare e trovare il Signore già a lavoro nella vita degli uomini e delle donne del nostro tempo. Oggi infatti esistono più cristiani anonimi che atei convinti; spesse volte la fede è vissuta in questa dimensione nascosta/anonima a causa del crescente pregiudizio culturale verso una forma di religiosità ormai superata che non è più in grado di intercettare i desideri dell’umanità e di inquietare i cuori così anestetizzati dal consumismo e dall’apparenza. E’ maturata un’insofferenza alla dimensione pubblica della fede anche a causa del modo in cui per troppo tempo è stata professata: il pregiudizio che la Chiesa si porta dietro richiede, all’interno del processo di riforma, l’abbandono di numerosi modelli preconfezionati che non comunicano né entusiasmano più. L’impasse nel quale la Chiesa si è aggrovigliata è la separazione tra la professione della fede e l’impegno per il mondo. Quando la Chiesa si limita a professare la fede senza errori né sbavature, ma non si sporca le mani in mezzo agli altri e per gli altri, allora perde l’identità evangelica. La salvezza di Gesù Cristo che ci raggiunge attraverso i sacramenti per mezzo della mediazione ecclesiale, non ci aliena dal mondo anzi: la grazia sacramentale riguarda anche l’accoglienza della Parola di Dio, la dimensione comunitaria della fede e l’esercizio della carità. Occorre dunque allargare gli orizzonti dell’universo sacramentale senza ridurlo a riti o formule dal sapore fin troppo ecclesiastico. Se è vero che persino il creato ha un valore sacramentale, allora esiste una sacramentalità nascosta che permette a Dio di farsi vicino e avvicinabile allo stesso tempo (3). Basti pensare al bene prezioso della famiglia, al servizio nascosto di numerosi volontari, al martirio quotidiano di fin troppi ammalati, al lavoro feriale e sottopagato di tanti padri di famiglia e anche a quello inesistente di numerosi giovani allo sbando, a chi non smette di lottare contro le ingiustizie e le violenze, a chi crede ancora nei valori dell’onestà e della legalità… E’ così grande e sterminato l’universo della sacramentalità nascosta, che occorre entrare in punta di piedi nella vita delle persone e considerarle per quello che il Signore è in grado di operare nella loro vita e non per la loro adesione più o meno consapevole alla vita ecclesiale. “Fate conoscere ai cattolici che Dio è al lavoro anche fuori dai confini della Chiesa, in ogni vera “civiltà”, col soffio dello Spirito” (4).
La Chiesa aperta e l’incontro nella carità
Il film di Scorsese ci viene nuovamente in aiuto, prospettando il valore della missione della Chiesa in un mondo dai confini così imperfetti. Il combattimento interiore del protagonista, padre Rodrigues, oscilla tra la possibilità di salvare vite umane e la necessità di testimoniare la fede cattolica. “Colui che accetta l’umiliazione dell’apostasia per far vivere una famiglia è uno spregevole traditore o qualcuno che entra dolorosamente nel mistero di Cristo?” (5). E’ questo il punto decisivo della questione: in alcuni casi si è cristiani anche senza professarlo, ma vivendo in spirito di carità il sacrificio della vita e della coscienza come ha fatto Gesù in croce. La difesa della dignità umana è la migliore apologia o professione della fede. Forse Nicodemo si ricordò delle parole di Gesù (“da questo vi riconosceranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri” Gv 13,35) quando si sentì spinto a compiere l’ultimo gesto di affetto al Maestro, deponendolo dalla croce. L’evangelizzazione della Chiesa dovrà essere umile in grado cioè di scrutare i cuori degli uomini senza giudicarli o etichettarli, senza presumere di rinchiudere la salvezza all’interno di ristretti confini. Oltre che dialogare con i non credenti, dovrà camminare insieme ai suoi contemporanei, imparando alcune volte da loro lo stile e il linguaggio umano e solidale. La Chiesa si troverà così a professare la fede con coloro che si ritengono fuori dall’ovile, praticando la carità. Per fare questo occorre non solo una Chiesa dalle porte aperte, ma una Chiesa aperta(6): “solo un pensiero davvero aperto può affrontare la crisi e la comprensione di dove sta andando il mondo, di come si affrontano le crisi più complesse e urgenti, la geopolitica, le sfide dell’economia e la grave crisi umanitaria legata al dramma delle migrazioni” (7).
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(1) Fu Karl Rahner nel secolo scorso a coniare l’espressione dei cosiddetti cristiani anonimi e risulta oggi molto più attuale, vedi Corso fondamentale sulla fede, San Paolo, Milano,2005.
(2) “Una rivista è davvero «cattolica» solo se possiede lo sguardo di Cristo sul mondo, e se lo trasmette e lo testimonia”. Papa Francesco, Discorso al collegio degli scrittori de La Civiltà Cattolica, 9 febbraio 2017.
(3) È la sacramentalità della vita illustrata da Leonard Boff, I sacramenti della vita, Borla, Roma, 1985.
(4) Papa Francesco, Discorso al collegio degli scrittori de La Civiltà Cattolica, 9 febbraio 2017.
(5) Marc Rastoin, Silence, Scorsese e il Dio dei vinti, in Aggiornamenti sociali, numero 2, 2017, 171-173.
(6) “Teologicamente non è facile dire chi, per la sua fede, sta realmente, in maniera concreta e ‘soggettiva’, nella Chiesa e chi no. Già per questo la chiesa è una chiesa aperta, che essa lo voglia o no, che vi rifletta oppure cerchi di trascurarlo semplificando in maniera arbitraria la situazione.”. K. Rahner, Trasformazione strutturale della chiesa come compito e come chance, Queriniana, Brescia, 1973.
(7) Papa Francesco, Discorso al collegio degli scrittori de La Civiltà Cattolica, 9 febbraio 2017

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