venerdì 17 febbraio 2017

Quattro domande




(Nicola Gori) Quasi non si distinguono gli edifici dell’università Roma Tre dal contesto urbano circostante. Se non fosse per le bandiere dell’Italia e dell’Unione europea esposte all’esterno e la targa a indicare che lì inizia l’ateneo più giovane di Roma. Una presenza discreta in un quartiere che è stato recuperato e rinnovato proprio con l’arrivo di docenti e studenti. È frequentata da giovani non solo della città, ma di tutto il Lazio e di varie parti dell’Italia meridionale. Studenti che, fin dalle prime ore del mattino di venerdì 17 febbraio, hanno affollato gli spazi adiacenti il rettorato e il dipartimento di giurisprudenza sulla via Ostiense per salutare Papa Francesco. La prima volta del Pontefice in un ateneo statale italiano. Tante strette di mano, saluti, e moltissimi selfie al suo passaggio tra i professori, gli studenti e il personale in servizio. 
Al suo arrivo, poco prima delle 10, Francesco è stato accolto dal rettore Mario Panizza, dal direttore generale Pasquale Basilicata e dal pro-rettore vicario Maria Francesca Renzi, alla presenza di monsignor Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa Pontificia. Nel piazzale antistante l’università, il rettore lo ha salutato a nome di tutta la realtà di Roma Tre. «Siamo — ha detto — felici e onorati della sua visita, grati per l’impegno sociale, civile e culturale che sta portando avanti, soprattutto nei confronti dei soggetti più deboli. La sua azione è una guida preziosa per la formazione degli studenti e un riferimento importante per il nostro lavoro di educatori».
Panizza ha poi sottolineato come le università, «salde nei loro principi ispiratori e fondanti», sentano il dovere di prestare la massima attenzione «a tutti i processi di trasformazione in atto nella società». Oggi, ha aggiunto, il tema della «sostenibilità partecipa a definire la politica accademica, aiutando gli studenti a diventare laureati, professionisti, cittadini di un mondo globale». In particolare, il rettore ha fatto notare come «sapere, saper fare e saper essere» siano i «principi etici, oltre che formativi, alla base del lavoro» accademico. In questo senso, ha aggiunto, «assume particolare rilevanza la terza missione delle università, sempre più integrata con la didattica e la ricerca». Questa missione esprime «la capacità degli atenei di aprirsi al mondo e di saper interpretare i bisogni di conoscenza e di innovazione con l’obiettivo di coinvolgere la società nel processo di crescita culturale del paese». L’impegno non è solo «formativo», poiché affronta compiti concreti, come, «di fronte agli attuali disastri ambientali, partecipare al lavoro di ricostruzione di scuole e servizi nei centri colpiti dal terremoto».
Il rettore ha anche rimarcato la presenza del sindaco di San Giuseppe Jato, il comune che custodisce beni sequestrati alla mafia e «del quale — ha detto — siamo tutti diventati cittadini onorari». Poi ha ricordato che i gravi squilibri sociali, «evidenziati anche dal consistente fenomeno migratorio che coinvolge l’Europa e in particolare l’Italia», dipendono «dallo sbilanciamento che si è venuto a determinare nei secoli, soprattutto tra il nord e il sud del pianeta». Per questo la salvaguardia della pace, sempre più «calpestata e minacciata soprattutto nel Mediterraneo, e lo sviluppo sostenibile, rappresentano una delle sfide fondamentali per il ventunesimo secolo». A questo riguardo un ruolo importante deve essere svolto proprio dalle università che, «grazie anche alla costituzione di partenariati con organizzazioni internazionali e caritatevoli, istituzioni accademiche, culturali e civili, possono mettere in campo e condividere le proprie esperienze e conoscenze».
Successivamente, quattro studenti hanno posto delle domande al Papa. La prima è stata Giulia Trifilio, venticinquenne romana iscritta alla facoltà di economia dell’ambiente e dello sviluppo, che ha chiesto «quali possono essere le “medicine” per contrastare le manifestazioni di un agire violento, purtroppo sempre presenti nella storia dell’umanità». Il secondo è stato il ventitreenne Niccolò Antongiulio, anche lui di Roma, che frequenta giurisprudenza. Questa la sua domanda: «La nostra città è ancora la communis patria, e cosa dovrebbe fare un’università come la nostra per evidenziare questo ruolo?». Il terzo è stato Riccardo Zucchetti, ventitrenne romano, iscritto a ingegneria delle tecnologie della comunicazione e dell’informazione, il quale ha detto che «stiamo vivendo non un’epoca di cambiamenti, ma un vero cambiamento d’epoca, per il quale è necessaria una coraggiosa rivoluzione culturale». In particolare, ha chiesto, «in un mondo globalizzato dove le informazioni più che confuse sono veicolate principalmente per mezzo di social network, in che modo possiamo prepararci a divenire operatori della carità intellettuale per contribuire a un rinnovamento costruttivo della società?». Infine è intervenuta Nour Essa, rifugiata siriana trentunenne, che il Papa la scorsa primavera ha portato con sé in Italia sull’aereo di ritorno dall’isola greca di Lesbo. Nata a Damasco, ha vinto una borsa di studio del ministero dell’Interno. Attualmente frequenta il terzo anno del corso di laurea in biologia. Rivolgendosi al Pontefice ha ricordato di essere scappata dalla Siria un anno fa con il marito e il bambino, Riad. «Siamo arrivati all’isola di Lesbo — ha detto — dove siamo rimasti nel campo per un mese, poi la nostra vita è cambiata grazie a lei. E ora mi sono rapidamente integrata grazie a una comunità cristiana. Vorrei parlare dell’integrazione degli immigrati. C’è sempre la questione della paura, che serpeggia tra la gente. Mi ricordo una domanda che è stata fatta da una giornalista sul suo aereo, di ritorno da Lesbo. Questa domanda era sulla paura europea verso chi proviene dalla Siria o dall’Iraq: queste persone secondo lei non minacciano la cultura cristiana dell’Europa?».
Francesco ha risposto a braccio con un lungo discorso — tradotto nel linguaggio Lis per i sordomuti — al termine del quale è avvenuto lo scambio dei doni. Il Papa ha lasciato in ricordo della visita delle medaglie del pontificato. Il rettore ha offerto il sigillo dell’università, un quadro, l’olio ottenuto dall’uliveto dell’ateneo e alcuni prodotti alimentari coltivati nelle terre confiscate alla mafia nel comune di San Giuseppe Jato.
Tra i presenti all’incontro, il ministro italiano dell’istruzione, università e ricerca Valeria Fedeli, il vescovo ausiliare di Roma Lorenzo Leuzzi, responsabile della pastorale sanitaria, e alcuni docenti e rettori emeriti di Roma Tre.
L'Osservatore Romano

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