lunedì 20 febbraio 2017

Quello che in realtà unisce

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Nella dottrina sulla giustificazione. 

Alla facoltà valdese. Pubblichiamo ampi stralci dell’intervento che il cardinale presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, nell’ambito del cinquecentenario della Riforma, ha pronunciato il 13 febbraio scorso a Roma, nell’aula magna della Facoltà valdese di teologia, sul tema «Il primato dell’accogliere rispetto al fare. Sull’attualità della dottrina cristiana della giustificazione».
(Kurt Koch) Nel 2017, il mondo cristiano commemora i cinquecento anni della Riforma. Trattandosi del primo centenario della Riforma in epoca ecumenica, a connotare la commemorazione non saranno più toni confessionalmente faziosi e polemici, ma uno spirito ecumenico. Queste circostanze favorevoli sono dovute in particolare al fatto che non ricorderemo soltanto i cinquecento anni della Riforma, ma anche cinquant’anni di intenso dialogo tra cattolici e protestanti, un lasso di tempo durante il quale abbiamo potuto scoprire quanto ci accomuna. Risultato positivo dei dialoghi ecumenici è stato quello di mostrare che, nelle verità fondamentali della fede cristiana, è stato possibile formulare un consenso ecumenico, evidenziando altresì che le differenze teologiche tuttora esistenti non mettono in discussione tale consenso e che, di conseguenza, le condanne dottrinali del XVI secolo, sia da parte cattolica che da parte protestante, non hanno oggi più valenza tra i partner ecumenici.
Questo è vero soprattutto a proposito della «Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione», firmata il 31 ottobre 1999 ad Augusta dalla Federazione luterana mondiale e dal Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Il fatto che proprio sulla questione centrale che condusse, nel XVI secolo, alla Riforma e in seguito alla divisione della Chiesa è stato possibile conseguire un ampio consenso può essere considerato come una vera e propria pietra miliare ecumenica. Il dialogo ecumenico degli ultimi decenni ha mostrato che anche il superamento di tale divisione e il ripristino dell’unità della Chiesa potranno avvenire soltanto sul cammino di una lettura e di un’interpretazione comuni della sacra Scrittura. Di fatti, l’ascolto comune della Parola di Dio testimoniata nella sacra Scrittura ha condotto a una fondamentale convergenza nella comprensione della dottrina della giustificazione.
Per comprendere in maniera più approfondita la collaborazione tra grazia di Dio e libertà dell’uomo nel quadro della salvezza, può essere utile riflettere sul paragone utilizzato dal teologo medievale Bonaventura per illustrare la forza della speranza escatologica. Bonaventura raffronta il movimento della speranza al volo dell’uccello, che si libra nell’aria e che dall’aria si lascia portare. Ma per volare, l’uccello deve innanzitutto stendere le ali più che può e impiegare, nel loro movimento, tutte le sue energie. Lui stesso deve poi mettersi in moto per spiccare il volo e salire ad alta quota. Vivere nella speranza significa dunque volare. Chi spera, infatti, deve sforzarsi, come fa l’uccello, di muoversi e di muovere tutte le sue membra, per contrastare la forza di gravità che tira verso il basso, per raggiungere le vere altezze e per lasciarsi portare dall’aria. Con questo paragone, Bonaventura suggerisce che la grande speranza della fede non rende superfluo l’agire dell’uomo, ma gli consente al contrario di acquisire la giusta forma e la sua libertà. Volare richiede tutte le nostre energie; ma è possibile soltanto se ci affidiamo totalmente all’aria che ci circonda e che ci porta. Come l’uccello può volare perché sa essere leggero, così anche il cristiano sarà in grado di volare meglio se non darà a se stesso troppo peso e se, soprattutto, non si lascerà schiacciare dalla forza di gravità dei peccati.
Nella stessa direzione punta un’immagine analoga utilizzata da Martin Lutero per chiarire il rapporto tra fede e opere: «Il Vangelo è come una brezza fresca e delicata nella grande calura estiva, è consolazione nell’angoscia della coscienza. Ma non appena la brezza del Vangelo ha dato ristoro e conforto alle nostre forze, noi non dobbiamo rimanere indolenti, coricarci e russare; ovvero, quando lo Spirito di Dio ha appagato, acquietato e consolato la nostra coscienza, allora dobbiamo dimostrare anche la nostra fede con le buone opere che Dio ci ha comandato e indicato nei dieci comandamenti». Di fatti, chi, nella fede, è sollevato dalla tormentosa preoccupazione della propria salvezza può e deve farsi carico delle preoccupazioni degli uomini e del mondo.
Se teniamo a mente queste similitudini, comprendiamo anche perché il teologo cattolico Otto Hermann Pesch, esperto di Lutero, ha definito la disputa scoppiata al tempo della Riforma sulla fede e sulle opere come «la più superflua di tutte le questioni controverse». Il cruciale messaggio della giustificazione dell’uomo per fede, riscoperto durante la Riforma, non ci divide come cristiani, ma ci unisce. E che non debba mai dividerci, nonostante sia avvenuto proprio questo per secoli, lo dimostra anche una testimonianza risalente a un’epoca che precede l’apertura ecumenica della Chiesa cattolica durante il concilio Vaticano II, ovvero la testimonianza di santa Teresa del Bambin Gesù (1873-1897), che il Catechismo della Chiesa cattolica presenta al fine di spiegare la propria interpretazione della dottrina della giustificazione: «Dopo l’esilio della terra, spero di gioire di te nella Patria; ma non voglio accumulare meriti per il cielo: voglio spendermi per il tuo solo amore. Alla sera di questa vita comparirò davanti a te con le mani vuote; infatti non ti chiedo, o Signore, di tener conto delle mie opere. Tutta la nostra giustizia non è senza macchie ai tuoi occhi. Voglio perciò rivestirmi della tua giustizia e ricevere dal tuo amore l’eterno possesso di te stesso». Non è un caso che santa Teresa abbia respinto l’immagine tradizionale della santità, che vede il santo come un eroe delle virtù, come uno “sportivo” capace di altissime prestazioni religiose. Per lei, la santità cristiana non si realizza in qualcosa di sensazionale e di eroico, ma vive nel quotidiano sotto il velo della discrezione di una fede non vistosa, così che è la fede stessa il contenuto essenziale della santità. Teresa è convinta che la santità consista non tanto in esercizi e prestazioni religiose, ma in un atteggiamento esistenziale di fondo nutrito dalla fede, nella vita di tutti i giorni. Per questo, ha distolto lo sguardo dalle buone azioni e dalle opere pie, annunciando e lodando piuttosto, con letizia, la grazia di Dio. Ella sapeva infatti che, nella vita della fede, in fin dei conti, tutto è grazia e che niente è così lontano dall’esistenza cristiana quanto la pia speculazione sulla ricompensa celeste per le opere buone: «Dobbiamo fare tutto ciò possiamo fare, per amore di Dio, ma è indispensabile in verità riporre tutta la nostra fiducia nell’Unico che santifica le nostre opere e che può santificarci senza di esse».
Questa è, nelle parole di una santa cattolica della fine del XIX secolo, la dottrina della giustificazione pura. Teresa, infatti, non solo ha annunciato il messaggio pienamente cristiano del «per sola grazia», ma lo ha testimoniato con la sua stessa vita. Sforzandosi di vivere in tutto nella grazia di Dio, ha anticipato l’intesa ecumenica tra la Chiesa cattolica e le Chiese nate dalla Riforma, e questo è avvenuto sulla “piccola via” che ella ha intrapreso, un cammino sul quale la sola fide si riconcilia persino con la sola caritate, e in prima linea non con l’amore umano, ma con l’amore di Dio per noi uomini.
È un segno promettente il fatto che questa intesa ecumenica di una santa si sia realizzata. Con ciò, anche la tradizionale opposizione tra pietà cattolica e pietà protestante è stata superata, come mostra quanto scrive il grande teologo protestante e martire cristiano del regime nazista, Dietrich Bonhoeffer, parlando di una conversazione avuta una volta con un pastore francese: «Ci eravamo posti la semplice domanda di cosa volessimo realizzare in fondo con la nostra vita. Egli disse: voglio diventare un santo. Mi colpì molto in quel momento. Tuttavia dissentii, dicendo più o meno: io voglio imparare a credere». Se Dietrich Bonhoeffer avesse conosciuto santa Teresa di Lisieux, probabilmente non avrebbe più visto una contrapposizione tra il diventare santi e l’imparare a credere, comprendendo che, per questa santa cattolica, il fulcro della santità cristiana è proprio la fede. Sicuramente, Teresa e Dietrich Bonhoeffer si saranno già accordati al riguardo, in cielo. A noi, nella nostra vita e nella nostra convivenza ecumenica, rimane il compito di trarre le giuste conseguenze da questa bella testimonianza di consenso ecumenico sulla dottrina della giustificazione, anche nelle sue diverse prospettive spirituali sviluppatesi all’interno delle varie tradizioni confessionali. E questo possiamo e dobbiamo farlo in particolare nel 2017, anno della commemorazione comune della Riforma, commemorazione che sarebbe stata impensabile senza un consenso ecumenico sulla dottrina della giustificazione.

L'Osservatore Romano

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