sabato 25 febbraio 2017

Sabato della VII settimana del Tempo Ordinario



I discepoli di Gesù sono un mistero. Il Signore li ha chiamati, eletti, amati, proprio perché piccoli, bambini, mostrando così chi è un discepolo. Ma essi sgridano chi presenta a Gesù dei bambini perché li benedica. Davvero non avevano capito nulla. Una distanza siderale separava i loro pensieri mondani da quelli di Gesù: Lui gli annunciava che stavano andando a Gerusalemme dove avrebbe sofferto e dato la vita per salvare i peccatori, e loro a discutere su chi fosse il più grande, secondo la misura mondana con la quale anche noi siamo abituati a vivere ogni cosa, compreso il rapporto con Dio e i fratelli. Per questo pensavano fosse giusto impedire che la piccolezza e la sofferenza intralciassero il cammino di Gesù, mentre erano le loro pretese di grandezza ad essere di scandalo per la sua missione. Nell'Israele del primo secolo, infatti, il bambino era privo di stato sociale e diritti legali. Come purtroppo anche oggi, nonostante tanti proclami, nella società pagana un bambino non era neanche considerato persona; era manodopera, per questo, un bambino nato con malformazioni o malattie, costituiva un peso di cui il padre, secondo lo "ius exponendi", poteva disfarsi abbandonandolo appena nato in un luogo pubblico, condannandolo così alla morte o al recupero da parte di altri. Ciò era frequente nell'Impero Romano, nella Grecia antica ed ellenistica e presso molte altre popolazioni nel corso della storia. Insomma, un bambino era poco più che nulla. Ma San Paolo ci rivela il pensiero opposto di Dio: "Considerate bene la vostra chiamata fratelli. Non esistono molti sapienti secondo la carne, né molti potenti, né molti di nobili natali. Ma quel che esiste di folle nel mondo, proprio questo Dio ha scelto per confondere i sapienti; quello che esiste di debole nel mondo, ecco che Dio lo ha scelto per confondere la forza; quello che nel mondo è di ignobili natali (i figli di nessuno), e quello che viene disprezzato, ecco quello che Dio ha scelto: quello che non è per annientare quello che è, affinché nessuna carne abbia a gloriarsi davanti a Dio" (1Cor. 1,26-29). Dio è andato cioè per orfanotrofi a cercarsi i discepoli. E' sceso nei luoghi senza amore, senza dignità, nelle "dark room" di ogni generazione, nei postriboli, nelle celle di isolamento. Così ha chiamato Abramo, così il suo popolo, così i profeti, così Davide, unto re quando era ancora un bambino. Così ciascuno di noi, creature del tutto dipendenti. Bambini capricciosi, spesso egoisti, ancor più spesso orgogliosi. Bambini che si sono creduti adulti, ricchi, potenti, autonomi. Bambini buttati via; come un aborto dirà San Paolo parlando della sua chiamata, uno che agli occhi superbi del mondo non esiste, proprio come un bimbo ancora nascosto nel grembo di sua madre e scartato perché malato o solo perché di troppo. Sin qui è giunto l'amore di Dio. In questo abisso è sceso il Signore, negli inferi dove ci ha spinto la superbia con cui abbiamo rifiutato il non essere quello che avremmo voluto. Qui ci ha voluto abbracciare e benedire. Il suo amore che si fa carne nelle sue mani benedicenti e crocifisse stana l'orgoglio perché il veleno che portiamo dentro si ribella e sgrida chiunque ci voglia condurre al Signore. Lo spirito malvagio che s'è impossessato di noi vuole infatti impedirci di lasciarci amare per quello che siamo. E' l'amara conseguenza del peccato che ci ha strappato al Paradiso dove si vive nella Grazia, abbandonati alla volontà provvidente e gratuita del Padre; per questo, anche se siamo nella Chiesa, continuiamo a pensare che l'amore di Dio ce lo dobbiamo guadagnare con lo stesso sudore della fronte con cui siamo obbligati a coltivare la terra; sperimentando però l'identica frustrazione: spine e cardi produce la terra, aridità e solitudine genera il rapporto con Dio centrato moralisticamente su noi stessi. Come accade alla donna il cui istinto la spinge verso il marito nel quale però incontra un abbraccio egoista con cui la vuole dominare, anche noi nella nostalgia del Paradiso vorremmo donarci allo Sposo, ma basandoci sui nostri sforzi, sperimentiamo ogni volta di più la lontananza da Lui. Ma più forte della superbia è l'indignazione di Gesù dinanzi alla malizia del demonio che ci ha sedotto. La sua voce che risuona nella predicazione è un balsamo che guarisce dalla superbia: "Lasciate che i bambini vengano a me". Sì, Gesù ci vuole a sé ora, così come siamo, bambini; per questo, nella Chiesa viene a riscattarci per farci suoi con il potere di vanificare ogni tentativo del demonio di impedire che la nostra debolezza sia accolta dal suo abbraccio di misericordia. L'amore che possiamo sperimentare nella comunità, infatti, ci accompagna a comprendere che, a differenza di quello che il mondo insegna, proprio l'essere bambini, l'essere cioè quello che siamo, non ci impedisce di essere suoi. E' vero, con il carico di peccati che ci portiamo dentro, siamo un peso sulle spalle del Buon Pastore; il virus satanico ci ha resi malformati nel cuore e nella mente, poverissimi nello spirito. Ma il Regno dei Cieli appartiene a questi bambini che siamo tutti, perché Cristo si è fatto bambino per entrare in esso con la nostra carne. Ha portato il peso della Croce, ha lasciato che lo sfigurassero al punto di non avere più apparenza d'uomo, come te e come me, per entrare così nel Paradiso che abbiamo perduto. Per questo è nostro oggi, e domani, e ogni giorno; lo è perché siamo così, come Gesù, la cui "soavità ha reso esigua la sua grandezza, si è fatto peccato perché i nostri peccati non ci allontanassero da Lui" (Ode VII di Salomone). Accogliere il Regno come un bambino significa dunque lasciarci abbracciare da Gesù abbandonando ogni pretesa giustizia e riconoscendo umilmente di essere peccatori. Il suo abbraccio che ci accoglie così come siamo stringendoci a sé gratuitamente, senza esigere nulla, giunge a noi attraverso la Parola, i sacramenti e l'esperienza della comunione con i fratelli, ci riconcilia con Dio e ci apre ai fratelli guarendoci dalla superbia. Solo nell'abbraccio con cui Cristo "dice bene" di noi nonostante i nostri peccati possiamo imparare ad accettare noi stessi e sperimentare la libertà dal dover essere e dal dover fare per guadagnare la salvezza e la gioia nell'affetto e nella stima degli altri. Coraggio, Gesù ci chiama a sé, e non si tratta di fare o sentire qualcosa di speciale, ma semplicemente di andare a Lui camminando nella Chiesa che è il suo corpo vivo nel quale ci accoglie senza condizioni.

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