domenica 5 febbraio 2017

Sotto il Cielo della Palestina

giorgio_ponte_levi

di Claudia Cirami  per La Croce
“Levi. Sotto il Cielo della Palestina: 1” è l’ultima fatica di Giorgio Ponte, scrittore già noto per “Io sto con Marta”. Ci troviamo, però, davanti ad un libro totalmente differente dal primo, che non mancherà – tuttavia – di convincere (e avvincere) il lettore. Ponte ha rilevanti qualità da narratore, dotato com’è di uno sguardo carezzevole e penetrante che sa leggere dentro la complessità dell’animo e poi ricreare – all’interno della pagina scritta – il sentire dei personaggi, con un’attenzione particolare anche per sfumature che al lettore possono apparire non degne di nota (e che, al contrario, regalano ulteriore spessore e credibilità alla trama e ai personaggi).
Perché Levi è diverso dal primo libro? Innanzitutto è pensato come una trilogia (questo è il primo episodio) ed è ambientato in Palestina, al tempo del passaggio del Nazareno. Ponte, infatti, vuole cimentarsi con un progetto narrativo impegnativo: raccontare il prima di alcuni personaggi minori, che abbiamo incontrato nelle pagine evangeliche e di cui nemmeno conosciamo i nomi, ricostruendo – attraverso la fantasia – il percorso esistenziale che li conduce ad incontrare Gesù, di cui quegli uomini, quelle donne, quei bambini hanno bisogno proprio nel momento in cui Egli compare nelle loro esistenze. Inoltre, rispetto ad “Io sto con Marta” – che sfruttava il registro dell’ironia – Levi è un racconto di genere diverso: una storia seria, anche drammatica in certe pagine, capace di commuovere. Ci vuole una buona dose di coraggio per non percorrere una strada già battuta e baciata dal successo, per reinventarsi con il rischio di deludere il lettore che ha imparato a conoscerti ed apprezzarti. Ma Ponte ha già mostrato in passato di non avere paura.
Levi (da cui il titolo della storia) è un bambino sensibile. Di quella sensibilità forgiata da circostanze avverse – ha perso il padre e vive con la madre – che porta a maturare anche controvoglia perché costringe a fare i conti con una mancanza: «solo certe volte, segretamente – scrive Ponte – gli capitava di guardare con invidia gli altri bambini mentre erano in compagnia dei loro padri. Levi se ne vergognava molto […] in quei momenti sentiva una parte di sé gemere in profondità, come se si sentisse… incompleto». Nel modo di scrivere la storia di Levi e degli altri personaggi che gravitano attorno a lui traspare, fin dalle prime pagine, la delicatezza – ma insieme la lucidità – dello scrittore: come pochi, egli sa entrare all’interno di dinamiche familiari e affettive che, nonostante la distanza temporale intercorsa tra noi e i suoi personaggi, potrebbero anche essere verosimili. Incomprensioni, rancori, delusioni… tutto si fa ferita in creature a volte fragili, a volte dure, comunque incapaci di trovare un sincero perdono dentro se stessi per i propri sbagli e quelli degli altri.
Le altre figure, Esther, Caio, David, Saul, Giosafat sono, infatti, anch’essi personaggi feriti dalla vita e, anche nei loro casi, Ponte usa la sua sensibilità per restituirci il ritratto di persone che combattono con i drammi e i colpi dell’esistenza e vivono segretamente di una speranza, anche quando non ne sono consapevoli, che attende, per essere realizzata, l’arrivo del Nazareno, l’unico che può davvero sanare ogni ferità affettiva, esistenziale. La nostalgia di un’attesa è evidente in queste parole, dove la memoria di un tempo perduto in cui l’uomo godeva della vicinanza di Dio rende ancora più triste il presente: «Erano troppo lontani i tempi in cui Egli camminava insieme all’uomo nei giardini dell’Eden. Come lontano era il tempo in cui quella era stata una terra libera, la Terra Promessa, Israele, dove scorrono latte e miele».
Anche se con il tratto di romanziere, Ponte sa riprendere certi elementi della cultura e religiosità ebraica rendendoli vivi attraverso intense pagine del suo racconto. Per esempio, in un dialogo tra Esther e Saul si sente l’eco di quella dottrina della retribuzione che è stata uno dei capisaldi del pensiero di Israele (anche di alcuni libri biblici) e che, nonostante la crisi in cui la pone già il libro di Giobbe (ma anche altre pagine di altri autori biblici qui e là nel testo sacro), rimane un convincimento interiore molto forte all’interno del popolo ebraico, tanto che anche Gesù dovrà misurarsi con le domande (e le inquietudini) di chi è ancora dentro una logica della colpevolizzazione.
Il miracolo che opera il Nazareno è narrato in tutta la sua forza deflagrante. Siamo abituati al sobrio racconto evangelico, con gli evangelisti che descrivono quanto è indispensabile per la nostra salvezza. Tuttavia, senza nulla togliere alla bellezza che traspare da quelle parole misurate, è bello – per un momento – essere trasportati con le ali della fantasia di Ponte in quelle strade polverose e antiche, di fronti a quei volti sfiduciati e spenti, all’interno di esistenze sconosciute se non per quei frammenti che sono entrati nel Vangelo, e vedere rappresentato, quasi fotografato, l’irrompere della Grazia di Dio che libera e salva attraverso le parole e i gesti di Gesù di Nazaret, Yeshua nel racconto. Lo scrittore sa rendere l’incontro con il Cristo che parla al cuore dell’uomo, svela le sue contraddizioni e, se questo non si chiude all’Amore, trasfigura l’esistenza fino a rinnovarla in profondità. «In quegli occhi tutto era chiaro, come alla luce del sole», considera uno dei protagonisti del racconto, quando avverte su di sé lo sguardo del Nazareno. Tutto può cambiare quando gli occhi del Cristo incrociano quelli di una persona.
Così la storia che Ponte narra non è di morte dell’anima, ma di resurrezione. Lo scrittore sa descrivere bene quello che accade in un’esistenza redenta dal Cristo perché – da quello che ha raccontato pubblicamente – lui stesso ha sperimentato la gioia dell’incontro con Colui che salva, libera, restituisce quello che si credeva perduto. Nella parte finale del romanzo il lettore avverte che tutto è possibile quando Dio risponde al grido dell’uomo e l’eco del messaggio che Yoshua regala ad Esther rimane nel cuore, divenendo il tesoro prezioso di questo racconto, da custodire come segreto per vivere meglio le relazioni con gli altri.

Ancora una volta nel libro – come il precedente “Io sto con Marta” – Giorgio Ponte segue la strada del self-publishing (il libro è acquistabile solo online sia in cartaceo sia in formato digitale a 0,99 centesimi su Amazon a questo link). Via che ha permesso all’autore di approdare alla grande editoria visto il successo straordinario ottenuto con l’auto-pubblicazione: Io sto con Marta, infatti, è stato successivamente ripubblicato da Mondadori. Scrivere per Ponte è sempre stata una necessità dello spirito, oltre che un desiderio. Eppure il sogno di diventare uno scrittore si stava infrangendo sugli scogli dei dinieghi dell’editoria: Ponte, però, ha proseguito caparbiamente, perché, come leggiamo nel suo bel blog “Liberi di amare”, all’indirizzo giorgioponte-liberidiamare.blogspot.it, scrivere era nelle sue corde, forse fin dall’infanzia. Anche per questo coraggio, Ponte merita che i suoi libri siano letti. Con vivo desiderio si attende il prossimo racconto. Ormai ha mostrato di conoscere bene la via per la Palestina di 2000 anni fa: è improbabile che si smarrisca. L’attesa è, dunque, fiduciosa.

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