giovedì 9 febbraio 2017

Udienza di Papa Francesco a “La Civiltà Cattolica”. Testo integrale





Udienza di Papa Francesco alla Comunità della rivista “La Civiltà Cattolica”. Incompletezza, Inquietudine e Immaginazione

Sala stampa della Santa Sede

"Ecco, con i vostri articoli anche voi siete chiamati a comporre un “mappamondo”: mostrate le scoperte recenti, date un nome ai luoghi, fate conoscere qual è il significato della “civiltà” cattolica, ma pure fate conoscere ai cattolici che Dio è al lavoro anche fuori dai confini della Chiesa, in ogni vera “civiltà”, col soffio del suo Spirito"
Alle ore 10.30 di questa mattina, presso la Sala del Concistoro del Palazzo Apostolico Vaticano, il Santo Padre Francesco ha ricevuto in udienza la Comunità della rivista “La Civiltà Cattolica”, in occasione della pubblicazione del fascicolo numero 4000.
Discorso del Santo Padre 
Cari scrittori del Collegio della Civiltà Cattolica, cari collaboratori laici,
sono contento di incontrarvi insieme agli altri gesuiti della Comunità, alle suore e a tutti coloro che collaborano con voi nella vita della rivista e nell’amministrazione della casa nella quale abitate. Saluto anche gli editori che da questo momento pubblicheranno la vostra rivista in spagnolo, inglese, francese e coreano. Sento qui presente anche tutta la ampia famiglia dei vostri lettori. Vi ritrovo tutti insieme volentieri in occasione della pubblicazione del fascicolo numero 4000. È un traguardo davvero unico: la rivista ha compiuto un viaggio nel tempo di 167 anni e prosegue con coraggio la sua navigazione in mare aperto.
Ecco: restate in mare aperto! Il cattolico non deve aver paura del mare aperto, non deve cercare il riparo di porti sicuri. Soprattutto voi, come gesuiti, evitate di aggrapparvi a certezze e sicurezze. Il Signore ci chiama a uscire in missione, ad andare al largo e non ad andare in pensione a custodire certezze. Andando al largo si incontrano tempeste e ci può essere vento contrario. E tuttavia il santo viaggio si fa sempre in compagnia di Gesù che dice ai suoi: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» (Mt 14,27).
La vostra navigazione non è solitaria. I miei Predecessori, dal beato Pio IX a Benedetto XVI, incontrandovi in udienza, hanno riconosciuto più volte come la vostra navigazione sia nella barca di Pietro. Questo vincolo al Pontefice è da sempre un tratto essenziale della vostra rivista. Voi siete nella barca di Pietro. Essa, a volte nella storia – oggi come ieri – può essere sballottata dalle onde e non c’è da meravigliarsi di questo. Ma anche gli stessi marinai chiamati a remare nella barca di Pietro possono remare in senso contrario. È sempre accaduto. Voi di Civiltà Cattolica dovete essere «“rematori esperti e valorosi” (Pio VII, Bolla Sollicitudo omnium Ecclesiarum): remate dunque! Remate, siate forti, anche col vento contrario! Remiamo a servizio della Chiesa. Remiamo insieme!» (Omelia nei Vespri con Te Deum, 27 settembre 2014). Questo è il vincolo tra me e voi. Ed esprimo il mio «vivo desiderio che questo vincolo non solo si mantenga, ma si rafforzi» (Giovanni Paolo II, Discorso agli scrittori de “La Civiltà Cattolica”, 19 gennaio 1990). Andiamo sempre avanti nella nostra navigazione, spinti dal soffio dello Spirito Santo che ci guida.
4000 fascicoli non sono una raccolta di carta. C’è una vita dentro, fatta di tanta riflessione, di tanta passione, di lotte sostenute e contraddizioni incontrate. Ma soprattutto di tanto lavoro. Ho saputo che i vostri antichi predecessori amavano chiamarsi semplicemente «lavoratori». Non «intellettuali», ma «lavoratori». Mi piace molto questa definizione che è umile, modesta e molto efficace. Sant’Ignazio ci vuole lavoratori nella vigna mistica. Io lavoro in un modo, voi lavorate in un altro. Ma siamo insieme, accanto. Io nel mio lavoro vi vedo, vi seguo, vi accompagno con affetto. La vostra rivista è spesso sulla mia scrivania. E so che voi nel vostro lavoro non mi perdete mai di vista. Avete accompagnato fedelmente tutti i passaggi fondamentali del mio Pontificato a partire dalla lunga intervista che ho concesso al vostro direttore nell’agosto 2013: la pubblicazione delle Encicliche e delle Esortazioni apostoliche, dando di esse una interpretazione fedele; i Sinodi, i Viaggi apostolici, il Giubileo della Misericordia. Vi ringrazio di questo e vi chiedo di proseguire su questa strada a lavorare con me e a pregare per me.
Quante cose sono accadute in 167 anni di vita della rivista e raccontate nei vostri 4000 quaderni! Ad ogni millesimo fascicolo avete incontrato il Papa: Leone XIII, Pio XI, Paolo VI hanno celebrato i precedenti. Adesso eccovi con me. E con voi c’è il padre Generale della Compagnia di Gesù perché il beato Pio IX volle che il Collegio «dipendesse completamente e in tutto» da lui (Breve ap. Gravissimum supremi). Io confermo questo affidamento della Civiltà Cattolica al Padre Generale proprio a causa del compito specifico che la vostra rivista svolge al servizio diretto della Sede Apostolica.
E più in generale confermo gli Statuti originari della vostra rivista, che Pio IX scrisse nel 1866 istituendo La Civiltà Cattolica «in modo perpetuo». A leggerli oggi notiamo un linguaggio che non è più il nostro. Ma il senso profondo e specifico della vostra rivista è ben descritto e deve rimanere immutato, cioè quello di una rivista che è espressione di una comunità di scrittori tutti gesuiti che condividono non solamente una esperienza intellettuale, ma anche una ispirazione carismatica e, almeno nel nucleo fondamentale della redazione, la vita quotidiana della comunità. La varietà degli argomenti che voi trattate va scelta ed elaborata in una consultazione tra voi che richiede uno scambio frequente (cfr Leone XIII, Lett. Sapienti consilio). E a voi spetta il confronto non soltanto sulle idee, ma anche sul modo di esprimerle e i mezzi adatti per farlo. Il centro della Civiltà Cattolica è il Collegio degli Scrittori. Tutto deve ruotare attorno ad esso e alla sua missione.
Questa missione – per la prima volta in 167 anni – da oggi si allarga oltre i confini linguistici dell’italiano. Sono lieto di poter benedire le edizioni della Civiltà Cattolica in spagnolo, inglese, francese e coreano. Si tratta di una evoluzione che già i vostri predecessori, ai tempi del Concilio, ebbero in mente, ma che mai fu messa in opera. Già da molto tempo la Segreteria di Stato la invia a tutte le Nunziature nel mondo. Adesso che il mondo è sempre più connesso, il superamento delle barriere linguistiche aiuterà a diffonderne meglio il messaggio a più ampio raggio. Questa nuova tappa contribuirà pure ad ampliare il vostro orizzonte, e a ricevere contributi scritti da altri gesuiti in varie parti del mondo. La cultura viva tende ad aprire, a integrare, a moltiplicare, a condividere, a dialogare, a dare e a ricevere all’interno di un popolo e con gli altri popoli con cui entra in rapporto. La Civiltà Cattolica sarà una rivista sempre più aperta al mondo. Questo è un nuovo modo di vivere la vostra missione specifica.
E qual è questa missione specifica? È quella di essere una rivista cattolica. Ma essere rivista cattolica non significa semplicemente che difende le idee cattoliche, come se il cattolicesimo fosse una filosofia. Come scrisse il vostro fondatore, p. Carlo Maria Curci, La Civiltà Cattolica non deve «apparire come cosa da sagrestia». Una rivista è davvero «cattolica» solo se possiede lo sguardo di Cristo sul mondo, e se lo trasmette e lo testimonia.
Nel mio incontro con voi tre anni fa vi ho presentato la vostra missione in tre parole: dialogo, discernimento, frontiera. Le ribadisco oggi. Nel biglietto augurale che vi ho inviato per il numero 4000 ho usato l’immagine del ponte. Mi piace pensare alla Civiltà Cattolica come una rivista che sia insieme «ponte» e «frontiera».
Oggi vorrei aggiungere qualche riflessione per approfondire quello che i vostri fondatori, ripresi poi da Paolo VI, chiamarono il “disegno costituzionale” della rivista. E vi darò anche tre “patroni”, cioè tre figure di gesuiti alle quali guardare per andare avanti.
La prima parole è INQUIETUDINE. Vi pongo una domanda: il vostro cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca? Solo l’inquietudine dà pace al cuore di un gesuita. Senza inquietudine siamo sterili. Se volete abitare ponti e frontiere dovete avere una mente e un cuore inquieti. A volte si confonde la sicurezza della dottrina con il sospetto per la ricerca. Per voi non sia così. I valori e le tradizioni cristiane non sono pezzi rari da chiudere nelle casse di un museo. La certezza della fede sia invece il motore della vostra ricerca. 
Vi do come patrono san Pietro Favre (1506-1546), uomo di grandi desideri, spirito inquieto, mai soddisfatto, pioniere dell’ecumenismo. Per Favre, è proprio quando si propongono cose difficili che si manifesta il vero spirito che muove all’azione (cfr Memoriale, 301). Una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo. Ecco la domanda che dobbiamo porci: abbiamo grandi visioni e slancio? Siamo audaci? Oppure siamo mediocri, e ci accontentiamo di riflessioni di laboratorio? 
La vostra rivista prenda consapevolezza delle ferite di questo mondo, e individui terapie. Sia una scrittura che tende a comprendere il male, ma anche a versare olio sulle ferite aperte, a guarire. Favre camminava con i suoi piedi e morì giovane di fatica, divorato dai suoi desideri a maggior gloria di Dio. Voi camminate con la vostra intelligenza inquieta che le tastiere dei vostri computer traducono in riflessioni utili per costruire un mondo migliore, il Regno di Dio.
La seconda parola è INCOMPLETEZZA. Dio è il Deus semper maior, il Dio che ci sorprende sempre. Per questo dovete essere scrittori e giornalisti dal pensiero incompleto, cioè aperto e non chiuso e rigido. La vostra fede apra il vostro pensiero. Fatevi guidare dallo spirito profetico del Vangelo per avere una visione originale, vitale, dinamica, non ovvia. E questo specialmente oggi in un mondo così complesso e pieno di sfide in cui sembra trionfare la “cultura del naufragio” – nutrita di messianismo profano, di mediocrità relativista, di sospetto e di rigidità – e la “cultura del cassonetto”, dove ogni cosa che non funziona come si vorrebbe o che si considera ormai inutile si butta via.
La crisi è globale, e quindi è necessario rivolgere il nostro sguardo alle convinzioni culturali dominanti e ai criteri tramite i quali le persone ritengono che qualcosa sia buono o cattivo, desiderabile o no. Solo un pensiero davvero aperto può affrontare la crisi e la comprensione di dove sta andando il mondo, di come si affrontano le crisi più complesse e urgenti, la geopolitica, le sfide dell’economia e la grave crisi umanitaria legata al dramma delle migrazioni, che è il vero nodo politico globale dei nostri giorni.
Vi do dunque come figura di riferimento il servo di Dio padre Matteo Ricci (1522-1610). Egli compose un grande Mappamondo cinese raffigurando i continenti e le isole fino ad allora conosciuti. Così l’amato popolo cinese poteva vedere raffigurate in forma nuova molte terre lontane che venivano nominate e descritte brevemente. Tra queste pure l’Europa e il luogo dove viveva il Papa. Il Mappamondo servì anche a introdurre ancora meglio il popolo cinese alle altre civiltà. Ecco, con i vostri articoli anche voi siete chiamati a comporre un “mappamondo”: mostrate le scoperte recenti, date un nome ai luoghi, fate conoscere qual è il significato della “civiltà” cattolica, ma pure fate conoscere ai cattolici che Dio è al lavoro anche fuori dai confini della Chiesa, in ogni vera “civiltà”, col soffio dello Spirito. 
La terza parola è IMMAGINAZIONE. Questo nella Chiesa e nel mondo è il tempo del discernimento. Il discernimento si realizza sempre alla presenza del Signore, guardando i segni, ascoltando le cose che accadono, il sentire della gente che conosce la via umile della cocciutaggine quotidiana, e specialmente dei poveri. La sapienza del discernimento riscatta la necessaria ambiguità della vita. Ma bisogna penetrare l’ambiguità, bisogna entrarci, come ha fatto il Signore Gesù assumendo la nostra carne. Il pensiero rigido non è divino perché Gesù ha assunto la nostra carne che non è rigida se non nel momento della morte.
Per questo mi piace tanto la poesia e, quando mi è possibile, continuo a leggerla. La poesia è piena di metafore. Comprendere le metafore aiuta a rendere il pensiero agile, intuitivo, flessibile, acuto. Chi ha immaginazione non si irrigidisce, ha il senso dell’umorismo, gode sempre della dolcezza della misericordia e della libertà interiore. È in grado di spalancare visioni ampie anche in spazi ristretti come fece nelle sue opere pittoriche il fratel Andrea Pozzo (1642-1709), aprendo con l’immaginazione spazi aperti, cupole e corridoi, lì dove ci sono solo tetti e muri. Vi dò anche lui come figura di riferimento.
Coltivate dunque nella vostra rivista lo spazio per l’arte, la letteratura, il cinema, il teatro e la musica. Così avete fatto sin dagli inizi, dal 1850. Alcuni giorni fa meditavo sulla pittura di Hans Memling, il pittore fiammingo. E pensavo a come il miracolo di delicatezza che c'è nella sua pittura rappresenti bene la gente. Poi pensavo ai versi di Baudelaire su Rubens lì dove scrive che «la vie afflue et s’agite sans cesse, / Comme l’air dans le ciel et la mer dans la mer». Sì, la vita è fluida e si agita senza sosta come si agita l’aria in cielo e il mare nel mare. Il pensiero della Chiesa deve recuperare genialità e capire sempre meglio come l’uomo si comprende oggi per sviluppare e approfondire il proprio insegnamento. E questa genialità aiuta a capire che la vita non è un quadro in bianco e nero. È un quadro a colori. Alcuni chiari e altri scuri, alcuni tenui e altri vivaci. Ma comunque prevalgono le sfumature. Ed è questo lo spazio del discernimento, lo spazio in cui lo Spirito agita il cielo come l’aria e il mare come l’acqua. Il vostro compito – come chiese il beato Paolo VI – è quello di vivere il confronto «tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne messaggio del Vangelo» (Discorso in occasione della XXXII Congr. Gen. della Compagnia di Gesù, 3 dicembre 1974). E quelle esigenze brucianti le portate già dentro voi stessi, e nella vostra vita spirituale. Date a questo confronto le forme più adeguate, anche nuove, come richiede oggi il modo di comunicare, che cambia col passare del tempo.
Mi auguro che La Civiltà Cattolica, anche grazie alle sue versioni in altre lingue, possa raggiungere molti lettori. La Compagnia di Gesù sostenga quest’opera così antica e preziosa, anzi unica per il servizio alla Sede Apostolica. Sia generosa nel dotarla di gesuiti capaci e la diffonda lì dove è più opportuno. Penso soprattutto ai centri di formazione educativa e alle scuole, in particolare per la formazione di docenti e genitori. Ma anche nei centri di formazione spirituale. Ne raccomando particolare diffusione nei seminari e nei centri di formazione. I vescovi la sostengano. Il suo legame con la Sede Apostolica ne fa, infatti, una rivista unica nel suo genere.
Concludo questo nostro incontro ringraziandovi per la testimonianza che date. Affido voi tutti qui presenti all’intercessione della Madonna della Strada e di san Giuseppe, impartendovi la mia Benedizione Apostolica. Grazie.

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Esce il numero 4000 del periodico gesuita. Il traguardo di Civiltà Cattolica. Una cultura da condividere. In un libro la storia della rivista nel rapporto coi Papi

Avvenire

(Antonio Spadaro - Giovanni Sale) «La Civiltà Cattolica» raggiunge le quattromila uscite e festeggia con un libro - edito dalla Rizzoli - la storia della rivista dei gesuiti attraverso il rapporto con i Papi e diversi documenti che costellano i 161 anni di vita. «Il coraggio e l' audacia. Da Pio IX a Francesco», è il lavoro realizzato a quattro mani da padre Antonio Spadaro, direttore della rivista, e il redattore e storico padre Giovanni Sale.Dai capitoli a loro affidati abbiamo estratto in anteprima alcuni brani che ci permettono di ripercorre le tappe salienti di questo cammino. «La Civiltà Cattolica », nata il 5 aprile 1850, è una rivista che ha solcato decenni nei quali il significato stesso della comunicazione, oltre alle sue modalità, è mutato. Nel nostro tempo, segnato profondamente dalle reti sociali e dai nuovi media digitali, comunicare significa sempre meno «trasmettere» notizie e sempre più essere testimoni e «condividere» con altri punti di vista e idee. Tra le prime conseguenze vi è la necessità che dalla pagina traspaia con chiarezza un messaggio di condivisione di un' esperienza intellettuale, morale e spirituale. Fare cultura oggi significa assumersi le proprie responsabilità e il proprio compito nella conoscenza: «Quando le persone si scambiano informazioni, stanno già condividendo se stesse, la loro visione del mondo, le loro speranze, i loro ideali». Le tecnologie dell' informazione, contribuendo a creare una rete di connessioni, spingono gli uomini a farsi «testimoni» dei valori sui quali fondano la propria esistenza. 
LA CONDIVISIONE DI UNA ESPERIENZA INTELLETTUALE. Ciò che « La Civiltà Cattolica » intende offrire sin dagli inizi ai suoi lettori è proprio questo: la condivisione di un' esperienza intellettuale illuminata dalla fede cristiana e profondamente innestata nella vita culturale, sociale, economica, politica dei nostri giorni. Il suo contributo è serio e qualificato ma non elitario o per «addetti ai lavori». E soprattutto è una rivista che vuole condividere le proprie riflessioni non solamente con il mondo cattolico, ma con ogni uomo impegnato seriamente nel mondo e desideroso di avere fonti di formazione affidabili, capaci di far pensare e di far maturare il giudizio personale. È nel suo codice genetico fare da ponte, interpretando il mondo per la Chiesa e la Chiesa per il mondo, contribuendo a un dialogo aperto, pieno, cordiale, rispettoso. L' identità della nostra testata include dunque non solamente buone analisi e ricerche originali, ma anche prese di posizione che siano in grado di parlare all' intelligenza e al cuore dei lettori, inducendoli a fare delle scelte. L' 11 febbraio 2017 viene pubblicato il fascicolo numero 4.000 della rivista, quando appena si è compiuto il centocinquantesimo anniversario del Breve di Pio IX. Il periodico, in questi quattromila fascicoli, ha tenuto ferma la sintonia che i vari Pontefici hanno riconosciuto come «carattere essenziale di questa rivista». 
LA NASCITA DELLA RIVISTA La data di nascita della « Civiltà Cattolica » può essere convenzionalmente fissata il giorno 9 gennaio 1850, quando Pio IX, che in quel tempo risiedeva a Portici, presso Napoli, ordinò d' autorità (durante un' udienza privata concessa all' allora superiore della Compagnia di Gesù, l' olandese Jan Roothaan) che si desse inizio, da parte dei gesuiti italiani, alla pubblicazione di una rivista o di un «giornale popolare», scritto in lingua italiana, che combattesse gli errori moderni e nello stesso tempo difendesse la dottrina cattolica e gli interessi della Santa Sede dagli attacchi dei liberali e dei razionalisti. Il primo fascicolo della « Civiltà Cattolica » fu stampato a Napoli il 6 aprile 1850, in una piccola tipografia ubicata nel cortile di via San Sebastiano. L' articolo di presentazione del padre Curci, intitolato "Il giornalismo moderno ed il nostro programma", spiegava le finalità che la nuova rivista si proponeva nel campo della stampa cattolica. Il primo quaderno fu stampato in 4200 copie, ma già nell' aprile se ne stamparono seimila. Nel giro di pochi mesi la tiratura arrivò a più di ottomila copie. Il 1° novembre 1850 uscì il primo fascicolo romano della « Civiltà Cattolica ». 
IL RAPPORTO CON I PONTEFICI Papa Pio IX stimava la rivista e i suoi scrittori. In una lettera autografa del 20 ottobre 1852 si congratulava con i padri della rivista per l' attività svolta. Il Breve pontificio Gravissimum supremi, di Pio IX, che il 12 febbraio 1866 eresse e costituì «perpetuamente » il Collegio degli scrittori, di fatto accolse pienamente i suggerimenti del padre Curci. All' inizio del suo pontificato, Leone XIII guardava con un certo sospetto l' orientamento della « Civiltà Cattolica » a motivo del suo palese «intransigentismo» in materia politica, che contrastava con il nuovo indirizzo di dialogo e di prudente apertura nei confronti del governo italiano, appena inaugurato dal nuovo Papa, nella speranza - presto dimostratasi vana - di raggiungere un' intesa sulla Questione romana. I Papi del Novecento ebbero un rapporto molto stretto con « La Civiltà Cattolica », valorizzandone in pieno le potenzialità in ordine alla difesa «della sana dottrina cattolica». Pio X fu certamente il primo Papa a utilizzare la rivista in questo senso, senza riconoscerle alcun carattere di ufficialità. Nel 1910, sessantesimo anniversario della fondazione della rivista, Pio X indirizzò una lettera al Collegio degli scrittori nella quale si lodava la fedeltà per tanti anni dimostrata dalla rivista al Papa e alla Santa Sede. La rivista dei gesuiti fu, durante tutto il pontificato di Benedetto XV - e ovviamente anche dopo -, lo strumento attraverso il quale il Papa esprimeva il suo pensiero sui problemi di politica ecclesiastica. Basti pensare soltanto al ruolo che essa svolse durante la guerra per sostenere lo sforzo del Papa in favore della pace, per l' assistenza dei prigionieri, dei popoli colpiti dalla carestia e da malattie epidemiche, come la «spagnola». Durante il pontificato di Pio XI «La Civiltà Cattolica » dovette sostenere battaglie molto impegnative a difesa della Santa Sede, e qualche volta rischiò perfino di essere chiusa d' autorità da organi del governo in carica. Durante gli anni del fascismo, Pio XI utilizzò in diverse circostanze la rivista per divulgare, soprattutto in materia politica e sociale, il suo pensiero o per favorire l' organizzazione dei laici cattolici, indicandone i princìpi ispiratori. Del tutto particolare fu il rapporto tra la rivista dei gesuiti e Pio XII, che divenne papa poco prima che scoppiasse la Seconda guerra mondiale. « La Civiltà Cattolica », con grande impegno, appoggiò con i suoi scritti la «battaglia del Papa in favore della pace», commentandone i numerosi radiomessaggi e successivamente le encicliche. La svolta decisiva, nella storia ormai più che centenaria della « Civiltà Cattolica », si ebbe durante il pontificato di Giovanni XXIII e in occasione del Concilio Vaticano II, che smantellò i vecchi schemi dottrinali, culturali e ideologici nei quali la rivista era nata e cresciuta. Dopo i cambiamenti avvenuti in quegli anni, « La Civiltà Cattolica » non sarebbe stata più la stessa. Paolo VI stimava molto il lavoro dei gesuiti della rivista, come dimostrò in diverse circostanze. Memorabile è il discorso che egli fece al Collegio degli scrittori il 14 giugno 1975, in occasione del numero 3000 della rivista. Nonostante i molti impegni per l' Anno Santo in corso, il Papa volle incontrare gli scrittori della « Civiltà Cattolica » nel Palazzo apostolico. Papa Wojtyla impostò il suo pontificato in un' intensa attività missionaria, espressa anche in innumerevoli viaggi in ogni parte del mondo, ed ebbe perciò meno tempo da dedicare personalmente alla Civiltà Cattolica , pur continuando a manifestare in svariate occasioni il suo apprezzamento per il periodico. Benedetto XVI ricevette il Collegio degli scrittori in udienza il 17 febbraio 2006, ricordando che la missione della rivista è «partecipare al dibattito culturale contemporaneo, sia per proporre, in modo serio e nello stesso tempo divulgativo, le verità della fede cristiana in maniera chiara e insieme fedele al Magistero della Chiesa, sia per difendere senza spirito polemico la verità, talvolta deformata anche attraverso accuse prive di fondamento alla comunità ecclesiale». IL RAPPORTO CON FRANCESCO Nell' udienza concessa ai gesuiti della « Civiltà Cattolica » a tre mesi dalla sua elezione, il Pontefice, Francesco riprendendo la missione che i suoi immediati predecessori avevano conferito alla rivista, l' ha rilanciata e arricchita di significato. Il Papa ha così sintetizzato le parole chiave di questa missione: dialogo, discernimento, frontiera. In occasione della pubblicazione del fascicolo 4.000 della rivista, papa Francesco ha fatto giungere alla redazione un biglietto autografo. Con parole essenziali ha confermato ciò che aveva detto tre anni prima, scrivendo: «Auguri a "La Civiltà Cattolica", rivista unica nel suo genere per il servizio alla Sede Apostolica. Possa continuare ad essere una rivista ponte, di frontiera e di discernimento». La nostra rivista è dunque espressione di una comunità di ricerca, che è aperta al mondo e a contributi di gesuiti dei cinque continenti. E così si apre alla comunità dei lettori con lo stesso spirito che nel 1851 veniva così formulato: «Tra chi scrive e chi legge corre una comunicazione di pensieri e di affetti che tiene molto dell' amicizia, spesso giunge a essere quasi una segreta intimità: soprattutto quando la lealtà da una parte e la fiducia dall' altra vengono a riaffermarla».

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