venerdì 24 febbraio 2017

Venerdì della VII settimana del Tempo Ordinario



Vi sono domande che non cercano risposte ma sono pistole puntate. Come quella posta a Gesù da alcuni farisei sulla liceità del divorzio. Sapevano bene che Mosè (la Torah) proibisce il divorzio, per questo usano la questione del ripudio come una trappola per mettere alla prova Gesù, coglierlo in fallo con una dichiarazione contro la Legge e contro di loro, e poterlo così denunciare come eretico. Spesso anche noi, discutiamo pur sapendo bene dove sia la verità, e domandiamo, parliamo, ci scaldiamo solo per far crollare i nostri interlocutori, e viaggiare sicuri nelle nostre decisioni. Ma Gesù conosceva il cuore dei farisei, come conosce il nostro; sa che è affetto da sklerokardìa, l'indurimento del cuore che, secondo la cultura semitica, indica l'universo interiore dell’uomo compresa la facoltà intellettuale. Nel Nuovo Testamento la sklerocardìa “denota l’ostinata insensibilità umana agli annunci della volontà salvifica di Dio che domanda di essere accolta nel ‘cuore’, nel centro della sua vita personale” (Kittel). E' dunque un irrigidimento simile a quello delle arterie che provoca l'arteriosclerosi, un rinchiudersi superbo nelle proprie posizioni che impedisce il flusso della Grazia. Sklerokardìa è un termine rarissimo nel Nuovo Testamento, usato solo nel brano di oggi, nel parallelo di Matteo, e nel finale di Marco, quando Gesù, apparendo risorto ai discepoli, li rimprovera per la loro incredulità e durezza di cuore. La sklerokardìa nasce dunque dalla mancanza di fede. Per svelare a quei farisei il loro cuore, come già aveva fatto con satana nel deserto, Gesù risponde con la Scrittura, chiedendo loro che cosa Mosè avesse "ordinato". Deuteronomio 24,1-4, l'unico passo della Torah che tratta del divorzio, parla del caso di un uomo che ha ripudiato la moglie e vuole sposarla di nuovo, dopo che ella è stata sposa di un altro uomo. Per questo i farisei devono rispondere che Mosè non ha dato nessun "ordine" in materia, ma solo un "permesso" come un'eccezione per un caso molto particolare. Ebbene risponde Gesù, anche in questo eccezionale e rarissimo, Mosè ha permesso il ripudio solo a causa della durezza del cuore. Che è come dire che il divorzio si decide in un cuore indurito nella superbia. Non è una questione di liceità o meno, perché chi è affetto da sklerokardìa non può avvicinarsi umilmente a Dio per chiedere luce sulla sua volontà nella propria situazione matrimoniale, ma cercherà di usare la stessa autorità divina per confermare le proprie posizioni pregiudiziali, come stavano facendo quei farisei con Gesù. Che però non si lascia irretire dalla loro malizia, e con amore, per guarire il loro cuore, gli annuncia di nuovo la chiamata originale nella quale sono stati creati. Perché il matrimonio, tale come traspare dalle parole di Gesù, è la Buona Notizia dell'amore nel quale Dio, "al principio", ha creato l'uomo maschio e femmina perché fossero una sola carne che nessuno avrebbe dovuto mai separare. Ma il peccato d'orgoglio di Adamo ed Eva ha rotto l'equilibrio d'amore pensato da Dio. La loro incredulità, la durezza del loro cuore dinanzi al potere e all'autorità di Dio ha rotto il progetto di Dio. La stessa durezza di cuore che percorre tutta la storia di Israele è come cristallizzata nelle parole dei farisei, nella quale possiamo scoprire la nostra. Per parlare del rapporto tra Dio e l'uomo, la Scrittura usa immagini nuziali nelle quali Dio, come uno Sposo, ha sempre avuto misericordia della sua sposa, il Popolo di Israele, anche quando ne è stato tradito. Davanti agli occhi dei farisei Gesù poneva anche una storia di secoli, storia di misericordia dalla quale attingere per comprendere il mistero del matrimonio. Ma, per la durezza del cuore, la storia sino a quel giorno non era bastata, come non basta per noi. Era necessario qualcosa di più, l'amore sino alla fine di Cristo. La croce infatti è il letto d'amore dove Dio, nel suo Figlio, ha sposato tutti noi, il Legno dove ci ha fatti carne della sua carne. Il "principio" nel quale Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza, trova il compimento nella croce del Figlio. Per questo la fede nella Parola della Croce dove risplende l'amore infinito di Dio è il fondamento di ogni matrimonio. Non si tratta di carattere, affinità o farfalle nella pancia. Si tratta della fede di chi ha sperimentato l'amore di Dio capace di sciogliere un cuore indurito e vincere l'incredulità. Adamo è caduto in un sonno profondo mentre Dio estraeva dal suo petto una costola per formare Eva, profetizzando così il sonno di Cristo sulla Croce, la ferita del suo costato e la creazione della sua sposa immacolata, la Chiesa. L'amore nuziale è questa opera divina, e il suo compimento è il risveglio di Adamo con l'incontro pieno di stupore dinanzi a quella parte di sé per la quale era nato, per la quale aveva ricevuto quel corpo, e quella costola che ha dovuto offrire nel sonno del sacrificio. Il piacere esultante di Adamo dinanzi a quella donna, a quell'altro io che era quel tu così bello, l'unico essere simile a lui capace di richiudere la ferita che gli era occorsa nel petto. Solo Eva era destinata a quell'anfratto che lo percuoteva e lo faceva sentire mancante, mendicante e incompleto: "Ciò che gli era stato rubato, gli è stato reso, trasfigurato dalla bellezza" (Giacomo di Saroug). Era lei la sua pienezza, lei e solo lei, e per questo, diveniva gioia, piacere, stupore. Attraverso di lei sorgeva in Adamo la speranza di conoscere la fonte di tutto quello straripamento di pace, quel senso di pienezza e di soddisfazione, la fonte inestinguibile di ogni amore, di quell'amore che, lui lo sentiva, era l'unico che dava senso a tutto, alla sua esistenza e al Paradiso nel quale era stato posto. Eva era la porta che gli dischiudeva il mistero del "Principio", l'origine ferma e certa della sua stessa vita. Il principio di ogni amore è quindi dentro un sonno fecondo, e nell'incedere sicuro di Dio che accompagna Eva al suo sposo, a quell'unico uomo per il quale e dal quale era stata tratta. Eva era un dono, ecco il segreto, il dono scaturito dal suo sonno, il frutto della Croce e della risurrezione del Signore. Eva, la sposa, l'unico approdo perché il sonno non torni, malvagio questa volta, a strappare quell'allegria piena: "Amore mio, che altro posso fare? Quale altra occupazione può avere un uomo valido su questa terra, fuorché di sposarvi? Che alternativa c'è al matrimonio, eccetto il sonno?" (Gilbert Keith Chesterton). L'indissolubilità è l'unica forma "lecita" di vivere un matrimonio perché è l'unica che realizza l'uomo nel suo essere "maschio e femmina". Un marito è persona compiuta solo nell'essere una sola carne con la moglie che Dio ha preparato per lui, donandosi sino a morire per lei che è l'unica che può sottomettersi, mettersi cioè sotto la sua protezione, perché in lui è dischiusa la ferita dalla quale è stata tratta. Solo lei combacia perfettamente con essa, e solo lui porta quella ferita. Altre donne, o altri uomini, anche altri ideali della stessa moglie o del marito, resteranno irrimediabilmente fuori di loro e non potranno mai diventare una carne sola. Anche solo guardando, o sognando un'altra persona con desiderio si commette adulterio, etimologicamente andare verso un'altra donna o uomo spingendosi cioè verso una fantasia inesistente nella quale si frantuma la propria persona. Molto più grave, ovvio, quando l'adulterio è consumato concretamente: non essendo creati l'uno per l'altro, anche se il piacere erotico e sentimentale sembra assicurato, sarà come unirsi con un cadavere, cioè con un corpo che, pur esistendo, non potrà mai accogliere l'altro nella sua totalità. Il peccato, che è un fallire l'obbiettivo della vita, consegna infatti sempre il salario della morte. Il divorzio, che suppone in ogni caso un adulterio consumato almeno nel cuore (ci si separa perché l'altro è diventato insopportabile o non coincide più alle proprie esigenze, o semplicemente perché fa soffrire) è sempre illecito perché è illecito uccidere una persona nel suo essere più profondo, quello creato al "principio". Certo, accade spesso che i peccati e le differenze arrivino a costituire una barriera insuperabile tra gli sposi. Ma ciò che è impossibile agli uomini è possibile a Dio! A condizione che si lascino frantumare nell'umiltà il cuore indurito. Il principio del disegno di Dio, infatti, ci è consegnato ogni giorno nella Chiesa che ci offre, con la Parola e i sacramenti, la Croce gloriosa del Signore risorto e vittorioso sul peccato, nella quale gli sposi sono uniti per sempre. Il matrimonio è una vocazione, e per ogni vocazione sono necessarie le Grazie nelle quali vincere le tentazioni e sperimentare il perdono che rigenera. Senza la Chiesa un matrimonio non ha futuro nel suo compimento autentico perché l'uomo, con le sue sole forze, con i sentimenti e il piacere, non può restare crocifisso. Il verbo greco synezeuxen che indica "congiunto" infatti, è formato dalla preposizione-prefissos yn ("con") e dalla radice zeug-, che descrive anche due animali uniti dal "giogo" (zeugos). Il giogo che unisce gli sposi è dunque il giogo di Cristo, mite e umile di cuore. Esso è leggero e dolce perché è l'unico adeguato a ciascuno dei due, l'unico che li fa, giorno dopo giorno, una sola carne. Non può esservi giogo diseguale, pena inciampare, cadere, rompere l'unità. Il giogo di Cristo, le sue braccia distese ad unire gli sposi, il suo amore infinito che ogni giorno perdona, e fa perdonare; ama e dona di amare. Che Dio conceda a tutti noi, rientrati a casa con il Signore, nel seno benedetto della comunità cristiana dove siamo gestati nella verità e nella libertà dei figli, la fede capace di aprire gli occhi sulla Croce, e credere all'amore che vince ogni male, la fonte di vita per ogni matrimonio, il giogo soave che conduce gli sposi, indissolubilmente uniti, sino al Cielo.


Nessun commento:

Posta un commento