sabato 11 febbraio 2017

VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) — 12 febbraio 2017. Ambientale e commento al Vangelo

alphabet-1679750_1280

Il seguito del Discorso del Signore  sul monte anima questa domenica con una luce immensa, perché annuncia quella verità che ci manca: che l'amore per l'altro è un atto divino quando amiamo come Cristo, fino a lasciarci crocifiggere per Lui, pur di amare. Buona domenica. 
pb.. Vito Valente

***
Nella sesta Domenica del Tempo ordinario, la liturgia ci propone il Vangelo in cui Gesù dice ai suoi discepoli: 

“Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: (…) se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”
Chi trasgredirà uno solo di questi precetti minimi e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà sarà considerato grande…”. Pochi giorni fa Rita, romana, giovane moglie e madre di tre bellissimi figli ha varcato le soglie dell’eternità insegnando l’obbedienza al Padre e la fiducia in Cristo dalla “cattedra” della sua lunga malattia. Innumerevoli persone hanno riconosciuto la grandezza della sua fede e la compostezza nel dolore della sua famiglia, partecipando in massa al funerale. Michel, francese di mezz’età, ha onorato il precetto della fedeltà e dell’indissolubilità del sacramento del matrimonio attendendo, per anni, la moglie che lo aveva abbandonato. Quando Dio “ha saziato” la sua speranza, con il ritorno della sposa, i vicini, edificati, lo hanno ringraziato commossi. Un parroco ottantenne del Veneto, Don Gianni, a cui numerose persone devono la fede, continua a trasmettere umiltà e perdono, nel silenzio della sua anzianità talvolta dimenticata. La voce del Maestro, che riecheggia nell’Humanae Vitae, è stata accolta da Paloma e Rafaèl, sposi spagnoli, che educano i loro diciannove figli secondo la legge di Cristo e della sua Chiesa. Sarà divertente, nel Regno dei cieli, scoprire i  veri “grandi” della terra! (Sanfilippo).

***

Ogni “yod” della nostra vita


Chi è un cristiano? E’ colui nel quale è vivo Cristo, che, nel celebre Discorso della Montagna, ha voluto lasciarci il suo ritratto, preciso in ogni dettaglio. Per questo, nulla di noi è marginale. Tutto ci è donato per essere “compiuto”, colmato, “riempito trabocchevolmente” di Lui, perché si realizzino le sue parole pronunciate durante l’ultima cena: “Tu in me e io in loro, perché siano perfetti nell’unità e il mondo creda che tu mi hai mandato”.
Ogni istante è come uno yod (iota in ebraico), la più piccola lettera dell’alfabeto ebraico, eppure importantissima; decisivo per definire il significato di molte parole simili, lo yod è fondamentale per illuminare il compimento delle frasi, schiudendo il passato verso il futuro. 
Il Signore “desidera ardentemente” accogliere ogni momento e aspetto della nostra vita per dargli compimento; ha sete del nostro aceto fatto di amarezze e peccati;ricevendolo sulla croce come l’ultimo “yod” necessario perché tutto sia colmato, ha reclinato il capo e spirando ci ha inondato del suo Spirito.
Da quel momento non vi è più nulla da mettere tra parentesi, rifiutare e buttar via. Gesù ci ha amati sino alla fine – sino all’ultimo “iota” – per farci felici e vivere tutto senza pauraperché “tutto è compiuto” nell’amore
Pulire la casa, studiare quella materia insopportabile, cambiare l’ennesimo pannolino, l’odore acre dell’autobus pullulante di zombi mattutini, il capoufficio, il traffico alienante, la precarietà economica, il dolore di denti, la cellulite, l’altezza, i nostri occhi, i difetti, il carattere, tutto: ogni “iota” della nostra vita è decisivo per amare.
La misericordia di Dio trasforma il momento più routinario in una sorgente di salvezza e di letizia. Vivere pienamente la vita è accogliere il senso profondo che Lui consegna ad ogni nostra ora, anche la più dolorosa, l’ultima che ci viene donata, senza trascurare nulla. 
I suoi comandamenti, infatti, sono il suo stesso amore declinato nella vita dell’uomo. Esso è attento a ogni dettaglio, non lascia nulla al caso; i suoi precetti, parole di vita e di libertà, abbracciano in uno sguardo amorevole ogni millimetro della nostra esistenza. 
Osservarli, nella pura Grazia di una vita abbandonata al soffio dello Spirito Santo, significa essere fedeli nelle piccole cose per esserlo nelle grandi, quando sarà preparato l’altare dove sacrificare la vita. Chi, al contrario, trascura il “precetto minimo”, si ritroverà con un “amore minimo”, incapace di far fronte al bisogno dell’altro, inciamperà quando urterà contro l’eccezionale di una crisi del coniuge, del figlio, dell’amico o del fidanzato.
Chi vive disattento e insegna ad esserlo è condannato ad essere “considerato minimo nel Regno dei Cieli”, dove è grande l’insignificante, il povero, il peccatore. E’ paradossale, ma un peccatore che si converte ha “superato la giustizia dei farisei”; è “più grande” – capace di una gioia e una pace e un amore “più grandi” – di chi, subdolamente, sovverte la volontà di bene del Signore per affermare i propri criteri.
La “giustizia di scribi e farisei” aveva, come la nostra, i limiti della propria carne, perché fondata su opere che avevano perduto il sapore della gratuità, lettera morta, senza Spirito. 
Lo dimostrano le parole di Gesù, nelle quali sembra affiorare l’assurdo: un pensiero che sfiora appena la mente, ed è come uccidere un uomo. 
E’ un paradosso per rivelare il veleno che scorre nel cuore di tuttise non siamo capaci di “pensare bene” come illudersi di poter “compiere il bene”? Quante messe, preghiere, parole, consigli, sguardi umili, ma il cuore dov’è? Che ne è stato di quel vicino di casa, della suocera, del collega? Uccisi nel cuore, sepolti e dimenticati.
E non solo questo. Il Signore ci parla di “qualcuno che ha qualcosa contro di noi”, non necessariamente perché noi si abbia fatto qualcosa di male: parole chiarissime, che mostrano, in filigrana, il cuore di Cristo. Noi tutti ce l’avevamo con Lui, e lo abbiamo inchiodato a una Croce. E non ci aveva fatto nulla, anzi, ci aveva semplicemente amati. Ma Lui ha “lasciato l’offerta all’altare del Tempio”, e si è fatto offerta Lui stesso, il suo corpo come il nuovo Tempio, la sua Croce come il nuovo altare.
Lui si è ricordato di tutti noi, che avevamo qualcosa contro di Lui, per quella malattia, per quel dolore, per quel fallimento, ed è venuto a cercarci per riconciliarci con Lui. Ma come è possibile? Noi, peccatori e per questo debitori, nel cuore di Cristo diveniamo suoi creditori! Ladri, ma i suoi occhi ci vedono come dei derubati. Ingannatori, ma la sua misericordia ci considera ingannati.
In Lui è apparsa la Giustizia di Dio, che supera la casuistica farisaica, le regolette da rispettare con cui difendersi e sentirsi a posto; supera la religione naturale fatta di prescrizioni, doveri, paura e schiavitù, per donarci la Vita nuova che non si esaurisce e che possiamo offrire anche al nemico. 
Certo, le parole di Gesù sono follia pura agli occhi e alle menti carnali. Come inginocchiarsi dinanzi a chi ci tradisce, ci calunnia, ci “cita in giudizio”? Come chiedere perdono per quello che non si è commesso? Dove si va a finire? Infatti, non è sapienza mondana, e non c’entra nulla con le leggi di uno Stato. E’ lo Spirito della famiglia di Dio, la vita dei figli di Dio: la carità di Cristo in noi, l’agape che abbraccia, dalla Croce, ogni uomo.
Abbiamo sperimentato questa giustizia nella nostra vita? Gesù ci chiama ad accogliere oggi il suo amore che ci giustifica, in un cammino da percorrere nella Chiesa, l’iniziazione cristiana attraverso la quale Dio strappa il peccato dal cuore e vi depone il seme del suo amore.
Per questo, nel Discorso della montagna non vi è spazio per il sentimentalismo e il buonismo d’accatto. I cristiani assumono ogni giorno un combattimento spirituale contro le insidie della superbia e del demonio, e quando c’è da tagliare si “taglia”, per amore.
Sulla soglia del peccato originale, infatti, troviamo la “concupiscenza”, che nel Vangelo è tradotta con “desiderio”, quello ferito dal demonio. Tutti ne facciamo esperienza… Basta uno sguardo… Chi guarda una donna con concupiscenza, infatti, “ha già commesso adulterio nel suo cuore”: non si può desiderare con concupiscenza e nello stesso tempo offrirsi con amore nella gratuità, pena l’adulterio.
Quanti adulteri nei nostri cuori… Quanti desideri che cancellano l’amore in favore dell’avidità con cui offriamo a noi stessi persone e cose… Abbiamo bisogno di una purificazione dello sguardo che si compie solo in un cammino di conversione: in esso, attraverso la Parola, la liturgia e la vita nella comunità, la Grazia converte il cuore perché gli occhi, che svelano le intenzioni, contemplino Cristo nel prossimo.
Nella Chiesa possiamo imparare a fondare la nostra vita su di Lui. A “Gerusalemme”, sulla Croce, “trono” che giunge al “Cielo” e “sgabello” ben radicato sulla “terra”, Gesù ha già giurato al Padre per tutti noi amore infinito ed eterno. Non si torna indietro, pena l’infelicità eterna; il Signore ci ha crocifissi con Lui negli eventi della nostra storia, facendo di essa una primizia della nuova “Gerusalemme”, cittadini della “città del gran Re” che ha dato la sua vita per noi.
Chi è di Cristo non ha bisogno e non può giurare, perché la sua vita è già legata, per l’eternità, in un’alleanza d’amore. Il “sì” di Gesù, infatti, è il “giuramento” che fonda tutta l’esistenza. Da esso nascono i nostri “sì” e “no”. Il sì alla storia che Dio prepara ogni giorno, il no a chi e a quanto vorrebbe opporvisi. Il sì di parole che rifuggono ipocrisia e adulazione per annunciare sempre e ovunque il Vangelo.

***

“L’amore compie la legge”

Lectio divina sulle letture della VI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 12 febbraio 2017
di Mons. Francesco Follo

VI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 12 febbraio 2017

         1) L’amore è compimento della legge.
All’inizio della Messa di questa 6ª domenica del tempo ordinario (Anno A) la preghiera del sacerdote è: “O Dio, che riveli la pienezza della legge nella giustizia nuova fondata sull’amore, fa’ che il popolo cristiano, radunato per offrirti il sacrificio perfetto, sia coerente con le esigenze del Vangelo, e diventi per ogni uomo segno di riconciliazione e di pace” (Colletta VI domenica  dell’anno A).
Con questa preghiera che sintetizza bene la Liturgia della Parola di oggi, la Chiesa ci invita a pregare perché la legge evangelica dell’amore guidi il pensare e l’agire dell’uomo, di ognuno di noi. Quando manca l’amore tutto diventa difficile, pesante e, spesso, inaccettabile e non c’è regola umana, che possa reggere di fronte a chi non ama e non sente nel cuore la voce di Dio, che è amore. Per questo la Liturgia ci fa pregare nella Colletta che si può usare tutti gli anni: “O Dio, che hai promesso di essere presente in coloro che ti amano e con cuore retto e sincero custodiscono la tua parola, rendici degni di diventare tua stabile dimora”. [1]
In effetti, nel Vangelo di oggi Cristo non offre semplicemente delle regole aggiornate, migliorate perché più complete. Dicendo: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento” (Mt 5, 17), Gesù afferma di voler portare a compimento la Legge e i Profeti[2].  Il Redentore dà pieno compimento alla legge perché, osservandola, la compie e perché, indicando l’amore come perno della legge, la completa: tutto è compiuto nell’amore.
Non dimentichiamo che tutti i comandamenti sono espressione dell’amore di Dio e sorgente dell’amore tra noi. Sono il pilastro fondamentale della vita, che costruisce il suo cammino verso il Cielo, come –per esempio- ce lo ricorda il Siracide, che insegna: “Se vuoi osservare i suoi (di Dio) comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini. A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare” (Sir 15, 16-21 – II lettura della Messa di oggi).
E’ importante ricordare che già la Legge (la Torah consegnata a Mosè) è prima di tutto un dono che Dio ha fatto al suo popolo, con lo scopo di far conoscere la sua volontà salvifica. Un esempio di questo pensiero lo si può trovare nel lungo salmo 118 (119) in cui si cantano le lodi della Legge e che ci fa pregare cosi: “Sii benevolo con il tuo servo e avrò vita, osserverò la tua parola. Aprimi gli occhi perché io consideri le meraviglie della tua legge. Insegnami, Signore, la via dei tuoi decreti e la seguirò sino alla fine. Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore” (Sal 118, 17-18.34-36).
Oggi, con la nuova Legge Gesù, nuovo Mosé, ci dà dei comandi che ci insegnano a costruire la vita e il rapporto con il Signore come amore, come risposta d’amore, al suo amore infinito, l’unica vera fonte della salvezza. La salvezza viene dal Signore, viene dall’amore, non viene dall’osservanza della legge, non viene dalle nostre opere, ma da Dio. Le nostre opere e l’osservanza dei precetti ci devono essere ma nella fede e nell’amore. Nella fede, sapendo che è il Signore che ci dà ogni grazia e ogni salvezza, e noi siamo felici di vivere nell’umiltà e nella verità davanti a Dio; nell’amore che è essere appassionati e innamorati di Dio perché Lui ci ha conquistati, nell’amore che è condivisione e dono di noi stessi al prossimo, escludendo di giudicare, di sentirci migliori, di confrontarci con gli altri, di disprezzarli, di escluderli – se dipendesse in noi – dalla salvezza del Signore. Atteggiamenti tipici nei farisei e in noi, per tante forme di fariseismo che ci portiamo dentro.
2) Ma io vi dico…
Gesù, nel Vangelo di oggi, più volte ripete: “Ma Io vi dico…”, ma non lo fa per contrapporsi all’Antico Testamento, Il Signore non vuole un compimento formale della legge, che non coinvolga il cuore; sapendo bene che ciò che contamina l’uomo sono le violenze, i giudizi, gli adulteri che escono dal cuore dell’uomo, è venuto a “dare compimento” alla legge antica. Si è interamente donato, offerto alla volontà del Padre e, risuscitato dai morti, ci dona uno spirito nuovo. Non si entra nel Regno di Dio con l’osservanza meticolosa della legge, come facevano scribi e farisei: ora è possibile una “giustizia superiore”: “Siate santi, come io sono santo” (Lev 19,2).
La “giustizia di scribi e farisei” aveva, come la nostra, i limiti della propria carne, perché fondata su opere che avevano perduto il sapore della gratuità, lettera morta, senza Spirito.
Lo dimostrano le parole di Gesù nel vangelo di oggi: “Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geenna” (Mt 5, 21s)). In questa parola sembra che Gesù dica parole assurde quali: “Un pensiero che sfiora appena la mente, ed è come uccidere un uomo”. Papa Francesco ha chiaramente ricordato quella forma di omicidio sottile e “facile”, che sono le maldicenze ed i rancori: “Quello che nel suo cuore odia suo fratello é un omicida. Noi siamo abituati alle chiacchiere, ai pettegolezzi. Ma quante volte le nostre comunità, anche la nostra famiglia, sono un inferno dove si gestisce questa criminalità di uccidere il fratello e la sorella con la lingua”.
Sono parole paradossali che rivelano il male che scorre nel cuore di tutti: se non siamo capaci di “pensare bene” come illudersi di poter “compiere il bene”? Quante messe e preghiere, quante buone parole e buoni consigli, sguardi umili, ma il cuore dov’è? Che ne è del nostro prossimo: il padre, la madre, i fratelli e sorelle di sangue, i vicini di casa e di lavoro, i fratelli e sorelle in comunità? Uccisi nel cuore, sepolti e dimenticati.
Non è il buon cuore ma il cuore (cioè la radice del nostro essere) che deve cambiare.
Lo scopo della legge di Dio non è altro che quello di custodire, coltivare, far fiorire l’umanità dell’uomo. Per questo -ripeto- Gesù “comanda” un unico salto di qualità: la conversione del cuore.
La conversione del cuore è vissuta dalle Vergini consacrate mediante la consacrazione e la perseveranza in un cammino in cui in ciascuna di loro (ma ciò vale anche per ciascuno di noi) Cristo sia tutto: “Siamo tutti del Signore e Cristo è tutto per noi: se desideri risanare le tue ferite, egli è medico; se sei angustiato dall’arsura della febbre, egli è fonte; se ti trovi oppresso dalla colpa, egli è giustizia; se hai bisogno di aiuto, egli è potenza; se hai paura della morte, egli è vita; se desideri il paradiso, egli è via; se rifuggi le tenebre, egli è luce; se sei in cerca di cibo, egli è nutrimento” (Sant’Ambrogio di Milano, De Virginibus, PL 16, 99).
La vocazione delle vergini è una chiamata a far fiorire a compiere in Cristo la loro umanità grazie ad una virtù angelica. A questo riguardo San Cipriano scrivendo alle vergini afferma giustamente: “Quello che noi saremo un giorno, voi già cominciate ad esserlo. Voi fin da questo secolo godete la gloria della risurrezione, passate attraverso il mondo senza contagiarvene. Finché perseverate caste e vergini, siete eguali agli angeli di Dio” (De habitu virginum, 22: PL 4, 462).
Felice è colei che fa le sue scelte di vita alla luce della legge del Signore e insistentemente implora, con la preghiera, che il Signore gli dia la forza di custodire la legge nel cuore e di osservarla nella vita di ogni giorno.
Lettura Patristica
Sant’Efrem, diacono
Commenti dal Diatessaron, 1, 18-19
SC 121, 52-53
La parola di Dio è sorgente inesauribile di vita
Chi è capace di comprendere, Signore, tutta la ricchezza di una sola delle tue parole? E’ molto più ciò che ci sfugge di quanto riusciamo a comprendere. Siamo proprio come gli assetati che bevono ad una fonte. La tua parola offre molti aspetti diversi, come numerose sono le prospettive di coloro che la studiano. Il Signore ha colorato la sua parola di bellezze svariate, perché coloro che la scrutano possano contemplare ciò che preferiscono. Ha nascosto nella sua parola tutti i tesori, perché ciascuno di noi trovi una ricchezza in ciò che contempla.
La sua parola è un albero di vita che, da ogni parte, ti porge dei frutti benedetti. Essa è come quella roccia aperta nel deserto, che divenne per ogni uomo, da ogni parte, una bevanda spirituale. Essi mangiarono, dice l’Apostolo, un cibo spirituale e bevvero una bevanda spirituale (cfr. 1 Cor 10, 2).
Colui al quale tocca una di queste ricchezze non creda che non vi sia altro nella parola di Dio oltre ciò che egli ha trovato. Si renda conto piuttosto che egli non è stato capace di scoprirvi se non una sola cosa fra molte altre. Dopo essersi arricchito della parola, non creda che questa venga da ciò impoverita. Incapace di esaurirne la ricchezza, renda grazie per la immensità di essa. Rallegrati perché sei stato saziato, ma non rattristarti per il fatto che la ricchezza della parola ti superi. Colui che ha sete è lieto di bere, ma non si rattrista perché non riesce a prosciugare la fonte. E` meglio che la fonte soddisfi la tua sete, piuttosto che la sete esaurisca la fonte. Se la tua sete è spenta senza che la fonte sia inaridita, potrai bervi di nuovo ogni volta che ne avrai bisogno. Se invece saziandoti seccassi la sorgente, la tua vittoria sarebbe la tua sciagura. Ringrazia per quanto hai ricevuto e non mormorare per ciò che resta inutilizzato. Quello che hai preso o portato via è cosa tua, ma quello che resta è ancora tua eredità. Ciò che non hai potuto ricevere subito a causa della tua debolezza, ricevilo in altri momenti con la tua perseveranza. Non avere l’impudenza di voler prendere in un sol colpo ciò che non può essere prelevato se non a più riprese, e non allontanarti da ciò che potresti ricevere solo un po’ alla volta.
***
[1] In latino: “Deus, qui te in rectis et sincéris manére pectóribus ásseris, da nobis tua grátia tales exsístere, in quibus habitáre dignéris”
[2]  Per gli Ebrei la Legge con i precetti o insegnamenti del Signore e alle parole dei suoi servi (i Profeti appunto) indicavano la loro Bibbia.
A complemento di informazione ricordo che la BIBBIA EBRAICA ha 39 Libri così suddivisi:
  1. La Torah (Pentateuco);
  2. I Profeti a) anteriori (Giosuè, Giudici, 1-2 Samuele, 1-2 Re); b) posteriori (Isaia, Geremia, Ezechiele e i 12 profeti minori);
  3. Gli altri scritti: Salmi, Proverbi, Giobbe, Cantico dei Cantici, Daniele, Rut, Qoèlet, Ester, Esdra, Neemia, 1-2 Cronache, le Lamentazioni.
La BIBBIA CRISTIANA comprende 73 libri)
Antico Testamento (46 libri)
  1. Il Pentateuco (corrisponde alla Torah ebraica: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio)
    2. I Libri storici (Giosuè, Giudici, Rut, 1-2 Samuele, 1-2 Re, 1-2 Cronache, Esdra, Neemia, Tobia, Giuditta, Ester, 1-2 Maccabei)
  2. Libri sapienziali (Giobbe, Salmi, Proverbi, Qoelet, Cantico dei Cantici, Sapienza, Siracide).
    4. Libri profetici
    • maggiori (Isaia, Geremia, le Lamentazioni, Baruc, Ezechiele, Daniele) • minori (Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia).
Nuovo TestamentoO (27 libri)
  1. Vangeli (Matteo, Marco, Luca, Giovanni)
    2. Atti degli Apostoli
    3. Lettere (Romani, 1-2 Corinti, Galati, Efesini, Filippesi, Colossesi 1-2 Tessalonicesi, 1-2 Timoteo, Tito, Filemone, Ebrei, Giacomo, 1-2 Pietro, 1-2-3 Giovanni, Giuda)
    4. Apocalisse

Nessun commento:

Posta un commento