mercoledì 22 marzo 2017

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Fake news e post-verità: la crisi del relativismo

Oggi, ai tempi frenetici e convulsi di Internet, in cui le informazioni si moltiplicano e viaggiano sempre più veloci attraverso le sterminate autostrade del web, uno dei compiti più ardui e delicati consiste nel riuscire a districarsi nella travolgente marea informativa, riuscendo a gestire e filtrare le notizie buone, ossia vere, da quelle cattive, all’opposto, false. Le prime, verificate e fondate su dati oggettivi, dalle seconde, le cosiddette “fake news”, vere e proprie “bufale”, costruite ad arte da editori e manager spregiudicati al fine di raggiungere i propri contingenti scopi politici o di business.
Il vocabolo “fake news” viene associato ad un altro termine che, in questi ultimi tempi, ha conosciuto un’altrettanto vasta popolarità: quello della “post-verità”, neologismo che sta ad indicare una situazione in cui «i fatti obiettivi sono meno influenti sull’opinione pubblica rispetto agli appelli emotivi e alle convinzioni personali». La Brexit, e più recentemente le elezioni americane vinte da Donald Trump, hanno infatti portato alla ribalta, in particolare nel mondo anglosassone, il termine di post-truth, la cui fulminante ascesa è stata suggellata dalla decisione degli Oxford Dictionaries di eleggerla a parola internazionale dell’anno per il 2016.
La scelta degli esperti del dizionario di Oxford, che ogni anno selezionano le parole più significative degli ultimi dodici mesi, che secondo le loro previsioni hanno ottime speranze di consolidarsi nel linguaggio corrente, sembra essere quanto mai azzeccata.
La “post-verità” e il suo derivato “fake news” sembrano infatti davvero permeare a fondo la società contemporanea. Nell’era delle “fake news”, a decretare l’attendibilità e veridicità di una notizia non sono i fatti e i dati concreti ma le mere e fugaci emozioni e sensazioni “sociali”, espresse attraverso i “like” (i “mi piace” ad un post) e attestate dal numero di “followers” (tecnicamente i “seguaci”), che un determinato contenuto o pagina sui social network riescono ad ottenere.
Se da un lato, il fenomeno delle “notizie bufala” non è nuovo, in quanto da sempre la diffusione di notizie false è stato un abile strumento propagandistico, utilizzato in politica e in altri ambiti, con l’obiettivo di screditare l’avversario di turno, dall’altro, mai come in questi giorni, il fenomeno era riuscito a raggiungere proporzioni tali, indubbiamente legate al mutato contesto comunicativo rappresentato dal World Wide Web.
La rete Internet, a differenza dei tradizionali mezzi di comunicazione, si caratterizza infatti per la presenza di fattori assolutamente inediti e peculiari, quali la globalità, la capillarità e velocità di trasmissione che favoriscono in maniera esponenziale la capacità di diffusione e circolazione virale delle notizie di post-verità.
Il fenomeno delle “fake news” ha toccato livelli tali, che gli stessi social network, Facebook in primis, gli hanno oramai dichiarato guerra, onde evitare una controproducente e svantaggiosa perdita di credibilità. Anche i governi stanno correndo ai ripari e, a questo proposito, in Germania, in vista delle prossime elezioni politiche, la coalizione attualmente al potere ha introdotto una nuova legge che prevede multe fino a 50mila euro per le aziende attive nel settore dei social media, che non provvederanno a rimuovere una notizia accertata come “fake” entro 24 ore dalla segnalazione.
Anche in Italia si è recentemente arrivati a proporre una legge, intitolata «Disposizioni per prevenire la manipolazione dell’informazione online, garantire la trasparenza sul web e incentivare l’alfabetizzazione mediatica», che sanzionerà chi diffonde notizie false su social media o gestisce siti web identificati come «non espressione di giornalismo online», obbligando così i gestori delle piattaforme informatiche a monitorare costantemente i contenuti che circolano al loro interno. La prima firmataria della proposta di legge, che prevede anche la reclusione fino a due anni per chi si rende «responsabile di campagne d’odio contro individui» o «volte a minare il processo democratico», è Adele Gambaro, ex Cinque stelle espulsa dal Movimento ed ora passata nel gruppo guidato da Denis Verdini (Ala-Scelta Civica).
In senso più ampio, le “fake news” sono oggi associate anche ai fenomeni dell’ “hate speech”, e del cosiddetto “cyber bullismo”, il più delle volte strumentalizzati dall’establishment di turno per tappare la bocca a chi osi levare una voce fuori dal coro del discorso politically correct , bollandolo come inaccettabile incitatore d’odio.
In questa prospettiva, lo scorso 9 febbraio presso la Camera dei Deputati, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha promosso un workshop intitolato Sicuri sul web per una navigazione consapevole. Quali tutele contro ogni discriminazione, hate speech, cyber bullismo e diffusione di false notizie?, alla quale ha preso parte la Presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini che pochi giorni dopo, il 13 febbraio ha rivolto una “lettera aperta” sul tema, pubblicata sul quotidiano La Repubblica, direttamente al fondatore e amministratore delegato di Facebook Mark Zucherberg, domandogli in conclusione «da che parte sta Facebook, in questa battaglia di civiltà?».
Ma cosa sono e perché sono esplose le “fake news”? Innanzitutto possiamo dividerle in due categorie principali: nella prima, rientrano le notizie totalmente false, le cui fonti sono del tutto inesatte, alla seconda categoria, appartengono invece le notizie false solo parzialmente, in quanto contenenti una mezza verità. Delle due, le più pericolose, in quanto più subdole e difficili da smascherare a causa del loro ingannevole fondo di verità, sono certamente le seconde.
Il proliferare del fenomeno delle “fake news” è invece strettamente legato all’ambiente di Internet ed in particolare ad una tecnica di web marketing nota come “click baiting”. Tradotto in altre parole il click baiting sta per “acchiappa click”, ed è un astuto stratagemma, ormai diffusissimo sui social network, del quale si servono i social media manager per portare click e quindi traffico alle pagine dei loro siti web. L’obiettivo è quello di incrementare il traffico per ottenere il maggior profitto dagli introiti pubblicitari, il tutto ovviamente a scapito della qualità e dell’esperienza di navigazione dell’utente che si trova a fruire pessimi contenuti.
I contenuti identificati come “click bait”, ossia “esche da click”, sono confezionati ad arte per catturare il maggior numero di visitatori nel mare del web, in maniera da rendere il massimo sui social e diventare in breve tempo contenuti virali grazie ai loro titoli ad effetto e sensazionali. Di seguito ecco alcuni esempi di titoli esca pensati apposta per attirare l’attenzione degli utenti sulla rete e ottenere click verso le pagine desiderate:
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Più lettori cliccano su tali titoli, più traffico si genera sui rispettivi siti web e più guadagni arrivano agli editori dalle loro concessionarie pubblicitarie. Alla luce di queste considerazioni possiamo dire che il fenomeno delle “fake news” sembra aver oramai raggiunto il suo livello di guardia, arrivando tuttavia a mettere in discussione il basilare principio di Internet della libera ed illimitata circolazione dell’informazione.
La società fondata sul soggettivo paradigma relativista, approdata in maniera logica e coerente alla deriva della “post-verità”, rappresentata oggi dalle “fake news”, pone i paletti all’utopistica intelligenza collettiva ed effettua così una paradossale marcia indietro, proclamando l’esistenza di verità assolute, acclarate da incontrovertibili dati oggettivi. (Lupo Glori)

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