mercoledì 8 marzo 2017

Davanti al crocifisso.

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Davanti al crocifisso. Storie di conversione 
L'Osservatore Romano 
(Pietro Zander) Nel vangelo di Luca si legge una inquietante domanda rivolta da Gesù — «il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (18, 8) — che di fatto attraversa l’ultimo libro del cardinale Angelo Comastri Il Crocifisso è vivo (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2017, pagine 118, euro 12). La copertina mostra l’antico crocifisso della basilica di San Pietro, di recente restaurato e restituito alla devozione dei fedeli nella Cappella del Santissimo Sacramento. È una scultura lignea che, dopo oltre sette secoli, ha ritrovato, sotto diverse stratificazioni pittoriche, i suoi colori originari e la sua intensa espressività, e silenziosamente è tornata a parlare con la potenza dello sguardo e la forza delle sue ferite sanguinanti.
Il volume si apre con un “avvertimento” di Aleksandr Solženicyn, che riassumeva la principale causa della rovinosa rivoluzione russa e dei suoi milioni di morti con la lapidaria frase: «Gli uomini hanno dimenticato Dio, perciò tutto questo è accaduto». Un’affermazione che non può lasciare indifferenti. Ma nonostante l’insegnamento della storia, dopo un secolo l’uomo rischia di ripetere errori e orrori del passato. Come sottolinea nella prefazione al libro Vittorio Messori, «Gesù è tra gli argomenti che mettono a disagio in una conversazione civile», e «ci si laurea in storia senza aver neppure sfiorato il problema dell’esistenza dell’oscuro carpentiere ebreo che ha spezzato la storia in due: prima di Cristo, dopo Cristo».
Citata l’impressionante preghiera recitata da Paolo VI a Gerusalemme il 4 gennaio 1964 davanti al Santo Sepolcro, l’autore ripercorre alcune testimonianze significative e inaspettate, come nel primo capitolo su un tema a lungo dibattuto. Così, tra i più lucidi e motivati sostenitori del crocifisso nelle aule di scuola, si succedono innanzi tutto Natalia Ginzburg (su «l’Unità» del 22 marzo 1988), poi Marco Travaglio (nel «Fatto Quotidiano» del 5 novembre 2009) e, più di recente, Massimo Cacciari (su «la Repubblica» del 16 febbraio 2016): testimonianze appassionate e sorprendenti che aiutano a comprendere l’importanza per tutti di quell’immagine.
Altrettanto inattesa per molti è la vicenda interiore di Napoleone confinato definitivamente a Sant’Elena. L’imperatore che aveva infiammato il mondo con le sue conquiste e che aveva abolito in Francia la festa della Madonna assunta (il 15 agosto, giorno del suo compleanno), nella solitudine e nel raccoglimento dell’esilio confessò che nella storia non trovava un personaggio paragonabile a Gesù né un messaggio all’altezza del Vangelo.
Nei capitoli successivi il cardinale Comastri ricorda alcune storie di conversione tra Otto e Novecento. Così Ernest Renan, filosofo e storico delle religioni, che dopo aver cercato di demolire ogni argomentazione sulla divinità di Gesù, cadde in ginocchio nella cattedrale parigina di Notre-Dame al canto del Magnificat. O la vicenda interiore di Giosuè Carducci, che aveva scritto in versi l’Inno a Satana per esaltare il libero pensiero con spirito anticlericale e aprì il suo cuore alla luce della fede di fronte alla immagine del Cristo di Monteverde. Altri incontri con Gesù evocati nel libro sono quelli di Adolphe Retté, ateo e materialista militante, di Gilbert Keith Chesterton e di André Frossard, giornalista e saggista francese cresciuto in una famiglia di atei, il quale si convertì in una chiesetta davanti al Santissimo Sacramento e raccontò la sua esperienza nel celebre libro Dio esiste, io l’ho incontrato.
Ma forse la più bella storia di conversione è quella di Giovanni Papini. Un percorso interiore, lungo e tormentato, che lo stesso scrittore aveva difficoltà a ripercorrere e che il cardinale Comastri riassume con semplicità, sottolineando che «è difficile raccontare la strada fatta per andare incontro a Cristo, perché, in verità, quella strada è la stessa che ha fatto Cristo per venire incontro a noi». Ateo e propugnatore dell’ateismo, Papini scrisse contro Dio, ma una volta riconosciuto Gesù, grazie anche all’amico Domenico Giuliotti, scrisse parole bellissime. Tra i diversi brani di Papini, un pensiero in particolare merita di essere ricordato: «Quello che fu prima di Cristo è bello, ma è morto», mentre Gesù «è vivo in noi. C’è ancora chi lo ama e chi lo odia. C’è una passione per la passione di Cristo e una per la distruzione. E l’accanirsi di tutti contro di lui dice che egli non è ancora morto». Cristo è dunque vivo, commenta Comastri, e «questa è l’esperienza entusiasmante, che si ritrova in ogni convertito».
L'Osservatore Romano

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