venerdì 31 marzo 2017

Eutanasia e pena di morte



(Lucetta Scaraffia) Credo di non essere stata la sola a provare un brivido di orrore leggendo l’articolo che Mario Marazziti ha scritto alcuni giorni fa su «Avvenire». Come antico militante e successivamente vicepresidente della Coalizione mondiale contro la pena di morte, il parlamentare italiano ha osservato che il farmaco somministrato al dj Fabiano Antoniani per assicurargli la morte in una clinica svizzera era lo stesso Pentobarbital che viene usato per i condannati a morte negli Stati Uniti. 
Già questa confusione fra condanna a morte e morte volontaria è inquietante, ma ancora più inquietante è scoprire le modalità opposte con le quali viene descritta e valutata l’azione di questo farmaco. Se, come nel caso svizzero, si assicura una morte dolce e felice, quando si passa al penitenziario dove avviene l’esecuzione della condanna a morte, secondo la voce delle associazioni che la combattono tutto cambia.
Il farmaco stesso è stato messo sotto accusa, perché i suoi effetti, guardati con una lente diversa, risultano meno rassicuranti, tanto da indurre le associazioni in questione a chiederne alla ditta farmaceutica produttrice il ritiro. E questo, sia pure con tempi lenti, sembra che stia avvenendo. Secondo le associazioni che combattono la pena di morte, infatti, l’obiettivo di una morte “pulita” non è stato raggiunto neppure questa volta. Certo, si prepareranno altri farmaci, e si ricomincerà daccapo tutto: da una parte verrà assicurata una morte “dignitosa” — quella dignità che il nome stesso della clinica svizzera, Dignitas, vuole garantire — dall’altra si confermerà il sospetto di un uso che non solo è da condannare in sé, ma da giudicare con severità a proposito degli effetti sulla vittima. In un gioco di specchi che impedisce di vedere la realtà, e che testimonia come sia facile caderevittime delle manipolazioni ideologiche.

Questa situazione era stata anticipata da uno dei libri oggi più ricordati, La morte moderna, dello svedese Carl-Henning Wijkmark, uscito negli anni settanta e tradotto in Italia da Iperborea. Si presentava come un libro di fantascienza, molto rapidamente diventato stretta attualità. Nel paese scandinavo paradiso del welfare i governanti si accorgono che, a causa dell’allungamento della vita, non riescono più a sostenere l’assistenza statale dei numerosi anziani, e pensano di risolvere il problema con l’eutanasia. Ma, per riuscirci, devono trasformare la morte da disgrazia temuta a oggetto del desiderio, cioè renderla «attraente, desiderabile, e la domanda di eutanasia sarà spontanea».
Ci lasciamo così convincere facilmente che si può “comprare” una morte facile e indolore. Ma la realtà mette in dubbio questa consolante certezza, anche se non la si vuole vedere: leggendo gli articoli relativi ai due diversi scenari, l’eutanasia e l’esecuzione capitale, in genere si rimane convinti che si tratta di realtà profondamente diverse. E non solo perché l’una è volontaria e l’altra è involontaria.
Ma tutto cambia se scopriamo che la sostanza è la stessa, e che il procedimento è esattamente uguale sia che si tratti di una costosa clinica svizzera oppure di una prigione per condannati a morte. Non possiamo più continuare a vedere due esperienze distinte: qui forse la tortura, là una liberazione dignitosa. Soprattutto diventiamo consapevoli di quanto poco si sappia della morte, su quanto tempo ci voglia a morire, soprattutto su come questo processo coinvolga gli aspetti più propriamente umani — la mente, la psiche, lo spirito — e non solo il corpo nella sua materialità.
Questo sconvolgente confronto fra due realtà, così diverse e invece così profondamente simili, apre molte questioni. E soprattutto fa capire che quella dell’eutanasia è una strada sbagliata, e molto, molto pericolosa.

L'Osservatore Romano

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Parola d'ordine: fare finta che non sia eutanasia La posizione di Avvenire spacca i giuristi cattolici
di Marco Ferraresi e Vincenzo Luna

Con uno sconcertante editoriale del professor Francesco D'Agostino (clicca qui), il quotidiano Avvenire - e quindi la Cei - si schiera decisamente a favore dell'attuale proposta di legge sulle Dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat) in discussione alla Camera (per quanto migliorabile), e critica pesantemente quanti si oppongono alla legge e la considerano il primo passo verso la legalizzazione dell'eutanasia. D'Agostino - che scrive in qualità di presidente dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani (Ugci), organismo sotto la diretta tutela del segretario della CEI, monsignor Nunzio Galantino - sostiene la necessità di una buona legge sul fine vita e quella attualmente in dicussione per lui evidentemente lo è, seppure sia da emendare in alcuni punti. Si tratta di una posizione che non solo non è condivisa dalla maggioranza dei medici, ma neanche da quella dei giuristi cattolici. E infatti l'uscita di D'Agostino ha provocato l'immediata presa di distanza da parte di Marco Ferraresi, membro del Comitato centrale dell'Ugci, che nella lettera aperta che qui pubblichiamo contesta a D'Agostino le sue affermazioni. E contemporaneamente il Centro Studi Livatino presenta un appello ai parlamentari in cui si spiega perché tale proposta di legge sia inaccettabile.
- CARO D'AGOSTINO, SULLE DAT NON MI RAPPRESENTI, di Marco Ferraresi
«Quale membro del Consiglio centrale dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani mi dissocio dalle considerazioni del presidente». Così afferma il presidente dell'Unione Giuristi Cattolici di Pavia in risposta allo sconcertante commento del professor Francesco D'Agostino che dalle colonne di Avvenire difende la legge sulle Dat.

Un appello ai parlamentari promosso dal Centro Studi Livatino alla vigilia del dibattito alla Camera sulla legge del fine vita, rigetta completamente il testo che va in discussione: rende disponibile il diritto alla vita, e orienta la medicina non al bene del paziente ma al rispetto assoluto di una volontà espressa un giorno

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