sabato 4 marzo 2017

Eutanasia e utero in affitto, i rischi di un colpo di mano

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di Luigi Negri

I recenti fatti e polemiche riguardo l'eutanasia e l'utero in affitto hanno messo in rilievo che è in atto nel nostro paese una grossa dialettica tra due concezioni dell’uomo e della vita che sono realmente alternative.
C’è la concezione di chi ritiene che, essendo la vita un dono totalmente indisponibile all’uomo perché dono di Dio, non ci sia alcun diritto a sopprimere la propria vita: il suicidio non è un diritto, la Chiesa l’ha sempre considerato un terribile errore. Pur senza giudicare la persona, il dato di fatto è che il suicidio è qualcosa di assolutamente contrario alla concezione cristiana della vita. Nonostante tutte le criminalizzazioni e discriminazioni di cui è fatta oggetto questa posizione, nessuno può negare che questa rappresenti oggi come oggi un dato sostanziale della nostra tradizione culturale e giuridica.
Esiste anche un’altra antropologia che ritiene invece che la vita sia un oggetto su cui l’uomo - singoli o gruppi, o l’intera società - esercita una serie di poteri. E allora per questa visione – siccome la vita non è più un dono ma un oggetto disponibile all’uomo, alla volontà, alla scienza, alla tecnica o ai poteri associati che guidano la nostra società – il suicidio diventa un diritto e come tale deve essere riconosciuto dallo Stato.
Le cose stanno così, né più né meno.
Non c’è nessuno in Italia che possa dire che oggi sia ammesso dalla legislazione il suicidio come diritto. Il luogo per un dibattito e per un eventuale cambiamento di legislazione è uno solo, il Parlamento nel quale si esprime la sovranità del popolo.
Altre forme di pressione indebita e ideologica attuate dalla magistratura per sostituire pezzi del nostro ordinamento giuridico o per creare forme giuridiche nuove sono da rifiutare come un vero e proprio attentato alla Costituzione e alla libertà della nostra società.
In questo senso la sentenza di Trento (quella che riconosce la doppia paternità per i figli sdoganando l’utero in affitto, ndr) è una cosa gravissima (clicca qui). Perché quello che lì è stato invocato come diritto non ha nessuna accoglienza ne nell’ambito della Costituzione – anzi è espressamente negato – né nell’ambito delle strutture giuridiche che fino ad adesso tengono il nostro paese, in qaunto votate legittimamente nei vari parlamenti e strutturate anche giuridicamente.
Perciò questa magistratura si sta assumendo una responsabilità enorme, con questa idea della magistratura creativa per cui un bambino può vivere con due padri. Questi sono tentativi che non possono ricevere da nessuno un riconoscimento giuridico se non quando siano diventate legge dello Stato: non è la magistratura che fa le leggi dello Stato, essa deve attuarle.
I giudici di Trento hanno operato un vulnus gravissimo alla stabilità della realtà giuridica del nostro paese. La magistratura deve solo dare attuazione alle norme, alle visioni che non tocca a lei individuare; tocca al Parlamento stabilirle e alla magistratura riconoscerle e strumentarle.
Affermare che il rapporto biologico tra figli e genitori non è così essenziale, è un’enorme sciocchezza dal punto di vista antropologico culturale. In ogni caso non spetta alla magistratura stabilire quali siano le visioni adeguate o meno, queste sono ambito di confronti culturali e di dibattiti parlamentari.
C’è poi una seconda osservazione: ci sono ancora i laici cristiani in questo Paese? Ci sono laici cristiani nelle istituzioni, prima fra tutte il Parlamento? Perché è qui che essi devono realizzare un confronto netto e deciso affinché questa tradizione non venga sostituita brutalmente senza che sia stato compiuto un inter legislativo che solo dà alle decisioni del parlamento la loro legittimità e attuabilità.
Certamente la concezione tradizionale – come si usa dire in modo sbrigativo e negativo – della famiglia e della procedura che porta alla vita erano ben chiari ai padri costituenti (la famiglia non contemplava quella omosessuale né si considerava il figlio un diritto). Se si avrà il coraggio e la forza anche numerica per fare passare la concezione opposta, questo determinerà un tipo di modificazione molto grave che dovrà essere strumentata. Ma in ogni caso questa revisione non potrà prevedere la eliminazione brutale della concezione tradizionale della famiglia e della vita che ha retto fino ad esso anche le strutture giuridiche del nostro paese.
Il mio è un grido d’allarme, perché andando avanti così si può cambiare l’immagine del nostro stato e lederne definitivamente la sua democraticità. E i laici cristiani nelle istituzioni hanno una chiara responsabilità nell'impedire che avvengano colpi di mano a scapito di tutti i cittadini. 

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Il vizietto di citare (a sproposito) la Bibbia per giustificare l’utero in affitto

di Aldo Vitale.
Per Murgia, Flamigni e Veronesi sono le Sacre Scritture a contemplare per prime la maternità surrogata. Ma è davvero così? Il caso di Abramo, Sara e Agar
«Questi eretici non accettano le Scritture; se ne accettano alcune, non le accettano integre, ma le sconvolgono con tagli e con aggiunte per adattarle al loro sistema. Se, poi, le presentano integre fino ad un certo punto, cionondimeno le mutano inventando delle interpretazioni opposte alle nostre». Così scriveva Tertulliano contro coloro che stravolgono il senso delle Sacre Scritture, piegandole a interpretazioni assurde e utilizzandole per i propri scopi ereticali, cioè anti-cristiani.
L’eresia, come si sa, è una scelta, cioè la scelta di negare l’insegnamento della rivelazione e della tradizione circa qualcosa che appunto deve essere creduto come verità divina e cattolica (come recita il Codice di Diritto Canonico al canone n. 751).
Così, capita oggi, come un tempo capitava a Tertulliano, di imbattersi in opinioni senza dubbio contrarie all’insegnamento dottrinale della tradizione della Chiesa e della rivelazione cristiana.
Di più, capita che soggetti che non condividono nulla della fede cristiana, che magari non credono del tutto, e che comunque combattono una incessante lotta culturale, politica, sociale e giuridica contro la Chiesa e gli insegnamenti cristiani, si risolvano per utilizzare le stesse Sacre Scritture e gli episodi in esse narrati per contestare proprio la Chiesa e la dottrina teologica e morale cristiana.
Così sta accadendo di recente con sempre maggior frequenza a proposito della maternità surrogata che secondo taluni commentatori sarebbe legittimata e ampiamente diffusa nel racconto biblico a testimonianza che si tratta di una pratica in linea con l’insegnamento morale cristiano e che dunque non può essere né biasimata, né oggetto di divieto.
In genere vengono citati alcuni episodi, ma è sufficiente considerarne uno, il primo, per comprendere che la problematica è comune a tutti quelli ipotizzabili. Il caso a cui ci si riferisce è quello che coinvolge Abramo e la sterile moglie Sara, narrato dal libro della Genesi 21,8-21.
Sara vuole comunque assicurare una discendenza ad Abramo, così decide di offrire al marito la propria schiava Agar, giovane e fertile. Abramo si congiunge con lei, ma poco dopo Sara pretende soddisfazione dal marito Abramo inducendo quest’ultimo a scacciare Agar e il figlio da questa partorito; appena Agar viene allontanata dalla casa di Abramo il Signore concede a Sara di ottenere una gravidanza propria e assicurare una discendenza legittima al marito Abramo.
I motivi per cui non si tratta di maternità surrogata sono molteplici e tutti molto evidenti.
In primo luogo: non è maternità surrogata in quanto non viene reclamato un presunto diritto al figlio, ma semmai un dovere alla discendenza che Sara come moglie di Abramo deve assicurare al proprio marito, a tal punto da accettare che questi si congiunga con un’altra donna.
In secondo luogo: più che di maternità surrogata si tratta, semmai, dunque, di adulterio, poiché il seme di Abramo, sposato con Sara, si congiunge con l’ovulo di Agar, come in qualunque rapporto extra-coniugale, dando vita a una prole naturale e non legittima.
In terzo luogo: non è maternità surrogata poiché non c’è né un contratto, né soprattutto una libera volontà della madre surrogante, cioè Agar che, in quanto schiava, è tenuta ad obbedire all’ordine ricevuto dalla propria padrona Sara.
In quarto luogo: tanto è sicuramente adulterio che la stessa Sara subito dopo ripensa al mal fatto e chiede ad Abramo di scacciare la schiava Agar con il figlio frutto dell’adulterio.
In quinto luogo: non è maternità surrogata in quanto il rapporto tra Agar e, come si dice oggi, “il prodotto del concepimento”, cioè il figlio nato, non viene mai reciso, anzi, proprio perché questo rapporto sussiste Sara insiste che Agar venga allontanata dalla casa di Abramo.
Secondo il diritto e la morale dell’epoca, infatti, diversamente dalla maternità surrogata odierna, Agar non avrebbe mai potuto essere separata dal figlio che aveva partorito. Come ha notato il noto giurista Daniel Friedmann, infatti, «la serva che diventava madre surrogata poteva essere liberata dalla schiavitù e mandata via, ma avrebbe ovviamente obbligato a mandare via con lei il figlio, come in effetti fece Abramo con Agar. La regola probabilmente proteggeva la madre surrogata. Assicurava che lei non fosse abbandonata. La conseguenza fu che la madre surrogata manteneva un legame emotivo con suo figlio, con potenziale attrito con la padrona di casa, a causa della rivalità per il figlio e il suo status, all’interno della famiglia».
Da tutto ciò si deducono, senza nemmeno eccessivi sforzi ermeneutici, le seguenti considerazioni.
Il racconto biblico di Abramo, Sara e Agar non costituisce l’esaltazione della maternità surrogata, ma, al contrario, la condanna della medesima che si inscrive, nell’ambito del codice morale vetero-testamentario (e quindi anche cristiano), sotto la fattispecie dell’adulterio, specialmente se viene messa in opera con il seme del marito.
L’episodio, inoltre, costituisce una condanna della “maternità surrogata”, poiché si evince tutta la carica di disvalore che l’operazione orchestrata da Sara possiede: in quanto essa è adottata come misura estrema per assicurare la discendenza di Abramo confidando solo nelle capacità umane; in quanto Sara stessa comprende l’illecito morale compiuto richiedendo ad Abramo di scacciare Agar; in quanto Agar viene senza indugio cacciata da Abramo; in quanto dopo essere stata allontanata, di Agar nulla più si sa.
L’intreccio di Sara, Abramo e Agar serve anche come momento di riflessione sulla natura del rapporto coniugale che non può essere equiparato ad altri rapporti o ad altre unioni, come quelle di fatto, o come quelle adulterine, specificando così quanta distorsione subisca la natura umana, quella della coppia unita nel rapporto di coniugio, e quella della famiglia in sé considerata allorquando si inserisce l’elemento della artificialità tecnica che sovverte tutte le relazioni in quanto in grado di deturpare la dimensione dell’essere.
Come ha giustamente osservato il filosofo del diritto Sergio Cotta, infatti, «per sua essenza la tecnica è disintegrazione della struttura delle cose al fine di ridurle, prive di forma propria, a pura energia quantitativa consegnabile alla piena disponibilità dell’uomo; la tecnica allora è espressione radicale dell’oblio dell’essere, presente anche nell’essere e nel destino delle cose […]. L’individuo si ritrova perciò consegnato all’universo della separazione: separato dalla natura, dagli altri, dall’essere».
L’espediente pensato da Sara, cioè il congiungimento del marito Abramo con la schiava Agar, pur non costituendo un caso di maternità surrogata, di quest’ultima condivide la artificialità tecnica che, come tale, quando prevale sull’essere, altera e separa sempre la persona dalla dimensione ontologica.
Infine, l’episodio biblico possiede, ovviamente, un preciso significato teologico e non può dunque essere ridotto alla banale logica odierna fondata sulla presunta esistenza di diritto al figlio o ad altre prometeiche illusioni tipiche del delirio di onnipotenza del tecnomorfismo contemporaneo.
Quando Sara e Abramo, infatti, confidano soltanto nelle proprie forze, senza abbandonarsi alla divina Provvidenza, hanno un rapporto sterile e condannato a non procreare nulla di buono, cioè o nessuna discendenza, o, peggio, una discendenza illegittima nata da adulterio. Soltanto quando Sara ha abbandonato il proprio egoismo, ha respinto il peccato e ha fatto spazio nella propria vita e nella propria anima alla divina Provvidenza, allora il Signore ha donato a lei e ad Abramo una discendenza legittima e benedetta.
Così, infatti, chiarisce, in conclusione, Aristide Fumagalli: «La storia di Abramo e Sara insegna, con schietto realismo, che la tentazione di far da sé è inevitabile e può anche avere la meglio. Nondimeno, essa racconta di una promessa, quella di Dio, che pazientemente si ripropone alla coppia affinché, al venir meno delle attese sperate, non si rinchiuda nell’incredulità, ma si apra alla vera speranza di Colui che non delude».
Non riuscire a cogliere il senso teologico e il senso morale dell’episodio di Abramo, Sara e Agar, del resto, è un tipico portato e una necessaria conseguenza di una cultura ipersecolarizzata, come quella contemporanea (di cui i sostenitori della maternità surrogata sono caratteristici emblemi), non più abituata a scorgere il senso della realtà in quanto schiacciata dalla avverata profezia delineata dal laicissimo ma intellettualmente onesto e lungimirante Max Horkheimer che così ebbe saggiamente a scrivere anticipando i tempi attuali: «La dimensione teologica sarà soppressa. E, con essa, scomparirà dal mondo ciò che noi chiamiamo senso».
Fonte: Tempi

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