domenica 26 marzo 2017

La beata degli zingari



GIORGIO BERNARDELLI
Una donna gitana è entrata da ieri 25 marzo a far parte della schiera dei beati della Chiesa cattolica. Si chiama Emilia Fernández Rodríguez e - con il solenne rito presieduto ad Aguadulce in Spagna dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei santi - è andata ad affiancarsi a Zefirino Jiménez Malla, il primo e fino ad ora unico zingaro ad essere stato proclamato beato da Giovanni Paolo II nel 1997.  

Come Zefirino anche lei salirà alla gloria degli altari per il martirio subito nella guerra civile spagnola. Anche se - a differenza di Jiménez Malla, fucilato per aver difeso un prete - Emilia morì in carcere per le conseguenze di un’emorragia da parto, di cui nessuno si prese cura. Insieme ieri, sabato 25 marzo, sono stati proclamati beati anche altri 114 martiri dell’Almeria, per la maggior parte sacerdoti uccisi in quegli anni bui per la Spagna. 

Emilia era nata in una famiglia gitana di Tíjola il 13 aprile 1914. Battezzata e cresciuta nella fede cristiana, da ragazza si guadagnava da vivere come canestraia. A 24 anni sposa Juan Cortés, anche lui zingaro, e rimane presto incinta. Ma sui due giovani si abbatte presto la tragedia della guerra: Juan riceve la cartolina che gli intima l’arruolamento nella Guardia rivoluzionaria, per una guerra contro i franchisti che non è la sua. Emilia stessa si adopera per evitargli la leva obbligatoria: gli unge gli occhi con del solfato affinché sia scartato. Ma è tutto inutile. Così, quando il marito non si presenta alle armi, anche lei viene arrestata per diserzione sebbene la gravidanza sia ormai evidente; la condannano a sei anni di reclusione.  

Il carcere, però, si rivela un’esperienza di fede profonda per Emilia: nella sezione femminile incontra un gruppo di donne dell’Azione cattolica, anche loro dietro le sbarre. Ed è con loro che la giovane gitana scopre la preghiera del Rosario: lei che non era andata a scuola si fa insegnare quelle parole in latino che iniziano a scandire le sue giornate. Le stesse guardie se ne accorgono e la sottopongono a interrogatori serrati: nel loro furore ideologico vorrebbero che denunciasse chi glielo ha insegnato; le promettono persino di liberarla se lo farà. Ma Emilia, nonostante la gravidanza ormai avanzata, tace. 

Il 13 gennaio 1939, senza che le sia garantita alcuna assistenza, partorirà in carcere la sua bambina. Saranno le compagne di prigionia a battezzarla di nascosto dandole il nome Ángeles. Mentre per Emilia, però, inizierà l’ultimo tratto del Calvario: un’emorragia da parto non curata si rivelerà fatale, morirà una manciata di giorni dopo, il 25 gennaio. Con un ultimo oltraggio che le sarà riservato dai suoi persecutori anche dopo la morte: la bambina non sarà consegnata ai parenti, ma affidata a un istituto e poi data in adozione dal governo rivoluzionario. Nessuno ha più saputo la sua sorte ed essendo nata nel 1939 oggi potrebbe essere ancora viva senza conoscere la storia della sua vera madre. Una donna che nelle carovane degli zingari da domani sarà invocata come beata.

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