mercoledì 15 marzo 2017

La coscienza del proprio peccato

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Quaresima, tempo di penitenza, di pianto per i propri peccati e di ritorno al Signore, attraverso l’amore fraterno. Scegliamo di accompagnare questo cammino con il commento ai sette salmi penitenziali, uno per ogni venerdì di Quaresima: giorno particolarmente simbolico, nel quale, anche grazie alla pratica intelligente del digiuno a cui la chiesa ci invita, possiamo conoscere meglio il nostro cuore e disporci ad accogliere la chiamata del Signore a fare ritorno a lui.

Questi sette salmi non sono una raccolta messa in evidenza dal Salterio con qualche titolo specifico, non appartengono neanche a un determinato genere letterario. È la sapienza della grande tradizione cristiana ad averli costituiti in un settenario glorioso, da leggere, meditare e pregare per accompagnare il proprio pentimento. Tracce di tale raggruppamento sono già presenti in Origene (185-254) e in Agostino (354-430; il suo biografo scrive che egli amava e meditava con particolare intensità una collezione di “pochissimi salmi di penitenza”); ma il primo a collegare esplicitamente tra loro questi sette salmi è Cassiodoro (485-580): “Nel libro del Salterio, secondo l’uso recepito dalle chiese, i penitenti vengono ammaestrati da sette particolari insegnamenti, utilissimi a chi vuole chiedere perdono al Signore … Questi salmi sono gli strumenti più efficaci per la purificazione del nostro cuore, per rinascere dalla morte dei peccati e passare dal pianto alla gioia nel Signore”.

Intraprendiamo dunque questo itinerario dal pianto alla gioia, percorrendo le sette tappe indicate dalla sapienza di questi salmi.


***
Salmo  32
SECONDA TAPPA: LA COSCIENZA DEL PROPRIO PECCATO
1Di David. Maskil.
Beato l’uomo assolto dalla colpa
Hai tolto la mia colpa
perdonato dal peccato
2 beato l’uomo a cui il Signore 
non imputa la trasgressione
e nel cui spirito non c’è inganno.
3 Finché tacevo si consumavano le mie ossa 
e ruggivo tutto il giorno,
4 la tua mano pesava su di me 
di giorno e di notte
si inaridiva il mio vigore 
come nell’arsura dell’estate.
5 Allora ho confessato a te il mio peccato 
non ho nascosto la mia colpa,
ho detto: «Confesserò contro di me
le mie rivolte verso il Signore»
e tu hai portato la colpa e il mio peccato.
6 Così ti prega ogni fedele nell’ora decisiva
se irromperanno acque torrenziali 
non potranno raggiungerlo,
7 tu sei per me un rifugio: mi liberi dall’angoscia 
mi circondi con canti di liberazione.
8 «Ti istruisco e ti indico la via da seguire 
ti darò consiglio vegliando su di te:
9 non essere come il cavallo e il mulo
privi di discernimento 
soltanto con il morso e le briglie
è domata la loro impetuosità».
10 Numerosi i tormenti che attendono il malvagio 
ma l’amore circonda il credente nel Signore 
11 rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti 
retti di cuore gridate di gioia.

Il salmo  32 è un ringraziamento penitenziale e, insieme, un’esortazione sapienziale, che nascono dall’aver confessato a Dio i propri i peccati, ricevendone in risposta il perdono. Il percorso delineato in questo salmo, considerato dalla tradizione cristiana “voce di colui che fa penitenza” (titoli antichi, serie II) e previsto nell’attuale liturgia battesimale, può essere così riassunto:
Prologo sapienziale: beatitudine del perdono (vv. 1-2).
Canto del perdono: miseria del peccato (vv. 3-4, passato); confessione e perdono ricevuto (v. 5, presente); pace che ne deriva, anche in mezzo alle tribolazioni (vv. 6-7, futuro).
Istruzione sapienziale pronunciata da Dio (vv. 8-9).
Dopo un ultimo insegnamento, fondato sulla teoria della retribuzione (v. 10), il testo si chiude con un’antifona dal tenore liturgico, che invita i giusti e i retti di cuore a gioire insieme al salmista (v. 11).
Se il salmo 1 si apriva proclamando “beato l’uomo” (Sal 1,1) che lotta per non cadere nel peccato, qui la beatitudine descrive il realistico prosieguo di quella meditazione. I peccati, infatti, prima o poi vengono commessi, ma il cammino che conduce alla felicità non è precluso a chi sbaglia, altrimenti sarebbe un sentiero vuoto! L’importante è ammettere le proprie colpe, non fingere di non essere peccatori: questo è ciò che piace a Dio, il quale “gradisce la sincerità del cuore umano” (cf. Sal 50,8) e “non respinge un cuore contrito e spezzato” (cf. Sal 50,19), ma gli dona gratuitamente il suo perdono.
La sapienza del salmista nasce dall’aver rimeditato alla luce dello sguardo d’amore di Dio la propria vicenda. Una vicenda di errore che egli sa definire con chiarezza, utilizzando i tre termini classici del lessico del peccato, che costituiranno il filo rosso del salmo 50 (51): nel suo comportamento vi sono la colpa, ossia la trasgressione disobbediente nei confronti dei comandi di Dio; il peccato, che indica il fallire il bersaglio; la trasgressione, cioè l’errare su strade sbagliate e perdute. L’orante riconosce le proprie mancanze, non vive nell’inganno, nell’ipocrita simulazione di chi finisce per intestardirsi come un animale privo di discernimento.
Grazie a questa intelligenza da parte dell’essere umano, a questa comprensione realistica della propria fallibilità, il Signore gli toglie la colpa, perdona il suo peccato annullandolo, non gli imputa la trasgressione. Egli dimentica tutto questo, come ardiscono rivelare i profeti: “Io cancello le tue colpe per amore di me stesso, e non ricordo più i tuoi peccati” (Is 43,25); “Tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, poiché perdonerò la loro colpa e non ricorderò più il loro peccato” (Ger 31,34). Non che il pentimento e lo sforzo di conversione siano la causa del perdono da parte di Dio: semplicemente, senza questa preliminare ammissione di colpa, che si traduce in una sincera confessione, l’essere umano non può aprirsi al perdono preveniente del Signore. È un’esperienza comune, che ha anche ricadute fisiche e psicologiche ben dipinte nel nostro salmo: chi non vuole riconoscere i propri errori è come roso da un invisibile tormento, qui descritto con le immagini delle ossa che si consumano e del vigore che viene meno per mancanza d’acqua. In tal modo finisce per isolarsi in una solitudine mortifera, segnata da un ruggito interiore tanto più rumoroso quanto più le labbra tacciono. E così perde la pace e finisce per sentire pesante su di sé la mano del Signore, che invece attende solo di poterlo risollevare…
La teologia sottesa a questo salmo è ben presente in tutta la Scrittura: “Chi nasconde le proprie colpe non riuscirà nella vita, chi le confessa troverà misericordia” (Pr 28,13). Il discepolo amato fa eco: “Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, Dio, che è fedele e giusto, perdona i nostri peccati e ci purifica da ogni iniquità” (1Gv 1,8-9). Ma è soprattutto Paolo a citare il nostro salmo quale caposaldo del principio della giustificazione per fede: “David proclama beato l’uomo a cui Dio accredita la giustizia indipendentemente dalle opere: ‘Beati quelli le cui iniquità sono state perdonate e i peccati sono stati coperti; beato l’uomo al quale il Signore non mette in conto il peccato’” (Rm 4,6-8). Questo salmo è dunque “il canto della grazia di Dio e della nostra giustificazione, di cui godiamo non per qualche nostro merito ma perché ci previene la misericordia del Signore” (Agostino). Non si può non citare al riguardo un appassionato brano di Lutero, che illustra l’intelligenza a cui il salmo  32 invita, mettendo in bocca a Cristo queste parole.
Non tu, non una creatura, ma io, con il mio Spirito e la mia Parola, voglio mostrarti la strada su cui devi camminare; non è l’opera scelta da te, né la sofferenza escogitata da te, ma quella che ti si presenta contraria al tuo pensiero e al tuo desiderio: lì seguimi, lì sii mio discepolo, lì è il tempo propizio, lì non essere come un cavallo o un animale privo d’intelletto. Seguimi e abbandonati a me!
Davvero, “non c’è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù” (Rm 8,1)! I singoli credenti e la chiesa nel suo insieme possono rifugiarsi in lui e ricevere da lui la rassicurazione: “Terrò fissi su di te i miei occhi, affinché tu possa rimanere saldo nella mia luce d’amore” (Girolamo).
La verità di questa rilettura teologica è radicata nel comportamento di Gesù, nel suo donare a quanti incontrava la salvezza mediante la remissione dei peccati. Si ricordi il suo incontro con la donna peccatrice in casa del fariseo Simone. Agli insistiti gesti d’amore e di contrizione della donna, Gesù risponde donandole il perdono dei peccati, mentre Simone si scandalizza di fronte all’inattesa ventata di amore che vede davanti a sé (cf. Lc 7,36-50). O si pensi alla parabola del fariseo e del pubblicano al tempio. La preghiera gradita a Dio è quella di quest’ultimo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore” (Lc 18,13). Avendo saputo umiliarsi nel riconoscere le proprie colpe, egli “torna a casa sua giustificato, a differenza dell’altro” (cf. Lc 18,14). Ecco spiegata la predilezione di Gesù per la compagnia dei peccatori pubblici, più esposti al biasimo e dunque più aperti alla contrizione: Gesù aveva compreso che i pubblicani e le prostitute (cf. Mt 21,31) sono un “sacramento” della condizione di peccatore comune a ogni essere umano, che in loro è solo più esplicita e immediatamente visibile. Per questo ha detto: “Vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione” (Lc 15,7).
Sì, “l’amore circonda chi crede nel Signore” e, spinto da tale fiducia, non ha paura di compiere lucidamente un atto di verità: riconoscere il proprio peccato, per scoprire che Dio gli chiede solo di accettare che egli lo ricopra con il suo perdono. Ecco perché “la prima cosa da capire, l’intelligenza decisiva è riconoscersi peccatori” (Agostino). Ma noi ne siamo convinti?

Liberaci, Signore,
dalla tribolazione che ci circonda.
Noi riconosciamo il nostro peccato e le nostre ingiustizie:
tu perdonaci.

(Orazione salmica di tradizione africana, seconda metà del V secolo)
Fratel Ludwig Monti

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