sabato 4 marzo 2017

Le eresie di Francesco...



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(es) “Francisco el incendiario”. A pocos días del IV aniversario de la elección de Bergoglio, anticipamos un capítulo del libro que está por salir del vaticanista Svidercoschi

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 A pochi giorni dal IV anniversario dell’elezione di Bergoglio anticipiamo un capitolo da “Francesco l’Incendiario” del vaticanista Svidercoschi


Basta andare su Google, digitare “le eresie di Francesco”, cliccare sopra, e si scoprirà che ci sono mezzo milione di risultati, dove papa Bergoglio è accusato di affermazioni gravemente erronee nei riguardi della Tradizione e della dottrina cattolica. A dire il vero, anche molti suoi predecessori, e in particolare Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, vengono incolpati espressamente di eresia. Ma l’attuale Papa fa registrare il primato assoluto di attacchi – ed è un primato che continua a crescere nei numeri – da parte di questa scompigliatissima mescolanza di mitomani, integralisti, nostalgici, tradizionalisti e, in genere, oppositori di Francesco. Oppositori, tutti, estremamente intolleranti e ingiuriosi.
Ebbene, anche questa paradossalmente potrebbe essere una conferma in più di come sia cambiato in quattro anni il volto del cattolicesimo. Ed è cambiato, ovviamente, perché da quel 13 marzo c’è un Papa come Francesco, che è portatore di un grande progetto di rinnovamento, per certi aspetti addirittura rivoluzionario. Quindi, un Papa, per forza di cose, divisivo, e cioè destinato a mettere in crisi molte coscienze, ma anche a provocare rifiuti, a creare divisioni o ad accentuarle. La “Fraternità San Pio X”, quella dei lefebvriani duri e puri, ha deciso di pregare e far penitenza perché il Papa – ritenuto tra i maggiori responsabili della “grande e dolorosa confusione” che c’è oggi nella Chiesa – “abbia la forza di proclamare integralmente la fede e la morale”.
Non è più quella Chiesa. Ma se in questi quattro anni è cambiato il volto del cattolicesimo, non è solo per l’Effetto Francesco. E’ anche perché i semi del progetto bergogliano, malgrado le resistenze e gli atteggiamenti ostili, hanno cominciato ad attecchire nel terreno della Chiesa. Benché non sempre, tra gli stessi credenti, se ne abbia una vera percezione.
Infatti, non è più la Chiesa che – vista attraverso il prisma deformante di ciò che accadeva in Vaticano e nei dintorni – sembrava essere solo scandali, lotte di potere, intrighi, malaffare, preti pedofili e preti in carriera. Certo, non tutti i problemi sono stati completamente risolti; e, all’interno delle mura leonine, c’è sempre il rischio che si formi un’altra “casta”, meno visibile ma, appunto per questo, più insidiosa di quella vecchia. E tuttavia, adesso, c’è almeno trasparenza. S’è cominciato a far pulizia, e non accadrà più che del denaro sporco venga risciacquato nelle acque dello Ior. C’è un impegno preciso a demolire l’apparato burocratico, e il sistema clericale che proliferava al suo interno.
E non è più la Chiesa che dava l’impressione di sentirsi costantemente sotto assedio, circondata da nemici; e ancora impaurita da una modernità che veniva identificata solo con i suoi aspetti negativi, il secolarismo, il relativismo etico, l’anticlericalismo, e certe ricerche spericolate della scienza medica. Mentre ora, secondo uno dei capisaldi del pensiero di Francesco, è una “Chiesa in uscita”. Quindi, una Chiesa missionaria, aperta a tutti, in dialogo con tutti, e che deve annunciare il Vangelo ovunque, in tutte le situazioni e le occasioni, senza più timori e complessi. E’ la famosa “cultura dell’incontro”, che ha fatto breccia anche tra agnostici, atei incalliti e laicisti, prima sorpresi e poi conquistati da un Pontefice che si mostrava severo anzitutto con la gente di “casa” sua, a cominciare dai vescovi e dai preti.
E non è nemmeno più la Chiesa che assisteva in silenzio, e comunque poco ascoltata, alla tragica involuzione di un mondo in preda a nuovi conflitti, a nuove macroscopiche ingiustizie, a nuove violenze, e a un nuovo e più terribile terrorismo. Adesso, invece, la Chiesa cattolica non solo ha recuperato tutta la sua autorità morale, non solo (grazie naturalmente a un Papa venuto dal Sud) è diventata “voce” dei Paesi poveri, dei popoli dilaniati dalle guerre e immiseriti dalle migrazioni forzate; ma riesce a svolgere una funzione mediatrice in alcune situazioni di crisi, e perfino a mobilitare le energie di altre Confessioni cristiane a sostegno della pace e della solidarietà.
Durezza di cuore. Insomma, quattro anni fa, predominava una Chiesa che si riteneva detentrice, se non padrona assoluta, della “verità”. Una Chiesa autoreferenziale, e contraria ai cambiamenti, alle novità, per il timore di veder allentarsi le sue difese, di perdere i suoi privilegi. Invece, adesso, questa Chiesa è in affanno, non avendo più centralità e punti di appoggio istituzionali. E, quel che più colpisce, ha grosse difficoltà a passare, da quella che prima era una dialettica tutta interna al potere ecclesiastico, a un confronto diretto con la parola stessa del Vangelo. Detto in altro modo, a passare da una durezza di cuore alla logica evangelica dell’amore e della misericordia.
Sempre quattro anni fa, la Chiesa plasmata dal Concilio Vaticano II era di fatto bloccata. Bloccata a causa dei colpevoli ritardi nell’attuazione dei documenti conciliari; ma anche dalle preoccupazioni di molti esponenti della gerarchia di fronte allo “spauracchio” di altre riforme. E, perciò, una Chiesa impedita di esprimere la sua carica carismatica, il suo rappresentare l’intero popolo di Dio (formato, per la stragrande maggioranza, da laici; ma spesso lo si dimenticava), e la ricchezza delle sue diversità in fatto di tradizioni, di culture, di lingue, di esperienze. E adesso, invece, questa Chiesa ha potuto riprendere il cammino. E, rimodellata da Francesco, sta sperimentando nuove vie per annunciare la perenne novità del messaggio di Cristo.
Ecco com’è cambiato, da quel 13 marzo, il volto del cattolicesimo. Così come sta cambiando, progressivamente, quella che è la sua dimensione interiore. C’è stato un miglioramento del clima di fraternità, dei rapporti di comunione, del vivere insieme, del dialogo, all’interno del mondo ecclesiale. E poi, questo specialmente, si sono cominciati ad avvertire i primi effetti di un ritorno della Chiesa all’ispirazione evangelica. E cioè, il ritorno a una fede più limpida, più trasparente, liberata dalle troppe formalità, dai troppi precetti, dalle troppe costruzioni (e restrizioni) dottrinali, dalle troppe “gabbie” istituzionali, e dalle troppe commistioni ideologiche.
“Nostalgia” di Vangelo. Questa “nostalgia” di Vangelo, se così si può chiamare, si agitava da tempo nel profondo della coscienza di vasti strati del popolo cattolico; ma era qualcosa di indistinto, di vago, qualcosa che rimaneva sempre a livello di aspirazione, nulla di più. O forse, un gran desiderio di ascoltare il Vangelo, questo sì, ma poi: come viverlo? dove viverlo?
E chissà quando sarebbe emerso alla superficie questo desiderio, questo bisogno, se non fosse arrivato uno come Francesco. La prima rivoluzione l’ha compiuta su se stesso, perché ha immediatamente trasformato il modo di “essere”, di “fare il Papa”. Un modo che poteva sembrare tutto suo, personalissimo, ma dove ben presto è apparsa evidente l’impronta biblica, la piena aderenza alle radici, alle fonti del cristianesimo. Dunque, un Papa che vive il Vangelo. Annunciandolo sempre di nuovo, ogni giorno, come se fosse la prima volta. E testimoniandolo con la propria vita, in ogni gesto, in ogni parola, in ogni decisione.
E’ vero che il suo linguaggio talvolta è scioccante, e può sconcertare. Ma, sfrondandolo delle battute, e di qualche frase ad effetto, ci si accorgerà che le parole che Bergoglio pronuncia sono parole del Vangelo, e quindi, come quelle del Vangelo, possono scandalizzare. Parole che arrivano subito alla gente, annullano le distanze, perché richiamano – come faceva Gesù nei suoi racconti – immagini e situazioni della vita quotidiana. E poi, queste parole accompagnano i gesti, li interpretano. Oppure, sono i gesti che prendono il posto delle parole. Un gesto di tenerezza, di solidarietà – come in quegli incontri con i profughi a Lesbo – riesce a trasmettere ancora meglio un sentimento di vicinanza, di comprensione.
E poi, il silenzio, che a volte può avere più forza di un gesto, essere più eloquente delle parole. Come quando Francesco è andato ad Auschwitz, è entrato da solo sotto quella spaventosa scritta, “Arbeit macht frei”, ha percorso il campo di sterminio, e quindi Birkenau, pregando, in silenzio. I suoi predecessori, il polacco Wojtyla e il tedesco Ratzinger, avevano parlato, avevano dovuto parlare. Bergoglio, invece, veniva dall’altra parte del mondo, era la prima volta. E il silenzio voleva esprimere tutta la sua angoscia nel vedere direttamente il luogo del dolore assoluto, e nello scoprire che quella crudeltà continua ancora oggi.
Uno spirito riformatore. Anche tanti altri Papi, naturalmente, hanno vissuto la radicalità del Vangelo, e ne hanno testimoniato esemplarmente il primato, in quanto fondamento originario e decisivo della vocazione cristiana.  E ogni Papa lo ha fatto a partire dalla propria sensibilità personale e spirituale. Ogni Papa si è caratterizzato per una particolare “qualità” evangelica, in rapporto alla situazione della Chiesa in quel determinato momento storico ed ecclesiale.
Per esempio, Giovanni XXIII e Paolo VI, attraverso il Concilio Vaticano II, si preoccuparono di mostrare come il Vangelo potesse essere una “buona notizia” anche per l’uomo del XX secolo. Papa Luciani, pur nel suo brevissimo pontificato, ebbe il tempo di riproporre la straordinaria normalità dell’umanità di Cristo. Giovanni Paolo II cominciò a girare il mondo come “pellegrino del Vangelo”; e, quando andò nella laicissima Francia, fu un mangiapreti come Eugène Ionesco a notare ch’era da tanto tempo che non si ascoltava un uomo di Chiesa parlare di Dio e d’amore, e non di politica. E Benedetto XVI, appena eletto, si presentò dicendo che, il suo vero programma di governo, sarebbe stato quello di mettersi in ascolto, con tutta la comunità cattolica, “della parola e della volontà del Signore”.
Papa Bergoglio, perciò, vive la fedeltà al Vangelo con la stessa trasparenza e totalità dei suoi predecessori. Ma sarà per le sue origini, sarà per la sua esperienza latino-americana, per l’incrocio ignaziano-francescano, sarà perché ha potuto osservare (e giudicare) il “centro” della cattolicità da un’altra prospettiva, insomma, sarà per tutto l’insieme della sua vicenda umana e religiosa, ma la figura di Francesco finisce per trasfondersi automaticamente, e linearmente, in quella di un riformatore.
Guardando lui, si può non solo capire ma persino “vedere” perché un Papa, vivendo il Vangelo nella concretezza della storia, nei problemi del suo tempo, di questo tempo, sia spinto, o addirittura obbligato, ad assumere una attitudine profondamente rinnovatrice nel suo ministero, nella sua azione alla guida della cattolicità.
A voler tentare una sintesi, si potrebbe quasi dire come non sia Francesco che vuole cambiare, rinnovare la Chiesa; ma sia il Vangelo – avendo trovato in Francesco un “interprete” ideale – che impone alla Chiesa di convertirsi, di purificarsi, e, quindi, di cambiare.
Difficile prevedere, dove porterà questo ritorno – un ritorno che non potrà essere soltanto simbolico – alle origini del cristianesimo. Certo che se questo stile evangelico, impersonato per ora da papa Francesco, dovesse diventare segno distintivo della presenza e della testimonianza della Chiesa nel mondo, allora sì che sarebbe una rivoluzione! Una Chiesa che si sottoponesse costantemente al giudizio del Vangelo, recupererebbe la sua identità più intima, più vera. E recupererebbe coraggio e profezia, per aiutare gli uomini d’oggi – come scriveva San Bonaventura, in un passo che piace tanto a Bergoglio – a “trovare Dio in tutte le cose”.
Gianfranco Svidercoschi, “Francesco l’Incendiario”. “Un papato tra resistenze, contraddizioni e riforme”, Editrice TAU

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