giovedì 30 marzo 2017

Le schiave del Congo

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Corriere della Sera
(Lorenzo Cremonesi) Fuggita di casa quattordicenne «perché non c' era nulla da mangiare e nessuna speranza per il futuro», attirata dalle milizie armate che offrono «pane e dignità» tra i loro campi di capanne nel folto della giungla. Ma poi subito violentata dai suoi comandanti, trattata da «Kubaka», schiava sessuale, per lunghi mesi, sino a che, dopo il periodo di addestramento militare, non si affranca e assume un ruolo più autonomo. Quindi, fortunosamente liberata assieme al figlio di un anno dai militari congolesi in cooperazione con il contingente Onu e inserita nei programmi di riabilitazione per le ragazze-soldato.
A 18 anni appena compiuti Esperance Francine non nasconde il desiderio di tornare nella foresta con le milizie, «dove almeno posso cibarmi ogni giorno, c' è chi mi dà aiuto e trovo la solidarietà del gruppo». Diverso è il racconto di Solange Zawadi, anche lei da poco maggiorenne, rapita neppure quindicenne da un gruppo di banditi, violentata ripetutamente, spesso da più uomini la stessa notte, utilizzata per trasportare le merci rubate, affidata quindi al «capitano Sambambi», 45 anni, suo «padrone» con diritto di vita e di morte. Oggi lei si dice «felicissima» di essere stata liberata assieme al suo bambino di ormai tre anni, nato tra i suoi persecutori. Emakilè, invece, è arrivata a Goma da meno di una settimana ed è ancora visibilmente traumatizzata. Tre anni fa era andata con un' amica della zona di Katala, nel nord Kivu, con l' intenzione di unirsi ai Mai Mai, i gruppi di auto-difesa dei villaggi nelle regioni della guerriglia. Le due invece caddero nelle mani delle Fdlr (le milizie di guerriglieri del Ruanda). «Abbiamo imparato a sparare, a smontare e pulire i fucili, a tirare le granate e compiere imboscate», ricorda. Un anno di lavoro duro, durante il quale però entrambe sono «bambole da gioco» per i soldati. Di giorno soldatesse a tutti gli effetti, di notte oggetti di piacere. «Ci prendevano a turno. Prima i comandanti, quindi i loro sottoposti. Noi non potevamo opporci, saremmo state picchiate e poi prese con maggior durezza. Alfrede, una mia amica sedicenne, ha provato a scappare ed è stata uccisa. Uno dei momenti più tranquilli era dopo la colazione della mattina. Gli uomini, oltre trecento, partivano per le razzie nei villaggi, oppure per le battaglie contro le altre milizie e noi settanta donne, in maggioranza tra i 15 e 17 anni, ci riunivamo lungo il ruscello per preparare il pranzo collettivo», spiega. Alla fine dell' addestramento ottiene maggior rispetto. S' innamora di un soldato ruandese 22enne di nome Bosco. «Ci siamo voluti bene, stavamo sotto lo stesso tetto come marito e moglie. Ma ben sette dei suoi superiori hanno ripreso a violentarmi. Bosco ne soffriva, ma non poteva reagire. Mi sono ammalata, sono infetta, ho l' Aids. Così, è stato lui stesso a consegnarmi di nascosto dai suoi capi agli ispettori del Monusco (il contingente Onu, ndr ). Mi ha accompagnato fuori dalla foresta e mi dato il suo mitra affinché potessi dimostrare che ero combattente». Le loro storie sono l' eco drammatico delle infinite tragedie che ammorbano l' Africa profonda. Bambini soldato, Kadogo nei dialetti locali: almeno 60.000 nel solo Congo (ma c' è chi dice 100.000), di cui oltre il 35 per cento bambine, in grande maggioranza concentrati tra i circa 400 gruppi armati delle regioni nord-orientali del Kivu, quelle affacciate ai grandi laghi, alle foreste verso il Ruwenzori, alla giungla impenetrabile resa celebre dall' epopea di Livingstone e Stanley, alle ingiustizie della colonizzazione più cinica le cui conseguenze sono tutt' ora alimentate dalle violenze e dalla corruzione endemica dei governi locali. «Il fenomeno è destinato a peggiorare. In genere i minorenni sono ottimi soldati. Obbediscono docili, sparano, uccidono, rubano senza fare troppe domande. In Congo è normale utilizzarli nella difesa dei villaggi. Bambine e bambini, senza differenze», spiega a Goma il 42enne John Muhindokalemeko, responsabile alla sicurezza dell' Avsi (Associazione Volontari Servizi Internazionali), una delle organizzazioni non governative italiane che dai primi anni Settanta lavora anche in Africa con il contributo dei finanziamenti Unicef. Grazie a loro abbiamo potuto parlare con le ex ragazze-soldato maggiorenni. I minori li abbiamo contatti invece in modo indipendente. Il grido d' allarme lanciato da John coinvolge anche noi europei. «Tra novembre e gennaio prossimi dovrebbero tenersi le elezioni in Congo. Il presidente Josef Kabila per l' ennesima volta proverà a rinviarle. Sono inevitabili rivolte e conflitti. Crescerà il ruolo delle milizie e ciò incrementerà il numero dei profughi. Sono decine di migliaia ogni anno, anche se nessuno li censisce, non esistono dati ufficiali a Kinshasa. E sempre di più si uniranno ai flussi di persone che dai Paesi sub-sahariani mirano alle coste della Libia verso l' Italia», aggiunge lui. Un nuovo enigma anche per i nuovi piani italiani (ed europei) per il controllo dei migranti. Come potremo insediare i centri per selezionare le richieste di asilo nei Paesi di partenza instabili e violenti? Le generazioni di minori-soldato vanno inserite nella categoria di «migranti economici» oppure sono altro? A complicare le cose sono le ingerenze dei Paesi vicini come il Ruanda, oltre al proliferare del fondamentalismo islamico, specie dall' Uganda. «Quando i soldati con la lunga barba nera ci hanno portato nella giungla subito siamo stati costretti a pregare per Allah in una piccola moschea fatta di tronchi e fango. Noi bambini cristiani siamo stati convertiti. Chi non pregava veniva picchiato, non poteva mangiare», racconta David, 9 anni. Rapito con la famiglia nel 2013 da un villaggio nel nord del Kivu, subisce ben presto l' indottrinamento dei suoi guardiani, tutti militanti nella Adf/Nalu, nota milizia di jihadisti ugandesi. Due anni fa è stato liberato dai soldati di Kabila durante uno scontro a fuoco in cui è morto il padre, che nel frattempo si era islamizzato e alleato ai rapitori. David da pochi mesi ha iniziato a disegnare la sua odissea come se fosse un fumetto, una terapia liberatoria. Prende la matita e sorride.

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