sabato 25 marzo 2017

MISERIA E MISERICORDIA

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Caro lettore, cara lettrice, mi rivolgo a te per confessarti lo sgomento che mi assale nel presentarti il salmo  51, ilMiserere (così inizia in latino), il quarto dei salmi penitenziali: il vertice di questa collezione, uno dei capolavori dell’intero Salterio e oltre. Concedimi dunque un commento un po’ più ampio del solito…
Siamo di fronte a un abisso di indicibile profondità, che raggiunge ogni umano nel suo oggi, leggendolo più che essere da lui letto. Il salmo  51 è una supplica individuale del tutto particolare. Manca ogni traccia di lamento, di professione di innocenza e di accusa dei nemici: l’orante confessa con franchezza la sua condizione di peccatore e senza addurre alcuna giustificazione chiede a Dio di essere perdonato. I due termini più attestati, entrambi sette volte, sono la radice del “peccare” e il Nome di Dio. Tra il peccato abbondante e l’amore di Dio sovrabbondante: ecco la condizione di ciascuno di noi. Ecco “il salmo della conversione” (tradizione rabbinica), “l’insegnamento del vero pentimento, nel quale stanno due cose: la conoscenza del peccato e la conoscenza della grazia, quindi la fiducia nella misericordia di Dio” (Lutero). In esso si passa dalla regione oscura del peccato (vv. 3-11) alla regione luminosa della grazia (vv. 12-19), con un’appendice dal sapore liturgico (vv. 20-21).
Prima di entrare nel testo, incontriamo la soprascritta, storicamente inverosimile, ma inserita con rara intelligenza spirituale: “Salmo. Di David. Quando andò da lui il profeta Natan, dopo che egli era andato con Betsabea”. Con un gioco di parole il salmo viene attribuito al re David, che lo avrebbe composto quale confessione di peccato in seguito agli eventi narrati in 2Sam 11-12 : l’adulterio con Betsabea, di cui egli si invaghisce follemente; l’inganno con cui fa uccidere suo marito in battaglia; la parabola con cui il profeta Natan induce David a confessare il suo enorme peccato, insieme adulterio e omicidio. Nella tradizione ebraica si giungerà a questa geniale interpretazione, che può sembrare eccessiva, ma che andrebbe meditata: “Con la stessa sincerità e lo stesso ardore con cui era andato da Betsabea, David si rivolse a Dio e gli disse il suo canto. Perciò fu subito perdonato”.
È con la stessa passione di David che il salmista si rivolge a Dio per invocare il perdono di un peccato grande, seppur imprecisato. Ora, se è vero che la prima parte del salmo insiste maggiormente sulla confessione del peccato, è però situata all’interno dell’amore preveniente di Dio, che la rende possibile: l’amore di Dio (dunque il suo perdono) precede la conversione! Il salmo è inequivocabile al riguardo, poiché prima dei tre termini che definiscono il peccato e dei tre verbi che indicano il perdono, vi è l’amore di Dio in tutta la sua potenza: la pietà/compassione, l’amore e la misericordia. Proprio come avviene in uno dei passi più alti della Torah, l’autorivelazione del Nome del Signore a Mosè (cf.Es 34,6-7).
In principio è l’amore del Signore, ben prima del peccato umano, definito nella sua varietà con i tre termini classici. Si mescolano la trasgressione disobbediente e volontaria, il calcolo sbagliato, l’errare su vie perdute, che finisce per condurci in vicoli ciechi: insomma, la nostra multiforme miseria… A tanta miseria corrisponde una varietà di azioni di Dio, invocato perché si faccia prossimo all’essere umano per cancellare, lavare a fondo, purificare. Ma questo lavoro richiesto a Dio necessita di una previa disponibilità umana: “Sì, io riconosco la mia rivolta, il mio peccato mi è sempre davanti”. Parole nette, che contrastano con la naturale tendenza ad autogiustificarci, quasi una seconda pelle per noi umani, riflesso inconscio e velocissimo a ogni minima accusa che ci viene mossa. Quanto ci è difficile dire: “Io ho sbagliato, è colpa mia!”. Nella rinuncia alla giustificazione si riconosce la giustizia di Dio e gli si dice: “Contro te, contro te solo ho peccato”. Ciò che rattrista Dio, in profondità, sono le offese contro i nostri simili: contro di lui pecchiamo solo quando pecchiamo contro gli altri…
Proprio nel momento in cui si percepisce l’amore giustificante di Dio, riappare in tutta la sua forza la miseria dell’orante: “Colpevole sono nato, peccatore mi ha concepito mia madre”. Il salmista tenta di esprimere con parole inadeguate l’inclinazione al male tipica della condizione umana. Si risale all’origine per indicare quella radicale condizione di peccato che a un certo punto ciascuno di noi scopre in sé. Quando il mio primo peccato? Non ricordo, dunque posso solo risalire al mio in-principio… Insomma, “l’uomo è un essere a cui è capitato qualcosa” (Jean Paul Sartre)! Ma questa sensazione di innata inadeguatezza non sprofonda l’orante nella disperazione, perché egli sa di potersi rivolgere con fiducia al suo Dio: “Tu gradisci la sincerità del mio cuore, nel profondo mi insegni la sapienza”. La vera sapienza, divinamente umana, è il riconoscersi peccatori: questa lucida coscienza è fonte di un sano realismo e di una costante possibilità di ricominciare, come chiarirà definitivamente Gesù.
Ai vv. 9-11 si torna a invocare la purificazione, con sei richieste, che riprendono in parte le tre iniziali, creando così un’inclusione: cancellare, lavare, purificare (vv. 3-4), purificare, lavare, cancellare (vv. 9 e 11). Nel leggere il salmo puoi dunque riprendere fiato, e insieme condividere l’insistenza del salmista, che non si limita a ripetere, ma chiosa con creatività.
Con il v. 12 siamo al centro e al vertice del salmo, e le nostre parole vacillano… Si chiede a Dio stesso di ricreare il cuore, cioè il centro della persona, l’intero suo essere; e di ricrearlo “puro”. Sì, con la potenza del Signore si può ricominciare, ricevendo da lui in dono anche “uno spirito saldo”, cioè solido, fermo, affidabile. Al momento però il salmista è ancora esitante e la coscienza del suo peccato lo spinge a temere che Dio possa privarlo della sua presenza, riprendendo il suo Spirito, il che equivarrebbe alla morte. Ma ecco che subito ritorna il desiderio di sperimentare “la gioia d’essere salvato”, che si accompagna a uno “spirito risoluto”, generoso, nobile e gentile. Al centro del salmo si applicano dunque al singolo le promesse che Geremia e Ezechiele avevano rivolto all’intero popolo dei credenti: all’orizzonte si intravede dunque niente meno che la prospettiva della “nuova alleanza”, ultima e definitiva, con tutta la profondità di tale concetto (cf. Ger 31,34Ez 11,19-20; 36,24-28).
Comprendiamo dunque che, giunto a questo vertice, l’orante sia spinto ad ampliare i propri orizzonti, coinvolgendo la comunità di cui vuole nuovamente essere parte. Egli desidera esprimere la sua gratitudine a Dio per la nuova creatura che sente di essere. Ma questa novità chiama ulteriori novità: egli non offre, come previsto, un sacrificio cruento. Comincia invece con l’esprimere a Dio il suo proposito: “Insegnerò agli smarriti le tue vie, i peccatori ritorneranno a te”. Senza bisogno di eccessiva sovraesposizione, il suo esempio sarà di insegnamento per i peccatori, che comprenderanno l’insperabile, l’insperato: è possibile fare ritorno a Dio, accogliendo il suo perdono, e colui che è stato “malato” è forse il “medico” che meglio può mostrarlo.
Ma subito il salmista torna a invocare Dio perché lo “preservi dal versare il sangue…”: quale che sia il senso di tale espressione, egli sente ancora su di sé l’ombra della morte per il peccato commesso, stenta a liberarsene. I gravi errori che commettiamo tornano a presentare il conto, provocano pesanti conseguenze: è così, è realismo… Ma è possibile spezzare questa spirale, e non per le nostre forze, bensì grazie all’amore offerto dal Signore. Quest’uomo, infatti, pone le sue fatiche di fronte a Dio, si rivolge a lui con insistenza: “… o Dio mia salvezza, la mia lingua esalterà la tua giustizia”. Ecco il secondo proposito: celebrare Dio con la lingua, cantare la sua lode. Interpretazione alla quale se ne può affiancare un’altra: la verità del cambiamento si mostra nell’assumere responsabilità verso gli altri, esortandoli a non percorrere vie di morte; se non lo faremo, il Signore chiederà conto a noi dei peccati del fratello non avvertito (cf. Ez 3,17-21; 33,1-9)!
Segue, questa volta esplicita, la lode: “Signore, apri le mie labbra, e la mia bocca canterà la tua lode”. Il salmista chiede a Dio di essere ispirato per poterlo lodare come si conviene. Con le parole, certo, ma soprattutto con la vita, riassunta in quell’organo fondamentale che la Bibbia chiama “cuore”, centro dell’intera persona. Poi continua: “Ti offrirei un sacrificio, ma non lo accetti, l’olocausto ora non lo gradisci. Sacrificio a Dio è uno spirito contrito, un cuore contrito e spezzato non lo respingi, o Dio”. Questo il vero, unico sacrificio gradito a Dio! È una sorta diunicum, nell’Antico Testamento, una vetta insuperabile. Senza questa disposizione interiore, la lode è esposta al rischio della doppiezza, l’ascolto obbediente può soggiacere alla logica del merito, persino l’offerta della vita (cf. Rm 12,1) può nascondere un orgoglio volontaristico. Solo quando ci si riconosce peccatori e si ha il coraggio di guardare in faccia la propria infinita debolezza, allora si può lasciare che questa miseria sia invasa dalla misericordia di Dio, ben più potente: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10)…
Giungiamo così ai vv. 20-21, un’aggiunta posteriore: vi si auspicano la ricostruzione delle mura della città, che avverrà sotto Neemia, dopo il 450 a.C., e la ripresa nel tempio dei sacrifici. Nulla però va perduto della radicalità di cui si è detto: nella nuova situazione, il popolo umiliato durante l’esilio celebra anche liturgicamente il rendimento di grazie al Dio che gli ha usato misericordia; ma sa di doverlo fare in novità di vita, perché i sacrifici sono veramente giusti solo se sgorgano da un cuore nuovo e puro.
Al termine di questo appassionante percorso, resterebbe da dire qualcosa sulla fortuna del nostro salmo nella tradizione ebraica e cristiana. Ma ho già abusato della tua pazienza: sarà per un’altra volta… Consentimi però di chiudere notando un particolare decisivo: la parabola terrena di Gesù riattualizza il nucleo incandescente del salmo  51. Gesù è venuto per rivolgere proprio ai peccatori la buona notizia del Vangelo e per donare loro in modo gratuito e preveniente il perdono di Dio, l’amore misericordioso di cui ogni vivente ha estremo bisogno. E che può gustare solo se si riconosce peccatore. Per questo amava dire: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mc 2,17). Ieri, oggi e sempre, chi si riconosce peccatore e bisognoso della misericordia di Dio, si avvicina a Gesù perché sente in lui una persona affidabile, un uomo che sa incoraggiare e rinnovare la vita di chi accetta la propria miseria e desidera ricominciare. In una parola, il perdono fatto persona, che sempre fa l’offerta della vita nuova: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,11).
Ci congediamo dunque da questo salmo con una delle tante perle che esso non cessa di suscitare in chi lo ascolta con cuore libero, rileggendolo alla luce della vita di Gesù:
“Pietà di me, o Dio”. Dio, che sei Misericordia, togli la mia miseria, togli i miei peccati, che sono la mia maggior miseria. Solleva me misero, mostra in me la tua azione. “L’abisso chiama l’abisso” (Sal 41,8): l’abisso della miseria invoca l’abisso della misericordia. È più grande l’abisso della misericordia che l’abisso della miseria. Dunque l’abisso della tua misericordia assorba l’abisso della mia miseria. Chi dunque può disperare? Chi non avere fiducia? (Girolamo Savonarola).
Forse solo chi non pensa di aver bisogno di misericordia: nessuno è più lontano dalla guarigione di colui che pensa di non aver bisogno di guarigione.

 

O Dio Trinità, Nome ineffabile di misericordia inesauribile,
tu che purifichi dai suoi vizi l’abisso del cuore umano
e lo rendi più bianco della neve,
rinnova nei nostri cuori il tuo Spirito santo
affinché possiamo annunciare con la nostra vita la tua lode.

(Orazione salmica di tradizione romana, inizio VI secolo)
Monastero di Bose

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