mercoledì 29 marzo 2017

Non si trova moglie nel Cammino



Lungo il percorso di Santiago ci sono i Padri e le Suore dell’Opera Don Guanella. Fabio Pallotta, superiore della missione dei Guanelliani e cappellano degli italiani nella Cattedrale, racconta equivoci e illusioni

DOMENICO AGASSO JR (vatican insider)

Padre Fabio Pallotta, lungo il Cammino di Santiago di Compostela dove la si può incontrare?  
«Noi Padri di don Guanella siamo qui dal 2010 e ci troviamo nelle ultime due tappe, a 40 e a 20km dalla meta finale. Siamo sull’itinerario tradizionale, quello francese, che parte dall’abbazia di Cluny».  

Di chi vi occupate?  
«Di tutti (i pellegrini sono circa 300mila all’anno), ma soprattutto di quelli di lingua italiana, il secondo popolo più numeroso dopo quello spagnolo».  

Qual è il vostro lavoro?  
«È duplice: innanzitutto l’accoglienza spirituale ai pellegrini. E poi li accompagniamo proprio, camminando al loro fianco. Riteniamo che debbano trovare una proposta spirituale, altrimenti il loro è solo un camminare per camminare».  

Chi è il pellegrino tipico?  
«Non esiste. Dal sacerdote al religioso all’ateo conclamato. Però li accomuna la voglia di fare un’esperienza diversa, e tutti credono di venire qui a risolvere il dramma della propria vita».  

E questo non avviene?  
«No. Il cammino non risolve nulla. Semmai si torna a casa con un problema in più: avere conosciuto se stessi, che non è sempre glorificante».  

Quindi è sopravvalutato?  
«Lo si carica di troppe aspettative considerandolo una panacea che può risolvere le burrasche della vita. C’è chi è senza moglie e la cerca, chi ce l’ha e se ne vuole liberare, chi ce l’aveva e la piange perché se n’è andata, chi non va d’accordo con i figli e non li vuole più, chi ha abortito e chi non li può avere. Poi c’è chi ha avuto una condotta terribile nel passato; chi ha una vita mediocre e ne cerca una migliore. Chi è depresso. Chi non ha lavoro».  

Ma allora a che cosa serve il Cammino?  
«Il bene che produce deriva dall’incontro con la tomba dell’Apostolo Giacomo. E su questo aspetto cruciale c’è un paradosso pazzesco. Più del 95% viene qui senza sapere che c’è la tomba di San Giacomo, che è l’unico motivo per cui si compie il Cammino».  

E quando arrivano che cosa fanno?  
«Se ne vanno senza vederla. Quindi lo sforzo nostro è catechizzare, aiutare le persone a cogliere l’essenziale di questa fatica».  

Come è nato il Cammino?  
«I primi cristiani volevano andare in pellegrinaggio verso la tomba di Gesù, a Gerusalemme, però ci sono stati secoli in cui era pericolosissimo, perché bisognava attraversare il mare con imbarcazioni precarie, affrontare pirati, pestilenze, e anche musulmani che non erano delicati con i cristiani».  

Allora si è optato per vie meno complicate?  
«Sì, si sviluppò il pellegrinaggio ad tumbas, alle tombe degli Apostoli: invece di andare da Gesù si andava dai suoi amici, e le uniche tombe conosciute erano quelle dei santi Pietro e Paolo a Roma (ecco la via Francigena), e quella di Giacomo a Compostela. Il valore simbolico è il pellegrinaggio della vita alla tomba della risurrezione». 

Ma c’è una vera domanda religiosa?  
«Sì. Esplicitamente in alcuni, implicitamente in tutti. Non sapere della Tomba è solo ignoranza, appena lo si sa ci si precipita». 

Come si spiega questa scarsa conoscenza?  
«Con il lancio pubblicitario del cammino, definito un’attività alla moda e basta. Questo l’ha reso di massa e impoverito. La gente cerca solo gli effetti collaterali: la possibilità di pensare e stare da soli, ma questo può avvenire anche da altre parti, non c’è bisogno di fare 800 km, sfracellarsi le gambe e farsi venire le ulcere ai piedi. Si trascura così il frutto vero, che è l’incontro con la tomba di un discepolo di Gesù che ha dato la vita per Cristo. La tomba è una provocazione: tu per chi la stai dando la tua vita?». 

Allora il successo è dannoso?  
«Sì. E il depistaggio deriva anche da alcune produzioni letterarie e cinematografiche: in particolare il libro di Paulo Coelho, che è una miseria, ha avuto un esito commerciale infinito, però ha svuotato le motivazioni. Così il film The way».  

Che ruolo ha il silenzio lungo il cammino?  
«Decisivo. Perché se tu parli sempre, Dio quando ti parla? Il pellegrino nell’antichità poteva parlare solo dopo il tramonto, e qui il sole tramonta alle 11 di sera».

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