venerdì 3 marzo 2017

Paradossi della gioia



Un prete che testimonia «agli altri il Vangelo con il volto triste»? Una «contraddizione» per il cardinale Pietro Parolin, che in un incontro nel seminario arcivescovile di Firenze ha parlato della figura del sacerdote come custode di una gioia che non può non annunciare con le parole e soprattutto con la vita. Anche nei momenti difficili, di scoraggiamento, quando si scontra con dolori e tribolazioni personali e della gente che a lui è affidata.
Nell’ambito degli incontri di spiritualità promossi dall’ufficio catechistico diocesano, il segretario di Stato è intervenuto il 2 marzo sul tema «La dolce e confortante gioia di evangelizzare» alla luce dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium. Al centro della sua relazione, un’ampia e approfondita analisi della spiritualità sacerdotale, condotta portando spesso l’esempio, caro ai fiorentini, del cardinale Elia Dalla Costa. L’incontro si è svolto alla presenza dell’arcivescovo di Firenze, il cardinale Giuseppe Betori.
Se il desiderio di felicità, ha detto il porporato, «pulsa nel cuore di ogni uomo» ma si rivela spesso «come una delle più cocenti frustrazioni» per l’uomo, cosa significa per un prete e un vescovo la «gioia di evangelizzare»? Di fronte a questa domanda il cardinale ha tracciato un vero e proprio profilo del sacerdote, operando un continuo richiamo tra il messaggio evangelico e il confronto, a volte anche duro, con la vita di ogni giorno. Punto di partenza è stato proprio il Vangelo che a più riprese, a partire dall’annuncio a Maria, si caratterizza come l’annuncio «di una gioia debordante». Ha commentato il segretario di Stato: «È del tutto inconcepibile un annuncio del Vangelo privo della gioia: essa ne costituisce una dimensione intrinseca e necessaria. È come se si parlasse del sole senza la luce». Annunciare il Vangelo, ha detto, porta inevitabilmente con sé «una promessa di felicità».
Ma è una felicità che, paradossalmente, deve saper fare i conti con il «fallimento». E se lo stesso Gesù era consapevole che il suo annuncio dovesse incontrare «ostacoli e rifiuti», a maggior ragione questa realtà è vissuta da ogni uomo e, in particolare, dal sacerdote. Ecco allora, ha spiegato il segretario di Stato, che «quando si fatica e si patiscono delusioni e tribolazioni», le reazioni «più spontanee sono la rabbia e lo scoraggiamento, e a lungo andare si è tentati di rassegnarsi e di gettare la spugna».
Il prete, «immerso nella vita della gente», non può evitare la continua esposizione «alle gioie della vita e alle devastazioni della tristezza». Addirittura, ha aggiunto il porporato con un’efficace immagine, «la prostrazione a terra durante il rito dell’ordinazione, mentre vengono invocati i santi in paradiso, potrebbe essere interpretata come un’iniziazione a tutte le prostrazioni dolorose che si incontreranno nel ministero, con la sola differenza che, invece di sentire il canto delle litanie, il presbitero dovrà spesso ascoltare e condividere i lamenti della gente». E in quante situazioni, ha sottolineato il cardinale Parolin, i sacerdoti, pur trovandosi in situazioni personali dolorose, sono «capaci di offrire conforto a chi sta male».
Questo perché essi sono custodi del «segreto della gioia»: cioè che «alla luce della morte e risurrezione di Gesù, tutte le tristezze sono già state debellate». I preti, ha spiegato, non sono «operatori sociali, né psicoterapeuti», ma sono forti del Vangelo «che intercetta l’umano in tutte le sue sfumature e lo fa fiorire». Il presbitero è «custode della gioia», perché sa che «prima o poi, nonostante tutto, “il deserto diventerà un giardino”».
Didascalia: Mona Elisa, «L’annuncio»
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Nessun oscurantismo sui temi etici
Di fronte alle grandi questioni bioetiche oggetto di dibattito in questi giorni, la Chiesa, proprio perché fedele al Vangelo, «se dice dei no è perché ha dei sì più grandi». Lo ha affermato il cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin a margine dell’incontro di Firenze.
Pur mantenendo un «atteggiamento» di ascolto e «di grande rispetto nei confronti di tutti», il porporato ha spiegato che «evidentemente non si possono condividere tutte le scelte». E questa — ha precisato — «non è una risposta esclusivamente negativa, ma è per qualcosa di più, una pienezza maggiore di vita e di gioia». Perché «la Chiesa ha il Vangelo da annunciare e il Vangelo ha sempre buone notizie per tutti».
Secondo il segretario di Stato «se non ci fosse la voce della Chiesa, che magari è scomoda, la società sarebbe molto impoverita» proprio sui «problemi estremamente nuovi e complessi, di fronte a cui nemmeno la società mi pare così preparata: si interroga e dà risposte differenziate». Nessuna visione «oscurantista» dunque, ha affermato. Anzi, «anche noi siamo parte di questa realtà, anche noi abbiamo le nostre difficoltà, ma tutto lo sforzo che fa la Chiesa va in questo senso: capire il mondo, interpretarlo e dare risposte». L’«atteggiamento di fondo», ha insistito il cardinale, deve essere segnato dalla «volontà di capire e rispondere in modo evangelico, che non vuol dire né chiudersi né accettare del tutto». Del resto «la Chiesa ha una sua proposta da fare di fronte ai nuovi problemi del matrimonio, della vita, della famiglia: lo dico perché lo vedo, c’è volontà che i sacerdoti siano preparati per dare risposte adeguate».
Rispondendo alle domande dei giornalisti, il cardinale Parolin ha affermato che non si può parlare di «solitudine del Papa», il quale — ha ricordato — «ha veramente la grande capacità di essere sereno». Sul caso delle dimissioni di Marie Collins dalla Pontificia commissione per la tutela dei minori, il porporato ha detto che «ci sono stati alcuni episodi che hanno portato la signora Collins a questo passo: per quello che io conosco, lei li ha interpretati così e ha sentito che l’unica maniera di reagire, anche un po’ per scuotere l’albero, era quella di dare le dimissioni».
Il cardinale Parolin ha assicurato di aver «visto sempre un grande impegno del cardinale O’Malley e della commissione. Stanno portando avanti un bel lavoro di sensibilizzazione. Di per sé la commissione non deve occuparsi degli abusi sessuali, è la Congregazione per la dottrina della fede che lo fa, ma deve preoccuparsi — ha concluso — di creare un ambiente che difenda i bambini, li tuteli, e non permetta più casi di questo tipo».

L'Osservatore Romano

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