mercoledì 29 marzo 2017

Reverendo e padre.



“Non siamo mai stati tanto occupati o stanchi, ma non siamo neanche mai stati felici come ora”

Del reverendo Joshua J. Whitfield sul quotidiano Dallas Morning News:
Gli appelli a modificare la disciplina del celibato sono in genere o ignoranti o negligenti in relazione a quello che la Chiesa definisce il “frutto spirituale” del celibato, una cosa sostanzialmente incomprensibile in questa epoca libertina ma che continua comunque ad essere vera e fondamentale per l’operato della Chiesa. Essere sposato mi aiuta nel mio sacerdozio: l’intesa e le simpatie guadagnate per il fatto di essere sia marito che sacerdote sono a volte dei veri vantaggi, ma questo non vuol dire che metta in discussione il bene del celibato clericale o quello che i miei colleghi celibi apportano al loro ministero. E in ogni caso, quello che conta di più è la santità, non il matrimonio o il celibato.
Al di là del rispondere a tutte queste argomentazioni, ad essere trascurate sono le ragioni autentiche per cui le persone come me diventano cattoliche, oltre al vero motivo per cui la Chiesa cattolica permette a volte l’ordinazione di uomini sposati. E il motivo, insisto, è l’unità cristiana.
Quando vedete un sacerdote sposato, pensate ai sacrifici che ha compiuto per quella che ritiene sia la verità. Pensate all’unità cristiana, non al cambiamento. È questo che vorrei che la gente pensasse vedendo me e la mia famiglia. Siamo diventati cattolici perché mia moglie ed io crediamo che il cattolicesimo sia la verità, la pienezza del cristianesimo.
E abbiamo risposto a questa verità, il che significava (all’epoca come sacerdote episcopale anglicano) abbandonare il mio stile di vita e quasi tutto ciò che conoscevo. E proprio quando mia moglie era incinta del nostro primo figlio.
Visto che la Chiesa cattolica crede che i cristiani dovrebbero essere uniti, a volte fa eccezioni alle proprie norme e discipline, in alcuni casi antichissime; nel mio caso, il celibato.
La mia famiglia ed io non siamo oggetto di esperimenti da parte del Vaticano per vedere se un sacerdote sposato può lavorare. Siamo testimoni dell’empatia e del desiderio di unità da parte della Chiesa. È questo che noi sacerdoti sposati vorremmo che la gente vedesse: il cattolicesimo di cui ci siamo innamorati e per il quale abbiamo compiuto tanti sacrifici.
Ed è una vita di sacrificio, una vita che condivide tutta la mia famiglia, mia moglie probabilmente più di chiunque altro. Non siamo mai stati tanto occupati o stanchi, ma non siamo neanche mai stati felici come ora. Anche i miei figli compiono ogni giorno sacrifici per la Chiesa. A volte è difficile, ma lo facciamo, e con gioia; in primo luogo perché chi ne beneficia è la nostra fantastica parrocchia, e in secondo luogo perché siamo in una Chiesa che amiamo e nella quale crediamo, non in una Chiesa che vorremmo cambiare.

Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti
aleteia

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