mercoledì 29 marzo 2017

Senza misericordia

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MORIRE DA SOLI, L’ULTIMA FRONTIERA DELL’INDIVIDUALISMO

Chiunque avrebbe il desiderio di morire tra l’affetto dei propri cari. Per un cristiano è una grazia poter lasciare questa vita dopo aver ricevuto i sacramenti da un sacerdote. Eppure nel mondo di oggi tante persone muoiono sole, contornate soltanto dal grigio oblio della dimenticanza. È il dramma dell’individualismo di una società scivolata nella più desolante solitudine.
Succede in Italia. Di tanto in tanto negli ultimi anni, le cronache ci mettono al corrente del ritrovamento di qualche persona, solitamente anziana, deceduta nella propria abitazione senza che nessuno se ne accorgesse. Spesso è il fetore del corpo in decomposizione ad allarmare i vicini di casa.

In Italia


Come accaduto nell’ottobre scorso a Barletta, dove i vigili del fuoco hanno fatto irruzione nell’appartamento di una settantenne che viveva da sola, dopo aver ricevuto la segnalazione dei vicini. Stesso copione qualche settimana prima a Sassari: la morte di un sessantaquattrenne è venuta alla luce soltanto dopo che gli altri condomini hanno iniziato a sentire un forte odore provenire dalle sue mura di casa. L’uomo era malato da tempo, ma negli ultimi giorni della sua vita nessuno si è preso cura di lui.

Kodokushi

Se in Italia episodi del genere restano (per ora) sporadici, altrove non fanno nemmeno più notizia. In Giappone è stato coniato persino un termine per descrivere questo fenomeno: Kodokushi, che letteralmente significa “morte solitaria”. Le stime attestano circa trentamila casi all’anno in un Paese di oltre 127 milioni di abitanti. Come rileva un’inchiesta della Bbc risalente al 2013, le persone colpite sono di solito indigenti, restie a domandare assistenza all’autorità, preferendo morire di inedia piuttosto che subire l’umiliazione di chiedere aiuto.

Poveri abbandonati

Impressiona che nessuno si preoccupi di questi disperati, né un familiare né un amico. Spesso i cadaveri vengono scoperti dopo settimane e persino mesi dalla morte. È la conseguenza di una società vecchia e sempre più frammentata, dove l’istituto familiare sbiadisce sotto i riflettori di un individualismo sfrenato e di una profonda crisi demografica: nel Paese del Sol levante oggi il 27,3% della popolazione ha più di sessantacinque anni.
Le statistiche mostrano che in Giappone nel 1980 gli uomini che vivevano da soli erano approssimativamente centonovantamila. Venticinque anni dopo, nel 2005, sono diventati oltre un milione e oggi la cifra è cresciuta ancora.
La diffusione delle “morti solitarie” ha spinto le autorità nipponiche ad avviare programmi di assistenza nei confronti dei soggetti più a rischio: visite a domicilio, eventi sociali dedicati alla terza età, distribuzione di notiziari, verifiche costanti del loro stato fisico.

In Svezia

Oltre alle attenzioni delle autorità preposte, il triste fenomeno ha attirato la curiosità dei media. Non solo in Giappone. Nella ridente Svezia il bilancio non è da meno. Lo ha fotografato nel 2015 il regista italo-svedese Erik Gandini nel docu-film “The Swedish Theory of Love” (La Teoria Svedese dell’Amore).

Agenzie specializzate

Si tratta di un racconto del Paese scandinavo lontano da certi stereotipi edulcorati. La visione di questa pellicola è un viaggio in un distopico esempio di società votata all’individualismo più assoluto, che fagocita nel dimenticatoio la morte delle persone. Addirittura a Stoccolma c’è un’agenzia specializzata che ha il compito di intervenire dopo che la polizia recupera il corpo di chi muore da solo, tra le mura domestiche, per ricostruire i rapporti e consegnare ai parenti qualche effetto personale e disbrigare faccende legali.
Talvolta trovare qualche caro è però un esercizio impervio, affidato a degli addetti che rovistano nelle stanze delle persone decedute al fine di ricomporre tracce di legami spezzati dal tempo. “Non facciamo più parte di una comunità o di una famiglia, a chi possiamo chiedere aiuto? La lotta per l’indipendenza ci ha accecati, che senso ha avere centomila euro in banca se non si è felici?”. Domande che nel docu-film si chiede mestamente Annie, un’addetta di queste agenzie, mentre setaccia tra i cassetti di un uomo impiccatosi e trovato cadavere dopo due anni con una busta che ha riempito prima del tragico gesto di soldi per il funerale.

Il paradosso

Ma gli interrogativi di questa donna svedese invadono il cuore di ogni abitante dell’ormai nemmeno più opulento mondo occidentale. Dove è pervasiva la diffusione della Rete che consente a persone che vivono a latitudini lontane di entrare in contatto con un clic, ecco a voi il paradosso delle “morti solitarie”.

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