venerdì 31 marzo 2017

Uniti per un mondo in frantumi



(Karl-Hinrich Manzke«Cristiani uniti per un mondo in frantumi»: questo il tema del dies academicus della Pontificia università Gregoriana. A svolgere le lectio magistralis, sono stati il cardinale presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, Kurt Koch (del cui testo abbiamo ripreso stralci nell’edizione del 16 marzo) e il vescovo evangelico-luterano di Schaumburg-Lippe nonché incaricato per gli affari ecumenici delle Chiese luterane di Germania. Del suo intervento pubblichiamo ampi passaggi.

Il cardinale Karl Lehmann, uno dei maggiori studiosi di ecumenismo cattolici, in Germania, alunno della Gregoriana, una volta ha detto: «Con l’unità non si va avanti così rapidamente, come si era sperato dopo il concilio Vaticano II. La prima generazione ecumenica, cui io appartengo, avrà un destino simile a quello di Mosè sul monte Nebo: vediamo la terra promessa, ma non vi giungeremo». Di fatto, l’unità dei cristiani non ci è ancora data, ma, in lontananza, si scorgono profili chiaramente delineati, che 60 anni fa non si sarebbe assolutamente pensato di poter intravvedere. Per il nostro cammino ecumenico, abbiamo bisogno di fiato lungo. Ma, al tempo stesso, non dobbiamo dimenticare quel che si è verificato dopo il concilio Vaticano II, che toglie però il fiato. 
Qui va citato, anzitutto, il ragguardevole avvicinamento tra la cristianità ortodossa e quella cattolica. L’incontro tra Papa Paolo VI e il patriarca ecumenico Atenagora, avvenuto a Gerusalemme nel 1964, è indimenticabile. La loro dichiarazione congiunta orientò il cammino: le sentenze di scomunica del 1054 «di cui ci si rammarica che il loro ricordo ostacoli, fino ad oggi, l’avvicinamento nell’amore; esse sono tolte dalla memoria e dal mezzo della Chiesa, votandole all’oblio». Da allora in poi, questo «dialogo dell’amore» ha elaborato intensamente gli ostacoli che impedivano il ripristino della piena comunione. Anche se continuano a sussistere questioni irrisolte — papato, proselitismo — in questo dialogo, molto importante per la Chiesa cattolica, la meta è già ben visibile. L’incontro tra Papa Francesco e il patriarca di Mosca Cirillo, a Cuba, ha costituito un passo ulteriore, decisivo, su questo cammino, che non definirei verso la terra promessa, ma che è comunque verso la comunione piena e visibile.
Anche le relazioni anglicano-luterane sono prova ulteriore che le Chiese della Riforma luterana hanno seguito l’appello di Gesù all’unità e che hanno superato le divisioni. Le Chiese anglicane delle isole britanniche e le Chiese luterane di Scandinavia sono oggi riunite in una comunione, come anche le Chiese luterane e anglicane del Nordamerica. In tutti questi casi, la comunione raggiunta include anche il riconoscimento reciproco del ministero episcopale storico.
Con ciò arrivo a trattare di luterani e cattolici. Anche il nostro rapporto si è trasformato, in modo fondamentale e irreversibile. Il dialogo internazionale tra la Federazione luterana mondiale (Flm) e il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani ha elaborato, negli ultimi 50 anni, una molteplicità di questioni, oggetto di controversie teologiche, che nel Cinquecento portarono alla divisione della nostra Chiesa. Con il successo e la capacità di orientare il cammino si è dimostrato il metodo del «consenso differenziato», che «vuol dire: che il consenso raggiunto ha, in qualche modo, “due” livelli o, per meglio dire, comprende due affermazioni. Nella prima, dice e mostra che in ciò che è necessario al consenso, su una questione finora controversa, è stato raggiunto consenso; nella seconda affermazione, dice e mostra che le differenze restano, ma non mettono in discussione il consenso raggiunto e perciò sono accettabili, addirittura opportune». Tale metodo consente, dunque, di enunciare ciò che è comune, senza tacere le differenze che continuano a sussistere. Il dialogo bilaterale, servendosi di tale approccio, ha potuto presentare avvicinamenti d’avanguardia, riguardanti campi teologici importanti come quello della concezione dell’eucaristia o la questione del ministero. Purtroppo, tali conoscenze ecumeniche non si sono potute tradurre in accordi vincolanti tra le nostre due Chiese; con un’eccezione storica: la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, firmata ad Augusta, il 31 ottobre 1999 dalla Flm e dal Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Proprio riguardo la dottrina che, nel Cinquecento, costituì la causa centrale della divisione della Chiesa d’occidente, che è il punto d’ancoraggio centrale della teologia luterana, oggi non esistono più differenze, tra le nostre Chiese, in grado di dividerle. 
Di recente, Papa Francesco ha reso onore a questo dato di fatto, dicendo: «Con il concetto di “solo per grazia divina”, ci viene ricordato che Dio ha sempre l’iniziativa e che precede qualsiasi risposta umana, nel momento stesso in cui cerca di suscitare tale risposta. La dottrina della giustificazione, quindi, esprime l’essenza dell’esistenza umana di fronte a Dio». Ma la Dichiarazione congiunta ha portato, in molte parti del mondo, a cambiamenti notevoli nelle relazioni bilaterali, non solo sul piano teologico, ma anche nell’atmosfera. È impressionante, per esempio, quanto riferito da Ismael Noko, ex segretario generale della Flm, che proviene da una Chiesa africana: nella sua patria, lo Zimbabwe, in conseguenza della Dichiarazione congiunta, nel cimitero sono state abbattute le recinzioni tra il settore cattolico e quello evangelico, che separavano le persone anche nella morte. 
Non è possibile inoltre tralasciare la più recente pietra miliare delle relazioni luterano-cattoliche: la commemorazione congiunta della Riforma luterana, il 31 ottobre 2016. Chi mai avrebbe osato sognare, 100 anni fa o 20 anni fa, che, nel 2016, la Chiesa cattolica romana e la Flm sarebbero state, insieme, le padrone di casa di un culto della Riforma, elaborato insieme. Chi mai avrebbe potuto immaginare che questo culto sarebbe stato condotto insieme dal presidente e dal segretario generale della Flm e dal Papa. Ma proprio questo è diventato possibile, nella festa della Riforma 2016. Il documento intitolato Dal conflitto alla communione ha aperto gli occhi per capire che è possibile una narrazione congiunta della storia della Riforma. La via percorsa dal conflitto alla comunione ha reso perfino possibile che Papa Francesco così pregasse, insieme con la comunità riunita nel duomo di Lund: «O Spirito santo, aiutaci a gioire dei doni veramente cristiani, che sono venuti nella Chiesa per mezzo della Riforma». Che grande gesto. 
La grande manifestazione conclusiva, nell’Arena di Malmö, ha reso evidente che la nostra testimonianza congiunta ci incoraggia e ci impegna anche a un servizio congiunto nel mondo. La cooperazione, già esistente, tra Servizio mondiale della Flm e Caritas Internationalis, che, per esempio, è stata presentata nell’ambito dell’attività con i rifugiati e della difesa del clima, ne è manifestazione impressionante. Martin Junge, Segretario generale della Flm, ha riassunto la situazione in questo giudizio: «In un mondo in cui molti dialoghi vengono interrotti, la commemorazione congiunta della Riforma luterana attesta l’alto valore del dialogo. In un mondo ferito da violenza e guerre, questo narra la storia di conflitti superati. In un mondo incerto sul significato di fede e religione, questo riferisce della forza e bellezza della nostra fede comune, che ci rende capaci di prestare servizio compassionevole e testimonianza lieta».
Questa panoramica mostra che l’unità visibile non è stata ancora raggiunta, ma che ci troviamo sul monte Nebo, grati di quanto già raggiunto e in attesa desiderosa dell’unità che ci si prospetta e a cui Cristo ci chiama. 
Uno sguardo retrospettivo all’origine e agli inizi della Chiesa mostra che i primi cristiani si sentivano legati gli uni agli altri, nel convincimento comune che, nella dottrina e nel destino di Gesù di Nazareth, si fosse verificata l’attenzione di Dio, definitiva e alla fine dei tempi, verso il suo popolo e il suo creato intero. Gli scritti cristiani delle origini rispecchiano il fatto che l’importanza di Gesù per la fede poté essere interpretata in modi molto differenti, anzi, in parte, addirittura controversi. Certo, si riscontrano molteplici sforzi verso la comprensione e la concordia; e Paolo lotta con decisione contro la discordia nelle comunità. Anche la colletta per la comunità, a Gerusalemme, rivela una consapevolezza, attivamente curata, del legame ecumenico. Ma non si può parlare di una standardizzazione. Gli scritti neotestamentari documentano che la Chiesa cristiana conobbe e riconobbe una pluralità di accessi alla comprensione di Gesù, senza volerli rendere omogenei. Lo stesso vale per la nascita di strutture organizzative. Il nuovo testamento conosce una pluralità di differenti forme direttive, che non dovevano essere equiparate le une alle altre o che potevano esserlo solo parzialmente. Tutte queste differenze non mettono in dubbio, evidentemente, il legame elementare in Cristo. Il legame fu tematizzato nelle metafore teologiche dell’unità o nelle narrazioni, che però furono più programmatiche che realtà effettiva.
Fin dalla nascita del movimento ecumenico, nel secolo scorso, si cerca un modello di unità. Ci sono differenti formule e tentativi di descrivere un modello di unità che corrisponda a quanto riscontrato nel nuovo testamento. Un concetto di unità è stato portato alla discussione, nel 1977, dalla Flm. Si tratta del concetto «Unità nella diversità riconciliata». Il modello unità nella diversità riconciliata, spiega un documento della Flm, «deve esprimere che le impronte confessionali della fede cristiana, nella loro diversità, possiedono un valore permanente; che queste differenze, però, se sono riferite insieme al centro del messaggio di salvezza e della fede cristiana, e non mettono in dubbio tale centro, perdono il loro carattere di separazione e possono essere riconciliate le une con le altre». La via dell’unità nella diversità riconciliata è una via di incontro vivo, di esperienza spirituale insieme, di dialogo teologico e di correzione intellettuale, in cui non si perde la singola peculiarità dell’interlocutore, ma si spiega, si trasforma e si rinnova. E così la propria forma diventa, per l’altro, impronta visibile dell’essere cristiani e di una fede cristiana. Le diversità non vengono spente, ma non vengono neanche mantenute immutate. Ma perdono il loro carattere di separazione e vengono riconciliate le une con le altre: nell’incontro, nell’apprendimento.
Dalla prospettiva luterana, per l’unità della Chiesa occorrono tre condizioni essenziali: il consenso sulla concezione del Vangelo; l’uso dei sacramenti, conforme alla loro istituzione; il consenso sulla comprensione ossia sul reciproco riconoscimento del ministero legato all’ordinazione. Se sono presenti queste condizioni, si raggiunge la comunione piena della Chiesa, nel senso dell’unità intesa dal Credo apostolico. In tale prospettiva, non c’è differenza tra comunione e unità. 
Il concilio Vaticano II ha descritto, nell’Unitatis redintegratio, l’atteggiamento con cui, in epoca ecumenica, le Chiese separate lavorano insieme: «Questo santo concilio desidera vivamente che le iniziative dei figli della Chiesa cattolica procedano congiunte con quelle dei fratelli separati, senza che sia posto alcun ostacolo alle vie della Provvidenza e senza che si rechi pregiudizio ai futuri impulsi dello Spirito Santo. Inoltre dichiara d’essere consapevole che questo santo proposito di riconciliare tutti i cristiani nell’unità di una sola e unica Chiesa di Cristo, supera le forze e le doti umane. Perciò ripone tutta la sua speranza nell’orazione di Cristo per la Chiesa, nell’amore del Padre per noi e nella potenza dello Spirito Santo. La speranza non inganna, poiché l'amore di Dio è largamente diffuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci fu dato». E Papa Francesco, nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium, spiega che «la Chiesa desidera vivere un profondo rinnovamento missionario»; che «c’è una forma di predicazione che compete a tutti noi come impegno quotidiano». Si tratta «di portare il Vangelo alle persone con cui ciascuno ha a che fare, tanto ai più vicini quanto agli sconosciuti». E ha aggiunto: «Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti».
Le ricerche esegetiche sull’atto della professione di fede, nel cristianesimo delle origini e negli scritti biblici, concordano, di là dai limiti confessionali, sul risultato: al centro di ogni professione di fede e di ogni formazione di essa, c’è la professione di fede in Cristo. Alla fonte, è professione per Gesù Cristo, per il suo messaggio e per la sua persona. Nell’atto del professare la fede si tratta di comunione originaria e personale con Gesù Cristo; non si tratta di un impegno solenne nel vincolarsi a una serie di affermazioni dottrinarie. Nei vangeli, questo carattere personale della professione di fede si esprime nelle parole che risalgono a Gesù stesso: «Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo riconoscerà lui davanti agli angeli di Dio» (Luca, 12, 8). 
La professione originaria della fede cristiana è quella che Gesù di Nazareth, in quanto Risorto, è il Signore. L’unità della Chiesa non è, in prima linea, unità di dottrina. Riposa, invece, sulla professione di fede comune in Gesù Cristo. La comunanza di tale professione di fede non viene limitata necessariamente da differenze o addirittura da contrapposizioni nella concezione della fede. Tali contrapposizioni possono essere considerate forme espressive, che si integrano e talvolta si correggono l’un l’altra, aventi in definitiva le medesime intenzioni di fede.
Nel discorso ecumenico si tratta di descrivere questo fondamento comune del riferimento personale a Cristo come fondamento sul cui sfondo sono possibili forme espressive e sviluppi differenti nella formazione della dottrina, che però si rifanno a questo. Il movimento ecumenico internazionale del XX secolo è di certo spiegabile anche attraverso l’esperienza crescente di comunione che travalica i confini confessionali e, soprattutto, di sfide comuni alla cristianità; in modo speciale, in Europa. Tutte le confessioni sono unite dall’esperienza di vivere in un continente che diventa sempre più estraneo alla religione. Al tempo stesso, ci unisce l’esperienza mondiale che la pluralità delle forme di Chiesa è in aumento. Va qui citata la crescita vertiginosa delle Chiese pentecostali. Il cristianesimo, considerato sotto l’aspetto istituzionale, non è mai stato tanto diversificato come oggi.
Su questo sfondo, si pone la questione dell’unità visibile della cristianità. Noi luterani siamo convinti che la nostra comprensione di una Chiesa, che mira alla concordia nella dottrina del Vangelo di Gesù Cristo e all’uso corretto dei sacramenti, secondo la loro istituzione, sia, in senso neotestamentario, sufficiente per descrivere l’unità. Solo il movimento coerente verso un’unità nella diversità riconciliata potrà portare la Chiesa a essere all’altezza del suo compito comune di portare il Vangelo tra la gente e ad aiutarlo a raggiungere un’intensità luminosa rinnovata. Ma potrebbe convenire continuare a sviluppare la formula dell’unità nella diversità riconciliata, di fronte alla critica, che le viene mossa, di essere troppo statica. Forse, la formulazione di una «unità visibile nella molteplicità organizzata» è più adeguata al risultato neotestamentario dello sviluppo della professione di fede in Gesù Cristo, per descrivere il compito della cristianità: diventare segno di unità per le genti.
L'Osservatore Romano

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