sabato 29 aprile 2017

Cristiani insieme al Cairo

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29 aprile 2017 di ENZO BIANCHI
“Attendiamo il giorno benedetto in cui potremo insieme spezzare il pane sul sacro altare”. A questo desiderio ardente espresso da papa Tawadros hanno fatto eco le parole di papa Francesco: “Non possiamo più pensare di andare avanti ciascuno per la sua strada, perché tradiremmo la volontà di Dio… Unico è il nostro martirologio! Le vostre sofferenze sono anche le nostre e preparano un avvenire di comunione piena tra noi e di pace per tutti". Animati da questo spirito i successori di san Pietro e di san Marco hanno voluto firmare il comune impegno “a non ripetere il sacramento del battesimo, praticato nelle nostre chiese, a favore della persona che intende unirsi all’altra Chiesa” prima di recarsi a pregare insieme nella chiesa di San Pietro attigua al patriarcato copto, una chiesa che reca ancora i segni del sangue versato il Natale scorso da tanti fedeli. Lì si sono uniti a loro il patriarca di Costantinopoli Bartholomeos, quello greco-ortodosso di Alessandria, Teodoros II, l’intero corpo episcopale copto-ortodosso e i vescovi delle altre confessioni cristiane presenti in Egitto, in un momento assolutamente inedito e memorabile del lungo cammino ecumenico.
Sì, l’enorme portata interreligiosa del viaggio di papa Francesco al Cairo non deve oscurarne i risvolti ecumenici, di comunione tra confessioni cristiane divise da secoli. Questa visita è giunta in risposta all’invito dell’imam Al-Tayyb a partecipare alla conferenza sulla pace tenuta nella massima università sunnita di Al-Azhar ed è stata segnata dall’intensità del dialogo con la massima autorità dell’islam sunnita: un forte segno di incoraggiamento a proseguire sul cammino comune del rifiuto di ogni violenza e dell’abuso del riferimento religioso per giustificare l’ingiustificabile. Già le scorse settimane Al-Azhar aveva ospitato un conferenza internazionale sul concetto di “cittadinanza” che accomuna tutti gli uomini e le donne che vivono in una nazione indipendentemente dalla loro fede, ma ieri papa Francesco e l’imam hanno voluto sancire pubblicamente, agli occhi del mondo intero, la loro convergenza nel messaggio di misericordia, amore, giustizia e pace che proviene dalle rispettive fedi. Il comune richiamo all’importanza dell’educazione dei giovani, dell’attenzione ai più poveri, dell’accoglienza di quanti rischiamo di essere scartati dalla società, la comune condanna di quanti fomentano e armano l’odio hanno mostrato l’universalità dei valori che plasmano l’essere umano e la convivenza civile: un appello quanto mai necessario e urgente non solo per il martoriato Medioriente e per i paesi del Mediterraneo, ma anche per l’Europa e il mondo intero.
Ma la coraggiosa accettazione da parte di papa Francesco dell’invito a questo seminario sulla pace si è trasformata in un’opportunità unica anche per il dialogo ecumenico. Infatti, non solo il patriarca ecumenico Bartholomeos ha accettato a sua volta di partecipare, facendosi latore di un forte messaggio di pace, come aveva fatto il giorno precedente il pastore luterano Olaf Tveit, segretario generale del Consiglio ecumenico della chiese, ma papa Francesco ha voluto abbracciare “l’amato fratello Tawadros”, capo della chiesa copto-ortodossa, e trasformare questa fratellanza nella fede cristiana in un ulteriore segno della comune testimonianza resa a Cristo. Sì, ieri in Egitto i cristiani si sono mostrati capaci di parlare a più voci ma con un cuore e un’anima sola, hanno fatto delle dolorosi divisioni storiche un richiamo pressante a riprendere e continuare il “cammino insieme”, come i discepoli di Emmaus all’indomani della risurrezione di Gesù.
Se è vero che più delle parole contano i gesti e ancor più il cuore delle persone, la giornata di ieri rimarrà una pietra miliare sul cammino dell’unità dei cristiani: insieme i discepoli di Gesù di Nazareth sapranno essere testimoni e interlocutori credibili nel dialogo con i credenti dell’islam e nel lavoro quotidiano per la pace e la giustizia nel mondo, affinché gli uomini e le donne del nostro tempo possano nutrire quella speranza della vita più forte della morte cui tutti aneliamo.
Pubblicato su: La Stampa

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