sabato 1 aprile 2017

Disposti a vendere la camicia



L’invito a evitare «il carrierismo ecclesiastico», che «è una peste», e a soccorrere chi è nel bisogno essendo persino «disposti a vendere la camicia» è stato rivolto dal Papa alla comunità del Pontificio collegio spagnolo in Roma, ricevuta in udienza sabato mattina, 1° aprile, nella Sala Clementina.
Cari fratelli e sorelle,
Desidero far giungere il mio saluto a tutta la comunità del Pontificio Collegio Spagnolo di San Giuseppe e ringraziare il signor Cardinale Ricardo Blásquez Pérez per le cordiali parole che, come Patrono del Collegio, mi ha rivolto a nome di tutti, in questa commemorazione. Rendo grazie a Dio per la bella opera che istituì il beato Manuel Domingo y Sol, fondatore della Fraternità dei Sacerdoti Operai Diocesani del Sacro Cuore di Gesù, e per il lavoro svolto in tutti questi anni.
Questa Istituzione è nata con la vocazione di essere un punto di riferimento per la formazione del clero. Formarsi presuppone la capacità di avvicinarsi con umiltà al Signore e domandargli: Qual è la tua volontà? Che cosa vuoi da me? Conosciamo la risposta, ma forse ci fa bene ricordarla, perciò vi propongo le tre parole del Shemà con cui Gesù rispose al Levita: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze» (Mc 12, 30).
Amare con tutto il cuore significa farlo senza riserve e senza ambiguità, senza falsi interessi e senza cercare se stessi nel successo personale o nella carriera. La carità pastorale presuppone l’andare incontro all’altro, capendolo, accettandolo e perdonandolo di tutto cuore. Questa è carità pastorale.
Ma da soli non è possibile crescere in questa carità. Perciò il Signore ci ha chiamati per essere una comunità, di modo che la carità riunisca tutti i sacerdoti, con uno speciale vincolo, nel ministero e nella fraternità. Per questo occorre l’aiuto dello Spirito Santo, ma anche la lotta spirituale personale (cfr. Ratio fundamentalis institutionis sacerdotalis, n. 87). Questo non è passato di moda, continua ad essere attuale, come nei primi tempi della Chiesa. Si tratta di una sfida permanente per superare l’individualismo e vivere la diversità come un dono, cercando l’unità del presbiterio, che è segno della presenza di Dio nella vita della comunità. Il presbiterio che non mantiene l’unità, di fatto, scaccia Dio dalla propria testimonianza. Non testimonia la presenza di Dio. Lo manda fuori. In tal modo, riuniti nel nome del Signore, specialmente quando celebrate l’Eucaristia, manifestate anche sacramentalmente che Lui è l’amore del vostro cuore. 
Secondo: amare con tutta l’anima vuol dire essere disposti a offrire la vita. Questo atteggiamento deve persistere nel tempo e coinvolgere tutto il nostro essere. Così lo proponeva il Fondatore del Collegio: «[Signore] ti offro e metto a tua disposizione il mio corpo, la mia anima, la mia memoria, il mio intelletto e la mia volontà, la mia salute e persino la mia vita» (Escritos III, vol. 6, doc. 111, p. 1). La formazione di un sacerdote non può essere quindi solo accademica, sebbene questa sia molto importante e necessaria, ma deve essere anche un processo integrale, che includa tutti gli aspetti della vita. La formazione deve servirvi per crescere e, al tempo stesso, per avvicinarvi a Dio e ai fratelli. Per favore, non accontentatevi di conseguire un titolo, ma siate discepoli a tempo pieno per «annunciare, in modo credibile e comprensibile per l’uomo di oggi, il messaggio evangelico» (Ratio, n. 116). A questo punto, è importante crescere nell’abitudine del discernimento, che vi permette di valorizzare ogni istante e ogni mozione, persino ciò che appare opposto e contradittorio, e vagliare ciò che viene dallo Spirito; una grazia che dobbiamo chiedere in ginocchio. Solo partendo da questa base, attraverso i molteplici compiti nell’esercizio del ministero, potrete formare gli altri in quel discernimento che porta alla Risurrezione e alla Vita, e vi permette di dare una risposta consapevole e generosa a Dio e ai fratelli (cfr. Incontro con i sacerdoti e i consacrati, Milano, 25 marzo 2017). 
Ho detto che la formazione di un sacerdote non può essere solo accademica e limitarsi solo a questo. Da lì nascono tutte le ideologie che appestano la Chiesa, di qualsiasi tipo, dell’accademismo clericale. Sono quattro le colonne che deve avere la formazione: formazione accademica, formazione spirituale, formazione comunitaria e formazione apostolica. E devono interagire tra loro. Se manca una di esse la formazione comincia a zoppicare e il prete finisce paralitico. Quindi, per favore, tutte e quattro insieme, che interagiscono.
Infine, la terza risposta di Gesù, amare con tutte le forze, ci ricorda che là dove è il nostro tesoro sarà anche il nostro cuore (cfr. Mt 6, 21), e che è nelle nostre piccole cose, sicurezze e affetti che è in gioco la nostra capacità di dire sì al Signore o di voltargli le spalle come il giovane ricco. Non vi potete accontentare di condurre una vita ordinata e comoda, che vi permetta di vivere senza preoccupazioni, senza sentire il bisogno di coltivare uno spirito di povertà radicato nel Cuore di Cristo che, pur essendo ricco, si è fatto povero per amore nostro (cfr. 2 Cor 8, 9) o, come dice il testo, per arricchire noi stessi. Ci viene chiesto di acquisire l’autentica libertà di figli di Dio, in un’adeguata relazione con il mondo e con i beni terreni, sull’esempio degli Apostoli, che Gesù invita a confidare nella Provvidenza e a seguirlo senza zavorre né legami (cfr. Lc 9, 57-62; Mc 10, 17-22). Non vi dimenticate di questo: il diavolo entra sempre dalle tasche, sempre. Inoltre, è bene imparare a rendere grazie per ciò che abbiamo, rinunciando generosamente e volontariamente al superfluo, per stare più vicino ai poveri e ai deboli. Il beato Domingo y Sol diceva che per soccorrere chi ha bisogno si doveva essere disposti a “vendere la camicia”. Io non vi chiederò tanto, preti scamiciati, no; ma solo che siate testimoni di Gesù, attraverso la semplicità e l’austerità di vita, per diventare promotori credibili di una vera giustizia sociale (cfr. Giovanni Paolo II, Pastores dabo vobis, n. 30). E, per favore, — e questo lo dico come fratello, come padre, come amico — per favore, rifuggite il carrierismo ecclesiastico: è una peste. Rifuggitelo.
Cari superiori, alunni ed ex alunni di questo Collegio Spagnolo di San Giuseppe: affidiamo al santo Patriarca, Protettore della Chiesa, le vostre preoccupazioni e i vostri progetti, perché vi accompagni, insieme a Maria Santissima, invocata dalla tradizione del Collegio come Madre Clementissima, affinché possiate crescere in sapienza e grazia, ed essere discepoli amati del Buon Pastore. Che Dio vi benedica.
L'Osservatore Romano,

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