mercoledì 12 aprile 2017

Etica e halakhà nel pensiero rabbinico

Risultati immagini per Massimo Giuliani La giustizia seguirai. Etica e halakhà nel pensiero rabbinico

(Anna Foa) Qual è l’etica del giudaismo rabbinico? Su quali principi si fonda? Un tema difficile da sintetizzare data la molteplicità delle risposte (e delle domande) entro cui il Talmud si muove. Eppure perviene a un’ottima sintesi Massimo Giuliani nel piccolo volume La giustizia seguirai. Etica e halakhà nel pensiero rabbinico (Firenze, Giuntina 2016, pagine 259, euro 15). E va a merito dell’autore il fatto di essere riuscito a farlo senza perdere mai di vista la complessità e la molteplicità dei testi che analizza.
La riflessione di Giuliani parte proprio da un brano famoso del Talmud Babilonese (Shabbath 31a), oggetto nei secoli di infinite interpretazioni: «... un giorno un non ebreo venne e si presentò a Shammai chiedendogli: “Mi converto al giudaismo a condizione che tu mi insegni l’intera Torah mentre sto su un piede solo”. Shammai si volse [mostrando] il regolo che aveva in mano. Non scoraggiato, il non ebreo andò a presentarsi a Hillel, e gli porse la medesima richiesta. La risposta di Hillel fu: “L’intera Torah consiste in questa regola: non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te; tutto il resto è commento. Va dunque e studia”». Hillel e Shammai, due maestri famosi del i secolo prima dell’era cristiana, a capo di due scuole tradizionalmente contrapposte: l’uno mostrando il regolo, metafora della Legge, sottolinea il valore dell’osservanza; l’altro, con una sentenza essenzialmente etica, che ritroviamo in forma negativa o positiva in tutte le religioni, da Confucio ai vangeli (Matteo 7, 12) sottolinea invece l’aspetto universalistico della Torah. 
È possibile conciliare queste due tradizioni talmudiche, l’etica universalistica di Hillel con l’osservanza delle mizvot di Shammai? E davvero per Hillel questa è solo “commento”? si domanda Giuliani, accompagnando queste domande con altre non meno importanti, come quella sull’esistenza o meno nell’ebraismo di una morale naturale, prima e senza la Halakhà, e rappresentata in parte dalle leggi noachidi.
Tutte domande valide anche per l’oggi, soprattutto se pensiamo alla molteplicità degli ebraismi nel mondo di oggi, e che Giuliani analizza in rapporto a vari aspetti halakhici, dalla politica all’idea di martirio, dalla giustizia all’etica del lavoro, dalla laicità all’ecologia all’etica del potere, sempre protraendo la sua analisi, attraverso i riferimenti testuali ed esegetici, ai problemi dell’oggi.
Nell’impossibilità di analizzare tutti questi aspetti nel breve spazio di una recensione, concentriamoci su alcuni punti fondamentali. Il primo è quello della natura e delle cause delle mizvot. Si tratta di comandamenti etici o di norme di fede? Obbedendo alle norme halakhiche si agisce per obbedienza a Dio o nell’intento di agire eticamente nel mondo? E quale morale, allora, può essere sottesa a comandamenti che non sembrano avere una spiegazione, mentre altri invece appaiono fondati su evidenti ragioni etiche e razionali? Fondandosi sulla fondamentale interpretazione di Maimonide e su quella di recenti esegeti, Giuliani analizza il rapporto tra fede e ragione e il loro equilibrio nell’ebraismo, arrivando a sottolineare, con David Hartman, le ragioni di una Halakhà in nessun modo sminuita dalla validità di norme etiche, anche quando queste non dipendono dalla rivelazione. 
Un’etica, insomma, intrinseca alla fede e non a essa contrapposta. Un discorso che ha dietro di sé non soltanto le analisi dei rabbini di ieri e di oggi, ma anche quello dei filosofi, ebrei o non ebrei che siano.
In uno dei saggi, lasciando da parte il prevalente approccio filosofico, Giuliani affronta in chiave di storia delle idee l’affermarsi dell’idea di “monoteismo etico”, «concetto che tenta di cogliere la natura essenzialmente morale — e di una morale universale — del giudaismo». Un concetto che si afferma con forza nel XX secolo nel pensiero dell’ebraismo riformato, ma che ha radici anche nel filone di esaltazione del profetismo proprio di molti rabbini e pensatori italiani fra Otto e Novecento. 
Più recentemente, per Leo Baeck, la morale è il cuore dell’ebraismo rabbinico e il messianismo ebraico altro non è che impegno etico. E la frattura data dalla rivelazione del Sinai è appunto il passaggio della religione dall’orizzonte naturalistico a quello etico. Questo e non altro è il monoteismo etico. In un altro filosofo del Novecento, nel neokantiano Hermann Cohen, la religione non può che «risolversi nell’etica». 
Di qui, da queste analisi, la riflessione di altri filosofi contemporanei sulla legge naturale, cioè su un discorso etico pre o extra halakhico, e sulla possibilità che «esso sia vincolante per un ebreo che si attenga alla tradizione». 
Come si vede, l’analisi del rapporto tra religione ed etica nell’ebraismo porta con sé molte possibilità di aperture, anche nei confronti dei non osservanti o dei fedeli di altre religioni. E, naturalmente, implica altrettante reazioni e chiusure che Giuliani non affronta in un discorso sull’etica e la responsabilità ma che sappiamo ben presenti nel mondo di oggi come in quello di ieri. 
Un panorama affascinante, questo dipinto dall’autore, in cui rabbini e filosofi del passato e del presente si confrontano sui testi e sulle loro infinite possibilità di lettura, dialogando a distanza su uno dei temi più importanti che le religioni — tutte le religioni — sono costrette oggi ad affrontare: quello del rapporto tra fede e ragione o, per dirla col linguaggio di oggi, tra etica e pratica religiosa.

L'Osservatore Romano

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