sabato 8 aprile 2017

Il nome che è speranza



Marina Corradi (Avvenire)
Nel mistero della sofferenza «il pensiero e il progresso si infrangono come mosche sul vetro». In giorni come questi, con negli occhi ancora i bambini siriani soffocati dai gas, e, l’altro ieri, i morti di Stoccolma, le parole pronunciate dal Papa domenica scorsa a Carpi si rivelano di un’attualità tagliente. Come stiamo noi cristiani in questo momento della storia, davanti a una ferocia omicida che incombe come eterna, o a un terrore che colpisce improvviso, nelle nostre città in pace sino all’antivigilia della Domenica delle Palme, quasi al culmine del cammino verso la Pasqua?

Il Papa a Carpi parlava della resurrezione di Lazzaro. Si soffermava sul pianto degli amici, e di Gesù stesso: sul dolore che dalla morte si sprigiona, e ci atterrisce. Quel dolore appunto contro cui tutti i nostri ragionamenti e le nostre conoscenze filosofiche e scientifiche si piegano, impotenti. Ma, ha detto Francesco, attorno alla tomba di Lazzaro è accaduto un grande «incontro-scontro». Da una parte la disfatta del sepolcro, dall’altra Cristo, la sola speranza che vince il male; Cristo sovrano, che ordina: «Togliete la pietra!» e a Lazzaro grida: «Vieni fuori!».

Ciò che ci riguarda, di questa scena di duemila anni fa, è, ha detto il Papa, che anche noi dobbiamo scegliere da che parte stare. Abbiamo due scelte: «Stare a guardare malinconicamente i sepolcri di ieri e di oggi, o fare arrivare Gesù nei nostri sepolcri». Nei nostri sepolcri: nei nostri lutti, nella sofferenza per ciò che vediamo nel mondo, nel nostro male. Invece, dice, il Papa, amiamo soffermarci in queste grotte oscure, rimuginando, leccandoci le piaghe. Mentre esiste Colui che dà ristoro agli stanchi, e agli oppressi.

«Non cediamo alla logica inutile e inconcludente della paura, al ripetere rassegnato che niente è più come una volta». Non sembrano forse parole per la settimana segnata dal terrore che abbiamo alle nostre spalle, da San Pietroburgo a Stoccolma? Ma la rassegnazione per Francesco è «l’atmosfera del sepolcro». Cristo, invece, è la resurrezione del cuore.

Quanto facilmente incliniamo, nel momento del dolore o quando il nostro umano male si leva come onde in tempesta, a questa rassegnazione, a questo assistere mesti e muti, quasi fossimo anche noi davanti a un sepolcro. Non è, ciò che ci salva, un nostro volonteroso fare, ma è una domanda mendicante, a mano tesa e vuota. Che Cristo venga, e comandi: che la pietra sia tolta, che Lazzaro venga fuori.

Solo in questa domanda possiamo vivere da cristiani nel nostro tempo dove la luce e il buio s’inseguono e il buio si pretende padrone, dove la morte irrompe come uno sparviero nelle strade d’Occidente, e dove, più lontane, si consumano senza rumore vaste stragi di innocenti. (Quale spinta interiore avremmo invece a chiuderci nella paura, nella diffidenza, nell’odio allo straniero. Questo, è il sepolcro d’inizio millennio).

Vivere da cristiani invece è domandare Cristo. Che venga. Lui vivo, il solo nome della nostra speranza. Là dove le ragioni dell’intelletto, l’orgoglio della nostra sapienza, la fede nel progresso si infrangono, proprio come mosche sul vetro. Con lo stesso tocco secco e insistente, e infine vano.

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