mercoledì 12 aprile 2017

La tavola del Signore.

Inquadratura tratta dal film The Gospel of John di Philip Saville

Missa in coena Domini 2017

13 aprile 2017
GIOVEDI’ SANTO    La Cena del Signoredi ENZO BIANCHI

Esodo 12, 1-14
1Corinzi 11,23-32


Giovanni  13,1-15

1 Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. 2Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, 3Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. 5Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugamano di cui si era cinto. 6Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». 7Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». 8Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». 9Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». 10Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». 11Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri».
12Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? 13Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. 14Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. 15Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi.                    

Le tre letture di questa liturgia della “Cena del Signore” ci testimoniano la celebrazione della Pasqua nell’antica alleanza (Es 12,1-14), la celebrazione della Pasqua nella comunità della nuova alleanza (1Cor 11,23-32) e la celebrazione della Pasqua operata da Gesù nell’ora del suo esodo da questo mondo al Padre (Gv 13,1-15). La Pasqua è il mistero centrale della fede per il popolo di Israele e per la chiesa cristiana; la Pasqua è questa festa, celebrazione, memoriale dell’azione di liberazione di Dio nella storia, liberazione degli uomini. La Pasqua è il rinnovamento dell’alleanza fedele tra Dio e la sua comunità, e attraverso la sua comunità alleanza anche con tutta l’umanità, tutta chiamata alla salvezza.
È il Signore stesso che vuole che la sua Parola raggiunga la comunità di Israele e determini il modo di celebrare quel memoriale pasquale. E il testo dell’Esodo che abbiamo ascoltato ci dice che tutta la comunità, tutta la chiesa (kol ‘edahEs 12,3kol qahalEs 12,6) dovrà celebrare la Pasqua, dovrà immolarla al tramonto del quattordici di Nisan. Tutta la comunità, tutta la chiesa è soggetto celebrante, e si precisa anche che nessun incirconciso potrà mangiare la Pasqua, ma solo tutta la comunità di Israele (cf. Es 12,48). E con una consapevolezza che deve essere assolutamente rinnovata di generazione in generazione si celebrerà la Pasqua: per questo tutti i testi di istituzione della Pasqua, i tre testi dell’Esodo oltre al nostro (cf. Es 13,3-10; 23,14-19; 34,18-26), chiedono che nella trasmissione della festa pasquale si istruisca la nuova generazione, si dica che cosa significa questo atto cultuale. Anzi, diventa un dovere per i giovani chiedere: “Perché celebriamo così questa festa, che cosa significa?” (cf. Es 12,26).
Nella seconda lettura c’è la tradizione della volontà del Signore circa la celebrazione eucaristica. È tutta la comunità, di nuovo, che la celebra: “Quando voi vi radunate … quando voi mangiate il pane e bevete il vino” (cf. 1Cor 11,20.26). Ancora una volta è tutta l’assemblea il soggetto celebrante, ma proprio perché è tutta l’assemblea, l’insistenza cade sulla consapevolezza, sul capire, sul comprendere; non solo sapendo ciò che si fa in obbedienza ai gesti e alle parole di Gesù sul pane e sul vino, ma – ci dice anche Paolo – discernendo, comprendendo ciò che può svuotare le azioni del Signore, ciò che può svuotare la cena del Signore: cena della comunità, pasto comune, che può diventare cena privata, non più cena del Signore. L’ammonimento di Paolo a compiere questo discernimento è un ammonimento minaccioso: “Se voi non capite il significato profondo dell’eucaristia, voi mangiate e bevete la vostra condanna” (cf. 1Cor 11,29). E Paolo la vedeva già in atto quella condanna nella comunità di Corinto, perché molti nella comunità di Corinto erano frustrati e ammalati, e Paolo, che ha un carisma profetico, legge questo come il risultato di una patologia nella prassi eucaristica (cf. 1Cor 11,30).
Nel quarto vangelo, il vangelo “altro”, noi abbiamo l’altro segno rispetto alla frazione del pane, il segno della lavanda. Un segno che la chiesa – ahimè! – ha dimenticato sovente, per secoli; molte chiese non la praticano più, e quando la lavanda è praticata, lo è in assetti da corte imperiale che svuotano tutto il suo significato. Eppure la lavanda nel vangelo, nella volontà di Gesù è un sacramento, come affermavano i padri e come affermava addirittura san Bernardo, dicendo che la lavanda dei piedi è un sacramento quanto il battesimo e l’eucaristia. C’è un’azione di Gesù, che la comunità deve accogliere e che poi tutti i membri della comunità dovranno ripetere come memoriale per vivere concretamente la lavanda, cioè per entrare nel servizio l’uno dell’altro (cf. Gv 13,14-15). Certo, sopratutto chi è primo, chi presiede, deve lavare i piedi dell’ultimo, deve lavare i piedi per mostrare che se è primo, se presiede, è solo per un servizio. Ma questo segno – lo abbiamo ascoltato – Pietro non lo capisce, e Gesù lo avverte: la comprensione di questo sacramento decisivo, chi non lo comprende non può avere comunione con il Signore. “Se tu non ti lasci lavare, non avrai parte con me” (cf. Gv 13,6-8). Ma, di nuovo, vi è qui la stessa preoccupazione che abbiamo trovato nelle prime due letture, la preoccupazione della comprensione. Gesù chiede: “Avete capito ciò che ho fatto?” (Gv 13,12). Avete capito che ho lavato i piedi a tutti voi, anche a Pietro che non capisce e anche a Giuda il traditore, colui che era più lontano a Gesù quella sera? Eppure Gesù ha lavato i piedi a Giuda, come a Pietro, come agli altri senza distinzione, senza ammonizione, semplicemente facendo il servizio che dobbiamo farci gli uni verso altri nella nostra vita.
Abbiamo dunque tre racconti di alleanza, tre racconti di comunione tra credenti e di comunione tra la comunità e il Signore, ma anche tre richieste di consapevolezza e un unico messaggio narrato e fatto memoriale: il Signore è al servizio dell’uomo, della sua comunità, Israele, della sua comunità, la chiesa. Ma sostiamo in particolare sul testo della prima lettera ai Corinzi. Lo conosciamo bene, anche se, come tutte le pagine del Nuovo Testamento, ci appare sempre inesauribile nella ricchezza del messaggio: basta che passi un anno e lo comprendiamo già in modo diverso, semplicemente perché abbiamo vissuto e, vivendo, se abbiamo vissuto umanizzandoci, capiamo di più anche il Signore. C’è una comunità fondata dall’Apostolo, con tante fatiche, la comunità di Corinto, la più amata da Paolo, che però a pochi anni dalla sua fondazione, in assenza di Paolo mostra di essere una comunità già spiritualmente malata. L’essere collocati nella marea del mondo pagano, in cui l’idolatria era dominante, il vivere un’economia liturgica che si faceva sempre di più garanzia di salvezza, un soggettivismo nella comunità di Corinto, che aveva mostrato molti doni – non c’è nessuna comunità nel Nuovo Testamento così ricca di soggettività e di carismi come quella di Corinto –… ma quel soggettivismo che la rendeva così feconda e ricca era diventato un individualismo che voleva far precipitare la chiesa in una situazione di non-chiesa.
Di questa situazione patologica per Paolo è un’epifania la celebrazione dell’eucaristia, come l’eucaristia è vissuta nella comunità. Paolo è costretto a denunciare: “Quando vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore” (1Cor 11,20). Per questo il primo dovere dell’Apostolo è ricordare il Vangelo: egli ricorda il Vangelo, la buona notizia, la tradizione, che lui aveva ricevuto dal Signore e che aveva trasmesso alla sua comunità. “Vi ho trasmesso quello che io ho ricevuto” (cf. 1Cor 11,23), non qualcosa di proprio o di suo, perché Paolo è l’Apostolo senza interessi personali. Paolo dice: “Il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese il pane, lo spezzò e disse: ‘Questo è il mio corpo che è per voi’ – sottolineo la forma paolina delle parole di Gesù: “Il mio corpo che è per voi” –. Fate questo in memoria di me. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice dicendo: ‘Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue. Ogni volta che ne bevete, fate questo in memoria di me’” (1Cor 11,23-25). Così – Paolo dice – si annuncia la morte del Signore (cf. 1Cor 11,26), cioè si fa della morte del Signore una buona notizia, si vede nella morte di Gesù la morte del Servo del signore profetizzata da Isaia (cf. soprattutto Is 52,13-53,12), quella morte in cui, proprio nell’atto estremo del dono di sé fino al dono del sangue, è stata stipulata un’alleanza nuova tra Dio e il suo popolo.
Se questa è la tradizione lasciata dall’Apostolo ai Corinzi, la comunità però sembra non comprenderla più. E noi ci chiediamo: i Corinzi non comprendevano più l’eucaristia a quale livello? Non comprendevano cosa l’eucaristia narrava di Cristo? I Corinzi non erano forse più di grado di mantenere l’ortodossia, o in verità non comprendevano più nelle sue esigenze e nelle sue conseguenze il pasto eucaristico? Non comprendevano più la verità totale, integrale che chiede ai discepoli non solo un pensiero, una teologia dell’eucaristia, una sua comprensione intellettuale, ma anche una concreta prassi che coinvolga tutto l’essere del cristiano, la realtà del suo corpo, perché è il corpo che è il cammino di Cristo? La comunità di Corinto non sa trarre le conseguenze dalla celebrazione eucaristica, e questa omissione diventa misconoscimento del dono grande dell’eucaristia. Paolo dice: “Ognuno infatti consuma la propria cena (tò ídion deîpnon)” (1Cor 11,21), sicché la cena non è più koinón deîpnon, non è più cena comune, di comunione. Come è possibile? Se uno solo è il pane, se uno solo è il corpo del Signore – ripete Paolo (cf. 1Cor 10,16-17) – come è possibile che ci siano nella comunità della comunioni private, individuali con il Signore? È forse possibile essere in comunione con il Signore senza essere in comunione con quelli con cui si vive? È possibile, perché si può andare alla cena e si può mangiare il pane, si può andare alla cena e bere al calice, ma in modo indegno, anaxíos (1Cor 11,27), indegno, e così si diventa colpevoli e degni di condanna.
Ma che cos’è questa indegnità? Siamo indegni dell’eucaristia forse perché abbiamo dei peccati? Forse perché siamo responsabili di colpe in cui cadiamo ogni giorno e in cui continuiamo a ricadere? “Cadiamo e ci rialziamo, cadiamo e ci rialziamo”, come dice quel detto tradizionale attribuito ai padri del deserto. No, perché l’eucaristia è un sacramento per i malati, è una tavola offerta per i peccatori, non è qualcosa che è per i giusti; eventualmente sono gli uomini di chiesa che trasformano l’eucaristia in un banchetto per i giusti, ma Gesù l’ha voluta per i peccatori. Quando andiamo all’eucaristia, siamo come dei mendicanti. Per questo quando andiamo all’eucaristia, anche con il nostro corpo, prima di ricevere il pane e il vino ci inchiniamo, inchiniamo il nostro corpo e poi apriamo la mano. È il gesto del mendicante: il mendicante che vi chiede l’elemosina vi fa un inchino e stende la mano, e noi facciamo lo stesso con il Signore. E non a caso la sapienza della liturgia latina ci fa dire: “Signore, io non sono degno che tu faccia di me la tua dimora, non sono degno di accoglierti nella mia casa che è il mio corpo, che è tutto il mio essere, ma confido in una sola parola, nella parola del Signore, e allora sarò fatto degno”. Dunque – vedete – questa indegnità non è l’indegnità dei nostri peccati.
E allora che cos’è questa indegnità in cui si mangia e si beve la propria condanna? Paolo la spiega subito dopo: è il non discernere, il non capire, il non riconoscere il corpo e il sangue del Signore (cf. 1Cor 11,29). Questa è davvero l’indegnità. E allora capiamo perché c’è questa preoccupazione di capire, di conoscere. Certo, Paolo vuole dire che non riconoscere che quel pane è il corpo di Cristo, che quel calice è il calice del sangue di Cristo, è indubbiamente un disprezzare il Signore stesso e non accogliere la sua parola, perché è la sua parola che ci dice che quel pane che ci viene dato e quel vino che ci viene offerto sono il suo corpo e il suo sangue. Ma Paolo intende anche un’altra cosa: non riconoscere il corpo che è la chiesa. In tutto il contesto di questo capitolo l’accento non cade sugli elementi dell’eucaristia ma sul corpo che è la chiesa. E proprio perché i Corinzi non hanno il discernimento della chiesa, mangiano ognuno la propria cena, non aspettano gli altri, non condividono con i poveri quella cena: ecco perché disprezzano il corpo del Signore. Paolo l’ha detto appena prima: “Perché venite a disprezzare il corpo del Signore?”. Nella comunità di Corinto si poteva essere cristiani e non rendersi conto adeguatamente del corpo di Cristo che è la comunità, che è la chiesa.
Perché un tale misconoscimento? Come può avvenire?, si chiede Paolo. Ma potremmo dire, se pensiamo a noi oggi, perché ciò avviene ancora dopo tanti secoli di teologia eucaristica, e soprattutto oggi, in un tempo cui i cristiani possono beneficiare di una ricchezza teologica, spirituale, liturgica sull’eucaristia che forse non c’è mai stata in tutta la storia della chiesa? Pensiamo solo, noi che viviamo in questa generazione, all’ecclesiologia di comunione: ebbene, noi che abbiamo un’ecclesiologia di comunione, che abbiamo sentito la comunione con una forza che le altre generazioni prima nella chiesa cattolica non hanno mai sentito, siamo in realtà quelli che più misconoscono la comunione del corpo del Signore. Questa è la verità. Di nuovo, certamente c’è una dominante di individualismo. Ma perché la chiesa non è più amata dalle nuove generazioni? Si può solo dare la colpa, eventualmente, alla gerarchia o a quanti danno scandalo? O non c’è forse un ammanco, grave, che consiste nel non discernere più che la chiesa è il corpo del Signore? Interessarsi alla vita della chiesa è interessarsi al corpo del Signore! Noi dobbiamo interrogarci seriamente, perché si fa presto a pensare che noi andiamo all’eucaristia a posto, tutt’al più se ci siamo confessati prima, riducendo il nostro peccato semplicemente alle colpe quotidiane. No, c’è una questione di discernimento del corpo del Signore: non è solo il pane e il vino il corpo e il sangue del Signore, ma è la chiesa, è la comunità, e poi certamente il povero, il bisognoso, l’ultimo – questo Gesù ce lo ha insegnato – sono corpo del Signore. Noi dobbiamo chiederci se siamo capaci di discernere il corpo di cui facciamo parte, il corpo comunitario, il corpo di coloro che vivono accanto a noi, il corpo degli ultimi, dei bisognosi, dei peccatori. Noi certamente ripetiamo l’eucaristia, la celebriamo con attenzione e cura, ci esercitiamo alla necessaria ars celebrandi, ma poi non vediamo il corpo reale di Cristo: affamati, prigionieri, nudi, malati, stranieri, perseguitati, dimenticati (cf. Mt 25,31-46). Insomma, peccatori – non dimentichiamo questo – peccatori, in modo diverso sempre bisognosi.
Se Gesù ha detto – lo abbiamo sentito – consegnando il pane: “Il mio corpo è per voi (hypér hymôn)” (1Cor 11,24), noi dovremmo saper dire lo stesso: “Il mio corpo, tutta la mia esistenza è per voi”. Dovremmo dire al fratello: “Il mio corpo, la mia esistenza è per te, perché il mio corpo è la mia vita”. Ecco, è il corpo che è la via di Dio, non ci sono altre di vie né per noi per andare a Dio, né per Dio per venire a noi. E quando dico che il corpo è la via di Dio, intendo il mio corpo, il corpo dell’altro, il corpo che è la chiesa: tutta questa realtà è il corpo di Cristo. Il culto spirituale, la loghiké latreía (Rm 12,1), secondo l’Apostolo, è un culto nel corpo e per il corpo: il mio corpo per il corpo degli altri, come il corpo di Cristo è per il nostro corpo. Ricordate 1Cor 6,13: “Il corpo è per il Signore”, ma anche “il Signore è per il corpo”. Il Signore è a servizio del corpo, corpo che è la chiesa, corpo che sono io, corpo del fratello. Essere cristiani significa proprio capire che Dio ha potuto dirci in Gesù: “Il mio corpo è per voi, il mio corpo è per voi”. Ecco che cosa significa riconoscere il corpo di Cristo per mangiare degnamente il pane che è il suo corpo. La liturgia cristiana si realizza non nella celebrazione e non si esaurisce nella celebrazione. La celebrazione non è mai il fine, il culmine del nostro culto a Dio. Il culto spirituale (loghiké latreía) o il sacrificio spirituale (pneumatiké thysía: cf. 1Pt 2,5) si vivono e si realizzano nella vita quotidiana, nel nostro rapporto quotidiano con gli altri: questa è la consapevolezza, una vera comprensione non intellettuale, non gnostica dell’eucaristia.
Il Signore ci attende dunque all’eucaristia. E qui dobbiamo dirlo: il Signore attende tutti i battezzati. Lo ripeto, tutti i battezzati che sanno discernere il corpo e il sangue di Cristo possono andare e, inchinati, stendere la mano: c’è il Signore che ci dà il suo corpo. Interroghiamoci anche su questo, come mai sia possibile che si vada all’eucaristia senza discernimento, e poi altri che andrebbero magari con discernimento, solo perché abbiamo messo delle barriere confessionali, non vi possono andare. Come se semplicemente il recitare le verità di fede bastasse senza una reale prassi. Chi è più vicino, fratello, sorella, madre di Cristo? Lo ha detto Gesù: chi fa la volontà di Dio (cf. Mt 12,50). Ecco, l’eucaristia è là: come mendicanti dobbiamo andare con grande discernimento del corpo di Cristo. E faccio un invito: il corpo di Cristo lo si discerne al di là della nostra confessione, non per far sparire le barriere che la storia ha innalzato e che indubbiamente sono barriere in cui Dio ne ha sofferto, ma perché il nostro occhio deve essere capace di vedere, al di là della barriera, quelli che discernono il corpo e il sangue del Signore e che in una prassi sono più fedeli di quanti magari vanno alla stessa eucaristia e non hanno questa capacità né di discernimento né di farne memoria.
Il Signore davvero ci porge l’eucaristia, accogliamo questo gesto straordinario. Io spero che la chiesa conservi questo gesto in cui l’eucaristia si riceve e non si prende: la si riceve, dopo aver assunto l’atteggiamento del mendicante, con il carico dei nostri peccati, perché l’eucaristia è un viatico per i peccatori, per quelli che si sentono tali. E quanti si sentono giusti, vadano o non vadano all’eucaristia, per loro non cambia nulla, anche se in realtà mangiano e bevono la propria condanna.
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 La tavola del Signore

di Goffredo Boselli, monaco di Bose
La “tavola del Signore” (1Cor 10,21) è l’immagine che apre la celebrazione della Pasqua, a dire che nella comunità dei discepoli di Cristo la tavola rimane, ancora oggi, il luogo dell’ascolto della parola del Signore, il luogo della sua presenza, il luogo della sua memoria.
È attorno alla tavola del Signore che accadono gli avvenimenti narrati dalle tre letture bibliche della Missa in Coena Domini. Tavola del Signore è la tavola della cena pasquale degli ebrei nella notte dell’uscita dall’Egitto evocata nel racconto dell’Esodo (12,1-8.11-14). Anch’essa un’ultima cena, l’ultima cena da schiavi. La tavola del Signore è sempre la tavola della libertà e della liberazione. Tavola del Signore è la tavola eucaristica della piccola comunità cristiana di Corinto. È la tavola alla quale si celebra quella che l’apostolo Paolo chiama “la cena del Signore” (1Cor 11,23-32). È la tavola attorno alla quale non si può “umiliare chi non ha niente”, e alla quale non si può partecipare impunemente senza “discernere il corpo del Signore”. La cena del Signore è il luogo della comunità di vita.
Tavola del Signore è la tavola dell’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli la sera prima di morire. È la tavola del pane spezzato e del calice donato, la tavola dove il Maestro e Signore lava i piedi. È la tavola del mandatum novum, del comandamento nuovo dell’amore. Ma è anche la tavola alla quale Gesù siede con l’amico che lo ha tradito, con colui che negherà di conoscerlo, con i discepoli che lo lasceranno solo davanti alla morte. La tavola del Signore è sempre anche tavola di peccatori perdonati.
Una tavola tanto desiderata e tanto sofferta
“Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi” (Lc 22,14), confida Gesù ai discepoli, eppure quell’ultima cena è stata il momento della crisi più grande nella vicenda di Gesù con i suoi; quell’ultima tavola è stata il luogo della rivelazione della disgregazione imminente della comunità. A quella tavola è seduto anche colui che lo tradisce, e Gesù lo esprime con la figura della prossimità delle mani: “Ecco, la mano di colui che mi tradisce è con me sulla tavola” (Lc 22,21). È la mano di Giuda che poche ore prima lo aveva venduto ai capi dei sacerdoti, perché aveva capito, forse prima degli altri, che Gesù non aveva più nessun futuro. Gesù ha deluso le sue speranze e lui lo tradisce. Giuda, con la non verità delle sue parole, fa della tavola dell’ultima cena il luogo della menzogna, “sono forse io, Rabbi, (a tradirti)” (Mt 26,25). Sì, l’ultima cena avviene nel clima, anzi avviene nel momento stesso della più radicale forma di contraddizione dell’amore: il tradimento dell’amico.
A quella tavola è seduto Pietro, la roccia, che da lì a poco avrebbe rinnegato di conoscerlo. Pietro, con la promessa infedele, “io darò la mia vita per te”, fa della tavola dell’ultima cena il luogo della pretesa fedeltà, tanto ostentata quanto pusillanime; lo rinnegherà infatti non di fronte all’autorità che ha potere di vita o di morte, ma di fronte a una giovane serva della quale non regge neppure una generica accusa. A quella tavola sono seduti anche gli altri discepoli dei quali Marco non esita a dire che qualche ora dopo “tutti lo abbandonarono e fuggirono “ (Mc 14,50). L’ora della croce è l’ora dell’antisequela.
Nel momento stesso in cui quella comunità stava andando a pezzi, Gesù ha assunto il tradimento di chi gli era amico, ha accettato il rinnegamento di colui al quale ha dato più fiducia e l’abbandono di coloro che aveva personalmente scelto e chiamato per nome alla sua sequela. L’ultima cena rappresenta così per Gesù la situazione nella quale vivere per sé ciò che ha predicato agli altri: “Amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano” (Mt 5,44); non chiede di perdonare un’astratta categoria di “nemici” e tantomeno i nemici di altri ma i “vostri nemici”, ossia i nemici concreti, le persone che vi fanno del male. Non si deve in alcun modo cercare di attenuare la forza dello scandalo che sta all’origine della chiesa, cioè che i discepoli seduti con Gesù a tavola alla vigilia della sua passione hanno fatto del male a lui, il loro fratello. Il peccato è sempre solo questo: fare del male al fratello! Gesù qui sta perdonando i suoi amici tramutati in suoi nemici.
A Gesù non è stata risparmiata neppure la dolorosa esperienza – che anche altri maestri nella storia hanno condiviso con lui – di vedere che i suoi discepoli diventano suoi avversari, e cosa ancor più lacerante, che gli amici si trasformano in nemici. Non per cattiveria o malvagità ma per paura, codardia, pusillanimità.
Nella sequenza del vangelo secondo Matteo, a Giuda che gli chiede se è forse lui il traditore, Gesù risponde: “Tu l’hai detto”; ai discepoli annuncia: “Voi tutti vi scandalizzerete di me in questa notte”; a Pietro che dice: “Ma io no”, risponde: “Tu mi rinnegherai tre volte” (cf. Mt 26,25.31-34). Gesù conosce bene quello che i discepoli avrebbe fatto di lì a poco, e tuttavia rimette loro la sua vita nei segni del suo corpo e del suo sangue. Preso il pane, lo spezza e dice: “Questo è il mio corpo dato per voi”, poi prende il calice dicendo: “Questa calice è la nuova alleanza nel mio sangue che è versato per voi” (Lc 22,19-20). Ben sapendo quello che stavano per fare, consegna la sua vita nelle mani di coloro che, direttamente o indirettamente, lo stavano consegnando nelle mani di chi voleva la sua morte.
La tavola della contesa: “Chi è il più grande?”
Come non ricordare poi che per Luca, la tavola dell’ultima cena è anche un luogo di contesa (philonikía), dove sorge un contenzioso tra i discepoli: “Nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. Egli disse: ‘I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve’” (Lc 22,24-27).
Gesù ha appena annunciato la sua morte e, come servo sofferente, sulla croce sta prendendo l’ultimo posto: ed ecco che i discepoli si contendono il primo posto. C’è qualcosa di scandaloso, di ripugnante al cuore dell’ultima cena. Nella risposta di Gesù – “Chi è più grande: chi sta a tavola o chi serve?” –, il riferimento alla tavola è di grande importanza: lui sta a quella tavola come colui che serve gli altri. “Io sto in mezzo a voi come chi serve”, è la più bella definizione che Gesù dà di sé, vera e propria cristologia eucaristica. Luca pone dunque al cuore dell’eucaristia la parola di Gesù sul servizio, e per gli esegeti questa scelta di Luca, diversa dagli altri sinottici, risponde a un’esigenza ecclesiale. Le assemblee eucaristiche della comunità matteana erano forse già diventate luogo di rivalità, di ricerca dei primi posti, di precedenze, di onori e riconoscimenti per affermare la propria superiorità sugli altri (cf. At 6,11Cor 11,17-19Gc 2,2-4). In ogni caso, Luca intenzionalmente pone una disputa dettata da rivalità come contemporanea all’istituzione dell’eucaristia, a ricordare che il peccato di orgoglio e di arroganza per la ricerca dei primi posti, per l’ambizione di emergere sugli altri, non è per nulla estraneo alla liturgia fin dalle sue origini. Per questo, la tavola eucaristica è sempre esposta al pericolo di essere il luogo dove primeggiare e non servire, dove ergersi a padrone degli altri e non a chinarsi per diventare loro servo.
La tavola del Signore è sempre tavola di peccatori
Dunque, anche la tavola dell’ultima cena è una tavola alla quale Gesù si siede con dei peccatori che sono i suoi discepoli, che lui personalmente aveva scelto e chiamato, così che questa ultima tavola mostra ancor di più la verità delle sue parole: “Non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Mc 2,17 e par.). Alla violenza del tradimento, alla brutalità del rinnegamento e alla viltà della fuga, in definitiva al peccato di quell’ora, Gesù si sottomette stando seduto a una tavola con coloro che l’avrebbero tradito, rinnegato e abbandonato, cioè nella forma passiva dello spezzare il pane e condividere il calice di vino, dunque rinunciando al potere, alla violenza, alla vendetta. Risponde invece perdonando l’imperdonabile, offre la riconciliazione donando “il calice del mio sangue versato per voi e per tutti in remissione dei peccati” come narra la forma liturgica dell’istituzione.
Anche alla vigilia della sua morte, come ha sempre fatto nella sua vita pubblica, seduto a tavola insieme a dei peccatori, Gesù rimodella la situazione, la evangelizza per così dire, e fa dei suoi discepoli i suoi ospiti, trasformando i destinatari del pane e del vino, da traditori a ospiti, nei quali anche i futuri tradimenti sono già superati dall’accoglienza e dal dono di Gesù. La tavola dell’ultima cena è tavola della misericordia, perché trasforma l’annuncio della morte in un banchetto di festa e di libertà; banchetto che celebra, nel linguaggio giovanneo, la gloria di chi ama fino alla fine (cf. Gv 13,1). Non per nulla, è Giovanni qui a chiamare – unica volta nei vangeli e proprio nell’ultima cena – i discepoli “commensali” (Gv 13,28), quasi a dire che solo da quell’ultima cena in poi diventano commensali del Signore.
La tavola del Risorto o dell’amore più forte
Non ci deve dunque sorprendere che il giorno stesso della sua resurrezione Gesù sieda di nuovo a tavola con i suoi discepoli. Tutti si erano scandalizzati della sua morte in croce e, in questo modo erano diventati complici – materialmente no, ma moralmente sì – della sua condanna a morte, e così si trovano ora dalla parte dei colpevoli, diventando marginali alla realtà del regno di Dio. In Luca e in Giovanni, i pasti pasquali con il Risorto a Emmaus, nella camera alta a Gerusalemme, sulla riva del mare di Tiberiade, non sono solo memoria della quotidiana commensalità conviviale vissuta con Gesù nel tempo trascorso con lui, ma sono anche restaurazione di una comunione infranta dall’infedeltà umana dei discepoli, così che la tavola del Risorto è luogo di perdono e riconciliazione, perché, come ha scritto Rowan Williams, “accoglierlo o essere da lui accolti a un pasto dall’altro versante del calvario costituisce la garanzia suprema della misericordia e dell’accettazione dell’amore indistruttibile”1. Questo il senso del racconto con il quale si chiude il quarto vangelo: “Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di questi?” (Gv 21,15). La domanda dell’amore avviene nel contesto conviviale della tavola pasquale.
Sedendosi alle tante e diverse tavole che i vangeli raccontano – le tavole della convivialità con gli amici, le tavole della fraternità con i suoi discepoli, le tavole della condivisione con la folle affamate che andavano a lui, le tavole dello scandalo, quelle vietate perché con i peccatori, pubblicani, prostitute e, in fine, le tavole dell’amore indistruttibile con i testimoni della sua risurrezione –, sedendosi a tutte queste tavole, Gesù ha scritto un vero e proprio vangelo della tavola.
La tavola del Signore è la sua tavola non la nostra
Dall’ultima cena fino a oggi, quella alla quale Gesù si siede con i suoi discepoli è la “tavola del Signore”. Questo significa anzitutto che non è la nostra tavola ma quella del Kýrios: è lui che invita, non noi, che invece siamo sui ospiti. Tutti siamo ospiti a questa tavola, nessuno di noi è padrone. Come nei vangeli, anche nell’oggi della chiesa, è il Signore che invita e dunque decide con chi sedersi a tavola; nessuno è escluso di coloro che lui ha chiamato alla fede e alla vita nuova nel battesimo. Non siamo dunque noi e i nostri criteri e giudizi umani a stabilire chi è degno e chi non lo è di sedersi alla tavola del Signore. L’invito alla sua tavola, il Signore ogni volta lo rivolge nel segreto della coscienza del cristiano; lì e non altrove risuonano le parole della Sapienza: “Venite, mangiate il mio pane, bevete il mio vino che ho preparato per voi” (Pr 9,5). Alla tavola del Signore si sono sempre seduti anche i peccatori e le peccatrici, perché l’eucaristia è il “pane dei vivi” e non “il pane dei puri”.
San Nicola di Jitcha – l’ultimo santo canonizzato dalla chiesa ortodossa serba il 23 maggio 2013 – vescovo e grande teologo, soprannominato il Crisostomo serbo, nel suo testo più noto, Preghiere sul lago, ha scritto:
“Tenetevi lontani soprattutto a due peccati: dalla paura del peccatore e dal disprezzo davanti a un peccatore. Altrimenti, le vostre fronde appassiranno come quelle del salice, il vostro profumo diventerà inodore, la vostra serenità si trasformerà in orgoglio, e i peccatori vi chiameranno con il loro stesso nome.
Giusti, il peccato è un malattia e disprezzare un peccatore è disprezzare un malato. Colui che guarisce i malati accresce la sua salute, ma lo spregio dei malati corrode la salute di chi è sano.
Il peccato è seduto alla tavola di coloro che hanno paura di sedersi a una tavola di peccatori. Il peccato entra nella casa di chi ha paura di entrare nella casa di un peccatore. Chi cammina per strada evitando con cura i peccatori rientra a casa sua carico di una moltitudine di peccati”2.

1 R. Williams, Resurrezione. Interpretare l’evangelo pasquale, Qiqajon, Magnano 2004, p. 161.
2  Nicolas Velimirovitch (Saint Nicolas de Jitcha), Prières sur le lac, L’Age d’homme, Lausanne 2004, pp. 161-162

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