lunedì 10 aprile 2017

Perchè i Vangeli vanno presi sul serio



di Giuliano Guzzo
La vera riflessione, per un cristiano, si pone in riferimento non tanto alla vita o ai miracoli o alla predicazione, quanto alla risurrezione di Gesù. Non che il resto non conti, intendiamoci, ma è primariamente quell’evento prodigioso che porta e deve portare – direbbe Dostoevskij – l’«uomo colto», l’«europeo dei nostri giorni» a valutare la possibilità di poter «credere, credere proprio, alla divinità del figlio di Dio, Gesù Cristo» [1]. Diversamente, annotava già San Paolo, «se Cristo non è risorto vana» è la «fede» [2]. La risurrezione come questione centrale, dunque. Questione che deve essere valutata senza imbarazzo anche sotto il profilo della storicità dal momento che «tutto nel Cristianesimo è storico» e la stessa fede «non aggiunge qualche cosa “in più” che non ci sia nel fatto, ma accoglie il fatto o l’evento, integralmente» [3]. Di qui la domanda: la risurrezione è una favola oppure no? E’ un’antichissima leggenda metropolitana oppure un «evento effettivamente accaduto» [4]?

Il punto di partenza, ancora una volta, non possono che essere loro, i Vangeli, quattro testi che totalizzano 64.327 parole greche e che riferiscono la grandissima parte delle informazioni che abbiamo su Gesù. Lo spazio ci impedisce, qui, un approfondimento sulla loro attendibilità storica, per cui ci limitiamo – confidando nella clemenza del lettore –  ad un’analisi più generale.

Analisi che, a proposito di risurrezione, potrebbe iniziare dalla sottolineatura di un dato curioso eppure poco considerato: i Vangeli non la descrivono. Proprio così. Non per nulla questo dato di fatto viene spesso strumentalizzato da certo ateismo militante per accusare i credenti nel Risorto di essere creduloni. Immaginiamo, al riguardo, la soddisfazione con la quale il matematico Piergiorgio Odifreddi, mosso dal consueto piglio provocatorio, ha fatto per l’appunto presente che la risurrezione «nei Vangeli non c’è» [5], tentando così di far passare per ingenui quanti credono che Gesù abbia davvero vinto la morte.

In realtà è chi prende per buona questa critica a peccare di ingenuità. Vediamo perché. Ora, al di là di quello che affermano Odifreddi e compagni, nei Vangeli  – escludendo Giovanni – di risurrezione si parla, eccome se se ne parla: almeno 11 volte (Matteo: 16,21 17,22 20,19 26,32 e 27,63. Marco: 8,31 9,30 10,34 12,96 e Luca: 18,33), senza contare che in tutto il Nuovo Testamento i termini indicanti la risurrezione – eghiero e anastasis – ricorrono almeno 100 volte. Il punto, come dicevamo poc’anzi e com’è stato più volte osservato, è che a «tutti gli autori del Nuovo Testamento», non è mai venuto in mente neppure «di azzardare una cronaca dell’evento di risurrezione» [6]. Un dato, questo, che dovrebbe far riflettere, in particolare coloro che dubitano della serietà della narrazione evangelica: perché mai, se quei testi sono menzogneri, i suoi redattori si sarebbero dovuti trattenere, pur nominandolo, dal descrivere il miracolo dei miracoli, quello sul quale si fonda tutto il resto? Non avrebbe avuto molto più senso, in chiave apologetica, una cronaca – magari condita con effetti speciali e colpi di scena – di Gesù che se ne esce vittorioso dal sepolcro? Perché mai, insomma, questo silenzio? L’interrogativo è di quelli importanti, anche perché tutto si può dire tranne che quei giorni, nella narrazione evangelica, siano stati poco considerati: per dire, nel vangelo di Marco – il più antico – ben 107 dei 658 versetti totali sono dedicati esclusivamente dalla descrizione delle ultime 24 ore della vita di Gesù. Ma della risurrezione no, di come sia avvenuta non si riferisce in alcun modo. Peccato. Anche perché, come si è detto, in ottica propagandistica avrebbe giovato – e molto – una cronaca in tal senso. A meno che – e a questo punto l’ipotesi non può più essere trascurata – i Vangeli non siano sul serio dei resoconti di quel che davvero avvenne, di quello che fu effettivamente visto (e non visto) dagli apostoli.

Sembra suggerire questa eventualità anche un altro aspetto, e cioè la narrazione di quel che accadde la mattina del 9 aprile dell’anno 30: le prime a vedere il sepolcro vuoto sarebbero state delle donne. Ebbene, si dà il caso che a quel tempo – secondo la prassi socio giuridica ebraica – la credibilità delle donne fosse assai irrilevante. Ce lo rammenta anche lo storico ebreo Giuseppe Flavio, nato sette anni dopo la crocifissione, che nelle sue Antichità Giudaiche ebbe ad annotare: «Le testimonianze di donne non valgono e non sono ascoltate tra noi, a motivo della leggerezza e della sfacciataggine di quel sesso». Chi avesse voluto architettare un racconto fasullo per poi spacciarlo come autentico, quindi, mai e poi mai si sarebbe servito di testimonianze femminili. Eppure, per i Vangeli, la scoperta del sepolcro vuoto è indubbiamente una storia di donne. «Un comportamento inspiegabile – commenta Vittorio Messori -, qualora fosse stato deciso dai redattori evangelici e non imposto invece – come evidentemente è – da una sconcertante realtà di fatto, visto che la comunità cristiana primitiva non è meno “maschilista” dell’ambiente da cui proviene» [7].

A questo punto si può obbiettare che, per quanto curiosi, questi dubbi possono tutt’al più costituire basi per alcune ipotesi e non certo divenire indizi, né tanto meno prove fugando dubbi che rimangono.  Esattamente come rimasero ai seguaci di Gesù: il sepolcro vuoto non li convinse affatto – non tutti almeno, e vedremo tra poco perché – della risurrezione. La conferma è nelle parole di Maria di Màgdala, la quale, spaventata, subito ipotizza un furto o comunque un trasferimento improvviso del cadavere: «Hanno portato via il Signore e non sappiamo dove l’hanno messo!» [8]. Un pensiero che non riguardò solo lei se si tiene presente che, in un primo momento, gli stessi apostoli non pensarono alla risurrezione, anzi, «la domanda che essi si facevano era probabilmente di questo tipo: Che significava questo? Cos’è accaduto? Tutte le ipotesi erano possibili ma nessuna di esse sembrava convincente. Gli apostoli non sapevano proprio cosa pensare. E’ vero che sia la Scrittura che Gesù stesso avevano parlato del Messia in termini di prova, sofferenza, morte e risurrezione, ma nessuna delle donne e dei discepoli poteva immaginare che quelle parole bibliche o di Gesù potessero ora prendere la forma dell’evento che stava sotto ai loro occhi, e che faceva pensare invece ad un’assenza, piuttosto che ad un evento glorioso» [9].

Anche se in realtà – dicevamo poc’anzi – qualcuno prima degli altri si convinse della vittoria di Gesù sulla morte ci fu. A riferirlo, ancora una volta, sono i Vangeli, che narrano di come Giovanni, giunto là dove Gesù doveva essere e non era più, «vide e credette». Come mai? Non poche traduzioni recenti affermano che i due discepoli (Giovanni e Pietro), giunti al sepolcro, scrutando all’interno videro «i teli ancora là, e il sudario, che era stato posto sul suo capo, non là con i teli, ma in disparte, ripiegato in un luogo». Tuttavia detta traduzione appare poco convincente dal momento che solleva un interrogativo: per quale ragione, vedendo delle bende funerarie ed un sudario ripiegato, Giovanni «vide e credette»? Non è affatto chiaro. A rendersene conto più di altri è stato un sacerdote, don Antonio Persili, che ha scelto di andare a fondo alla questione mettendosi ad analizzare le fonti originali: i Vangeli scritti in greco.

Ecco le sue conclusioni: «Nell’originale greco è scritto che Pietro, entrando nel sepolcro, vide tà othónia keímena […] la versione della Cei traduce questa espressione con “i teli ancora là”. Altre versioni la traducono con “i teli per terra”. In realtà il verbo keîmai, da cui viene il participio keímena, non significa genericamente “essere lì” né tantomeno “stare per terra”. Esso indica una posizione precisa, significa giacere, essere disteso, in una posizione orizzontale. Ciò vuol dire che i due videro non le fasce a terra, ma le fasce distese, afflosciate, senza essere state sciolte o manomesse. Erano rimaste immobili al loro posto. Probabilmente in una nicchia scavata nella parete, tipica dell’architettura funeraria di tipo signorile, in cui era stato posto il corpo di Gesù. Semplicemente, ora quel corpo non c’era più, e le tele si erano afflosciate su se stesse» [10].

Anche la descrizione della posizione del sudario – che secondo traduzioni recenti era «non là con i teli, ma in disparte, piegato in un luogo» – ha convinto poco don Antonio: «Keímenon, come già keímena, è participio di keîmai, giacere. Ou metà tôn othoníon keímenon significa che il sudario non era disteso come le altre bende. Ma, al contrario (così va tradotto l’avverbio khorìs, in senso modale), appariva arrotolato (entetyligménon, dal verbo entylísso, che significa avvolgere, arrotolare) in una posizione unica, singolare. Così si può tradurre eis héna tópon, che le versioni correnti traducono banalmente come “in un luogo”. Significa che il sudario, a differenza delle fasce distese, appariva sollevato, in maniera quasi innaturale, forse perché su di esso i profumi avevano avuto un effetto inamidante» [11].

Precisazioni, queste, tutt’altro che secondarie. Perché se davvero all’interno del sepolcro c’erano «fasce distese, afflosciate, senza essere state sciolte o manomesse» ed il sudario, a differenza di queste «appariva sollevato, in maniera quasi innaturale», si può ben comprendere – eccome! – perché Giovanni «vide e credette». Tuttavia lo scopo della nostra piccola indagine era e rimane un altro; e verte su un interrogativo: perché dovrebbe essere “credibile” – ancorché non provabile, ovviamente – la risurrezione di Gesù? Abbiamo visto come l’ipotesi delle ricostruzioni evangeliche come narrazioni propagandistiche regga poco, prima che alla storia, alla logica: troppe cose non tornano – dalla risurrezione “non vista” da alcuno all’arrivo delle donne al sepolcro – se gli autori di quei testi erano davvero uomini decisi a divulgare il falso. Anche perché – come nota Sanders – nonostante una lettura critica dei Vangeli porti, dopo la risurrezione, a registrare «storie fortemente divergenti su dove e a chi Gesù apparve», una cosa appare certa: «i suoi seguaci erano sicuri del fatto che Gesù era risorto dalla morte» [12].

Da dove si originò questa sicurezza? Gli apostoli furono – come descrisse allusivamente Petronio nel suo Satyricon – dei creduloni che presero sul serio la resurrezione di un cadavere in realtà trafugato e sostituito, combinazione proprio il terzo giorno, con una persona viva, oppure «videro e cedettero»? A giudicare da ciò che da dopo Pasqua fecero della loro vita, dedicandosi alla predicazione incuranti del martirio, non ci sono dubbi: erano proprio «sicuri del fatto che Gesù era risorto dalla morte» e di lì a qualche tempo lo scrissero – come abbiamo visto – correndo ben due rischi: quello di essere smentiti da persone e testimoni di quei fatti a quel tempo ancora in vita (l’ultimo Vangelo, quello di Giovanni, è stato redatto sicuramente entro il 90 d.C.), e quello di essere accusati di una narrazione contraddittoria e poco credibile. Eppure loro, che avevano frequentato a lungo Gesù senza però mai fidarsi fino in fondo di Lui – Pietro lo rinnegò non una ma addirittura tre volte a poche ore dalla crocifissione! -, ad un certo punto, trasformati da una nuova consapevolezza, decisero di spendere quel che rimaneva loro da vivere per annunciare il Risorto. Allucinazione di massa oppure incontro con una realtà talmente grande da dover essere proclamata a tutti i costi? Il nostro percorso si chiude così, con questa domanda. Che non ha naturalmente lo scopo di convincere nessuno, bensì di sollevare un dubbio. Il dubbio che la mattina del 9 aprile dell’anno 30, in effetti, qualcosa di straordinario possa essere accaduto.



Note:


[1] F.M. Dostoevskij, I demoni; Taccuini per “I demoni”, Sansoni, Firenze 1958, p. 1011 [2] I Corinzi 15:17 [3]I. Biffi, Verità cristiane nella nebbia della fede, Jaca Book, Milano 2005, pp. 33-34 [4] G. Biffi cit. in AA.VV. Verrà a giudicare i vivi e i morti, “Communio”, n. 79, 1985, p. 101[5] Dall’intervista di Mauro Baudino, Piergiorgio Odifreddi: “Fieri di non credere”, La Stampa, 1/3/2007, p. 42 [6] E. Ronchi (a cura di), I racconti di Pasqua, San Paolo, Milano 2008, 40. [7] V. Messori, Dicono che è risorto. Un’indagine sul Sepolcro vuoto, Sei, Torino 2000, p. 41[8] Giovanni, 20:2 [9] S. T. Stancati, Escatologia, morte e risurrezione, Editrice Domenicana Italiana, Napoli 2006, p. 225 [10] I primi indizi della resurrezione. Intervista di Gianni Valente, 30 Giorni, anno XIX, febbraio 2001, p. 36s [11] Ibidem [12] E.P. Sanders, Gesù. La verità storica, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1995, pp. 281-283.

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