venerdì 7 aprile 2017

Svegliati, Ecumene!



Duplice sguardo sul primato papale (Walter Kasper) - Pietro e il discepolo prediletto (Ulrich Wilckens)

Per l’unità dei cristiani. Un cardinale, il presidente emerito del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, e un vescovo evangelico-luterano prendono spunto dalle commemorazioni per il cinquecentenario della Riforma per lanciare un appello al movimento ecumenico. È questo il senso di Svegliati ecumene! Come far avanzare l’unità dei cristiani (Brescia, Queriniana, 2017, pagine 192, euro 15). Ciascuno dei due autori prende la parola per pronunciarsi sulle differenze dottrinali che finora hanno impedito la piena comunione fra le Chiese e, soprattutto, per incoraggiare e suggerire soluzioni alle questioni più discusse. Pubblichiamo ampi stralci dei brani dedicati al riconoscimento del ministero papale.
(Walter Kasper) Il banco di prova della visione della piena unità in una diversità riconciliata potrebbe essere la risposta alla questione dell’ufficio petrino. Su questo punto la controversia conobbe molto presto delle grandi asprezze nel XVI secolo. La polemica contro i papisti e il papismo è continuata per secoli; oggi, in generale, è superata, ma continuano a esserci riserve esplicite e implicite. Papa Paolo VI affermò nel 1967: «Il Papa, ben lo sappiamo, è senza dubbio l’ostacolo più grave sulla via dell’ecumenismo». Con questo il Papa ha indicato una situazione profondamente paradossale: il ministero dell’unità è diventato l’ostacolo più grande per l’unità.
La riforma del papato nella riforma cattolica dopo Trento e dopo il Vaticano II, il suo distacco dagli intrecci politici del mondo, la sua apertura ecumenica verso le Chiese separate e gli incontri spontanei e fraterni con i rappresentanti di altre Chiese hanno cambiato l’atmosfera e hanno reso possibile un dialogo costruttivo sul papato e sul ministero di Pietro. La recente teologia biblica e la ricerca cronistorica hanno creato approcci nuovi. 
La Chiesa cattolica si basa sull’assegnazione, riferita da tutti i vangeli, del nome Pietro a Simone Bar Jona (Marco, 3, 16 par.). L’assegnazione di un nuovo nome indica l’attribuzione di un nuovo compito. Nella cerchia dei discepoli di Gesù, Simon Pietro aveva il ruolo di una sorta di portavoce. Egli fu il testimone della risurrezione di Gesù (Luca, 24, 34; 1 Corinzi, 15, 5). Nessun altro nome ricorre tanto spesso nel nuovo testamento come quello di Pietro. Questo vale anche per scritti neotestamentari che furono redatti soltanto dopo la sua morte e che documentano quindi il perdurare della tradizione di Pietro oltre la sua morte.
Vanno citati anzitutto i classici brani su Pietro del Nuovo testamento: in Matteo, 16, 18-19 il conferimento del potere delle chiavi di legare e sciogliere, in Luca, 22, 31-32 il compito di confermare i fratelli e in Giovanni, 21, 15-17 il triplice solenne conferimento del sommo ufficio di pastore. I passi del vangelo di Matteo e del vangelo di Giovanni furono formulati solamente dopo la morte di Simon Pietro e testimoniano un’importanza di Pietro oltre la sua morte. Il potere delle chiavi di legare e sciogliere, la confermazione dei fratelli e il servizio di pastore sono un compito di perenne importanza nella Chiesa.
Mi sembra un fatto da valutare attentamente che Ulrick Wilckens in Giovanni, 21, 15-22 veda la perenne importanza dell’ufficio di Pietro applicata anche ai successori di Pietro. Egli vede questo riferimento nella figura del discepolo che Gesù amava e che rimane finché lui viene (Giovanni, 21, 22s.). Questo riferimento sarà importante per lo sviluppo del dialogo ecumenico. Il passo mostra inoltre che l’ufficio di Pietro non è la questione del potere supremo, ma dell’amore più grande. Di qui la domanda di Gesù a Pietro, ripetuta tre volte: «Mi ami più di costoro?».
A favore del collegamento dell’ufficio petrino a Roma depone il martirio di Pietro in quella città. Sono diventate determinanti soprattutto le parole di Ignazio di Antiochia nella sua Lettera ai Romani, secondo le quali alla Chiesa di Roma spetta la presidenza nell’amore. 
Cronistoricamente, nel corso dei secoli, l’ufficio petrino si è sviluppato a seconda delle mutevoli necessità delle singole epoche e ha esercitato il suo potere in modo di volta in volta diverso. Anche oggi l’ufficio petrino esercita il servizio di pastore in maniera diversa nella Chiesa latina e nelle Chiese orientali che sono in comunione con Roma. Di fronte alla nuova situazione ecumenica, Papa Giovanni Paolo II ha invitato a un dialogo ecumenico su come sia possibile, nella salvaguardia della sostanza, l’esercizio del primato riconosciuto da tutti (Ut unum sint, 88-99). I suoi due successori, Benedetto XVI e Francesco, hanno esplicitamente rinnovato più volte questa offerta.
Papa Francesco ha fatto un altro passo avanti. Ha parlato di una necessaria conversione del primato (Evangelii gaudium, 32). Ha ripreso l’importanza delle Chiese locali, sottolineata in modo nuovo dal concilio Vaticano II (Lumen gentium, 26), e vuole contenere il centralismo romano, che nel secondo millennio si sviluppò sotto presupposti storici del tutto diversi da quelli di oggi, a favore di una maggiore responsabilità delle Chiese locali (Evangelii gaudium, 16, 32). Egli mira a un rinnovamento della struttura sinodale nella Chiesa che si orienta sul modello del concilio degli apostoli (Atti degli apostoli, 15). Naturalmente qui può trattarsi solo di processi a lungo termine, che hanno bisogno di tempo, per arrivare a una nuova figura della Chiesa nel terzo millennio.
In questo modo il primato non si abolisce affatto. Al contrario, diventa più importante in un mondo pieno di conflitti, che è globalizzato e al tempo stesso profondamente diviso e pluralistico. Al contenimento dell’esercizio quantitativo di singoli poteri del primato a favore della legittima responsabilità delle Chiese locali corrisponde un incremento della sua importanza qualitativa universale per l’unità della Chiesa e per la pace nel mondo. Per questo non basta assolutamente, come mostrano esempi di altre Chiese, un primato onorifico rappresentativo senza la possibilità di una concreta azione di autorità. Per rispondere adeguatamente all’unità e alla pluralità, il ministero petrino del futuro deve tuttavia essere legato a istituzioni di strutture collegiali e sinodali; deve prendere sul serio la legittima responsabilità propria delle Chiese locali e rendere conto ecumenicamente del carattere confessionale, che si è sviluppato storicamente, di altre Chiese.
Come si debba presentare concretamente un siffatto servizio all’unità, non può essere delineato teoricamente a tavolino. Si può mettere in luce in un processo più lungo, un passo alla volta. Qui ci si deve affidare alla guida dello Spirito santo che ci dirige in situazioni storiche che mutano rapidamente e non sono prevedibili nei particolari. 
Da tutte le parti è necessario, rispetto al passato, il perdono delle ingiustizie subite e, per il futuro, serve la disponibilità a cambiare mentalità e a ripensare le cose dinanzi a una nuova situazione. Su questo punto è opportuno, nella Chiesa cattolica, procedere nel proprio ambito con lo sviluppo di strutture sinodali e collegiali e in questo modo rendere credibile per le altre Chiese che un’unità in una riconciliata diversità è possibile e che essa è oggi assolutamente indispensabile. Al tempo stesso, c’è dentro le Chiese luterane un bisogno di chiarimento ed è necessaria una loro autocomprensione su come si possa concretamente presentare un’unità universale della Chiesa in una diversità riconciliata nelle condizioni profondamente mutate rispetto al periodo della Riforma. Le questioni cattoliche e luterane dovrebbero essere chiarite nel corso del dialogo sollecitato già da Giovanni Paolo II.
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Pietro e il discepolo prediletto
Ulrich Wilckens
All’inizio la critica di Lutero alla Chiesa si concentrò sul rapporto con il Papa. Se i detentori dell’ufficio pontificio di Roma avessero avuto uno stile di vita adeguato alla natura della Chiesa e, soprattutto, se la curia di quel tempo si fosse rapportata con interesse positivo all’istanza della polemica di Lutero, che malgrado la sua asprezza era biblicamente fondata, tutta la storia del XVI secolo sarebbe potuta approdare a una profonda riforma della Chiesa. Questa riforma fu poi veramente voluta dal concilio di Trento, ma dopo la solidificazione del contrasto confessionale la riforma fu collegata a una totale condanna come eresia delle Chiese luterane e riformate. Da allora la polemica contro l’ufficio del Papa, considerato addirittura un’istituzione satanica, è stato l’arsenale privilegiato dell’anticattolicesimo protestante. Purtroppo ce ne sono ancor oggi degli scampoli.
Anche qui, però, il lavoro ecumenico-teologico del presente ha portato alla possibilità di un riconoscimento del vescovo di Roma come guida spirituale di tutta la Chiesa mondiale nella successione di Pietro, capo degli apostoli. 
In Giovanni, 21, 15-17 Gesù risorto nomina Simon Pietro pastore delle sue pecore. Sino a quel momento lo stesso Gesù era il “buon pastore”, che ama le sue pecore fino a dare la sua vita per esse (Giovanni, 10, 15s.). Adesso, per il tempo tra la sua morte in croce e la sua risurrezione, nomina al suo posto il discepolo Simone a “pascolare” il gregge delle sue pecore. Lo fa per tre volte, come per tre volte Simone lo aveva rinnegato (18, 17.25.27), sebbene egli avesse preso così sul serio la sua sequela tanto da voler “dare la sua vita” per il suo Signore (13, 36s.). Ma la risposta di Gesù era stata la predizione del suo triplice rinnegamento (13, 38). Riferendosi a questo fallimento della sua sequela, Gesù adesso gli chiede per tre volte se lo ama. Adesso la risposta di Simone è un chiaro sì, anche se la domanda ripetuta tre volte lo addolora (21, 17). Come Gesù sapeva che lo avrebbe rinnegato tre volte, egli, che “conosce tutto”, deve anche sapere che adesso il suo sì è un sì totale. Il fatto che Gesù gli conferisca il privilegio unico di prendere il suo posto come pastore delle sue pecore è una dimostrazione del suo amore unico verso i suoi discepoli la cui sequela d’amore verso di lui era così tristemente fallita.
Si deve però notare e prendere sul serio il testo che segue. Al suo terzo invito, «Pasci le mie pecore», Gesù aggiunge la predizione del martirio di questo suo discepolo. Anche in questo, Pietro lo deve “seguire”, morendo in croce come il suo Signore. La chiamata a essere pastore delle sue pecore al suo posto e l’invito alla sequela nella morte sulla croce sono strettissimamente collegate. Ciò appare nella solenne introduzione: «In verità, in verità io ti dico». Il servizio di pastore di Pietro termina quindi con la sua morte. È importante però quel che viene adesso: Pietro si volta e vede che il «discepolo che Gesù amava» li «seguiva». Alla domanda impertinente di Pietro: «Signore, che cosa sarà di lui?», Gesù dà una risposta singolare (in duplice senso): «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa? Tu seguimi (nella morte a cui ti ho chiamato poco fa)». Con la “venuta” di Gesù si allude al ritorno finale dai suoi sulla terra del Figlio “glorificato” presso il Padre. In tutta la Chiesa questa sua “parusia” è stata attesa come compimento futuro della sua storia; col “rimanere” ci si riferisce quindi all’esistenza della Chiesa nel tempo intermedio tra la risurrezione di Gesù e la sua futura “venuta”. Nel Vangelo di Giovanni il “rimanere” ha un profondo significato teologico: ha come meta la vita eterna (6, 27); chi «rimane» nella fede in Gesù Figlio di Dio, vive «in lui» già nella vita terrena (15, 4) e perciò non «rimane» nella tenebra di questo mondo (12, 46). Quando Gesù «si manifesterà», parteciperà alla totale “franchezza” del compimento della fede (1 Giovanni, 2, 28). Il prototipo e rappresentante di questo “rimanere” nella fede è questo «discepolo che Gesù amava». Come tale, in 21,20, egli segue Gesù al posto di Pietro e assume quindi il suo ruolo di pastore, per svolgerlo, “rimanendo” per tutto il tempo della Chiesa. Questo può avvenire soltanto in una “catena” di singole persone guida della Chiesa, che — una dopo l’altra — svolgono il servizio di pastori di tutta la Chiesa, servizio al quale Gesù aveva chiamato Pietro come primo discepolo. Queste persone possono farlo soltanto perché, al pari di lui, sono “amate” da Gesù e testimoniano personalmente il suo amore a tutta la Chiesa che è il gregge di Gesù.
Con Giovanni, 21 il servizio di pastore universale della Chiesa dei papi romani nella successione di Pietro si può fondare ottimamente sul piano esegetico se si legge tutto questo capitolo nel suo contesto. È molto strano che finora questo non sia avvenuto né nella Chiesa cattolica né in quella evangelica. Tuttavia, con questa motivazione cade la tradizionale obiezione protestante, e l’autorità del Papa romano riceve per la prima volta un fondamento biblico che va preso sul serio anche da parte evangelica. Che sia il vescovo di Roma a dover svolgere, nella successione di Pietro, il servizio di pastore per tutta la Chiesa è fondato nel fatto che Pietro ha patito a Roma la morte del martirio che il Signore risorto gli ha destinato come coronamento della sua sequela (Giovanni, 21, 19). I vescovi romani sono di volta in volta successori di Pietro nel ruolo del “discepolo prediletto” che deve “rimanere” nel servizio di pastore per tutta la Chiesa, fino alla parusia di Gesù.
Per il presente e per il prossimo futuro ne deriva che tutte le Chiese evangeliche possono e anche dovrebbero riconoscere l’ufficio di pastore del Papa come “ministero petrino”. Il come tuttavia questo riconoscimento può trovare concretamente forma sarà da chiarire nel dialogo con la Chiesa cattolica romana. In proposito esiste però un modello nel modo come le Chiese ortodosse riconoscono il vescovo di Roma come “primo nell’amore”. Nella giurisdizione esse sono completamente indipendenti. Questo potrebbe valere anche per le Chiese evangeliche. Queste però devono concretamente prendere sul serio, nella loro concezione della Chiesa, il loro essere membra dell’unica Chiesa universale e imparare che ogni comunità locale, nel suo servizio liturgico della parola e del sacramento, è sì “tutta la Chiesa”, ma come parte della “Chiesa universale” che è più di un’unione di molte Chiese diverse. Come la comunità locale eucaristica è visibile e concreta per mezzo della reale presenza di Cristo nell’ostia, così anche la Chiesa universale è visibile e concreta come il corpo di Cristo, ed essa ha bisogno, da parte sua, di un saldo ordinamento della comunione di tutte le comunità, nel quale prenda forma concreta il loro legame con la Chiesa apostolica delle origini. A questo non appartiene soltanto la condivisione delle fondamentali confessioni di fede della Chiesa antica, ma anche la seria accettazione dell’ordinazione al ministero pastorale in continuità spirituale con il ministero pastorale degli apostoli; e questo significa che c’è bisogno dell’ordinazione non soltanto per il ministero in una comunità locale, ma anche per il ministero dei vescovi come pastori delle comunità di una regione, i quali vescovi guidano la comunione di tali comunità e rappresentano così la propria comunione con la Chiesa universale. Un vescovo deve certamente essere ordinato come pastore, ma il suo “inserimento” nel ministero pastorale al di sopra delle comunità deve avere il carattere di un’ordinazione allargata. A loro volta i vescovi devono essere coinvolti nella comunione ecclesiastica universale. E questa deve a sua volta essere coinvolta in qualche modo nella comunione dei vescovi della “Chiesa sorella” cattolica. A tale scopo dovrebbe essere creato un nuovo ordinamento conciliare, nel quale al vescovo di Roma, in quanto successore di Pietro, spetterebbe quanto meno una presidenza onorifica. Il reciproco riconoscimento dei ministeri è il presupposto indispensabile perché un siffatto collegio “effettivamente universale della Chiesa” possa acquistare funzione e importanza concrete. Soltanto così il riconoscimento di questo primato onorifico del Papa potrebbe acquisire una concreta rilevanza: come detentore del ministero del “discepolo prediletto” nel senso della volontà di Gesù Cristo testimoniata in Giovanni, 21, 22.
L'Osservatore Romano

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