lunedì 3 aprile 2017

Un cristiano di nome Nek

Il selfie di Nek a Correggio con gli studenti

di Andrea Zambrano
Anzitutto il nome: Filippo Neviani. Perché il nome dice chi siamo, Nek dice chi sei sul palco. E in questa scelta di comparire sulla scena anche con i requisiti fondamentali della sua carta di identità c’è il cuore del percorso spirituale e umano che il cantante sassolese dagli occhi di giaccio ha fatto. Fin da quel lontano 1993 quando, presentando In Te davanti alla platea dell’Ariston scandalizzò i benpensanti con una canzone su un tema impossibile da portare a Sanremo: l’aborto. «Mi massacrarono per quella canzone, ma non rimpiango nulla», dirà successivamente. Ma in quello stesso anno, che per l’Italia segnava l’inizio della seconda Repubblica per Nek doveva essere l’anno spartiacque: mentre lui cantava In Te, una donna chiamata Chiara Amirante scendeva nei sotterranei della stazione di Roma per portare un annuncio ai tossici e ai balordi che lì vivevano come topi rabbiosi: «La vostra vita è preziosa per Qualcuno». Diede così loro la possibilità di uscire fuori e ricominciare a vivere.
Quel giorno di quell’anno è nata l’esperienza di Nuovi Orizzonti che rappresenta oggi una delle realtà di apostolato e di nuova evangelizzazione più fruttuose del panorama ecclesiale italiano e non solo. Nek non sapeva minimamente chi fosse, ma oggi che ha 45 anni, di Nuovi Orizzonti è qualche cosa di più che un testimonial. Perché in fondo è un testimone di come pur facendo un «lavoro particolare», come dice lui, Filippo Neviani può raccontare la fede senza vergognarsi, anzi, facendola risplendere là dove di fede è sconveniente parlare. 
La Nuova BQ lo ha intervistato all’inizio della sua giornata particolare nella sua diocesi (Sassuolo pur essendo in provincia di Modena è in diocesi di Reggio Emilia): al mattino con gli studenti delle superiori di Correggio ospite del Circolo culturale Piergiorgio Frassati, scoprendo di avere molte cose in comune con il beato torinese; alla sera in Cattedrale a Reggio Emilia ospite del vescovo Massimo Camisasca con il quale ha dialogato davanti ad una platea di giovani e adolescenti. 
Filippo, il suo concittadino Vittorio Messori dice che di Gesù non si parla tra persone perbene. Come si fa a farlo nel mondo della canzone?
Finisco la frase di Messori dicendo che è venuto per chi ha bisogno di cure, non per chi sta già bene. 
Parla mai di Gesù ai suoi colleghi?
Sì. Ma è un argomento che si tocca malvolentieri.
E come la prendono?
Alcuni sorridono, altri mi dicono che è una bella favola. Altri invece sono alla ricerca e questo mi piace perché non abbandonano il fatto che tutto abbia una regia, invece sono dispiaciuto per gli indifferenti: sono loro i più pericolosi perché hanno creato una loro verità dalla quale non si schiodano. D’altra parte gli ignoranti sono quelli che non cambiano opinione mai.
Che cosa serve per cambiare opinione?
Riconoscere che Dio c’entra con la tua vita, finché lo ritieni un qualche cosa di distante avrai sempre un preconcetto su di lui e così lo tieni a distanza come una divinità lontana, giudicando senza conoscere. 
E’ stato così anche per Nek?
Io ho riconosciuto un Padre e il mio approccio è cambiato completamente.
Ma sul palco bisogna avere a che fare con un pubblico di giovani e giovanissimi lontani dal senso religioso. 
Faccio un lavoro che è visto in un certo modo e molte volte chi fa il mio mestiere è dio di se stesso e non considera che possa esserci qualcuno che diriga la vita, ma ognuno è proprietario della sua, non ci devono essere interferenze, invece davanti alla vita siamo tutti uguali.
Quando ha capito che non siamo padroni della vita?
Ho dovuto fare un percorso, io ho arricchito la mia curiosità che ti deve spingere a verificare e in questo percorso la fede entra per forza. Se non si fa questo passaggio si parla di aria fritta. 
Ma è il mondo dello spettacolo che l’ha spinta a cercare? 
Sì, la curiosità è stato il motore, la musica il completamento di questo processo; attraverso la musica mi sono avvicinato alla fede, non ho avuto una conversione eclatante, non sono passato da zero alla fede. Sono sempre stato educato cristianamente, ma prima i miei valori erano tiepidi.
Come si traduce in questo “mestiere particolare” questa consapevolezza?
Nella sicurezza di non essere da soli. Non ho avuto una vita dissestata per accorgermi di Dio, ma ho riconosciuto le grazie che mi sono arrivate e ora conduco una vita migliore, non metto tutte le mie speranze nelle mie forze.
Ad esempio?
Non punto sul successo a tutti i costi, domani potrei non avere più la voce o fallire un progetto, comunque vada io so che devo sempre essere riconoscente perché la vita, la mia vita non è qualche cosa di scontato. Io e te siamo qua, io sono un cantante e tu sei un giornalista, la nostra vita potrebbe cambiare all’istante: è questo che ci rende uguali di fronte a Dio. E’ un pensiero grande e bello.
Questo ha migliorato la sua produzione musicale?
Sicuramente ha influito in modo positivo perché questo cammino è qualcosa che produce curiosità in me e dal punto di vista delle composizioni mi fa rendere conto dell’umano. 
Con In te ha cantato l’aborto, con Nella stanza 26 di prostituzione e voglia di riscatto. Servono a questo le canzoni?
Certo. Se non ami è ispirata alla Prima lettera di San Paolo ai Corinzi, in Fatti avanti amore credo fortemente che l’essere umano sia fatto per amare nonostante noi, perché so altrettanto fermamente che essendo corruttibili più delle volte si cade.
Ma non siamo soli. In quali altre canzoni si ravvisa questo percorso?
In Unici è chiaro che parlo dell’essere umano che è fatto da Dio come un’opera d’arte.
Ma oggi c’è il gender con la sua ideologia che vuole omologare l’uomo ad un cliché…
Ad un genere ed è ancora peggio perché ci rende merce di scambio. E’ tremendo e pericoloso. Noi siamo creature ok? E la creatura a gli occhi di Dio è straordinaria, abbiamo un nome, non siamo incansellabili in una tipologia. Tu sei un fratello con tutti i suoi limiti da rispettare, non riesco ad accettare che tu possa essere una tipologia intercambiabile e mutevole.
Eppure tanti suoi colleghi oggi si spendono per affermare questo concetto. Prendiamo l’utero in affitto dove non è neppure più importante sapere chi sia tua madre. 
Questa mentalità è frutto di una società senza Dio che perde i suoi punti di riferimento e le sue certezze basandosi su figure inesistenti. Ma il frutto lo si riconosce dall’albero e se l’albero è buono genera frutti buoni, non l’ho inventato io, è nelle Scritture, questo ci è stato dato come monito. 
Torniamo sempre lì: è un argomento scomodo in certi ambienti e quello dello spettacolo è uno di questi.
Non voglio giudicare nessuno, ma so che quando tutto diventa relativo e il relativismo viene spacciato per libertà ci troviamo di fronte ad un’insidia. Ad esempio con l’aborto. 
Terreno minato: si tocca il totem della libertà…
Ma che libertà può essere quella che mi porta a considerare un grumo di cellule il figlio che non voglio e a considerare essere umano il figlio che vorrei e che perdo? 
Come si nutre spiritualmente Nek?
Come tutti i cattolici, ma devo essere riconoscente a San Paolo, è una figura che mi ha sempre affascinato e che sento molto vicino a me.

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