domenica 7 maggio 2017

Il semaforo gay di Torino


Il semaforo gay che spegne solo il buonsenso
di Rino Cammilleri

Qualche psicologo, ma esperto, qualificato, dovrà prima o poi indagare (e spiegarci) questa misteriosa attrazione fatale che il mondo Lgbt ha per i semafori. La notizia, ultima, è che, dopo Londra e Vienna, anche Torino avrà le sue traffic lights (feux rouges, se preferite il francese) gay friendly. In effetti, la tentazione di applicare mascherine che modificano la luce rosso-giallo-verde quando essa si accende è antica, ma finora era sempre stata una trovata spiritosa  di qualche buontempone.
Per esempio, vicino a casa mia, qualcuno, con la gomma da masticare, aveva plasmato un minuscolo pene in erezione e lo aveva appiccicato tra le gambe dell’omino verde. L’effetto, a luce accesa, era certo suggestivo, ma ai pedoni costava solo un’indifferente alzata di spalle. Ora, Londra e Vienna avevano almeno un motivo, un’occasione: i rispettivi Gay Pride, le variopinte sfilate che, appunto, si snodano per le strade cittadine, luoghi in cui, com’è noto, i semafori, anche quelli intelligenti, spesseggiano.
Torino, città recentemente pentastellata, fa a meno delle ricorrenze e dà (cito) «un segnale tangibile di svolta verso il riconoscimento della libertà di tutti». Così, si comincia col salotto cittadino, via Roma, e presto altri quartieri –sperano gli ideatori- seguiranno. Certo, a vedere sui giornali le foto dei nuovi semafori modificati si resta un attimino interdetti. Le donnine (si suppone lesbiche) sono sulla luce rossa, gli omini (si suppone gay) su quella verde. E’ vero, a montare una luce che, in ogni colore, mostrasse uno dei millanta «generi» in cui l’umanità da qualche tempo (non molto) si sarebbe suddivisa, la spesa per le casse comunali si sarebbe rivelata magari eccessiva.
Così, due mascherine e via. Ma il rosso con le donnine potrebbe ingenerare equivoci nei più sprovveduti. Che significa? Che due donne affiancate non possono attraversare mai? Sì, perché quando scatta il verde compaiono gli omini. I quali, però, non sono affiancati di prospetto e fermi. No, sono ripresi di profilo, con uno che precede e conduce per mano l’altro. Dato l’aspetto dimesso della silhouette di quest’ultimo, sembrano un vecchietto e il suo badante filippino. Insomma, dilemma per il turista straniero (o per l’immigrato di recente) che nulla sa delle alzate d’ingegno della modernità europea.
Potrebbe, infatti, essere una Giornata della Solidarietà, intesa in senso largo e lato. Sempre stando alle foto, il giallo è rimasto intonso. Eppure, data la sua natura di corpo intermedio, forse era il più adatto a rappresentare la società gen(d)ericamente liquida nella quale si sforzano, con gran dispendio di politica, di farci annaspare. Certo che, limitandosi a soli gay e lesbiche, ‘sti semafori sono proprio discriminatori: e le altre cinquantasei opzioni? E i trans? E i queer? Boh. Il buonsenso suggerirebbe che, forse, era meglio lasciare i semafori come stavano, e ognuno era libero di indentificarvisi o meno a suo piacimento (sempre che ne sentisse la necessità). Ma il buonsenso, in tutta questa storia, ahimè, è stato il primo ad annegare nella liquidità.

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