martedì 23 maggio 2017

La Chiesa non è dei tiepidi



La Chiesa non deve mai essere «tiepida» ed è chiamata, così come ogni singolo cristiano, a un cammino di «conversione quotidiana». Occorre infatti fare attenzione a non adeguarsi a uno stato «tranquillo», «mondano» ed essere invece sempre aperti all’«annuncio gioioso che Gesù è il Signore». Come fece, ad esempio, l’arcivescovo Óscar Arnulfo Romero, ricordato nel secondo anniversario della beatificazione da Papa Francesco, durante la messa celebrata a Santa Marta martedì 23 maggio.
Il Pontefice ha innanzitutto ripreso in mano la prima lettura (Atti degli apostoli, 16, 22-34) e, spiegando che si tratta del brano finale di un racconto più ampio, ne ha riassunto l’intera evoluzione. È un momento importante della predicazione di Paolo e Sila che, giunti nella città di Filippi, trovano «una schiava che praticava la divinazione» e che grazie alla sua attività faceva guadagnare molto i suoi padroni. Questa donna, visti i due che «andavano a pregare», cominciò a gridare: «Questi sono servi di Dio!». Apparentemente, ha fatto notare il Papa, si trattava di una «lode». Ma, le sue parole, ripetute «tutti i giorni» ebbero una conseguenza. Si legge negli Atti infatti che «un giorno Paolo si è seccato». L’apostolo, ha spiegato il Pontefice, «aveva lo spirito di discernimento e sapeva che questa donna era posseduta dal cattivo spirito», perciò «si rivolse a lei» e «scacciò via il cattivo spirito». L’immediata conseguenza fu che «questa signora, questa schiava non poté più divinare e i suoi padroni vedendo svaniti i loro guadagni — guadagnavano tanto — presero Paolo e Sila e li portarono alle autorità». Cominciò così una serie di accuse. E proprio a questo punto si inserisce il brano proposto dalla liturgia del giorno nel quale si legge che «i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli e dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia. Egli, ricevuto questo ordine, li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi». 
A questo punto, però, ha detto il Papa, «intervenne Dio» e così, mentre «verso mezzanotte Paolo e Sila cantavano, lodavano Dio e gli altri prigionieri sentivano», arriva un «forte di terremoto e si aprono tutte le porte». E di fronte a un evento talmente eccezionale il carceriere, temendo la fuga dei reclusi, voleva uccidersi perché «la legge del tempo» prevedeva che quando i prigionieri scappavano fosse giustiziato il custode.
Allora «Paolo gridò forte: “Non farti del male, siamo tutti qui”. E quello non capì: “Ma come succede questo? Questi delinquenti invece di approfittare dell’opportunità e scappare sono qui?”. Il carceriere, accortosi che era accaduta «una cosa strana e che c’era qualche segno di Dio, sia la scossa sia le porte aperte sia anche che nessuno di loro era scappato», si precipitò dentro «e tremando cadde ai piedi di Paolo e Sila poi li condusse fuori e disse: “Signori, che cosa devo fare per essere salvato?”». Evidentemente, ha notato Francesco, era «un uomo a cui lo spirito aveva toccato il cuore». La risposta dei due fu: «“Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia”. E proclamarono la Parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa. Egli li prese con sé a quell’ora di notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato, lui con tutti i suoi; poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia”; festeggiarono questa grazia». Si tratta, ha detto il Papa concludendo il racconto, di «una bella storia che ci fa pensare».
Da qui è partita la riflessione che, innanzitutto ha messo in evidenza come nella vicenda si incontri un «passaggio». Si parte, infatti da «uno stato di predicazione tranquilla perché Paolo e Sila dovevano essere contenti del fatto che questa schiava che aveva tanta autorità, questa maga, questa divinatrice, dicesse che loro fossero uomini di Dio». Il fatto è che quella «non era la verità». E «perché?», si è chiesto il Pontefice. «Perché Paolo — è stata la risposta — mosso dallo Spirito, capì che quella non era la Chiesa di Cristo, che quella non era la strada della conversione di quella città, perché tutto rimaneva tranquillo, non c’erano le conversioni. Sì, tutti accettavano la dottrina: “Che bello, che bello, stiamo tutti bene”».
Una situazione, ha sottolineato il Papa, che «si ripete» più volte «nella storia della salvezza»: infatti, «quando il popolo di Dio era tranquillo o serviva alla mondanità, non dico agli idoli, no, alla mondanità ed era nel tepore», il Signore «inviava i profeti». Di più: «ai profeti è accaduto lo stesso di Paolo: erano perseguitati, bastonati, perché? Perché scomodavano». Cosa fatta ugualmente da Paolo, «uomo di discernimento», comprendendo che lo spirito che possedeva la maga, «era uno spirito di tepore, che faceva la Chiesa tiepida», «capì l’inganno e cacciò via il cattivo spirito. E la verità è venuta fuori».
È una dinamica, ha detto il Pontefice, che accade ancora oggi nella Chiesa: «quando qualcuno denuncia tanti modi di mondanità è guardato con occhi storti, questo non va, meglio che si allontani». E ha aggiunto: «Io ricordo nella mia terra, tanti, tanti uomini e donne, consacrati buoni, non ideologi, ma che dicevano: “No, la Chiesa di Gesù è così...”», di costoro hanno detto: «“Questo è comunista, fuori!”, e li cacciavano via, li perseguitavano. Pensiamo al beato Romero». E ciò è capitato a «tanti, tanti nella storia della Chiesa, anche qui in Europa».
La spiegazione si trova nel fatto che «il cattivo spirito preferisce una Chiesa tranquilla senza rischi, una Chiesa degli affari, una Chiesa comoda, nella comodità del tepore, tiepida».
Per meglio comprendere questo ragionamento, il Papa ha ricordato due parole che si trovano nel brano della Scrittura preso in considerazione, una «all’inizio della storia» e una «alla fine». Se si legge con attenzione, infatti, si vede che «i padroni di questa signora, schiava, divinatrice, si sono arrabbiati perché avevano perso di guadagnare i soldi». Ecco la parola: «soldi». Infatti «il cattivo spirito sempre entra dalle tasche» e, ha suggerito il Pontefice, «quando la Chiesa è tiepida, tranquilla, tutta organizzata, non ci sono problemi, guardate dove ci sono gli affari, subito».
C’è poi un’altra parola che emerge alla fine del racconto: «gioia». Infatti si legge che il carceriere, dopo essere stato battezzato, «apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia, insieme a tutti i suoi per aver creduto in Dio». Così è chiaro, ha detto Francesco, «il cammino della nostra conversione quotidiana: passare da uno stato di vita mondano, tranquillo senza rischi, cattolico, sì, sì, ma così, tiepido, a uno stato di vita del vero annuncio di Gesù, alla gioia dell’annuncio di Cristo. Passare da una religiosità che guarda troppo ai guadagni, alla fede e alla proclamazione: “Gesù è il Signore”». E questo, ha aggiunto «è il miracolo che fa lo Spirito Santo».
Perciò il Papa ha suggerito ai presenti di rileggere il capitolo 16 degli Atti degli apostoli, per comprendere meglio «questo percorso» e come «il Signore con i suoi testimoni, con i suoi martiri, fa andare avanti la Chiesa». Ci si renderà conto che «una Chiesa senza martiri dà sfiducia; una Chiesa che non rischia dà sfiducia; una Chiesa che ha paura di annunciare Gesù Cristo e cacciare via i demoni, gli idoli, l’altro signore, che è il denaro, non è la Chiesa di Gesù».
Concludendo la meditazione Francesco ha ricordato come nella liturgia del giorno ci sia una preghiera in cui si ringrazia «il Signore per la rinnovata giovinezza che ci dà con Gesù». Anche la Chiesa di Filippi, ha detto, «è stata rinnovata e divenne una Chiesa giovane». Dobbiamo quindi pregare affinché «tutti noi abbiamo questo: una rinnovata giovinezza, una conversione dal modo di vivere tiepido all’annuncio gioioso che Gesù è il Signore».
L'Osservatore Romano

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