mercoledì 12 luglio 2017

Un’idea sbagliata di islam



Anticipiamo parte di un articolo che uscirà sul prossimo numero di «Vita e Pensiero», il bimestrale di cultura e dibattito dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. 
(Paolo Branca) Per la sua ostinata attenzione verso gli ultimi e i lontani Papa Francesco è ritenuto da alcuni un “buonista”, ma si tratta di una percezione superficiale e affrettata che non sa cogliere la radicalità evangelica del suo messaggio. Egli infatti con coraggio e determinazione non si stanca di richiamare le coscienze a cogliere e a riparare il carattere pretestuoso di molte opposizioni e conflittualità che invece ci trovano consenzienti e complici, tanto siamo allarmati da una rappresentazione parziale della realtà nella quale prevalgono in modo impressionante pericoli, timori e negatività.
Come sanno bene i sociologi, è sufficiente che una cosa sia creduta vera perché essa produca effetti reali. Motivi concreti di preoccupazione non mancano di certo, ma altra cosa è diffondere in maniera sistematica l’impressione che il nostro rapporto coi musulmani, tanto quelli presenti sul nostro territorio quanto coloro che vivono nei paesi d’origine, siano ormai ridotti a una sorta di resa dei conti finale fra due contendenti che sarebbero addivenuti al cruciale dilemma mors tua, vita mea. Un sistema mediatico inadeguato paventa il pericolo di un’invasione e di un’islamizzazione imminente delle nostre terre. Ma guardiamo ai dati reali: 1,5 milioni di musulmani su circa 56 milioni di italiani. 
La prospettiva di un rapido mutamento che ci costringerebbe a rinunciare ad alcolici e carni suine e obbligherebbe le nostre donne a indossare un velo, più che poco plausibile, si mostra inconsistente. Sulla lunghissima distanza, uno sbilanciamento demografico verso comunità religiose più prolifiche non può essere escluso, ma attualmente mi pare più un alibi per trincerarsi sulla difensiva o, peggio, sulla passività che non gestisce nulla con un progetto ben definito e sostenuto, per arrendersi a subire più che a gestire ciò che sarebbe diritto-dovere di stati moderni e istituzioni democratiche almeno tentare di affrontare seriamente. Promuovere e premiare le pratiche migliori è l’essenza di una società aperta e matura. 
Per la caccia alle streghe di turno le dittature sono molto più efficaci, e inquietanti segnali in tal senso non mancano di certo. Che i musulmani abbiano preso il posto dei “cattivi” come nemico epocale diventa ormai un’evidenza, fatta salva l’emblematica eccezione per i peggio rappresentativi fra essi che per diverse ragioni vengono graziati (vedi recenti provvedimenti di Trump che non includono alcuna petromonarchia del Golfo) o demonizzati (vedi i soliti noti corteggiati dai media pur rappresentando una minoranza autoreferenziale che vive tra noi come un corpo estraneo o una società parallela) all’interno della medesima logica perversa. 
L’esito è inevitabilmente quello di concedere a pochi fanatici la rappresentanza legittima e ufficiale di 1,6 miliardi di musulmani che vivono oggi sulla Terra, in uno svariatissimo caleidoscopio di situazioni delle quali le più promettenti vengono condannate alla non esistenza e le peggiori sovraesposte con maniacale e autolesionista programmaticità. Eppure i fattori positivi davvero non mancano: i dati ufficiali della Diocesi di Milano confermano che nei suoi circa mille oratori il 25 per cento degli utenti sono giovani islamici, affidati con fiducia dalle loro famiglie a un ambiente religiosamente orientato piuttosto che lasciati per strada o indirizzati altrove. Circa il 15 per cento dei musulmani nelle scuole pubbliche non chiede l’esonero dall’ora di religione, desiderando restare coi compagni di classe in un modulo formativo che non solo è privo di “pericoli” di proselitismo, ma li vede talvolta come protagonisti, in quanto maggiormente interessati alle tematiche trattate rispetto ai compagni di classe locali. 
Nelle associazioni femminili e fra le nuove generazioni nate e cresciute in Italia gli esempi di mutua stima, rispetto e collaborazione non si contano, benché poco valgano agli occhi miopi dei media e alle timide o inesistenti prassi delle amministrazioni. Persino su punti cruciali del cosiddetto scontro di civiltà si registrano da tempo riflessioni e comportamenti che meriterebbero di essere valorizzati nel comune interesse. Sempre più spesso giovani musulmani italiani (anche se privi di cittadinanza per la nota inerzia burocratica) confessano di sentirsi più liberi di praticare il loro stesso culto qui che nei paesi d’origine delle loro famiglie. Non digiunare in pubblico durante il Ramadan è infatti là un reato punito dalle forze dell’ordine; qui resta un peccato da risolversi eventualmente fra il singolo e Dio, fuori da ogni controllo “statale”. Che i seguaci di una tradizione religiosa nobile e plurisecolare, basata su principii etici non distanti dai nostri e imparentati strettamente con la comune radice ebraica, restino “figli di un dio minore” asfissiati da inchieste e sondaggi sul burkini, la carne di maiale e il consumo di alcolici, è indice non tanto della loro presunta arroganza, quanto della nostra inconsistenza. 
Le pur lodevoli e consistenti iniziative di solidarietà verso irregolari e profughi rischiano di celare sotto il velo dell’emergenza una ben diversa realtà ormai matura e radicata che attende solo di essere debitamente portata alla luce. Il ruolo dei credenti, in questo senso, dovrebbe essere cruciale. La spiritualità e l’etica di masse di giovani rischiano di restare appannaggio dei pochi e ideologicamente orientati gruppi organizzati. Nessuno sembra volersene prender carico per non turbare i benpensanti autoctoni. Persino nelle situazioni di maggior emarginazione, esposte al pericolo della devianza e della criminalità, poco o nulla viene seriamente dibattuto né tantomeno messo in pratica. Dare un tetto e un pasto ai diseredati è sublime opera di misericordia... ma come si può ignorare che molti di loro conducono un’esistenza ai limiti? Troppi sans-papiers vivono tra noi per anni, ammassati in poche stanze affittate in nero e lavorano per italiani senza scrupoli che li smistano sulle strade a vender fiori, ombrelli, accendini... senza che nessuno si chieda quali conseguenze alla lunga comporti ospitare “braccia” da lavoro a basso costo e senza oneri sociali, purché la loro umanità negata venga minimamente presa in considerazione. 
Le rappresentanze consolari e diplomatiche dei loro paesi d’origine sono persino più assenti e indifferenti riguardo al loro destino di quelle locali. Ne incontro molti quasi quotidianamente per le strade e col pretesto della lingua mi faccio raccontare le loro storie. Non parlo per sentito dire, ma per diretta e dolorosa esperienza. Persino quando mi son messo d’impegno per far qualcosa almeno per i carcerati mi sono trovato, per anni, davanti a un muro di gomma. Chi già lavora nelle prigioni non gradisce nuovi “intrusi”. E così la mia casa e il mio studio traboccano di libri di letteratura araba da me selezionati e catalogati che volentieri regalerei alle istituzioni penitenziarie, ma ho perso ormai ogni speranza di riuscirvi. “Qualcuno da odiare”, specie in periodi di crisi, è la riproposizione della perenne guerra fra poveri che garantisce e perpetua i privilegi dei pochi agiati. Che dire poi dei poveri cristiani arabi, circa diecimila copti solo a Milano, sbeffeggiati da chiunque in quanto estranei che vengono a toglierci qualcosa? Ne conosco che vivono qui da decenni, son già cittadini italiani e i cui figli sono spesso i primi della classe... Ma si sentono rifiutati, messi nel mucchio dei non desiderabili senza alcuna considerazione verso la loro situazione sociale né verso la loro identità religiosa.

L'Osservatore Romano

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