martedì 29 novembre 2016

Canti di Avvento. Maranathà vieni Signor - RnS 1980




Maranathà, vieni signor
Christian Gonzales

      FA LAm REm          LAm
 [Rit.] Maranatha, vieni Signor
                    SIb                FA
        verso te, Gesù, le mani noi leviam.
       FA LAm REm          LAm
        Maranatha, vieni Signor,
                    SIb              FA
        prendici con te e salvaci Signor.


      FA                DO
[1.] Guardo verso le montagne,
     FA                   DO
     donde mi verrà il soccorso,
           FA             SOLm
     il soccorso viene da Dio,
      FA                      SOLm
     che ha creato il mondo intero.


     FA                DO
[2.] Sorgi con il tuo amore,
            FA          DO
     la tua luce splenderà,
          FA         SOLm
     ogni ombra svanirà
             FA          SOLm
     la tua gloria apparirà.


     FA                   DO
[3.] Santo è il nostro Signor,
           FA           DO
     il peccato egli portò,
           FA          SOLm
     dalla morte ci salvò,
          FA           SOLm
     e la vita a noi donò.


            FA           DO
[4.] Mio Signor son peccatore,
       FA              DO
     a te apro il mio cuore,
     FA                  SOLm
     fa di me quello che vuoi
           FA             SOLm
     e per sempre in te vivrò.


     FA              DO
[5.] La Parola giungerà
     FA                  DO
     sino ad ogni estremità,
          FA         SOLm
     testimoni noi sarem
     FA            SOLm
     della tua Verità.


     FA                 DO
[6.] Tu sei la mia libertà
     FA                  DO
     solo in te potrò sperar,
          FA            SOLm
     ho fiducia in te Signor,
     FA          SOLm
     la mia vita cambierai.


     FA                  DO
[7.] Mi consegno a te Signor,
      FA                  DO
     vieni dentro il mio cuor,
          FA          SOLm
     ti ricevo o Salvator,
        FA               SOLm
     tu sei il mio liberator.


     FA            DO
[8.] Benedici o Signor,
     FA             DO
     sii custode ai nostri cuor,
      FA            SOLm
     giorno e notte veglierai
     FA        SOLm
     e con noi sempre sarai.


     FA                DO
[9.] Ringraziamo te Signor,
           FA        DO
     a te, Padre creator,
           FA        SOLm
     allo Spirito d'Amor,
            FA        SOLm
     vieni presto o Signor.

Fratello Universale




-Il marabut cristiano (Solène Tadié)
-Esercizi estremi dello spirito (Lucetta Scaraffia)
-Una via attuale (Bernard Ardura)
-Al cuore delle masse (g.m.v.)
-Come un chicco di grano (Charles de Jésus)
-Fratello Universale
-Racconta Liliana Cavani (Silvia Guidi)   
***

Il marabut cristiano 
di Solène Tadié
Il 1° dicembre 1916 moriva Charles de Foucauld, assassinato all’età di 58 anni da un gruppo armato della tribù dei senussisti, che aveva circondato il suo eremo di Tamanrasset nel Sahara algerino. Se la notizia della sua morte non ebbe una grande eco nell’Europa lacerata dalla grande guerra, il religioso passerà agli occhi della storia come uno dei più importanti della sua generazione, a cavallo di due secoli.
La prima biografia scritta da René Bazin nel 1923 consacrò la sua posterità spirituale, facendo conoscere in Francia e poi al mondo la sua personalità fuori dal comune e la sua opera prolifica, che hanno suscitato tante vocazioni. A un secolo dalla morte, una nuova opera dedicata alla vita del religioso, beatificato da Benedetto XVI nel 2005, intitolata Charles de Foucauld, 1858-1916 (Paris, Éditions Salvator, 2016, pagine 720, euro 29,90) con la prefazione di padre Bernard Ardura, postulatore della sua causa di canonizzazione, dovrebbe a sua volta fare epoca.

L’autore, Pierre Sourisseau, è in effetti, tra i migliori conoscitori del prete eremita: archivista della sua causa di beatificazione, ha all’attivo trentacinque anni di lavori di ricerca, di articoli e di conferenze su di lui. Il volume, simile a una summa, presenta una serie di ritratti di Foucauld, seguendo le tappe della sua vita e i suoi diversi status, dalla sua infanzia a Strasburgo e la sua gioventù nell’esercito, fino alla sua vocazione missionaria tra i tuareg del Sahara. Ripercorre anche nel dettaglio i suoi anni di ricerca contemplativa in Terra santa, nella trappa in Francia poi in Siria, così come il suo soggiorno tra le suore clarisse a Nazaret, dove fiorirà la sua vocazione profonda, fino alla sua ordinazione a Viviers, il 9 giugno 1901.
Attraverso il voluminoso carteggio di Foucauld, numerose citazioni delle sue opere e documenti inediti della sua causa di canonizzazione, Sourisseau fa anche luce su alcuni elementi ancora oggetto di dibattito. In particolare attenua l’immagine di libertino impenitente e di dilettante attribuita al giovane prima della sua conversione, specialmente da ufficiale.
Se l’appellativo di «letterato festaiolo», affibbiatogli dal suo amico, il generale Laperrine, non è certo del tutto infondato, la sua corrispondenza dell’epoca lascia già intravedere un giovane uomo profondo, alla ricerca di un ideale, che si rivelerà un lavoratore instancabile quando un progetto gli sta a cuore. I racconti della sua spedizione nei paesi del Magreb tra il 1882 e il 1886 — dopo essersi congedato dall’esercito — lo confermano: l’ardente fede che osserva tra i musulmani rimetterà al centro delle sue riflessioni la questione della trascendenza, che aveva liquidato durante la sua adolescenza.
Contrariamente all’idea molto diffusa secondo la quale si sarebbe convertito improvvisamente entrando nella chiesa Saint-Augustin di Parigi, solo alla fine di un lungo percorso, anzitutto intellettuale, Foucauld riabbraccerà la fede. Due persone ebbero un ruolo determinante nel processo: Bossuet e la sua amata cugina Marie de Bondy. Quest’ultima gli aveva regalato per la sua prima comunione le Elévations sur les mystères, capolavoro del grande predicatore che riscoprirà a Parigi al suo rientro dal Marocco, nell’estate del 1886.
Charles provava allora un’inclinazione nuova per l’idea stessa di virtù, inclinazione rafforzata dal clima di dolcezza instaurato dalle presenze femminili di sua zia e delle sue cugine, dalle quali viveva, e nelle quali trovò «l’esempio di tutte le virtù unito alla visione di grandi intelligenze e di convinzioni religiose profonde», come scriverà alcun anni dopo. Per soddisfare quello slancio dell’anima, all’inizio però si volse verso i moralisti dell’antichità, quegli stessi filosofi «pagani» che anni prima l’avevano portato ad allontanarsi dalla fede cristiana, ma fra i quali trovava ormai «solo vuoto e disgusto». Anzi, con suo grande stupore, il modello di virtù professato da Bossuet lo riavvicinò alle sue aspirazioni profonde, al punto da fargli pensare che «la fede di una così grande mente (…) non era forse così incompatibile con il buon senso come (gli) era sembrato fino ad allora». Sua cugina Maria, che gli aveva fatto «sentire il calore e la bellezza» dell’opera di Bossuet, incarnava la forma più perfetta di quella «bellezza d’animo» che lasciava trasparire una virtù «così bella da avergli irrevocabilmente rapito il cuore». Fu allora che Charles decise di seguire dei corsi di religione nella cripta della chiesa Saint-Augustin, impartiti da Henri Huvelin, che diventerà poi il suo direttore spirituale. Da quel momento Charles de Foucauld manterrà una relazione epistolare costante con il prete, che considera un padre e che eserciterà su di lui una considerevole influenza.
La fedeltà di Foucauld verso la sua famiglia e i suoi numerosi amici è attestata da una fitta corrispondenza. Ma fu a sua cugina Maria — colei che aveva destato in lui il gusto del Vangelo e che chiamava «Madre» — che riservò il suo affetto più grande. Un affetto corredato da una profonda ammirazione reciproca, rivelata nel corso della biografia da molti passaggi dei loro scambi epistolari, quasi quotidiani.
Maria era per Charles una figura di santità, che consultava ogni volta che nasceva in lui un dubbio. Fu sempre lei a fargli scoprire la devozione al Sacro Cuore di Gesù, il quale diventerà il suo emblema. Quel cuore sovrastato da una croce che portava sulla sua veste liturgica e che faceva apparire nell’intestazione di tutte le sue lettere era anche il simbolo di ciò che Maria aveva risvegliato in lui: «Lei ha acceso il fuoco dell’Amore divino nel mio cuore dove si era tanto spento e mi ha salvato quando ero perduto», le scrisse il 2 luglio 1901, pochi giorni dopo la sua ordinazione e la sua prima messa nella festa del Santissimo Sacramento. Fu in quel momento che sentì la chiamata a una vita missionaria nel Sahara. Fratel Charles de Jésus aveva allora quarantatré anni.
«La palla è lanciata: chi la fermerà?», scrisse un giorno Huvelin riguardo al suo figlio spirituale. Una formula molto calzante che fa eco al motto della famiglia di Foucauld: «Mai indietro», e che divenne ancora più pertinente nell’ultima parte della sua vita, segnata da una seconda chiamata verso l’Africa del Nord. La chiamata assunse allora un carattere diverso, quello di una «vocazione speciale». Huvelin, all’inizio contrario all’idea di una partenza di Charles verso regioni così lontane, finì col comprenderne la dimensione spirituale. «Qualcosa lo spinge, qualcosa di irresistibile, credo» scrisse a Marie de Bondy.
Charles trascorse inizialmente tre anni a Beni Abbès, in Algeria, durante i quali si distinse per la sua lotta attiva contro la schiavitù. Ma non riuscendo a portare compagni nella fraternità che aveva eretta, decise su invito del comandante Laperrine di avvicinarsi ai tuareg, popolo che viveva nel cuore del deserto. A Tamanrasset, nella regione dell’Hoggar, quello che i tuareg chiamano il «marabut cristiano» non lesina sforzi: dal Natale 1905 iniziò a tradurre i vangeli in lingua tuareg e poi elaborò — con l’aiuto di un amico interprete — un vocabolario tuareg-francese. Scrisse anche testi in prosa sui costumi ancestrali di quel popolo, fondati sulle testimonianze degli anziani.
Questi lavori di ricerca, dal valore scientifico senza precedenti, erano in sintonia con l’apostolato di fratel Charles de Jésus: la diffusione della bellezza del cristianesimo con le sue opere e la sua bontà. In effetti, la sua rapida presa di coscienza dei limiti dell’evangelizzazione tradizionale tra il popolo tuareg gli aveva ispirato quest’intuizione, espressa in una lettera a monsignor Guérin: «Non bisogna predicare Gesù, ma preparare la sua predicazione». Proprio in questo apostolato originale, in questa ecclesiologia antropologica monsignor Maurice Bouvier, postulatore della sua causa di beatificazione e canonizzazione tra il 1990 e il 2011, ha percepito alcune intuizioni anticipatrici dello spirito del concilio Vaticano II.
«È nel momento in cui Giacobbe è in cammino, povero, solo, in cui si distende sulla nuda terra, nel deserto… è nel momento in cui si trova in questa dolorosa situazione di viandante isolato nel mezzo di un lungo cammino in un paese straniero e selvaggio, senza alloggio, è nel momento in cui si ritrova in questa triste condizione, che Dio lo ricolma di favori incomparabili». Questa meditazione biblica (ispirata a Genesi 28) di Charles de Foucauld, scritta durante il suo soggiorno a Roma nel dicembre 1896, riassume in modo particolarmente eloquente il suo percorso spirituale: quello di un uomo insaziabile nella sua sequela di Gesù, in costante ricerca nella sua vocazione.
Una meditazione che assume tratti eminentemente profetici nel momento in cui Charles, giunto a un crocevia della sua esistenza, sta per intraprendere un cammino che si annuncia abissale quanto quello di Giacobbe.
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Esercizi estremi dello spirito
di Lucetta Scaraffia
Sui santi, sui giganti della vita spirituale, sono stati scritti libri agiografici, biografie storiche o romanzate, ma mai nessuno aveva osato scrivere un’autobiografia immedesimandosi nel soggetto narrante a tal punto da confondere la sua vita con quella del personaggio stesso.
È proprio questa la specificità del libro di Pablo d’Ors L’oblio di sé(Milano, Vita e Pensiero, 2016, pagine 300, euro 20), che affronta dall’interno la vita di Charles de Foucauld. Personaggio complesso e intrigante sul quale si moltiplicano le biografie, sia per l’anniversario — il centesimo — della sua morte, sia per l’attualità della sua esperienza di cristiano appassionato che impara a vivere e a conoscere l’islam.
Le capacità di d’Ors di entrare nel personaggio si radicano in alcune innegabili somiglianze: l’origine aristocratica, la ricerca del silenzio come asse portante della via spirituale, il deserto, la scrittura. In un senso più profondo, probabilmente, hanno in comune la ricerca di Dio attraverso esercizi estremi dello spirito, per poi scoprirlo vivo e presente anche nella più umile e banale delle vite umane.
L’esistenza del visconte Charles de Foucauld, rimasto orfano da bambino, è stata per la prima fase la vita di chi protesta contro il suo destino, rifiutando di essere ciò che gli viene di volta in volta richiesto dalla famiglia e dalle circostanze: studente svogliato, soldato indisciplinato e licenzioso, comincia a rivelare coraggio solo grazie all’amore per il suo paese, che gli resterà per tutta la vita. L’esperienza nell’esercito coloniale, che in quegli anni stava portando a termine l’occupazione dell’Algeria, gli apre però nuove e decisive prospettive. Il deserto, un mondo sconosciuto del quale coglie immediatamente il fascino e la ricchezza, lo attira tanto da indurlo a cambiare mestiere: da militare si fa esploratore, e comincia a rivelare la tempra d’acciaio nel sopportare disagi e umiliazioni, nell’affrontare pericoli, che poi segnerà tutta la sua vita successiva.
Esploratore molto stimato, autore di un volume di ricerca geografica premiato in patria, Charles si accorge di non essere interessato al successo mondano e professionale, e sente l’impulso a tornare non solo alla religione dei suoi avi, per capirla meglio, ma addirittura a vestire l’abito trappista. Per tutta la sua vita, ma soprattutto in questa prima fase di incertezza e di ricerca, un ruolo centrale è svolto dalla cugina prediletta, Marie, dolce e credente, che gli starà a fianco fino alla fine con immutato affetto, sostegno e confidente. Sarà lei la destinataria delle sue memorie.
La vita nel monastero trappista segna l’inizio di un lungo e fecondo cammino spirituale, sempre alla ricerca di una più piena povertà, di una umiltà più totale, di una radicalità che lui considera fin dall’inizio come l’unica condizione per arrivare a Dio.
La chiave autobiografica permette di mettere al centro della narrazione sempre e solo la vita spirituale di Charles, di leggere i suoi tentativi di trovare la condizione adatta a lui — dal monastero di monache di Nazaret, dove faceva il giardiniere vivendo in un capanno degli attrezzi, agli eremi di fango che si costruisce con le sue mani nel deserto, prima a Beni Abbès poi fra i tuareg a Tamanrasset, dove morirà ucciso in un’incursione di predatori — e la sua crescente consapevolezza, fino all’illuminazione.
Una vicenda appassionante, un percorso vertiginoso che si legge come un romanzo di avventure, nel quale appaiono personaggi tratteggiati con grande finezza, come l’irlandese che lo inizia allo studio del deserto, o il comandante supremo delle oasi, che si perdeva spesso nella contemplazione del deserto e capiva profondamente la fascinazione che questo esercitava su Charles. Oppure i complessi e difficili rapporti con la popolazione locale, che si rasserenano e diventano per lui fonte di importanti esperienze spirituali quando abbandona ogni idea di evangelizzazione, per cercare solo la loro amicizia.
L’epica che accompagna come un filo rosso la vicenda è quella del fallimento: Charles fallisce come soldato, come esploratore, come trappista... ma anche come fondatore di un nuovo ordine di piccoli fratelli e sorelle che seguano la sua via. I piccoli fratelli si formeranno solo dopo la morte, mentre da questo punto di vista la sua vita sarà segnata da una completa solitudine. Ma è solo nel fallimento che si può pensare l’imitazione di Cristo, del messia che è morto in croce come un malfattore.
E, nel percorrere la strada della rinuncia, Charles apprezza il fatto di avere avuto qualcosa di importante a cui rinunciare: «Senza la ricchezza né i titoli nobiliari, senza onori, non avrei potuto disfarmi di quei titoli e di quegli onori, di quella ricchezza; e senza una rinuncia significativa — come richiesto a una trappa — le mie scelte sarebbero state meno credibili, e probabilmente meno salde e durature».
Neppure la trappa era abbastanza mortificante per lui, che ammette senza reticenze di essere sempre stato un esagerato, ma, scrive «non mi vergogno di aver esagerato, perché non concepisco l’amore senza esagerazione».
In alcuni momenti della vita, come a Nazaret, Charles ha sfiorato la pazzia, che si confonde con la visione mistica forse anche nella vita di altri santi, sembra suggerire d’Ors. Ma sarà nell’eremo che si era costruito nel deserto, a Beni Abbès che, dopo un lungo periodo di fatiche e delusioni, Charles vive la sua notte oscura, che lo porta a comprendere quello che definisce «uno dei misteri più insondabili del cristianesimo», cioè «così come Dio ha creato il mondo dal nulla, a quanto dicono le Sacre Scritture, allo stesso modo — dal nulla — crea ogni singola anima che si lascia lavorare e plasmare da Lui. Il nulla è necessario alla creazione. Il nulla è il nocciolo dell’esperienza mistica perché (il) nulla è Dio».
È solo quando riesce ad abbandonare ogni progetto di evangelizzazione, a rinunciare a tutto, che l’eremita riesce a trovare Dio nelle persone che incontra, nei poveri che ascolta e aiuta, e poi perfino nelle cose, negli oggetti di ogni giorno. «Essere testimoni del Vangelo — comprende — non significa soltanto testimoniarlo dinnanzi al mondo, bensì essere capaci di captarne le testimonianze in ogni dove».
Ma è Charles o Pablo che sta parlando? La sovrapposizione completa fra scrittore e personaggio dell’opera, nella quale cade completamente il lettore, emerge con chiarezza alla fine, quando Charles, poco prima di morire, riflette sul silenzio dal suo eremitaggio sul monte dell’Assekrem: «Ho l’impressione che più si è ricchi dentro e più si è silenziosi. Il silenzio è la manifestazione più eloquente di un’interiorità feconda: il rumore, invece, è l’atto di terrorismo più efficace contro l’anima» perché — continua — «ho passato la vita intera a esercitarmi per poter ascoltare Dio, ma Lui, misteriosamente, mi ha offerto solo silenzio. C’è chi pensa che il silenzio sia la prova irrefutabile dell’inesistenza di Dio. Da parte mia, credo sia proprio l’opposto: il silenzio è il suo linguaggio migliore, la perfetta dimostrazione della libertà che ci concede e, dunque, del suo immenso amore».
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Una via attuale
di Bernard Ardura
A un secolo dalla fine della sua vita terrena, Charles de Foucauld ci propone una via più che mai attuale per la diffusione del Vangelo, il primo compito affidato da Gesù ai suoi discepoli. Missionario nel più profondo della sua anima, Charles de Foucauld già nel 1902, ossia alcuni mesi dopo il suo arrivo a Beni Abbès, si rende conto di trovarsi in mezzo a un guarnigione militare francese i cui membri sono in maggioranza indifferenti nei confronti della religione. Il mondo circostante, inoltre, è interamente musulmano. Charles parte allora dalla parabola della pecorella smarrita, ma da un punto di vista radicalmente differente: «Occuparmi specialmente delle pecore smarrite. Non lasciare le novantanove pecore smarrite per tenermi tranquillamente nell’ovile con la pecora fedele. Correre dietro le pecore smarrite, come il buon pastore».
Facendo eco a questi pensieri di Charles de Foucauld, Papa Francesco commentava, il 17 giugno 2013, la stessa parabola rivolgendosi ai partecipanti al convegno ecclesiale della diocesi di Roma: «Ah! È difficile. È più facile rimanere a casa, con una sola ed unica pecorella! È più facile con questa pecorella, pettinarla, accarezzarla..., ma noi, preti, e voi, cristiani, tutti: il Signore vuole che siamo dei pastori e non dei pettinatori di pecorelle; dei pastori!».
L’uomo silenzioso del Sahara, uomo di adorazione e di preghiera, che si è fatto «fratello universale», sempre accogliente per tutti, si proponeva di «gridare il Vangelo sui tetti con tutta la mia vita». Questa è stata la via aperta dal «missionario isolato», il cui esempio ha ispirato e continua a ispirare innumerevoli pastori e fedeli.
Quando Charles de Foucauld elabora gli Statuti della congregazione, di cui già da anni porta il progetto nel cuore, riassume in poche parole un ideale missionario che parte da una convinzione: ogni battezzato è invitato a vivere come Gesù. «In ogni cosa, domandarci ciò che Gesù farebbe al nostro posto, e farlo». Nell’elaborare gli Statuti, de Foucauld fissa le priorità: «Amore fraterno di tutti gli uomini: vedere Gesù in ogni essere umano; in ciascuna anima, vedere un’anima da salvare; in ogni uomo vedere un figlio del Padre celeste; essere caritatevole, benevolo, umile, coraggioso con tutti; pregare per tutti gli uomini, offrire le proprie sofferenze per tutti, essere un modello di vita evangelica, mostrare attraverso la propria vita cosa è il Vangelo... farsi tutto a tutti per guadagnare tutti a Gesù».
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Al cuore delle masse
Nel giugno 1953, da pochi mesi alla guida della Segreteria di Stato vaticana come pro-segretario di Stato per gli affari ordinari, Giovanni Battista Montini — che esattamente dieci anni dopo sarebbe divenuto papa prendendo il nome di Paolo VI — scrisse la prefazione a un libro rimasta inedita e pubblicata quasi mezzo secolo più tardi, nel 1998. La richiesta era arrivata all’alto prelato da René Voillaume, fondatore e priore generale dei Piccoli fratelli di Gesù, ispirati alla figura di Charles de Foucauld. Il religioso francese (1905-2003) aveva chiesto a Montini di scrivere la prefazione alla seconda edizione della traduzione italiana del suo Au coeur des masses. La vie religieuse des Petits Frères du père de Foucauld. Il volume era stato pubblicato in Francia nel 1950 e in seconda edizione due anni dopo, e da poco era uscito in Italia con il titolo Come loro. La vita religiosa dei Piccoli fratelli di Padre de Foucauld (Roma, 1952). Era stato verso la fine della guerra che Montini aveva conosciuto Voillaume, e con lui Magdeleine Hutin, fondatrice delle Piccole sorelle di Gesù. Fu questo l’inizio di un rapporto e di un’amicizia che continuarono anche dopo l’elezione al papato e di cui è un primo segno questa prefazione, che pubblichiamo per intero sul sito dell’Osservatore Romano. Nel 1968 il fondatore dei Piccoli fratelli predicò gli esercizi spirituali in Vaticano e ne trasse un libro uscito in Francia l’anno successivo e subito tradotto in italiano (Con Gesù nel deserto, Brescia, 1969) con una prefazione di Virgilio Levi, in quegli anni segretario di redazione dell’Osservatore Romano. (g.m.v.)
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Come un chicco di grano
Sono un vecchio peccatore che, all’indomani della sua conversione, quasi vent’anni fa, è stato attirato con forza da Gesù a vivere la vita nascosta di Nazaret. Da allora, mi sforzo di imitarLo, ma miseramente, purtroppo! Ho passato molti anni in questa cara e benedetta Nazaret, domestico e sacrestano del convento delle clarisse. Ho lasciato quel luogo benedetto solo per ricevere, cinque anni fa, l’ordine sacro. Prete libero della diocesi di Viviers, i miei ultimi ritiri di diaconato e di sacerdozio mi hanno mostrato che questa vita di Nazaret, la mia vocazione, non dovevo viverla in Terra Santa, anche se molto amata, ma tra le anime più malate, le pecore più sperdute, più abbandonate: questo banchetto divino di cui sono diventato ministro, dovevo presentarlo non ai fratelli, ai parenti o ai vicini ricchi, ma ai più zoppi, ai più ciechi, ai più poveri, alle anime più abbandonate che hanno più bisogno di sacerdoti. Da giovane ho percorso in lungo e in largo l’Algeria e il Marocco: in Marocco, grande quanto la Francia, con dieci milioni di abitanti, nell’entroterra non c’è neanche un sacerdote; nel Sahara algerino, sette, otto volte più grande della Francia, più popolato di quanto si credeva un tempo, ci sono solo una dozzina di missionari. Poiché nessun altro popolo mi sembrava più abbandonato di quelli, ho chiesto e ottenuto dal Prefetto apostolico del Sahara il permesso di stabilirmi nel Sahara algerino per condurvi, in solitudine, nella clausura e nel silenzio, nel lavoro manuale e in santa povertà, solo o con qualche altro prete o laico, fratelli in Gesù, nell’Adorazione perpetua del Santissimo Sacramento, se il buon Dio mi dona qualche fratello, una vita il più conforme possibile alla vita nascosta dell’amato Gesù a Nazaret. Tre anni e mezzo fa, mi sono stabilito qui, a Beni Abbès, nel Sahara algerino, proprio al confine con il Marocco, cercando, molto miseramente, molto tiepidamente, di vivervi la vita benedetta di Nazaret; finora sono stato solo: «il chicco di grano che non muore, rimane solo». Preghi Gesù affinché io muoia a tutto ciò che non è Lui e la Sua volontà. Una piccola valletta è la mia clausura da dove esco solo quando un dovere molto imperioso di carità mi costringe a farlo — in mancanza di un altro prete (il prete più vicino è a 400 km a Nord) — a portare Gesù in qualche luogo… Sono stato così costretto a viaggiare, per lungo tempo, nel 1904… Ma eccomi ora rientrato nella mia clausura, ai piedi del divino Tabernacolo, per condurvi sotto gli occhi dell’Amato una vita tanto simile a quella della divina casa di Nazaret quanto me lo permette la miseria del mio cuore... Lei capisce ora quanto mi sta a cuore il suo Gesù Adolescente! Quanto mi hanno commosso le pagine in cui dipinge il Modello che da vent’anni mi sforzo d’imitare! La sua partenza per la Terra Santa mi commuove. L’amo tanto, questa cara Terra Santa, e soprattutto Nazaret!
Charles de Jésus, prete 8 aprile 1905
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Fratello universale
Per commemorare il centenario della scomparsa di fratel Charles de Jésus, la diocesi di Viviers — dove è stato ordinato — ha incaricato lo sceneggiatore e musicista Francesco Agnello di realizzare uno spettacolo teatrale che ne ripercorra il percorso spirituale. Intitolata Fratello universale in riferimento al suo instancabile intento di creare ponti a prescindere dalle culture e dalle frontiere, l’opera — accompagnata da una musica suggestiva — ha una scenografia molto sobria allo scopo di mettere in risalto il fervore spirituale degli scritti del beato. A partire dal dicembre scorso, lo spettacolo è andato in scena in diverse città francesi: gli ultimi due appuntamenti saranno i prossimi 14 e 21 dicembre nella chiesa di Sant’Agostino a Parigi. Lì dove si è compiuta la conversione di Charles de Foucauld.
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Racconta Liliana Cavani
di Silvia Guidi
«La sua è stata una partecipazione totale all’esistere. Una vita dedicata al mondo; più nel mondo di così si muore» ci dice Liliana Cavani ricordando il documentario che nel 1964 ha dedicato ai Piccoli fratelli di Gesù e alla spiritualità di Charles de Foucauld; una vita che più si allontana nel tempo più appare libera, affascinante, misteriosamente feconda. «Gli interessava — continua — testimoniare, essere presente, vedere, osservare, contagiare con lo spirito. Si fece monaco per questo, la solitudine in realtà era una continua occasione di incontro. Per anni ha fatto il giardiniere a un piccolo gruppo di clarisse, dormendo nella chiesetta del convento o nella baracca degli attrezzi nell’orto, poi ha scelto di vivere tra i tuareg, e di custodire la memoria della loro lingua».
Gesù mio fratello, vita e spiritualità di Charles de Foucauld e dei piccoli fratelli di Gesù è nato da una proposta di Pier Emilio Gennarini, dirigente Rai di grande competenza e grande passione per il suo lavoro. «Nella vita, credo, non ha firmato quasi nulla» ricorderà Furio Colombo, rievocando la vivacità culturale della Radio televisione italiana dei primi anni Sessanta «ma lo reputo il miglior giornalista mai incontrato in diverse e variegate carriere. Era il tipo che di fronte all’incertezza — “Ma lo posso fare?” — replicava: “Se pensi che sia la cosa giusta, prova. È un rischio, ma perché rinunciare?”».
Fu possibile realizzare il documentario anche grazie all’amicizia con padre René Voillaume, priore generale dei Piccoli fratelli fino al 1965, e al suo archivio su padre Charles. «Alcuni di loro lavoravano in una fabbrica metallurgica di Marsiglia ma non era possibile filmarli all’interno dello stabilimento. Altri vivevano in Libano e in Siria. Ricordo uno di loro, medico oculista, addolorato perché tanti bambini avevano patologie gravi agli occhi. E le sorelle che vivevano a Damasco, in una bidonville, una lavorava in una fabbrica di valigie, un’altra aiutava gratuitamente le famiglie in difficoltà prendendosi cura dei figli piccoli. Si rimboccavano le maniche e facevano servizio, lavorando e pregando. Uno di loro, autista di camion, mi diceva “Io prego per quelli che non hanno il tempo di farlo, o non ne hanno voglia”. Vivevano mescolati alla gente. Non volevano interviste in pubblico. A Marsiglia li ho filmati in un piccolo appartamento molto modesto, o da lontano, mentre andavano al lavoro in bicicletta, in una raffineria vicina al porto. Tanti di loro erano molto giovani; ricordo il loro priore, un milanese dolcissimo. Un’attività silenziosa ma molto efficace. Una vera libertà interiore, riproposta ogni giorno, mai stantia, mai ripetitiva, sempre fresca, un modo di vivere simile a quello dei francescani primitivi».

L'Osservatore Romano

In attesa del Veniente

Raymond Depardon, Berlino Est, il muro tra la Porta di Brandeburgo e Potsdamer Platz, 11 novembre 1989.
Raymond Depardon, Berlino Est, il muro tra la Porta di Brandeburgo e Potsdamer Platz, 11 novembre 1989.


4 dicembre 2016
II domenica di Avvento - Anno A

di ENZO BIANCHI

Brevi note sulle altre letture bibliche

Isaia 11,1-20

Quando il popolo di Israele è invaso, minacciato dalle potenze di questo mondo ed è diventato come un albero abbattuto, ridotto a un tronco (cf. Is 6,13), ecco l’azione di Dio: da quel tronco fa spuntare un germoglio che si nutrirà della linfa dell’albero abbattuto. Giunge dunque un discendente di Iesse, un nuovo David ricolmo dei doni dello Spirito di Dio: il suo respiro sarà il timore del Signore, la piena obbedienza a lui e alla sua volontà. Per questo sarà un giudice che non guarda alle apparenze, ma non sarà neppure bendato, perché vedrà nel cuore degli umani e inaugurerà un tempo nel quale giungerà la pace cosmica e la conoscenza del Signore riempirà la terra. Oggi, come allora, attendiamo questo compimento, sapendo che il discendente di Iesse ha un volto: quello di Gesù di Nazaret, il figlio di David, il Messia del Signore.

Lettera ai Romani 15,4-9

L’Apostolo ricorda ai cristiani che, nelle difficoltà della vita comunitaria, nelle tensioni tra forti e deboli, tra conservatori e innovatori, nei conflitti che possono sorgere anche tra discepoli di Gesù, occorre che ognuno accolga l’altro come fratello o sorella, cercando di assumere i sentimenti e i pensieri di Cristo. Ognuno è stato accolto, carico dei propri debiti, da Cristo, che lo ha perdonato e gli ha usato misericordia, e lo stesso deve fare nei confronti dell’altro, nella speranza della venuta del Signore. La parola di Dio contenuta nelle Scritture sempre ci illumina, ci sostiene, ci consola, ci indica il compimento della promessa del Signore, il suo giorno.

Mt  3,1-12

1 In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea 2 dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».
3 Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse:
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
4 E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. 
5 Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui 6 e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
7 Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente? 8 Fate dunque un frutto degno della conversione, 9 e non crediate di poter dire dentro di voi: «Abbiamo Abramo per padre!». Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. 10 Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. 11 Io vi battezzo nell'acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 12 Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

Prima della venuta del Signore, del giorno del Signore, secondo alcuni esperti delle sante Scritture sarebbe venuto il profeta Elia per preparare il popolo all’incontro con Dio, Salvatore e Giudice. Questa speranza è confermata da Gesù, che però invita a discernere tale presenza profetica in Giovanni il Battezzatore, venuto tra quelli che non l’hanno riconosciuto ma hanno fatto di lui ciò che hanno voluto (cf. Mt 17,10-13). Proprio perché nell’Avvento si attende la venuta del giorno del Signore, e dunque del Figlio dell’uomo, la chiesa ci fa sostare sul ministero di Giovanni: ministero di preparazione della strada per la manifestazione di Gesù a Israele. La sua predicazione, infatti, è più che mai attuale in questo tempo “ultimo”, in cui il Signore viene.
“Giovanni sopraggiunge” (paraghínetai) come predicatore nel deserto della Giudea, a sud-est di Gerusalemme, nelle terre attorno al Giordano, affluente del mar Morto. Sembra un profeta dell’antica alleanza, e lo è dopo almeno cinque secoli di silenzio della profezia nel popolo di Dio. Ha i tratti del profeta Elia: un vestito di peli di cammello (cf. 2Re 1,8Zc 13,4), una cintura di cuoio, un nutrimento ascetico fornitogli dai frutti del deserto. Come Elia, chiama il popolo alla conversione, a ritornare al Signore prima del suo giorno: “Convertitevi, perché il regno dei cieli si è avvicinato!”. A questo annuncio nuovo le folle accorrono da Gerusalemme e dalla Giudea, accogliendo l’invito del profeta: confessano i loro peccati, si fanno responsabili davanti a Dio del male operato, si pentono e con un’azione decisa e vissuta, l’essere immersi da Giovanni nelle acque del Giordano, testimoniano la loro purificazione e il loro mutamento di vita. È come un nuovo inizio, anche perché Giovanni appare come il profeta designato da Isaia quale annunciatore della definitiva liberazione, del nuovo esodo, della creazione di cieli nuovi e terra nuova (cf. Is 40,1-11).
Giovanni dunque è ascoltato dalle folle, ma sa anche discernere al loro interno quanti ricorrono a lui solo per soddisfare la propria religiosità: sono persone che in realtà non si convertono, non cambiano vita e modo di pensare, ma sono sempre disponibili a vivere riti e a compiere ciò che la religione richiede. Matteo identifica queste persone in farisei e sadducei (attenzione a non tipizzare, soprattutto il primo gruppo!), cioè negli uomini religiosi esperti della dottrina e zelanti nel loro comportamento secondo la Legge. Ecco allora l’invettiva del Battista: “Razza di vipere (cf. Sal 140,4)! Chi è il vostro vero suggeritore? È colui che vi ispira di sfuggire alla passione per la giustizia di Dio, fingendo e aumentando le azioni rituali?”. Sono credenti che non ascoltano le parole di Giovanni, non riconoscono in lui le parole del Signore, eppure vengono al suo battesimo… Per loro il rito va benissimo, mentre fare la volontà di Dio e vivere ciò che il rito dovrebbe significare, no! Hanno dentro di sé certezze: sono figli di Abramo, hanno il senso dell’appartenenza al popolo eletto e scelto da Dio, sanno invocare Dio come il Dio con loro. Giovanni però con la sua predicazione manda in frantumi queste certezze e garanzie: “Non crediate di poter dire dentro di voi: ‘Abbiamo Abramo per padre!’, perché Dio può creare figli di Abramo dalle pietre del deserto”. Ormai il giorno del Signore è vicino e il Giudice si sta manifestando come una scura che abbatte alla radice l’albero che non dà frutti buoni, destinandolo al fuoco.
Le immagini della predicazione del Battista sono dure, destano timore, ma in realtà sono quelle tipiche di tutti i profeti, che hanno annunciato il giorno del Signore a quanti contraddicevano la sua volontà vivendo invece formalmente (cioè da ipocriti!) l’alleanza con Dio. Giovanni mette in luce quella rottura che sarà portata a pienezza da Gesù: rottura con i legami di sangue, con l’appartenenza etnica. Figli di Abramo lo si è non per appartenenza carnale, ma perché si vive l’obbedienza e l’adesione a Dio da lui vissute, dirà Paolo (cf. Rm 4,1-3Gal 3,6).
Giovanni però non vuole che l’attenzione si concentri su di sé e tanto meno vuole apparire lui come il Giudice: costui è veniente, anzi sta dietro (opíso) a lui ed è più forte di lui. Il Battista non si sente nemmeno degno di essere suo servo, portandogli i sandali. Colui che viene è il Giudice che immerge non in acqua, ma nel fuoco escatologico dello Spirito di Dio: non più un rito, ma un evento ultimo e definitivo. Giovanni fa dunque l’ultima chiamata alla conversione, prima della venuta del regno dei cieli ormai imminente; nello stesso tempo, manifesta la sua fede in Gesù, già presente tra i suoi discepoli, che presto sarà manifestato a Israele come “il Veniente” (ho erchómenosMt 11,3; 21,9; 23,39). Solo a lui spetta il giudizio definitivo, descritto dal suo precursore con un’immagine apocalittica: “Tiene in mano il ventilabro, per separare la pula dal buon grano. Al passaggio del vento la pula sarà portata via e poi bruciata, mentre il grano sarà raccolto nei granai”.
Sì, di fronte a questi annunci e a queste immagini è doveroso provare sentimenti di timore. Il giudizio è un evento serio ma, quando avverrà, sarà nient’altro che la manifestazione di ciò che ciascuno di noi ha operato ogni giorno, scegliendo il bene o il male. Siamo noi stessi a darci il giudizio, ora e qui: il giudizio non è una spada di Damocle che pende sulla nostra testa, ma un evento che decidiamo oggi. Ecco come la chiesa ci attualizza la predicazione di Giovanni il Battista sulla venuta gloriosa del Figlio dell’uomo.

Raymond Depardon, Berlino Est, il muro tra la Porta di Brandeburgo e Potsdamer Platz, 11 novembre 1989.

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Jean-Pierre Montagne, capo del dipartimento fotografico di Liberation, mi aveva contattato per dirmi della caduta del Muro e chiedermi di recarmi sul posto immediatamente per fotografare l’evento. La città era come una terra di nessuno. Il muro cadde la notte del 9 novembre 1989, ma tutti i fotografi arrivarono il giorno dopo, il 10. Scattai la foto del ragazzo sul muro l’11 novembre. Il muro non era ancora caduto del tutto e le sue rovine simboliche erano ancora là. A metà del rullino mi concentro su un giovane, un punk della zona Ovest che all’improvviso comincia a urlare. Così cattura la mia attenzione. Lui urla, io afferro la macchina e scatto.” Così Raymond Depardon racconta la nascita di questa immagine. E’ una di quelle immagini imprescindibili della storia europea contemporanea. 
Che cosa la rende tanto interessante ai nostri occhi? Che cosa rende questa immagine iconica? La maestria di selezionare l’inquadratura adatta a valorizzare il soggetto e il contesto. Nelle foto precedenti e successive a questo scatto l’inquadratura è satura di persone che sono ai piedi del muro e guardano il ragazzo. L’occhio non sa dove soffermarsi ci sono troppi elementi che lo richiamano. Questa foto invece pone il soggetto al centro dell’immagine (riga verde della composizione) tra due campi: un pieno sottostante e il vuoto del cielo dove la potenza dell’urlo si amplifica.
Ho riprodotto con delle righe tratteggiate bianche per capire meglio come in un attimo l’occhio attento del fotografo è riuscito a “inquadrare” il soggetto dando equilibrio a tutta l’immagine.
Composizione dell'immagine
Composizione dell'immagine
In più l’inquadratura sottolinea in maniera forzata le linee di fuga marcatamente oblique (linee rosse della composizione). Questo senso prospettico fa immaginare al nostro occhio la direzione dell’urlo del giovane che ho sottolineato con la linea gialla tratteggiata. In questo caso non c’è nessun oggetto fisico che segna questa linea, ma il volto e lo sguardo del giovane rendono chiara la direzione.
La didascalia di questa doto potrebbe essere : “In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!”.
Un urlo liberatorio perché la liberazione sta arrivando, il muro sta cadendo e allo stesso tempo un urlo di rabbia verso tutto ciò che fino a quel momento ha impedito che crollasse. E' una gioia tale che tutti devono accorrere, tutti devono sapere: la libertà è vicina! C’è speranza nei suoi occhi, qualcosa di incredibile sta avvenendo, la storia sta cambiando, e lui lo sta vedendo. Vicino alle sue mani c’è un martello con il quale martellare il simbolo della divisione di una città.
La sua è una posizione in bilico precisamente al di sopra di uno spartiacque: questo è Giovanni, seduto sul fronte che divide la storia di Israele tra ciò che è prima e ciò che è dopo l’avvento del Messia. Anche questo giovane sta dando una direzione attraverso il suo sguardo e il suo urlo: c'è già qualcosa che va oltre quello che sta vivendo. Così come Giovanni indica qualcuno che verrà dopo di lui. Come questo giovane anche Giovanni è carico di speranza per ciò che avverrà. Saldo, ma allo stesso tempo sempre a rischio di cadere. E’ l’incertezza di chi apre una nuova strada, di chi deve affidarsi perché qualcosa “proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Is 43,19).

Card. Gerard Müller: Presentazione di Kiko Argüello, "Annotazioni 1988-2014". Integrale.

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Riflessioni sul volume di
Kiko Argüello, Annotazioni 1988-2014
di Gerhard Card. Müller
Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede
In data 15 maggio 2016, la Congregazione per la dottrina della fede, con l’approvazione di Papa Francesco, ha pubblicato la lettera Juvenescit ecclesia, sulla relazione tra doni gerarchici e carismatici per la vita e la missione della Chiesa. La lettera, indirizzata ai vescovi della Chiesa cattolica, riprende una formula della Costituzione Dogmatica Lumen gentium (art. 4), affermando che lʼinterazione tra ministeri e carismi andrebbe compresa solamente nellʼambito dellʼintegrale concezione sacramentale della Chiesa come popolo di Dio, Corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo.
Le reazioni dei vescovi, degli ordini religiosi e delle comunità spirituali sono state, per la maggior parte, positive, constatando che la Juvenescit ecclesia poteva essere considerata non solo utile, ma anche auspicabile.
Durante la conferenza stampa di presentazione del documento magisteriale, solo uno degli interlocutori ha sollevato una domanda curiosa, chiedendo per quale motivo la Congregazione per la Dottrina della Fede ha scelto proprio quel momento per rivolgersi al pubblico e verso chi intendeva puntare il dito. Con ciò, chi poneva la domanda voleva dunque affermare che il vero messaggio non era né il contenuto né la comprensione della dottrina della Chiesa, ma che, sullo sfondo di tutto questo, ci sarebbe un gioco politico di potere e influenza. A mio parere, però, qui subentra lʼermeneutica fatale del sospetto, che non riesce ad afferrare la verità, ritenendo che essa serva soltanto in funzione di una lotta di potere diplomaticamente “camuffata”. Nella Chiesa, però, si tratta della verità in senso teologico, e non del potere in senso politico. Solo la verità di Dio rende liberi. Le ideologie degli uomini invece schiavizzano altri uomini, mirando al controllo dei loro pensieri. E questo accade quando lʼuomo “finito” oppure un partito, crede di dover elevare la sua limitata conoscenza a misura assoluta per i suoi simili, ignorando che solo il Dio che è in Cristo è la verità che ci illumina e ci libera dai limiti di tutto ciò che è finito, conducendoci alla pienezza della vita.
Il Magistero del Papa, però, che egli esercita anche tramite la Congregazione per la Dottrina della Fede, è orientato solamente ed esclusivamente verso la verità della Rivelazione, avendo come scopo lʼeterna salvezza dei fedeli e il bene comune di tutta la Chiesa. La Chiesa, nella sua forma sacramentale e nella sua vita di grazia sorretta dai doni dello Spirito Santo, non fu istituita da Cristo, Figlio di Dio, diventando Suo Corpo, per inseguire ambizioni terrene come potere e ricchezza, o soddisfare la vanagloria di alcuni, «bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione» (LG 8).
Con le sue affermazioni e prese di posizione, il magistero vuole dunque ricordare i contenuti e i principi della fede rivelata, affinché possano portare frutto nella vita attuale della Chiesa. Il primo capitolo della Lumen gentium, che parla dei doni gerarchici e carismatici, è incentrato sul mistero della Chiesa come tale. San Cipriano di Cartagine definisce la Chiesa come «un popolo adunato dallʼunità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo» (De orat. Dom., 23). L’iniziativa salvifica di adunare il popolo dellʼAlleanza, parte dal Padre e diventa realtà storica nellʼincarnazione della Parola in Gesù Cristo, Figlio del Padre. Ed è per questo che la Chiesa di Cristo è segno e strumento dellʼintima unione degli uomini con Dio e dellʼunità di tutto il genere umano nellʼamore divino (LG 1). Compiuta lʼopera salvifica di Dio nella storia, Egli mandò il Paraclito, lo Spirito del Padre e del Figlio, affinché potesse continuamente santificare la Chiesa e far sì che noi, tramite il Figlio, avessimo sempre accesso al Padre. Lʼintera opera santificante della Chiesa, che si realizza nellʼannuncio della Parola, nella celebrazione dei sacramenti e nella guida dei fedeli ad opera dei pastori istituiti da Dio, nonché nella loro missione rivolta allʼesterno, attinge forza divina dallo Spirito Santo. La triplice azione della Chiesa, e cioè martyrialeiturgia e diakonia, non è dunque mera attività umana, in grado solo di indicare un Dio lontano, ma piuttosto espressione della cooperazione tra Dio e gli uomini, affinché Dio possa agire tramite noi, e anche noi, nelle nostre attività umane – e cioè nella preghiera, nel pensiero e nellʼazione – possiamo agire per il Regno di Dio, assumendoci la piena responsabilità nella nostra qualità di collaboratori della Sua grazia e verità. Perciò, la Chiesa non è soltanto – per dirla in termini protestanti – creatura della Parola di Dio, oggetto passivo del Suo agire nella giustificazione dei peccatori o nel dichiarare loro giusti, perché ciò permetterebbe che la distanza infinita tra il Dio santo e il peccatore esista per sempre. La Chiesa è piuttosto – per dirla in termini cattolici – purificata e santificata in Cristo. Essendo il Suo Corpo, la Chiesa vive in eterna unione con Cristo, suo Capo. Nonostante Capo e Corpo siano due cose diverse, essi formano unʼunità organica di vita. «Al contrario, − afferma San Paolo − vivendo secondo la verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa verso di lui, che è il Capo, Cristo dal quale tutto il Corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura, secondo l’energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità» (Ef 4,15s). La Chiesa, quindi, non solo viene santificata, ma, nellʼannuncio e soprattutto nei sacramenti, essa comunica la vita santa della grazia, in modo che il peccatore possa essere chiamato “giustificato” ed esserlo veramente, e noi non fossimo solo chiamati figli di Dio, ma esserlo realmente (1 Gv 3,1). La Chiesa non è solo oggetto, ma anche strumento dellʼopera salvifica di Dio, e perciò con Cristo, suo Capo, essa è anche soggetto della mediazione della salvezza che è soltanto opera di Cristo. La Chiesa, quale sacramento della salvezza del mondo in Cristo, è vera mediatrice della salvezza degli uomini. Per cui, «lo Spirito dimora nella Chiesa e nei cuori dei fedeli come in un tempio (cfr. 1 Cor 3,16; 6,19) e in essi prega e rende testimonianza della loro condizione di figli di Dio per adozione (cfr. Gal 4,6; Rm 8,15-16 e 26). Egli introduce la Chiesa nella pienezza della verità (cfr. Gv 16,13), la unifica nella comunione e nel ministero, la provvede e dirige con diversi doni gerarchici e carismatici, la abbellisce dei suoi frutti (cfr. Ef 4,11-12; 1 Cor 12,4; Gal 5,22). Con la forza del Vangelo la fa ringiovanire, continuamente la rinnova e la conduce alla perfetta unione col suo Sposo. Poiché lo Spirito e la sposa dicono al Signore Gesù: Vieni (cfr. Ap 22,17)» (LG 4).
La distinzione tra doni gerarchici e doni carismatici non corrisponde alla distinzione tra chierici e laici, in quanto lʼessere cristiani di tutte le membra del Corpo di Cristo, che è la Chiesa, ha un fondamento sacramentale. Attraverso il Battesimo e la Cresima veniamo inseriti nel mistero della santa Chiesa; attraverso i sacramenti della Penitenza e dellʼEucaristia la vita in Cristo viene purificata e nutrita, mentre nel matrimonio i coniugi vengono fortificati con la grazia di Cristo. Tutti partecipano completamente alla vita santa e allʼazione santificante della Chiesa, e cioè a tutte le principali attività della messa, della sollecitudine per la salvezza di tutti e della carità. È ciò che noi chiamiamo apostolato dei laici, che è l’esercizio del sacerdozio comune, regale e profetico del popolo di Dio, ma anche la vocazione di tutti i cristiani alla santità.
Il sacerdozio sacramentale dei pastori della Chiesa non si colloca in contrapposizione alla partecipazione di tutti i battezzati alla missione della Chiesa in forza di Cristo, maestro, sacerdote e re della Nuova Alleanza, ma è indissolubilmente legato ad essa. Esso viene esercitato nei gradi gerarchici dellʼepiscopato e del presbiterato, assistiti dai diaconi. Tutti i fedeli e i loro pastori, a loro volta, sono affidati alla cura pastorale universale del successore di Pietro: il Papa, vescovo di Roma. A tutti i fedeli e pastori vengono elargiti, oltre il mandato sacramentale per lʼinsegnamento e la guida della Chiesa, anche i doni personali dello Spirito Santo. Ogni prete, per esempio, ha la potestà di conferire ai malati gravi o ai moribondi il sacramento dellʼunzione degli infermi. Ci possono essere casi, però, in cui il vescovo sceglie di affidare il compito di cappellano ospedaliero a un’altra persona che si è dimostrata particolarmente sensibile nel relazionarsi con le persone malate. O, per fare un altro esempio ancora: fermo restando che i laici non possono esercitare lʼautentico magistero del Papa, dei vescovi e dei sacerdoti ordinati, che viene conferito soltanto mediante il sacramento dell’ordinazione, nulla impedisce, invece, che un fedele riceva, dallo Spirito Santo, il carisma dell’insegnamento. Nel capitolo 12 della sua Lettera ai Romani, San Paolo elenca i doni che lo Spirito Santo ha elargito ad alcuni di loro: il dono della profezia, dellʼinsegnamento, del servizio, della carità e dellʼesortazione, che, però, servono all’edificazione della Chiesa, in verità e amore solo nella misura della fede (Rm 12,6-8). Contrariamente agli apostoli, ai profeti e ai maestri che Dio ha posto nella Chiesa (1Cor 12,28), il cui ufficio viene esercitato, nella Chiesa postapostolica, dai vescovi e dai sacerdoti, i laici che hanno il carisma dello Spirito possono insegnare e vivere la fede, dando un esempio agli altri, per esempio con una catechesi in famiglia o nella comunità.
E mentre il popolo santo di Dio partecipa dellʼufficio profetico di Cristo per mezzo di una vita di fede e di carità (LG 12), lo Spirito Santo dona carismi da quelli più semplici a quelli “più straordinari” – come quelli dei fondatori di ordini, famiglie o movimenti religiosi, i quali, “siccome sono soprattutto adatti alle necessità della Chiesa e destinati a rispondervi, vanno accolti con gratitudine e consolazione” (LG 12). Perciò, per far sì che la Chiesa non venga frammentata nei suoi vari uffici, ministeri e carismi, ma ricomposta nella sua varietà per formare ed edificare lʼunità in Cristo, sullʼunità di tutto il popolo di Dio, espressa nella varietà delle vocazioni e dei carismi, vegliano, per la Chiesa universale, il magistero ecclesiale affidato al Papa, e, per le chiese locali, il magistero dei vescovi. «Il giudizio sulla genuinità dei carismi e sul loro uso ordinato appartiene a coloro che detengono l’autorità nella Chiesa; ad essi spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cfr. 1 Ts 5,12 e 19-21)» (LG 12).
Nell’esercizio del mandato conferito loro da Cristo, i papi hanno analizzato, accompagnato e promosso il Cammino Neocatecumenale in varie fasi. Fu Papa Benedetto XVI che, in data 11 maggio 2008, diede ai loro statuti lʼapprovazione canonica, riconoscendo così anche il carisma dei fondatori come azione dello Spirito Santo rivolta all’edificazione spirituale e pastorale della Chiesa e approvando questo cammino di evangelizzazione del mondo e di nuova evangelizzazione per i cattolici battezzati.
Il punto dolente nelle Chiese di antica cultura cattolica è proprio questo: tante di loro, pur essendo “sacramentalizzate”, non sono “evangelizzate”; hanno una conoscenza teoretica della loro fede, ma senza essere radicate spiritualmente ed esistenzialmente in essa e senza essere completamente permeate dallʼamore di Dio e del prossimo. Naturalmente non sarebbe giusto giudicare le persone solamente sulla base di questa contrapposizione, che è una caratterizzazione generale dello stato del cristianesimo nella civiltà europeo-americana. E siccome qui non si tratta del catecumenato degli adulti prima del loro battesimo, ma di destare, sostenere e fortificare la fede secondo il modello del catecumenato pre-battesimale, esso viene sinteticamente chiamato “neocatecumenato”.
Non si deve – e non si vuole – sostituire l’insegnamento ufficiale della fede nelle parrocchie e nelle scuole. Si tratta di fare esperienza personale di una vita con il Dio Trinitario santo e santificante, da condividere con un gruppo di compagni di viaggio; di intraprendere un itinerario mistagogico e catechetico che rende capaci di seguire il Signore crocifisso e risorto, configurandoci e unendoci a Lui nell’amore. Parola di Dio, liturgia e comunità sono i tre elementi fondamentali del Cammino Neocatecumenale.
La catechesi non vuole soltanto trasmettere la conoscenza della dottrina della fede. Infatti, qui subentra la consapevolezza che soltanto una sufficiente conoscenza della Parola di Dio contenuta nelle Sacre Scritture, del credo e dellʼinsegnamento della Chiesa rendono la fede possibile. Perché la fede è partecipazione alla conoscenza che Dio ha di se stesso, in quanto lʼessere di Dio sta nel Suo riconoscere se stesso nel Verbo (Gv 1,1), che si fece carne nella pienezza del tempo e nella storia (Gv 1,14; Gal 4,4; Fil 2,6-11). Dio è amore nella comunione del Padre e del Figlio nello Spirito Santo (1Gv 4,8.12), che ci è stato dato e riversato nei nostri cuori (Rm 5,5). La fede non è contraria alla sapienza, come ritengono ingiustamente i razionalisti. Colui che crede sa anche di più, perché il Figlio ci ha rivelato ogni cosa che gli è stata affidata dal Padre (Lc 10,21s), e proprio per questo la fede è conoscenza di Dio che supera infinitamente tutta la conoscenza del mondo che lʼuomo possa mai avere. Nella sua lettera “alla Chiesa di Dio che è in Corinto” (1Cor 1,2), San Paolo scrive: “La mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio” (1Cor 2,4s). Perciò, la catechesi non è né comunicazione astratta di conoscenze, né mera stimolazione di sentimenti emotivi. Il Concilio Vaticano II, dal cui spirito scaturì il carisma del Cammino Neocatecumenale, afferma: «L’insegnamento del catechismo ha lo scopo di ravvivare tra gli uomini la fede e di renderla cosciente e attiva, per mezzo di un’opportuna istruzione» (CD 14).
Ciò che la fede ci insegna oggettivamente, deve trasformarsi in esperienza spirituale ed esistenziale personale. Il Cammino Neocatecumenale va inteso come introduzione spirituale al cristianesimo, come educazione permanente nella fede. Il suo carisma è frutto del Concilio Vaticano II, che mirò a un ampio rinnovamento della Chiesa in Cristo. Senza lʼintima e viva vicinanza di Dio, lʼuomo è infelice e deplora il proprio destino, che lo vede in balìa delle potenze della cupidigia, della supremazia, delle passioni, dellʼegoismo e della voglia di abbandonarsi al proprio desiderio, che egli fa diventare suoi idoli, rendendosi loro schiavo. Per questo, il primo incontro con Cristo, è l’esperienza della liberazione dal peccato e dalla malvagità del cuore, che ci conduce verso lʼilluminazione dello spirito con la Sua luce e verità. Così, nellʼintima vicinanza di Dio saremo colmati del Suo amore, diventando uno con Lui. È nella libertà e nella gloria dei figli di Dio che cogliamo il nostro mandato e così esercitiamo la missione della Chiesa di andare e ammaestrare tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo (Mt 28,19s). Perché siamo tutti invitati alla mensa del Signore che Egli ha preparato per noi già adesso nell’Eucaristia e, un giorno e per sempre, nel Banchetto celeste.
Nel 1964 Kiko Argüello iniziò e fondò, assieme a Carmen Hernández, tra i poveri ed emarginati della periferia di Madrid di Palomeras Altas, il cammino di un catecumenato per persone in cerca di Cristo e bisognose di Lui. E da allora, la piccola piantina è diventata un albero gigante. Le migliaia di comunità nate in centinaia di diocesi in tutto il mondo, attestano la fecondità spirituale del carisma dellʼevangelizzazione che nutre lʼattività del Cammino Neocatecumenale. Un carisma che viene dallo Spirito Santo e che non smette mai di ricordarci la discrepanza tra la grandezza del mandato e la nostra debolezza, la nostra misera umana. La grazia non ci viene data come possesso, qualcosa di cui vantarsi davanti a Dio e al mondo, o per poter avanzare delle pretese nella Chiesa. La grazia non è la nostra garanzia per una vita tranquilla, libera da ostilità esterne e tentazioni interne. E laddove la grazia opera in modo fecondo, Dio chiede anche la disponibilità di partecipare alla kenosis di Suo Figlio che per amore nostro si fece deridere, beffare, accusare, flagellare, incoronare di spine e crocifiggere: LUI, che è «lʼautore della vita» (At 3,15), il cui cuore venne trafitto dalla lancia quando era già morto, affinché la malvagità diabolica potesse soffocare anche lʼultimo soffio di vita. Dʼaltronde, è la storia della Chiesa stessa a dimostrarci che se i più grandi santi potevano configurarsi a Cristo, fu proprio grazie ai loro fratelli tuttʼaltro che amorevoli.
Infatti, furono i propri confratelli che rinchiusero San Giovanni della Croce, nella notte tra il 2 e il 3 dicembre 1577, nella prigione del convento dei Carmelitani Scalzi di Toledo, sottoponendo colui che venne ritenuto “ostinato e ribelle”, a umiliazioni e flagellazioni, convinti di fare del bene a lui a alla Chiesa. “La notte oscura dell’anima” è l’esperienza comune a tutti coloro che cercano Cristo crocifisso e amano Cristo nei crocifissi del loro tempo.
Le Annotazioni 1988-2014, raccolte da Kiko Argüello e contenute nel libro qui presente, non offrono riflessioni sistematiche o frammentarie sui temi della fede e della teologia. Esse sono invece la testimonianza di un cammino interiore dellʼanima e degli sforzi per ottenere la fiducia in Dio, nonché lʼunione con il Signore crocifisso e sofferente. Il cuore desidera disfarsi di ogni cosa che vorrebbe prendere il posto di Dio, allargandosi in modo tale da far sì che la pienezza del Suo amore possa prenderne dimora.
Si tratta di 506 piccoli e medi aforismi, preghiere, esperienze e conoscenze, massime, ricordi e appunti, raccolti in ordine cronologico, i quali, nella profondità dellʼesperienza mistica di Dio, illustrano il cammino spirituale percorso dallʼautore, assieme a Carmen Hernández e a Don Mario Pezzi, negli ultimi 30 anni. Il lettore che pensa di trovare elementi di una biografia o di un cammino interiore, rimarrà deluso. E sarà altrettanto deluso chi pensa di imbattersi in affermazioni adatte ad essere strumentalizzate, alla maniera della psicologia del profondo, in senso positivo o negativo, a scopo di propaganda. E se lʼautore ha accantonato così a lungo lʼidea di pubblicare le sue note, lo ha fatto per pudore e per timore che non fosse altro che una pretesa della sua vanità. Alla fine, fu lʼinsistenza di tanti a fargli cambiare idea – e il ricordo delle parole di un vecchio prete che gli aveva detto: “Non lasciare mai di fare il bene per paura della vanità, perché questo viene dal demonio!”.
Ma quanto bene si può fare con questo libro! Come dice Kiko Argüello: “Proclamare la gloria di Dio, dando testimonianza del suo amore gratuito e della sua fedeltà incondizionata a me che, come si potrà comprovare, sono inadeguato, indegno, inutile, infedele […] Se queste annotazioni possano aiutare qualcuno, sia benedetto Dio. Ciò che, sì, spero è che il lettore, per intercessione della Santissima Vergine Maria, che ha ispirato e guida il Cammino Neocatecumenale, mi raccomandi alla misericordia di nostro Signore Gesù Cristo, perché mi salvi.”. E lʼautore chiude la sua introduzione rivolgendosi ai lettori con la richiesta di una preghiera e con la sua commovente motivazione: “Pregate per me, che sono un peccatore”. È questa la chiave per comprendere la sua pietà incentrata su Cristo, in completa armonia con san Paolo. Perché Cristo è morto per noi peccatori, affinché noi potessimo morire al peccato, resuscitando con il Signore risorto a nuova vita. Ci consideriamo come figli di Dio, ed è per questo che, nella vita come nella morte, poniamo la nostra speranza soltanto in Cristo.
A causa della sua particolare forma letteraria, non è possibile fare un riassunto di questo libro. E non avrebbe neanche senso leggerlo come un sistematico trattato teologico, tutto dʼun fiato, dalla prima allʼultima pagina. Questo lʼho fatto solo io, perché stasera ho lʼonore di presentarvelo.
Ogni piccola unità offre una comprensione logica, sulla quale ognuno può riflettere da solo, lasciandosi condurre dallʼautore e assieme a lui, sempre più nelle profondità del mistero del Signore sofferente e risorto. Nessuno di noi deve avere la sensazione di vedere la sua vita, i suoi doni e talenti, le sue sofferenze e le sue umiliazioni svanire nel nulla; ognuno deve sentirsi completamente accettato e amato da Dio, in modo da poter abbracciare la frase chiave della mistica paolina: «In realtà mediante la legge io sono morto alla legge, per vivere per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,19s).
La profondità mistica del libro emerge soprattutto dalle preghiere che non hanno solo bellezza poetica, ma sono rivestite anche di grande forza e densità religiosa. È una teologia e spiritualità che, attingendo alle Sacre Scritture è profondamente permeata dalla Parola di Dio. Qui abbiamo, oltre le citazioni e i riferimenti ai Padri del deserto, agli autori mistici e al Talmud, più di 400 citazioni delle Scritture! Un ruolo centrale spetta ai Salmi, che, rispecchiando la condizione dellʼuomo davanti a Dio, danno testimonianza del fatto che lʼorante, in tutte le sue sofferenze e speranze, si rivolge unicamente al Dio buono e giusto.
I misteri centrali della fede cristiana non sono costrutti teologici che si collocano accanto alla spiritualità. La pietà si muove piuttosto allʼinterno del mistero del Dio trinitario e della figliolanza divina, con Dio che dimora nel cuore di colui che è giustificato, per via della missione del Figlio che si è compiuta nellʼincarnazione, nellʼinvio e nellʼeffusione dello Spirito Santo nei cuori dei fedeli. Il mistero della redenzione nella Croce si rivelerà a noi quando moriremo con Cristo al peccato, risuscitando con Lui a nuova vita, come scrive san Paolo nel capitolo 6 della Lettera ai Romani: «O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo siamo dunque stati sepolti insieme a lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. […] Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato […] Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù» (Rm 6,3-11).
Pur non potendo soffermarmi qui sulle singole massime e sui testi, credo comunque di individuare un filo rosso che collega il tutto: tutto si evolve prima intorno alla conversione, poi allʼessere colmati di grazia e infine all’unione dell’uomo con il Dio dellʼamore trinitario, quando Dio viene a dimorare nell’uomo e l’uomo in Dio. È la mistica e ascesi cattolica, fondata sulla Bibbia, sviluppata dai Padri della Chiesa e approfondita dai grandi mistici tedeschi, olandesi e spagnoli, che, accanto alla scolastica, e cioè alla teologia scientifica, ancora oggi influisce largamente sulla pietà cattolica.
Nella mistica cristiana, l’intima unione dell’anima con Dio, basata sulla grazia che ci viene comunicata per mezzo della Chiesa e dei sacramenti, si sviluppa su tre piani. Piani, nei quali dovremmo entrare sempre di nuovo nel corso del cammino della nostra vita che ci conduce dalle ombre, dalle paure e dalle avversità, alla luce e alla consolazione, finché non saremo giunti alla Patria celeste, dove ci troveremo al cospetto di Dio. La prima condizione per questo è la via purgativa e cioè la conversione interiore e il rifiuto del peccato. Chi commette il peccato viene dal diavolo, come ci dice la prima lettera di Giovanni, ma ora il Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo e dei suoi discepoli nelle sembianze dellʼanticristo e dei suoi apostoli, ed erigere il Regno divino dell’amore e della pace (cfr. 1 Gv 3,8).
Il secondo piano è quello dell’illuminazione grazie alla luce di Cristo, alla sua grazia e verità: la via illuminativa. E poi segue il piano più alto, che già indica, anzi anticipa, la vita eterna: la via unitiva e cioè la piena comunione tra l’uomo e Dio nell’amore. Con la prima lettera di Giovanni, possiamo dire: «Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo. […] Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che ora vi annunziamo: Dio è luce e in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, mentiamo e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato» (1Gv 1,3-7).
Al lettore attento e sensibile non sfuggirà un tema che ricorre spesso e cioè quello dellʼumiltà e il suo contrario: la superbia. Anche questo ha un suo fondamento nella Bibbia, in quanto il peccato, e con esso la miseria umana, scaturisce dalla superbia. “Voler essere come Dio” – eritis sicut Deus (Gen 3,5) –: il voler vantarsi di se stessi, anziché della nostra creaturalità, il voler elevarsi a creatori di noi stessi e di ciò che riusciamo a compiere, invece di ringraziare Dio per la vita e per tutti i doni che abbiamo ricevuto da Lui, è lʼinizio della storia di tutte le disgrazie dell’umanità, alla quale solo Cristo ha dato la definitiva svolta verso la salvezza. Mediante la sua kenosis, Egli ha mortificato la nostra superbia. Colui che era senza peccato, ha preso i nostri peccati su di Lui e li ha espiati con la sua morte sulla Croce. Nell’incarnazione, Colui che è il Creatore, si è inserito nella schiera delle creature, diventando uomo come noi, per ricondurci alla comunione con il Padre suo. Perché Egli, nella sua persona, in cui vi sono due nature, quella umana e quella divina, unite ma non confuse tra loro, è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6).
Kiko Argüello non si stanca mai di dire: “Sono un peccatore”. E qui colpisce che anche Papa Francesco, quando parla di sé, usa spesso questa espressione. Certo, per noi cristiani è normale confessare i nostri peccati e rivolgerci a Maria, la Madre di Dio, nell’Ave Maria, dicendo: “Prega per noi peccatori, adesso e nellʼora della nostra morte.” Ma questa formula esprime anche una certa pietà mistica. E qui subentra lʼesperienza testimoniata dalla Bibbia, che noi, dopo aver fatto quanto dovevamo fare, non possiamo dire altro che questo: Sono soltanto un servo inutile. Non possiamo vantarci di noi stessi, perché tutto ciò che facciamo, anche le nostre opere più grandi, i lavori più stupendi, li abbiamo compiuti soltanto con lʼaiuto di Dio. «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,10).
È l’esperienza esistenziale dello smarrimento che prova il peccatore quando guarda se stesso; un’esperienza indissolubilmente legata al conforto del cuore che sa di potersi affidare a Dio, che non solo ci dona tutto ciò che noi chiediamo, ma anche se stesso. Prima di tornare al Padre, Gesù, nella “preghiera sacerdotale”, dice ai discepoli: «Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi. Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,19-21).
E anche se confessiamo di essere poveri peccatori che aspettano tutto da Dio, bisogna mantenere l’equilibrio tra l’esperienza esistenziale della realtà oggettiva della creaturalità degli uomini e la reale redenzione dalla forza del peccato.
L’uomo è stato creato in uno stato di santità e giustizia. La natura umana – mente e corpo – è positività pura, in quanto chiamata all’esistenza dall’essere di Dio e perché consiste, si muove ed esiste nella volontà di Dio riguardo ad essa. Il peccato originale di Adamo ci ha privati della grazia santificante, ha ferito la natura dellʼuomo, senza però distruggerla o farla diventare strumento del male. Essa rimane eucaristicamente orientata verso la riconciliazione con Dio, attendendo la sua elevazione nella grazia e il suo compimento nella gloria dellʼamore trinitario di Dio. Il Battesimo ci fa diventare figli di Dio. Ciò che rimane sono solo la disposizione e lʼinclinazione al peccato, che però, più che peccato è invito a deporre lʼuomo vecchio che è in noi e far sì che lʼabito nuziale della grazia venga preservato dalla macchia del peccato. Dobbiamo distinguere tra il sentimento creaturale e i morsi della coscienza che, per colpa del peccato realmente commesso, non ci danno pace. La consapevolezza, propria della creatura, della sua finitezza e cioè della distanza infinita che la divide dallʼessere pura e dalla santità di Dio, non ha niente a che fare con il peccato. Infatti, per definizione formale, il peccato non è altro che il libero atto della volontà di agire contro il bene, che è Dio stesso, o in cui Dio comunica la sua bontà alle creature. Non dobbiamo vergognarci né della nostra creaturalità, né della nostra corporeità, della nostra storicità, della nostra finitezza o mortalità. Perché Dio ci ha resi liberi, rendendoci partecipi del suo essere nell’amore. Creandoci a sua immagine e somiglianza, non perde nulla della sovranità del suo amore, che Egli è e che prova verso di noi. Non gli siamo indifferenti, come i mortali lo sono agli dei immortali nei miti greci, o come il Dio aristotelico dell’essere assoluto che rimane irraggiungibile per noi, e non c’è neanche un rapporto dialettico tra uomo e Dio che sia basato sulla limitatezza e concorrenza reciproca.
E la grazia del perdono dei nostri peccati non è neanche solo grazia divina che ci lascia così come siamo, un luogo dove ripararsi sempre di nuovo, malgrado la nostra restante condizione peccatrice e la nostra contrarietà alla volontà di Dio. In verità, la grazia ha fatto sì che lʼuomo sia pienamente giustificato, diventando un uomo nuovo nella giustizia e nella santità di Cristo. Dobbiamo cercare di non perderci né in esagerate fantasie di perdizione, né nei vanti, davanti a Dio, di ciò che abbiamo compiuto. Perché abbiamo deposto l’uomo vecchio, rivestendo l’uomo nuovo, creato secondo il suo Creatore e rinnovato per poterlo conoscere (cfr. Ef 4,24).
E qui valgono le parole di San Paolo che scrive «ai santi e fedeli fratelli in Cristo dimoranti in Colossi» (Col 1,2): «Rivestitevi dunque, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente, se qualcuno abbia di che lamentarsi nei riguardi degli altri. [..] Al di sopra di tutto poi vi sia la carità, che è il vincolo di perfezione» (Col 3,12-14).
Essere consapevoli del fatto che anche il cristiano battezzato ha la disposizione al peccato – o che lo ha già commesso – non vuol dire rassegnazione o tormento. Come anche la consapevolezza della nostra reale redenzione non comporta arroganza nei confronti dei non-credenti o persino pretenziosità nei confronti di Dio e della Chiesa.
L’essere redenti in Cristo ci dona un equilibrio interiore tra la nostra finitezza e la nostra speranza in Dio. Siamo creature e figli di Dio. Le piaghe di Cristo ci avvolgono con tutte le nostre fatiche e sofferenze, affinché possiamo vivere con gioia nel Signore risorto, affinché la morte corporale non possa distruggerci.
Ringrazio il nostro fratello Kiko Argüello che ha avuto il coraggio di fare del bene, pubblicando le sue annotazioni e conducendo i suoi lettori nella profondità spirituale della fede cristiana e dellʼamore per Gesù Cristo, suo Figlio. «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 16).