giovedì 1 dicembre 2016

Venerdì della I settimana del Tempo di Avvento 2016. Commento audio.

Dalla Populorum Progressio ad oggi



di Andrea Tornielli (Vatican Insider)

Mancano quattro mesi al cinquantesimo anniversario dell’enciclica di Paolo VI «Populorum progressio», pietra miliare del magistero sociale della Chiesa e inizia il pomeriggio del 1° dicembre presso la Pontificia Università Gregoriana un ciclo di lezioni pubbliche intitolato «Lo sviluppo sostenibile. Dalla Populorum Progressio ad oggi», che si protrarrà fino a maggio 2017. Gli incontri, coordinati dal gesuita spagnolo Ferdinando de la Iglesia Viguiristi, hanno cadenza mensile e si tengono di giovedì, dalle 16.30 alle 18. Uno dei docenti, padre Diego Alonso Lasheras, spiega a Vatican Insider: «Possiamo considerare l’enciclica un documento profetico, Benedetto XVI l’ha definita “la Rerum novarum” dei tempi moderni. Paolo VI venne molto criticato, ma oggi esiste tutto un campo di ricerca che indaga sul rapporto tra religione e sviluppo». 

Un’enciclica negli anni Sessanta  
L’enciclica «Populorum progressio», pubblicata il 28 marzo 1967 (porta la data del 26, giorno di Pasqua) è un documento destinato a segnare la storia del pontificato di Paolo VI, sulla scia dell’intervento fatto all’Onu nell’ottobre di due anni prima: promuove i diritti umani di tutti i popoli sottosviluppati e parla della carenza di solidarietà evangelica nel Terzo mondo, e specialmente nell’America latina. Una carenza di solidarietà evangelica proprio dei cristiani. Il contesto nel quale l’enciclica si inserisce è quello degli anni Sessanta, i «sixties» cari agli americani, un periodo connotato dal mito della crescita illimitata e dalla conquista dello spazio.  

L’urgenza di una risposta  
Rifacendosi alle grandi encicliche sociali dei predecessori, Paolo VI afferma che «la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale», ed è «urgente» una risposta perché «i popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza»; la Chiesa «trasale davanti a questo grido d’angoscia e chiama ognuno a rispondere con amore al proprio fratello». «Essere affrancati dalla miseria, garantire in maniera più sicura la propria sussistenza, la salute, un’occupazione stabile; una partecipazione più piena alle responsabilità, al di fuori da ogni oppressione, al riparo da situazioni che offendono la loro dignità di uomini; godere di una maggiore istruzione; in una parola, fare conoscere e avere di più, per essere di più: ecco l’aspirazione», spiega Paolo VI, «degli uomini di oggi, mentre un gran numero d’essi è condannato a vivere in condizioni che rendono illusorio tale legittimo desiderio».  

Lo sviluppo integrale  
La prima parte del documento è dedicata allo «sviluppo integrale». In un momento storico nel quale la parola «sviluppo» era diventata di moda, il Papa avverte che lo sviluppo non può essere ridotto alla mera crescita economica, ma deve essere pensato in termini di sviluppo integrale, cioè che promuova tutti gli uomini e tutto l’uomo. Lo sviluppo integrale è una vocazione e un dovere personale di avanzare verso una condizione ogni volta più umana e ciò include l’eliminazione delle carenze materiali e le strutture oppressive che sfruttano i lavoratori o rendono le transazioni economiche ingiuste. La vocazione allo sviluppo e al dovere di promuoverlo si rendono manifeste nell’aumento della considerazione della dignità di tutti, nella cooperazione al bene comune e nella volontà di pace. L’ideale di tendere a una condizioni sempre più umana culmina con il riconoscimento dei valori più alti, la fede in Dio e l’unità nella carità di Cristo. 

No alle oligarchie e i rischi del messianismo  
Il Papa riconosce che «le potenze colonizzatrici hanno spesso avuto di mira soltanto il loro interesse», denuncia il «lento ritmo di sviluppo» dei popoli poveri, a fronte della crescita rapida dei popoli ricchi. E stigmatizza le oligarchie che in certi paesi godono di «una civiltà raffinata» mentre le popolazioni sono costrette a condizioni di vita «indegne della persona umana». «In questo stato di marasma», mette in guardia il Pontefice, «si fa più violenta la tentazione di lasciarsi pericolosamente trascinare verso messianismi carichi di promesse, ma fabbricatori di illusioni. Chi non vede i pericoli che ne derivano, di reazioni popolari violente, di agitazioni insurrezionali, e di scivolamenti verso le ideologie totalitarie?». Paolo VI cita quindi il contributo positivo dei missionari, ricorda l’esempio di Charles de Foucauld, auspicando in favore dello sviluppo «un’azione d’insieme sulla base di una visione chiara di tutti gli aspetti economici, sociali, culturali e spirituali». La Chiesa, «esperta in umanità», non pretende di «intromettersi nella politica degli stati» ma vuole offre una «visione globale dell’uomo e della sua umanità». 

Le «strutture oppressive»  
Papa Montini afferma che «la ricerca esclusiva dell’avere diventa… un ostacolo alla crescita dell’essere e si oppone alla sua vera grandezza: per le nazioni come per le persone, l’avarizia è la forma più evidente del sottosviluppo morale», e critica «strutture oppressive, sia che provengano dagli abusi del possesso che da quelli del potere, dallo sfruttamento dei lavoratori che dall’ingiustizia delle transazioni».  
Ricorda che «la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario», spiegando che «il bene comune esige dunque talvolta l’espropriazione se, per via della loro estensione, del loro sfruttamento esiguo o nullo, della miseria che ne deriva per le popolazioni…, certi possedimenti sono di ostacolo alla prosperità collettiva». 

Un’economia a servizio dell’uomo  
Nell’enciclica è quindi criticato il sistema che considera «il profitto come motore essenziale del progresso economico, la concorrenza come legge suprema dell’economia», così come una «mistica esagerata del lavoro», mentre si ribadisce invece che l’economia deve essere al servizio dell’uomo. In un passaggio, che sarà fonte di discussioni e polemiche, si accenna all’insurrezione violenta contro la tirannia. «Si danno, certo, situazioni la cui ingiustizia grida verso il cielo», scrive il Papa, «e tuttavia sappiamo che l’insurrezione rivoluzionaria – salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese – è fonte di nuove ingiustizie, introduce nuovi squilibri, e provoca nuove rovine. Non si può combattere un male reale a prezzo di un male più grande». 

La «tecnocrazia» di un domani diventato oggi  
Il Papa parla poi dei programmi di pianificazione, mettendo in guardia dal «pericolo d’una collettivizzazione integrale o d’una pianificazione arbitraria», e dalla «tecnocrazia di domani» che «può essere fonte di mali non meno temibili che il liberalismo di ieri». Accenna all’alfabetizzazione, al ruolo della «famiglia naturale, monogamica e stabile», alla «grande tentazione di frenare l’aumento demografico per mezzo di misure radicali», ribadendo che «il diritto al matrimonio e alla procreazione è un diritto inalienabile, senza del quale non si dà dignità umana». E affronta anche il rischio della tentazione materialistica: «I popoli poveri non staranno mai troppo in guardia contro questa tentazione che viene loro dai popoli ricchi». 

Sviluppo solidale, no agli sperperi  
Va dunque promosso, spiega il Pontefice bresciano nella seconda parte del documento, un «umanesimo planetario» che permetta uno «sviluppo solidale» dell’umanità, costruendo «un mondo, in cui ogni uomo, senza esclusioni di razza, di religione, di nazionalità, possa vivere una vita pienamente umana, affrancata dalle servitù che gli vengono dagli uomini e da una natura non sufficientemente padroneggiata». Uno strumento per promuovere questa solidarietà è l’istituzione di un «fondo mondiale» e «la riconversione di certi sperperi, che sono frutto della paura o dell’orgoglio». 

Governare le iniquità dei mercati  
Paolo VI afferma anche che «la legge del libero scambio non è più in grado di reggere da sola le relazioni internazionali» e che solo nel caso in cui i contraenti «si trovino in condizioni di potenza economica non troppo disparate» esso è «uno stimolo al progresso». Mentre se le condizioni sono troppo diseguali «i prezzi che si formano “liberamente” sul mercato possono, allora, condurre a risultati iniqui». Montini non vuole prospettare l’abolizione del mercato basato sulla concorrenza ma dire che occorre però mantenerlo dentro limiti che lo rendano giusto e morale, e dunque umano. Ostacoli da superare per uno sviluppo solidale dei popoli sono anche il nazionalismo e il razzismo. 

«Sviluppo è il nuovo nome della pace»  
Nella terza parte dell’enciclica, Paolo VI parla della carità universale, cita il dramma degli studenti universitari che venuti nei paesi più ricchi per studiare finiscono «in non rari» per perdere i loro valori spirituali; ricorda il dramma dei lavoratori immigrati e chiede agli imprenditori che operano nei paesi poveri di favorire la crescita di una classe dirigente indigena. Lo sviluppo è dunque «il nuovo nome della pace». Il Papa conclude ricordando le sue parole all’Onu e chiedendo un’autorità mondiale più efficace in grado di intervenire in favore dello sviluppo e della lotta alla povertà. 

Le critiche feroci... come sempre  
La «Populorum progressio» sarà oggetto di critiche talvolta feroci da parte dei circoli economici conservatori e di ambienti capitalistici. Papa Montini sarà apostrofato come «marxista». Osserva padre Lasheras: «Quando i Papi parlano di problemi sociali sono aspramente criticati o ignorati anche all’interno della Chiesa. Anche la “Rerum novarum” di Leone XIII non fu bene accolta. Si vorrebbe che i Papi non si occupassero di questi temi e si dice: “Che si occupino di teologia e di morale, ma non di queste cose, perché non sono bene informati di economia, finanza, lavoro...». Come si vede, pensando all’accoglienza di certi passaggi dell’esortazione “Evangelii gaudium” o dell’enciclica “Laudato si’”, nulla di nuovo sotto il sole.

Più testimoni che militanti

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Vatican Insider

Il cambiamento che sta avvenendo nella vita del movimento e della Chiesa sconvolge e non tutti reagiscono allo stesso modo. Questo, talvolta, mi porta a patire incomprensioni nella vita del movimento. Personalmente vivo tutto questo in pace, anche se certe cose mi feriscono. Ma ho la fortuna di girare molto in Italia e fuori e mi trovo ripagato in tanti incontri significativi che mi accadono». 

Don Julián Carrón è alla guida di Comunione e Liberazione (Cl) dal 2005, designato da don Luigi Giussani a succedergli pochi mesi prima della morte del fondatore. Da allora il sacerdote spagnolo sta conducendo il movimento alla riscoperta del suo carisma originario, in una fase storica travagliata, che l’ha visto, talvolta, affrontare tensioni anche interne, al punto che qualcuno l’accusa persino di disperdere l’eredità del «Gius». 

Credere lo ha intervistato, in occasione della pubblicazione di una nuova versione di un testo di don Giussani del 1973 «Dalla liturgia vissuta. Una testimonianza» (Edizioni San Paolo). 

Oltre ad alcune riflessioni molto attuali sul senso della liturgia e della sua importanza sia nella vita cristiana sia nel cammino di Cl («soltanto una persona che ha le sue radici nel mistero di Cristo può essere segno di novità nel mondo; don Giussani ci ha introdotto al linguaggio della liturgia con la sobrietà nei gesti, curandola in tutti i dettagli, specie nei canti»), don Carrón affronta con decisione alcune delle sfide sul tappeto per il movimento, oggi forte di non meno di 100mila membri, diffusi in novanta paesi di tutti i continenti. 

«Siamo davanti a una situazione storica inedita - spiega nell’intervista a Gerolamo Fazzini - “un cambiamento d’epoca”, come dice il Papa. La questione cruciale oggi è come rendere attraente la fede e la vita cristiana, in un mondo in cui il valore supremo è la libertà: non c’è altro modo di comunicare il vero che non passi per la libertà. È la lezione del Concilio. La verità non ha bisogno d’altro. E la fede non si comunica per costrizione, ma per “attrazione”. Questo equivale a tornare alle origini dell’esperienza cristiana». Anche a costo di essere minoranza: «Come dice Benedetto XVI, occorre accettare “il metodo sommesso” di Dio. Perciò, o noi ci immedesimiamo con questa modalità di azione di Dio, oppure l’essere minoranza sarà vissuto come una “minorazione”, invece che come un’occasione per condividere con tutti la grazia della compagnia di Cristo». 

Carrón riafferma con forza la sintonia tra Cl e papa Francesco: «Chi ha preso parte all’incontro del movimento con papa Francesco il 7 marzo 2015 e ha ascoltato le sue parole, ha potuto toccare con mano quanto gli siano familiari certe espressioni di don Giussani. Per noi è una gioia constatare che la modalità di concepire il cristianesimo cara a Giussani coincide con quanto il Papa propone». E aggiunge: «Che poi noi siamo in grado di vivere fedelmente tutto ciò è un altro paio di maniche. Anzi: una scommessa». 

L’attuale Capo di Cl sottolinea, poi, che «la categoria di “ambiente” è centrale nell’esperienza del movimento. Del resto, Cl è nata in una scuola e poi si è diffusa in tanti ambienti. Spesso siamo stati accusati di portar fuori la gente dalle parrocchie, quando invece Cl incontrava le persone là dove vivevano. Don Giussani ha voluto invitarci a vivere la fede nel reale, non in ambiti “protetti”. Oggi, sentendo papa Francesco parlare di “periferia” e di una Chiesa “in uscita”, siamo richiamati al carisma originale».

Una rivoluzione nella storia della letteratura

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Il 7 dicembre si presenta a Parigi un progetto di edizione online delle diverse versioni della Bibbia. 
L'Osservatore Romano 

(Michel De Jaeghere) Sta per vedere la luce in Francia un nuovo programma di edizione online dei testi biblici. Il progetto — chiamato La Bible en ses traditions (“La Bibbia nelle sue tradizioni”) e suggestivamente abbreviato Best — prevede la pubblicazione delle versioni ebraica, aramaica, greca e latina della sacra Scrittura, «senza privilegiare l’una o l’altra in nome di una spesso discutibile “autenticità”». Una moderna Bibbia poliglotta, insomma, con l’aggiunta di note sul testo e sulla ricezione nelle diverse tradizioni religiose e culturali, in modo da renderla accessibile a tutti. È quanto annuncia in un’intervista su «Le Figaro» al giornalista e storico Michel De Jaeghere il coordinatore dei lavori, il domenicano Olivier-Thomas Venard, dottore in teologia e in lettere, docente di Nuovo Testamento e vice-direttore dell’École biblique et archéologique française de Jérusalem, promotrice del progetto Best. Nell’intervista, pubblicata in questa pagina, Venard definisce l’impresa «rivoluzionaria» e sfata tenaci luoghi comuni sulla Scrittura. Il prossimo 7 dicembre a Parigi il religioso presenterà in anteprima i lavori in corso insieme all’attore Michael Lonsdale, che leggerà diversi brani della Bibbia.

Ascoltare la Scrittura in stereofonia. È l’immagine musicale che il domenicano Olivier-Thomas Venard, vicedirettore dell’École Biblique di Gerusalemme, usa per spiegare un progetto che in Francia raccoglierà online le versioni antiche della Bibbia. 

Lei a dicembre lancerà un ambizioso programma di edizione del testo biblico su internet. In che cosa consiste?
Tutte le Bibbie attualmente disponibili presentano un testo che è paradossalmente artificiale: è in pratica una ricostruzione del testo “originale” fatta da studiosi. Il problema è che l’originale è introvabile e, in certi casi, non è forse mai esistito. Di fatto la Bibbia non è tanto un libro quanto una biblioteca, che ha raccolto progressivamente libri scritti, editi e rimodellati, in due o tre lingue, per circa un millennio. Inserite nella storia reale, le Scritture si presentano dunque immediatamente come diverse. Come i cristiani hanno quattro vangeli che raccontano la stessa storia ma con molte differenze tra loro, così circa un terzo dell’Antico Testamento si presenta a noi in diverse versioni: in ebraico, in greco, in latino, in siriaco, a loro volta diversificate, senza che si possa dare la priorità assoluta o sistematica a una di esse. Ora, questo non è un difetto da correggere, è una ricchezza! Come osserva l’autore del salmo 62, «una parola ha detto Dio, due ne ho udite»: quando il vero Dio parla agli uomini nel loro linguaggio, la sua parola produce immediatamente la pluralità. Il nostro progetto consiste nel mettere online le diverse versioni del testo senza privilegiare l’una o l’altra in nome di una spesso discutibile “autenticità”. In primo luogo perché i testi provenienti dai manoscritti più recenti di altri possono aver ripreso tradizioni più antiche: per esempio san Girolamo ha composto la Vulgata nel v secolo dopo Cristo, partendo dal testo greco della versione dei Settanta, che si può far risalire al III secolo avanti Cristo, ma traducendo anche manoscritti ebraici disponibili alla sua epoca e oggi andati perduti. Poi perché l’antichità non è necessariamente un criterio: bisogna abbandonare l’immagine infantile di una Bibbia “dettata” da Dio allo scrittore sacro sul modello di Jibrîl [l’angelo Gabriele] che detta il Corano a Maometto. L’ispirazione divina delle Scritture passa per l’umanità dei suoi molteplici autori e redattori e accompagna la loro lunga elaborazione nella Bibbia, includendo il lavoro degli scribi traduttori o copisti! Il nostro modello di traduzione presenterà questa ricchezza consentendo di leggere le diverse versioni sulla stessa pagina. In pratica: non ci si dovrà più accontentare di ascoltare la Bibbia in mono, ma la si avrà in stereo; la Parola di Dio non è una semplice melodia, è una polifonia! Infine, il che non guasta, offriremo gratuitamente questa traduzione, perché è uno scandalo del mondo francofono che le bibbie cattoliche moderne siano prima di tutto oggetti commerciali. Nessuna è a libero accesso!
 
Il carattere illimitato di internet le permette anche di moltiplicare il lavoro di annotazione.
Nelle loro note molto storiche, la maggior parte delle Bibbie disponibili cerca di spiegare il mondo precedente al testo, quello che in qualche modo lo produce. Noi vogliamo completarle con note sul mondo successivo al testo, quello che il testo ha influenzato, anzi fatto nascere! È quella che viene chiamata storia della ricezione: noi non siamo i primi a leggere le Scritture e, che ne siamo consapevoli o meno, la nostra lettura non è mai ingenua e sempre piena di immagini, di interpretazioni di quei testi che popolano la nostra memoria, individuale e collettiva. Per capire bene un racconto biblico, vale dunque la pena prenderne coscienza, e scoprire non solo il modo in cui religiosi ebrei e cristiani l’hanno commentato nel corso dei secoli, ma anche quello in cui gli autori letterari si sono ispirati a esso, l’hanno rappresentato, i musicisti messo in musica e i cineasti trasposto in film, e così via. Si devono quindi studiare anche i dipinti del Beato Angelico, il Nabucco di Verdi o I dieci comandamenti di Cecil B. DeMille! Il lavoro in corso sarà messo online a dicembre (scroll.bibletraditions.org). In parte! Perché ci vorranno anni per elaborare tutta la Bibbia su questo modello. Perciò, nel condividere i nostri primi risultati, inviteremo i lettori a migliorarli e ad arricchirli continuamente: in qualunque momento della loro lettura potranno inviarci mail per proporre correzioni, approfondimenti. 
 
Il vostro sistema di annotazioni mostra gli sviluppi che il testo biblico non ha mai smesso di avere in tutti gli ambiti della cultura, dalla pittura alla letteratura, dall’opera alla danza. Accantonando per un momento la dimensione propriamente spirituale, come spiega l’incredibile fecondità delle storie che racconta?
Per il modo stesso in cui sono state elaborate, le Scritture hanno racchiuso un favoloso concentrato di millenni di saggezza umana dispiegata in civiltà tanto prestigiose come quella sumera, babilonese, egiziana. Tutte ibridate dagli scrittori ebrei antichi, che “filtrarono” in qualche modo le religioni dei popoli che li circondavano, conservando i loro tesori di saggezza umana e al contempo criticando le loro false concezioni del divino e del sacro. E poi, al centro della Bibbia cristiana c’è quella meraviglia che è l’Incarnazione: Dio ama talmente l’uomo da avvicinarsi a lui al punto da divenire uno di noi. Che vi si creda o meno, non si può non constatare che tale credenza ha prodotto quello che lo stesso grande critico marxista Erich Auerbach ha definito un vera rivoluzione nella storia della letteratura. Da quel momento, ciò che vi era di più nobile, di più profondo, di più sconvolgente, non era più riservato ai re e alle regine nei loro palazzi, ma diventava accessibile a chiunque. Se si crede che Dio stesso si è fatto carne e sangue da una giovane come Maria di Nazaret, ogni persona umana assume, fin dalla sua origine, un valore senza pari: i tratti individuali che affascinano i pittori, la storia insostituibile di ognuno che ispira gli scrittori, nulla di tutto ciò esisterebbe senza questo nuovo status che la rivelazione cristiana ha dato a ogni persona. 
 
L’antico Testamento presenta un Dio vendicativo, geloso, che moltiplica gli appelli alla violenza e che appare quindi un po’ primitivo per la nostra mentalità moderna? 
Mi scusi se sono un po’ duro, ma mi sembra che a essere “primitiva” sia la beata ignoranza delle Scritture in cui noi altri moderni ci compiacciamo! Fermarsi al Dio adirato o vendicatore degli oratori del Grand Siècle o all’Adonai Sabaoth dei romantici come Victor Hugo è una caricatura, perché l’Antico Testamento presenta anche un Dio che soffre, che dice al suo popolo che è infedele, per esempio «con i tuoi peccati mi hai ridotto in schiavitù» (Isaia 43, 24), o persino un Dio quasi sdolcinato a forza di essere il “papà zuccheroso”, per esempio in Osea, uno dei più antichi profeti della Bibbia, dell’VIII secolo avanti l’era cristiana, per il quale Dio è tenero «come chi solleva un bimbo alla sua guancia e gli dà da mangiare» (11, 4). Detto ciò, è vero, nella Bibbia si pone il problema della violenza. Da quando abbiamo lanciato il nostro programma di ritraduzione e di annotazione della Bibbia, riceviamo regolarmente le lettere commoventi di un signore molto anziano, grande lettore della Bibbia dalla sua camera d’ospedale, scosso da tanti passaggi violenti, che ci chiede di “sminarli”. Un modo per farlo è di tener conto dello sviluppo progressivo della rivelazione. Gli uomini ai quali Dio comincia a parlare erano giunti a praticare la vendetta cieca. Ridurla attraverso la famosa legge del taglione era già una sorta di passo avanti: «occhio per occhio, dente per dente» è già meglio di «tu mi hai rubato un bene, massacrerò tutta la tua famiglia». È chiaro che la misericordia e il perdono sono meglio dell’esercizio, per quanto misurato, della violenza, ma si tratta qui di un’imitazione della pazienza di Dio — non rendete il male per il male, siate misericordiosi come il Padre vostro celeste è misericordioso — che ci vuole tempo a imparare. Dalle pagine più selvagge dell’Antico Testamento, fino al «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» di Cristo sulla croce che prega per i suoi carnefici, le Scritture ispirate da un Dio infinitamente compassionevole, possono accompagnare ognuno di noi nel cammino del controllo della violenza.
 
La legge di Mosè non è forse pesante da portare come le prescrizioni del Corano?
Non è assolutamente la mia esperienza. E certo non è quella del giudaismo rabbinico che noi amiamo, in cui la Torah è tutto tranne un libro fisso da imporre forzatamente a tutti, ma un detonatore d’interpretazioni, di interrogativi quasi all’infinito, un catalizzatore d’intelligenza pratica!
 
In passato i cristiani non sono stati spesso tentati di diffondere la loro fede con la spada?
Quando lo hanno fatto, è stato contro i loro stessi testi sacri, dunque non come cristiani, ma come empi o peccatori. All’inizio del terzo millennio, il santo papa Giovanni Paolo II ha giustamente chiesto perdono per quei tradimenti del messaggio evangelico. 
 
Il Gesù che i vangeli presentano è un riflesso dei racconti di testimoni oculari oppure l’espressione della fede di comunità di credenti?
I vangeli si fondano su testimonianze e trasmettono fatti storici irriducibili, al di là dell’elaborazione letteraria che li caratterizza. Gli esegeti hanno individuato in tutto il Nuovo Testamento l’esistenza di una “tradizione isolata” riguardante Gesù: un insieme di racconti e di parole che gli vengono attribuiti, che sono stati trasmessi fedelmente senza apporvi modifiche o aggiunte. Per esempio, mentre la questione di circoncidere o meno i figli dei nuovi credenti provenienti dal mondo non ebraico agitava le prime comunità, non ci si è permessi d’inventare un discorso chiaro di Gesù al riguardo! O ancora, mentre nei vangeli di Giovanni o di Luca, si venera Gesù come Verbo, non gli si attribuiscono parole in cui lui stesso si designerebbe chiaramente come tale. Ma — è indubbio — per trasmettere questa memoria di Gesù in modo vivo, fin dall’inizio la si è adattata al pubblico al quale la si voleva comunicare. I vangeli stessi, per esempio quello di Luca nelle sue prime righe, descrivono il lavoro svolto: selezione, verifica, rifinitura. Ma tutto ciò è fatto entro limiti che appaiono ben riflessi dalle differenze esistenti tra i quattro vangeli canonici. 
 
Il cristianesimo risente del fatto di essere una religione del libro e perciò legata ai condizionamenti di quanti hanno redatto i suoi testi con i pregiudizi e le concezioni del loro tempo?
Attenzione! Il cristianesimo “non” è una religione del libro, anche se è una religione “con” libro. L’espressione “religione del libro” fa parte del discorso islamico che, generalmente, non lascia né l’ebraismo né il cristianesimo definirsi da soli e li ridefinisce nei propri termini. La formula facile “religione del libro” non appartiene al patrimonio cristiano e, certo, a meno che non si sia convinti della veridicità dell’islam, bisogna quindi rifiutarla. Per noi cattolici in ogni caso, la Scrittura ha lo status di promemoria. Promemoria sacro, forse, baciato e incensato nella liturgia, ma pur sempre promemoria. In parole semplici: non credo che Cristo sia risorto perché è scritto nel libro, ma questo è stato scritto perché all’inizio alcuni testimoni hanno raccontato il loro incontro con lui e hanno voluto lasciarne traccia! Per il cristianesimo al centro non c’è un libro, ma la persona di Gesù Cristo: Dio fattosi carne per manifestarsi, dotandosi di corde vocali, di polmoni, di una bocca, di tutto un corpo, per parlare, con parole e atti, e trasmettere un messaggio vitale, cruciale per gli uomini. E la trasmissione viva e continua della sua rivelazione, che chiamiamo tradizione, costantemente irrigata dal fiume delle Scritture.

L'Osservatore Romano

Udienza del Santo Padre ai partecipanti al IV Congresso mondiale di Pastorale per gli studenti internazionali

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Udienza del Santo Padre ai partecipanti al IV Congresso mondiale di Pastorale per gli studenti internazionali: "E' doloroso che giovani preparati siano indotti ad abbandonare il proprio Paese perché mancano adeguate possibilità di inserimento"
Sala stampa della Santa Sede
Udienza ai partecipanti al IV Congresso mondiale di Pastorale per gli studenti internazionali, organizzato dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti
Dal 28 novembre al 2 dicembre 2016 si svolge a Roma il IV Congresso Mondiale di pastorale per gli studenti internazionali provenienti da 36 Paesi dei cinque Continenti. Il Congresso, promosso e organizzato dal Pontificio Consiglio per i Migranti e gli Itineranti, ha come tema: “Evangelii Gaudium di Papa Francesco e sfide morali nel mondo intellettuale degli studenti internazionali verso una società più sana”. Alle ore 11.30 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico, il Santo Padre ha ricevuto in Udienza i partecipanti al Congresso mondiale, e a loro ha indirizzato questo discorso:
Discorso del Santo Padre
Signori Cardinali,
cari fratelli Vescovi e Sacerdoti,
cari studenti,
cari fratelli e sorelle!

Vi accolgo con piacere in occasione del IV Congresso mondiale di pastorale per gli studenti internazionali, organizzato dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti. Ringrazio il Cardinale Presidente per aver introdotto il nostro incontro, e rivolgo un cordiale saluto agli operatori pastorali e agli studenti universitari qui presenti.
Il tema del vostro Congresso è molto interessante: parla di sfide morali nel mondo degli studenti internazionali, in vista di una società più sana. È questo l’obiettivo da tenere sempre presente: costruire una società più sana. È importante che le nuove generazioni vadano in questa direzione, si sentano responsabili della realtà in cui vivono e artefici del futuro. Le parole di San Paolo sono un forte richiamo e un ispirato consiglio anche per le nuove generazioni di oggi, quando raccomanda al giovane discepolo Timoteo di dare esempio ai fedeli nelle parole, nel comportamento, nella carità, nella fede, nella purezza, senza paura che qualcuno disprezzi la sua giovane età (cfr 1 Tm 4,12).
Nel nostro tempo, le sfide morali da affrontare sono molte e non è sempre facile lottare per l’affermazione della verità e dei valori, soprattutto quando si è giovani. Ma con l’aiuto di Dio, e con la sincera volontà di fare il bene, ogni ostacolo può essere superato. Sono contento perché, se siete qui, è per dimostrare che le sfide non vi fanno paura, ma vi spronano a lavorare per costruire un mondo più umano. Non fermatevi mai e non scoraggiatevi, perché lo Spirito di Cristo vi guiderà, se ascolterete la sua voce.
Alla concezione moderna dell’intellettuale, impegnato nella realizzazione di se stesso e in cerca di riconoscimenti personali, spesso senza tener conto del prossimo, è necessario contrapporre un modello più solidale, che si adoperi per il bene comune e per la pace. Solo così il mondo intellettuale diventa capace di costruire una società più sana. Chi ha il dono di poter studiare ha anche una responsabilità di servizio per il bene dell’umanità. Il sapere è una via privilegiata per lo sviluppo integrale della società; e l’essere studenti in un Paese diverso dal proprio, in un altro orizzonte culturale, permette di apprendere nuove lingue, nuovi usi e costumi. Consente di guardare il mondo da un’altra prospettiva e di aprirsi senza paura all’altro e al diverso. Questo porta gli studenti, e chi li accoglie, a diventare più tolleranti e ospitali. Aumentando le capacità relazionali, cresce la fiducia in se stessi e negli altri, gli orizzonti si espandono, la visione del futuro si amplia e nasce il desiderio di costruire insieme il bene comune.
Le scuole e le università sono un ambito privilegiato per il consolidamento di coscienze sensibili verso uno sviluppo più solidale e per portare avanti «un impegno di evangelizzazione in modo interdisciplinare e integrato» (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium,134). Per questo, esorto voi insegnanti e operatori pastorali a infondere nei giovani l’amore per il Vangelo, la voglia di viverlo concretamente e di annunciarlo agli altri. È importante che il periodo trascorso all’estero diventi un’occasione di crescita umana e culturale per gli studenti e sia per loro un punto di partenza per tornare nel Paese di origine a dare il loro contributo qualificato e anche con la spinta interiore a trasmettere la gioia della Buona Notizia. È necessaria un’educazione che insegni a pensare criticamente e che offra un percorso di maturazione nei valori (cfr ibid., 64). In questo modo, si formano giovani assetati di verità e non di potere, pronti a difendere i valori e a vivere la misericordia e la carità, pilastri fondamentali per una società più sana.
L’arricchimento personale e culturale permette ai giovani di inserirsi più facilmente nel mondo del lavoro, assicurandosi un posto nella comunità e diventandone parte integrante. Da parte sua, la società è chiamata ad offrire alle nuove generazioni valide opportunità occupazionali, evitando la cosiddetta “fuga di cervelli”. Che qualcuno scelga liberamente di andare a specializzarsi e a lavorare all’estero, è cosa buona e feconda; invece è doloroso che giovani preparati siano indotti ad abbandonare il proprio Paese perché mancano adeguate possibilità di inserimento.
Quello degli studenti internazionali è un fenomeno non nuovo, tuttavia intensificatosi a causa della cosiddetta globalizzazione, che ha abbattuto i confini spazio-temporali, favorendo l’incontro e lo scambio tra le culture. Ma anche qui assistiamo a risvolti negativi, come l’insorgere di certe chiusure, meccanismi di difesa di fronte alla diversità, muri interiori che non permettono di guardare il fratello o la sorella negli occhi e di accorgersi dei suoi reali bisogni. Anche tra i giovani – e questo è molto triste – può insinuarsi la «globalizzazione dell’indifferenza», che ci rende «incapaci di provare compassione dinanzi al grido di dolore degli altri» (ibid., 54). Così, capita che questi effetti negativi si ripercuotano sulle persone e sulle comunità. Invece, cari amici, vogliamo scommettere che il vostro modo di vivere la globalizzazione può produrre esiti positivi e attivare grandi potenzialità. Infatti voi studenti, passando del tempo lontano dal vostro Paese, in famiglie e contesti differenti, potete sviluppare una notevole capacità di adattamento, imparando a essere custodi degli altri come fratelli e del creato come casa comune, e questo è decisivo per rendere il mondo più umano. I percorsi formativi possono accompagnare e orientare voi giovani studenti in questa direzione, e possono farlo con la freschezza dell’attualità e l’audacia del Vangelo, per formare nuovi evangelizzatori pronti a contagiare il mondo con la gioia di Cristo, sino ai confini della terra.
Cari giovani, San Giovanni Paolo II amava chiamarvi “sentinelle del mattino”. Vi incoraggio a esserlo ogni giorno, con lo sguardo rivolto a Cristo e alla storia. Così riuscirete ad annunciare la salvezza di Gesù e a portare la sua luce in un mondo troppo spesso oscurato dalle tenebre dell’indifferenza, dell’egoismo e della guerra. Vi affido tutti alla materna protezione di Maria Santissima, nostra Madre. Benedico voi, i vostri studi, la vostra amicizia e il vostro impegno missionario. E voi, per favore, non dimenticatevi di pregare per me.

Pace in nome della religione




Pubblichiamo una traduzione in italiano del comunicato congiunto diffuso al termine della quattordicesima Riunione della Commissione bilaterale delle delegazioni del Gran rabbinato d’Israele e della Commissione della Santa Sede per i rapporti religiosi con l’ebraismo (Roma, 28-30 novembre 2016 — 27-29 MarCheshvan 5777). Hanno firmato il documento, insieme ai presidenti delle delegazioni, il rabbino Rasson Arussi e il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, da parte ebraica i rabbini David Rosen, Daniel Sperber, Avraham Steinberg, Moshe Dagan e il signor Oded Wiener, da parte cattolica gli arcivescovi Pierbattista Pizzaballa, francescano, e Bruno Forte, il vescovo Giacinto-Boulos Marcuzzo, monsignor Pier Francesco Fumagalli e il salesiano Norbert J. Hofmann, segretario della Commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo.
1. Il co-presidente cattolico cardinale Peter Turkson ha aperto la riunione dando il benvenuto alle delegazioni, introducendo il tema dell’incontro e augurando fruttuose conclusioni. Il co-presidente ebreo, rabbi Rasson Arussi, ha espresso la sua gratitudine agli ospiti, osservando che questo è stato il primo incontro dopo la scomparsa del rabbino Shear Yashuv Cohen di benedetta memoria, co-presidente fondatore la cui guida fu indispensabile per il successo di questa Commissione bilaterale. Ha egualmente ricordato gli altri co-presidenti fondatori, i cardinali Jorge Mejía e George Cottier di benedetta memoria, che contribuirono alla Commissione con la loro guida ispirata. Il rabbino Arussi ha dato il benvenuto al nuovo membro della delegazione ebraica, rabbino Moshe Dagan, nuovo direttore generale del Gran rabbinato d’Israele, e ha sottolineato con soddisfazione la decisione del Consiglio del Gran rabbinato di confermare il signor Oded Wiener quale coordinatore della delegazione ebraica. Da parte di tutti i membri della Commissione bilaterale sono state espresse all’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa congratulazioni per la sua elevazione episcopale e la sua nomina ad amministratore apostolico del patriarcato latino di Gerusalemme, augurandogli pieno successo nel suo ministero.
2. Il tema della XIV riunione è stato «Promuovere la pace nel contesto della violenza in nome della religione». Sono stati riconosciuti i tragici peccati del passato perpetrati in nome della religione e il terribile abuso blasfemo della religione, che dissacra la vita umana, negando la libertà e la diversità umana, e ponendo sfide critiche alle nostre rispettive tradizioni.
3. La presentazione cattolica ha preso in esame la questione se e in che misura le religioni possono svolgere un ruolo nella soluzione dei conflitti e nella costruzione di un nuovo ordine internazionale fondato sulla pace, sulla giustizia e sulla cura del Creato. Le nostre religioni, affermando la santità divina della vita umana, esigono il rispetto della vita e dell’identità di ciascuna persona. Ciò dev’essere garantito a rifugiati e migranti, anche accogliendoli in modo che siano promossi i diritti e la libertà di tutti.
4. La presentazione ebraica ha passato in rassegna i vari fattori che conducono all’aggressione, alla violenza e alla guerra, cercando di definire i criteri di valore che in particolare nelle tradizioni abramiche consentono di opporsi ad esse, in particolare il valore della santità della persona umana, il principio di libera volontà, e la stima delle diversità come riflesso della Divina Presenza e volontà. Sotto questo aspetto degne di menzione sono state le parole del cardinale Augustin Bea nel suo commento a Nostra aetate, dove afferma che il concetto di Paternità Divina implica che tutti gli esseri umani sono eguali in dignità. Inoltre, è doveroso che le autorità religiose esercitino umiltà teologica nel proporre e nell’interpretare le proprie rispettive tradizioni, in modo tale da evitare propositi di violenza contro altri.
5. Di fronte alle sfide e alle tragedie umane contemporanee è stata sottolineata l’importanza che le guide religiose diano esempi di tolleranza e di rispetto. Inoltre, i partecipanti si sono impegnati a persuadere nel modo più efficace le proprie rispettive autorità ad agire nei modi più tolleranti e umani nei confronti degli “altri” e dei deboli. A questo proposito le recenti affermazioni di Papa Francesco rivolte ai rappresentati di varie religioni sono particolarmente appropriate: «Siano rigettate le strade senza meta della contrapposizione e della chiusura. Non accada più che le religioni, a causa del comportamento di alcuni loro seguaci, trasmettano un messaggio stonato, dissonante da quello della misericordia. Purtroppo, non passa giorno che non si senta parlare di violenze, conflitti, rapimenti, attacchi terroristici, vittime e distruzioni. Ed è terribile che per giustificare tali barbarie sia a volte invocato il nome di una religione o di Dio stesso. Siano condannati in modo chiaro questi atteggiamenti iniqui, che profanano il nome di Dio e inquinano la ricerca religiosa dell’uomo. Siano invece favoriti, ovunque, l’incontro pacifico tra i credenti e una reale libertà religiosa» (Discorso del Santo Padre Francesco all’udienza interreligiosa, Vaticano, 3 novembre 2016).
6. I membri della Commissione hanno preso in attenta considerazione e accolto con soddisfazione le iniziative esplicitamente volte al ripudio degli abusi violenti della religione, in particolare il più recente incontro di Marrakesh, che ha pubblicato una storica dichiarazione a protezione della dignità umana e della diversità nelle terre musulmane.
7. Dopo oltre mezzo secolo di riconciliazione ebraico-cattolica e di dialogo fruttuoso, ebrei e cristiani sono chiamati ad operare insieme per contribuire a creare pace per l’intera famiglia umana, adempiendo le parole del salmista: «Misericordia e fedeltà si sono incontrate, giustizia e pace si sono baciate» (Salmo 85, 11). I partecipanti hanno sottolineato l’importanza di educare le nuove generazioni a promuovere pace e rispetto reciproco.
8. Nella discussione di argomenti di attualità, è stato affermato il principio del rispetto universale per i luoghi santi di ciascuna religione, ponendo attenzione ai tentativi di negare l’attaccamento storico del popolo ebraico al proprio luogo più santo. La commissione bilaterale ha preso posizione con forza contro la negazione politica e polemica della storia biblica, esortando tutte le nazioni e le fedi a rispettare tale legame storico e religioso.

L'Osservatore Romano

Sulle tracce di Charles de Foucauld



Nuovo tweet del Papa: "Ricordiamo oggi il Beato Charles de Foucauld, che diceva: la fede è vedere Gesù in ogni essere umano." (1° dicembre 2016)

*** E' la testimonianza concreta del beato Charles de Foucauld che Papa Francesco ha indicato per sollecitare i cristiani a «camminare sulle sue tracce di povertà, contemplazione e servizio ai poveri». Il Pontefice ha voluto ricordare il religioso francese, nel centenario della sua uccisione, al termine della messa celebrata giovedì mattina, 1° dicembre, nella cappella della Casa Santa Marta.

Charles de Foucauld, ha affermato Francesco prima di impartire la benedizione, è stato «un uomo che ha vinto tante resistenze e ha dato una testimonianza che ha fatto bene alla Chiesa». Per questo «chiediamo che ci benedica dal cielo e ci aiuti» ha aggiunto, rilanciandone così la via più che mai attuale per la diffusione del Vangelo. Proprio «le resistenze» che de Foucauld ha saputo superare sono state il filo conduttore della riflessione proposta dal Pontefice a partire anche dal passo evangelico di Matteo (7, 21.24-27) proposto dalla liturgia. Il Papa ha indicato in particolare «tre tipi di resistenze nascoste», le più «pericolose»: quella delle «parole vuote», delle «parole giustificatorie» e delle «parole accusatorie».
«In questa prima settimana dell’Avvento — ha affermato nell’omelia — chiediamo sempre al Signore di purificarci, di prepararci all’incontro con Lui». In particolare «oggi, nella preghiera, nella colletta, abbiamo pregato così: “Ridesta la tua potenza, Signore, e con grande forza soccorri i tuoi fedeli; la tua grazia vinca le resistenze del peccato e affretti il momento della salvezza”». Dunque, ha proseguito Francesco, «chiediamo al Signore di aiutarci in questo cammino dell’incontro, della salvezza». Ma «c’è una grazia che chiediamo che mi ha fatto riflettere: “La tua grazia vinca le resistenze del peccato”».
Infatti, ha fatto notare, «nella vita cristiana ci sono sempre difficoltà e resistenze per andare avanti: ci sono resistenze aperte, che nascono dalla buona volontà». Proprio come per Saulo che «resisteva alla grazia, ma non sapeva ed era convinto di fare la volontà di Dio». Poi «è stato lo stesso Gesù a dirgli: “Saulo, Saulo, stai tranquillo, fermati”». Perché «è duro ricalcitrare contro i pungoli». Così «Gesù va lì e Saulo riconosce e si converte». Del resto, ha aggiunto il Pontefice, «le resistenze aperte sono sane, perché tutti siamo peccatori ed è naturale che vengano». E «sono sane, nel senso che sono aperte alla grazia per convertirsi».
Sono invece «più pericolose — ha spiegato — le resistenze nascoste: quelle che sono sotto, che non si fanno vedere». Ma «le abbiamo tutti». Sì, ha insistito il Pontefice, «ognuno di noi ha il proprio stile di resistenza nascosta alla grazia: dobbiamo cercarlo, trovarlo e metterlo davanti al Signore, affinché Lui ci purifichi». Ed è proprio quella «resistenza» di cui «Stefano accusava i dottori della legge: “Voi e i vostri padri resistete sempre allo Spirito Santo”». Difatti quei dottori «si facevano vedere come se cercassero la gloria di Dio, ma dietro c’era una resistenza allo Spirito Santo». Certo, formulare quell’accusa «al povero Stefano costò la vita, ma disse la verità».
«Queste resistenze nascoste, che tutti abbiamo», ha chiarito ancora Francesco, hanno una «natura» ben riconoscibile in quanto «vengono sempre per fermare un processo di conversione». Ed è proprio un «fermare, non è lottare contro; è stare fermo, sorridere forse, ma tu non passi», come un «resistere passivamente, nascostamente». Del resto «quando c’è un processo di cambiamento in un’istituzione, in una famiglia» si possono riconoscere, appunto, «resistenze» ed è un bene, ha rimarcato Francesco. Infatti «se non ci fossero la cosa non sarebbe di Dio: quando ci sono queste resistenze è il diavolo che le semina, perché il Signore non vada avanti».
«Ma quali sono queste resistenze nascoste?» è la domanda proposta dal Papa, che ne ha subito suggerite alcune. A cominciare dalle «resistenze delle parole vuote, quelle parole» alle quali il Signore fa riferimento nel Vangelo: «Non chiunque mi dice “Signore, Signore” entrerà nel regno dei cieli». E si può arrivare a dire: «Signore, Signore, tu mi conosci, abbiamo cenato insieme...». E «Lui lo ripete tanto nel Vangelo: “No, questo non entra!”». Per questo — ha precisato Francesco — «le parole non servono, le parole non ci aiutano: solo le parole, le parole vuote». Come dire «Si, sì, sì» anche se sotto è «no, no, no». Ma pur «sempre il sì, il dolce sì, per ammorbidire il comandamento del Signore o la voce dello Spirito».
Il Pontefice, a questo proposito, ha anche riproposto «la parabola dei due figli, che il padre invia alla vigna». E «uno dice: “No, non ci andrò!”». Ma «poi pensa: “Sì, ci vado, è papà”». L’altro figlio, invece, risponde: «“Sì papà, stai tranquillo. io ci andrò”». Invece «pensa “ma questo vecchio non capisce le cose nuove” e non ci va».
Dunque, ha evidenziato il Papa, il secondo figlio «fa la resistenza passiva» che consiste appunto nel «dire sì, tutto sì, molto diplomaticamente», quando invece «è no, no, no». Insomma «tante parole — “sì, sì, sì cambieremo tutto, sì” — per non cambiare nulla». È esattamente lo stile del «gattopardismo spirituale», proprio di quelli che dicono «tutto sì» quando invece «è tutto no». E questa «è la resistenza delle parole vuote».
«Poi c’è un’altra resistenza — ha spiegato il Pontefice — quella delle parole giustificatorie, ma che non ci giustificano». È il caso di una persona che «si giustifica continuamente — “no, quello l’ho fatto per quello, quello, quello” — ma quando ci sono tante giustificazioni non c’è il buono odore di Dio, c’è il brutto odore del diavolo». In realtà, ha prosetuito Francesco, «il cristiano non ha bisogno di giustificarsi: è stato giustificato dalla parola di Dio, l’unica che ci giustifica». Invece ecco il ricorrere ad argomentazioni come «no, io ho fatto questo per quello...» tipico di coloro che «hanno sempre una ragione da opporre». Invece «non si deve fare questo per quello, guarda questo pericolo...”». Ma così «la cosa non può andare avanti, la grazia non può andare avanti: è una resistenza delle parole che cercano di giustificare la mia posizione per non seguire quello che il Signore mi indica».
E, ancora, «c’è una terza resistenza delle parole: le parole accusatorie». È propria di quanti «accusano gli altri per non guardare se stessi». Il Papa ha proposto l’esempio del fariseo nel tempio che dice: «Ti rendo grazie, Signore, perché non sono come gli altri e neppure come quello là, io sono giusto davanti a Te». Questo è l’atteggiamento di coloro che «accusano gli altri, accusano quel povero pubblicano». Però così facendo si «resiste alla grazia» e, considerandosi giusti, non si sente il «bisogno di cambiare, di conversione».
«Ma le resistenze non sono quelle grandi resistenze storiche solamente, la linea Maginot o tutte quelle che abbiamo studiato» ha messo in guardia Francesco. Ce ne «sono dentro il nostro cuore, tutti i giorni». C’è «la resistenza alla grazia, e quello è un buon segno, perché indica che il Signore sta lavorando in noi». E «dobbiamo far cadere le resistenze, perché la grazia vada avanti». Infatti «la resistenza cerca sempre di cambiare il reale nel formale, nascondersi nel formale e con le formalità delle parole vuote, delle parole giustificatorie, delle parole accusatorie e tante altre, cerca di rimanere dov’è e non lasciarsi portare avanti dal Signore». Perché, ha riconosciuto il Papa, «non è sempre facile, c’è sempre una croce: dove c’è il Signore ci sarà una croce, piccola o grande».
Ed è «la resistenza alla croce, la resistenza al Signore che ci porta alla redenzione». È «la resistenza di Pietro: quando Gesù, dopo aver detto che lui sarebbe stato la pietra della Chiesa, comincia a spiegargli che dovrà soffrire, Pietro resiste. E dice: “No, Signore, questo mai accadrà!”». E «Gesù a Pietro, al suo eletto, al primo Papa, replica dicendo “vattene satana!”». Sì, perché Pietro «resisteva alla grazia, resisteva al piano di Dio sull’umanità e su ciascuno di noi».
In questa prospettiva il Pontefice ha invitato a «non avere paura quando ognuno di noi trova che nel suo cuore ci sono resistenze». Certo, l’atteggiamento giusto è «dirlo chiaramente al Signore: “Guarda, Signore, io cerco di coprire questo, di fare questo per non lasciare entrare la tua parola”». E «dire questa parola tanto bella: “Signore, con grande forza, soccorrimi; la tua grazia vinca le resistenze del peccato”». Del resto, ha aggiunto Francesco, «le resistenze sono sempre un frutto del peccato originale che noi portiamo». Ed è bello «avere resistenze». È «brutto» invece «prenderle come difesa dalla grazia del Signore». Insomma «avere resistenze è normale» ha concluso il Papa, suggerendo di dire: «Sono peccatore, aiutami Signore!». E invitando a preparasi «con questa riflessione al prossimo Natale».
L'Osservatore Romano

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Un martire senza carnefici 
Vatican Insider 

(Paolo Affatato) Charles de Foucauld è la figura che insegna ai battezzati l’autentica natura del martirio cristiano, troppo spesso oggi distorta nell’ideologia del «persecuzionismo». Fratel Michael Davide Semeraro, monaco benedettino e maestro di spiritualità, offre una prospettiva originale sull’esperienza del “piccolo fratello” e sulla sua eredità, a cento anni dalla morte. La figura di de Foucauld, come spiega nel suo libro «Charles de Foucauld. Esploratore e profeta di fraternità universale» (San Paolo, 2016) non è irrilevante nella temperie ecclesiale contemporanea, segnata da un rapporto per molti problematico, se non conflittuale, con l’islam. (...)