lunedì 2 gennaio 2017

Verso una teologia delle religioni


Verso una teologia delle religioni


di Gianfranco Ravasi
«A ognuno di voi è stata assegnata da Dio una regola e una via, mentre se Egli avesse voluto avrebbe fatto di voi una comunità unica. Ma non ha fatto questo per provarvi in quello che vi ha dato. Gareggiate, allora, nelle opere buone, perché a Dio tutti voi tornerete. Allora egli vi informerà di quelle cose per le quali ora siete in discordia». È questo un passo suggestivo del Corano ( V, 48) nel quale si riconosce che la diversità delle “regole” e delle “vie”, cioè dei riti, delle dottrine e delle norme morali, è contemplata da Dio nel suo progetto sull’umanità.
E si afferma che sarà solo alla fine dei tempi, cioè nell’escatologia, che tutti ritroveranno un’unità attraverso un’illuminazione divina. Siamo partiti dal Corano – che agli occhi di molti appare come il testo sacro più integralistico – per affermare che il dialogo interreligioso in realtà appartiene all’anima profonda di tutte le religioni, in particolare delle tre monoteistiche. Per noi cattolici alla base c’è il Concilio Vaticano II, con la fondamentale dichiarazione Nostra aetate, promulgata il 28 ottobre 1965. In essa, come è noto, non solo venivano prese in considerazione le varie religioni non cristiane ma si riservava un’attenzione particolare proprio all’islam (n. 3) e all’ebraismo (n. 4) e si ribadiva con fermezza che «non possiamo invocare Dio Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini, creati a immagine di Dio» (n. 5). È in questo spirito che già l’anno prima, il 19 maggio 1964, Paolo VI istituiva un Segretariato per i non Cristiani, che Giovanni Paolo II, con la costituzione Pastor bonus del 28 giugno 1988, ha trasformato nell’attuale Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso. In questa delicata, ma anche necessaria e affascinante, esperienza di dialogo è indispensabile navigare evitando due scogli opposti che ininterrottamente si presentano davanti ai credenti delle diverse religioni.
Da un lato, infatti, c’è la Scilla dell’integralismo identitario esclusivo che ha appunto nel fondamentalismo il suo vessillo spesso insanguinato: la cronaca tragica di certi Paesi dell’Asia e dell’Africa, ma anche le esplosioni inattese di queste degenerazioni religiose nello stesso Occidente ne sono una terribile testimonianza. Aveva ragione lo scrittore Jorge Luis Borges quando già nel 1962, nei suoi Labirinti, osservava che «è più faci- le morire per una religione di quanto lo sia viverla assolutamente». D’altro lato c’è, però, la nebbiosa Cariddi del sincretismo incolore che relativizza ogni Credo stemperandolo in un’innocua melassa spirituale. L’autentico dialogo è, infatti, l’incontro attento e rispettoso ( dià-) tra due lógoi religiosi dotati di una loro identità teologica e culturale.
Non è possibile riassumere in poche righe la molteplicità delle esperienze vissute e delle espressioni teologiche che questo dialogo ha realizzato, pur nella complessità e nelle difficoltà che si sono registrate, anch’esse comunque appartenenti al progetto di Dio che – come afferma il passo della sura V – ci ha «messo alla prova in quel che ci ha dato». Desideriamo soltanto segnalare, in ambito cristiano, il delinearsi di una vera e propria “teologia delle religioni” che Heinz Robert Schlette, discepolo del famoso teologo Karl Rahner, ha definito come «un terreno dogmaticamente nuovo, paragonabile alle zone in bianco degli antichi atlanti». Si sono così aperti diversi itinerari di ricerca, alcuni collegati a percorsi già battuti nei secoli scorsi. Il caso della tradizionale prospettiva “esclusivista”: Cristo è l’unico mediatore di salvezza, implicitamente o esplicitamente riconosciuto, e la Chiesa è direttamente o indirettamente l’unica istituzione di salvezza. Celebre è il motto Extra Ecclesiam nulla salus, formulato dallo scrittore cristiano del III secolo Origene e dal vescovo di Cartagine Cipriano: la salvezza è universalmente offerta attraverso il canale della Chiesa che – per usare le immagini di questi autori – è la casa-città di rifugio, è l’arca che sottrae al diluvio, è la madre nutrice di vita.
La perentorietà della formula, adottata da vari Padri della Chiesa e da alcune affermazioni del magistero ecclesiale medievale (in particolare dal Concilio di Firenze del 1442), è stata sottoposta successivamente a un complesso processo interpretativo, soprattutto per la definizione del concetto di “Chiesa” e quindi dell’ampiezza del suo spazio salvifico. Si è così introdotta una visione di indole più “inclusivista”: i valori positivi delle religioni non cristiane sono destinati a trovare compimento nel cristianesimo (così il teologo e cardinale Jean Daniélou); chi accoglie con coscienza pura la grazia divina e vive con fedeltà il suo impegno morale e spirituale, a qualsiasi religione (o a nessuna religione) appartenga, è in pratica un «cristiano anonimo » (il citato Karl Rahner). L’incontro interreligioso di Assisi del 1986 fu l’icona vivente di questo nuovo atteggiamento, già fatto balenare dal Concilio Vaticano II nel citato documento Nostra aetate (n. 2). Ma negli ultimi anni è apparso un terzo modello, di tipo “pluralistico”, che al precedente paradigma “cristocentrico” ha sostituito quello più generale “teocentrico”.
La proposta fu avanzata dal teologo presbiteriano John Hick, secondo il quale la salvezza promana da Dio, “Realtà ultima”, e quindi ogni religione con la sua verità è uno spazio di salvezza. È evidente che questa prospettiva, mettendo tra parentesi la funzione specifica di Cristo, relativizzava la religione cristiana, riconducendola a una forma spirituale tra le tante, senza la sua identità specifica. È per questo che si giunse nel 2000 alla dichiarazione vaticana Dominus Jesusin cui la Chiesa cattolica riaffermava l’unicità della salvezza in Cristo, almeno in modo “inclusivo”.
Nel frattempo però sono state elaborate altre proposte di taglio “relazionale”, nello sforzo di porre l’identità cristiana in relazione creativa con le altre tradizioni religiose: i nomi di teologi come Jacques Dupuis, Claude Geffré, Hans Küng, Michael Amaladoss hanno superato i confini delle facoltà teologiche, suscitando un dibattito molto effervescente, ma anche alcune reazioni cattoliche ufficiali negative, trattandosi talora di proposte radicali, drastiche e in qualche caso provocatorie. Abbiamo voluto descrivere sommariamente questa mappa teologica piuttosto articolata e variegata per far comprendere quanto sia necessario, ma anche complesso, il dialogo interreligioso sia tra i monoteismi sia nello spettro più vasto dei fenomeni religiosi.

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Patriarcato latino di Gerusalemme. Omelia della Messa per la Pace 2017 
 LPJ 
Abbiamo celebrato da pochi giorni il Natale del Signore, e abbiamo fatto memoria di quell’evento accaduto nella storia in cui Dio si è rivestito della nostra carne. Ora continuiamo a celebrare il Natale, perché quella nascita non cessa di essere vitale, attiva: il Signore continua a nascere, a crescere, ad esistere nella vita di ogni battezzato e – in modo misterioso – in quella di ciascun uomo. (...)







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Frère Aloïs: insieme per trovare speranza 
 SettimanaNews 
(Francesco Strazzari)  – Frère Aloïs, che impressione ha  di questo incontro di Riga,  formidabile ed entusiasmante,  con tutti questi giovani che sono arrivati soprattutto dall’Est Europa? -- È una gioia grande e questo è sorprendente perché siamo in un periodo non facile per l’Europa e anche per la Chiesa. (...)

Maria di Nazareth nel cuore ardente dell’alleanza

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Maria di Nazareth nel cuore ardente dell’alleanza
L'Osservatore Romano, donne chiesa mondo
(Anne-Marie Pelletier) Tutti sanno che la Vergine Maria è associata, nel cuore della Chiesa, a un’immensa tradizione spirituale che medita la sua figura, canta la grazia della sua persona, celebra la sua partecipazione all’opera di salvezza, trova sostegno nel suo accompagnamento materno. Le figure più insigni della storia cristiana affiancano i credenti più umili in una uguale fiducia e pietà filiali verso colei che il concilio di Efeso dichiarò solennemente theotòkos. Tuttavia, senza sminuire questa realtà che è parte integrante del patrimonio cristiano, non è improprio tornare un po’ alla fonte della fede e della pietà, ossia alla testimonianza delle Scritture.Si sa che, per la sua sobrietà, tale testimonianza contrasta incredibilmente con la sovrabbondanza, o meglio l’esuberanza, della teologia e della pietà mariane. Il fatto è che la presenza di Maria nel racconto evangelico è parsimoniosa e discreta. Si tratta di un paradosso evidente che sarebbe un peccato trascurare e non interrogare. Si potrebbe forse giungere a una maggiore conoscenza di Maria. E si potrebbe anche riuscire a superare il disagio che alcuni cristiani provano oggi rispetto a una certa spiritualità mariana. In realtà l’esaltazione della Vergine Maria è ben lungi dal proteggere dalla misoginia. Prova ne sono i tanti discorsi che contrappongono Eva — debole e tentatrice, che rappresenta la donna di sempre — alla Vergine pura e santa, costituita a modello di una femminilità fatta di obbedienza, di servizio e di annullamento, modello di cui gli uomini hanno largamente abusato.
Ricordiamo brevemente alcuni elementi dei documenti scritturali. È un dato di fatto che i vangeli di Luca e di Giovanni menzionano Maria in due punti decisivi del racconto evangelico. Maria viene presentata fin dall’inizio in Luca, nell’Annunciazione e nella Visitazione, e in Giovanni, all’avvio del ministero pubblico, con le nozze di Cana. È poi menzionata di nuovo nel momento finale della passione, quando in Giovanni 19, 25-27 sono riportate le parole di Gesù che consegnano l’apostolo Giovanni nelle mani di Maria e affidano Maria a Giovanni. L’inatteso appellativo, nel quarto vangelo, della madre di Gesù come «donna» (gynè) sottolinea la posta in gioco teologica attribuita qui alla sua presenza. Dopo la resurrezione, il libro degli Atti degli apostoli indica la sua presenza nella camera alta, dove avviene l’effusione dello Spirito santo. Ma, al di là di questi riferimenti, il corpus mariano non è fatto che di brevi menzioni, messe in bocca ad avversari che intendono screditare Gesù facendo notare che è solo «il figlio di Maria» (Matteo 13, 55 e paralleli). A ciò si aggiunge l’episodio in cui Gesù reagisce alla domanda di sua madre e dei suoi «fratelli» venuti a parlargli: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» (Matteo 12, 46-50 e paralleli). La sua risposta, solitamente considerata brutale, è in realtà molto istruttiva per lo spostamento che opera: «chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre». L’asserzione è confermata in Luca 11, 27-28, quando Gesù rifiuta le parole della donna che celebra il ventre materno che lo ha portato, spostando di nuovo la beatitudine verso «coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano», lontano quindi da considerazioni sulla maternità fisica di Maria. Questi ultimi fatti, sicuramente sconcertanti, racchiudono però una lezione importante: l’identificazione di Maria, l’esplicitazione del suo ruolo e della sua preminenza nel mistero della salvezza possono creare malintesi. Invitano dunque a usare prudenza e a fare attenzione.
«Beata tu fra le donne»: questo appellativo dato a Maria da Elisabetta, che conosce il segreto di sua cugina mentre lei stessa riceve la grazia di una nascita impossibile, deve richiamare l’attenzione. L’espressione è magnifica, ma deve essere intesa correttamente, ossia astenendosi dall’interpretazione che vorrebbe che lei «unica tra le donne, seppe piacere a Dio», come riteneva un autore del V secolo e come l’ha sottinteso una lunga tradizione. Il testo evangelico, nella sua versione sia greca sia latina, la designa bene come colei che è «tra», «tra le donne», che trova posto nel nutrito corteo delle generazioni femminili che si succedono da quando il mondo è mondo. E in tale contesto Maria, naturalmente, si trova innanzitutto vicina alle sue contemporanee, parenti, vicine, amiche, che vivono al ritmo di un villaggio della Galilea del I secolo. La nostra memoria storica fatica a far rivivere queste vite di donne, tanto sono votate culturalmente all’annullamento. Esegeti e storici si sforzano oggi di restituire qualcosa di loro, un qualcosa che però non va oltre ciò che dice allusivamente il Salmo 128: «La tua sposa come vite feconda nell’intimità della tua casa».
Eppure, nel caso di Maria, questa umile condizione è strappata alla banalità. In primo luogo perché quella vita nascosta, dove nulla sembra degno di particolare attenzione, fa toccare il mistero dell’incarnazione di Gesù stesso, descritto in Galati 4, 4 «nato da donna», che si fa vicino alla condizione umana nella sua più grande modestia. In secondo luogo perché il racconto evangelico risuona di forti riferimenti biblici, che collegano Maria alle donne d’Israele di cui le Scritture conservano e celebrano la memoria. La presenza di Elisabetta, la sterile, che partorisce nella sua vecchiaia, inscrive nel Vangelo, sin dall’inizio, questa storia femminile, che serve da sostegno al compimento del disegno di Dio. Proprio come il Magnificat, che riprende le parole di Anna, madre di Samuele. Così Maria appare al termine di una lunga discendenza di donne che, a partire dalle matriarche e passando per Rut, Giuditta, Ester e molte altre, hanno concepito, nella potenza di Dio, le generazioni d’Israele o che, in questa stessa potenza, sono state le garanti del futuro del popolo nei momenti di pericolo. Infine, Maria è evocata nelle parole che l’associano alla Figlia di Sion, i cui tratti la tradizione profetica esalta anticipatamente a partire dall’esilio, associandola all’opera di salvezza che Dio compirà. Ed è quello che esprime il saluto dell’angelo dell’Annunciazione, dove il termine greco chàire si deve intendere come un “gioisci” che riprende Sofonia 3, 14, Zaccaria 9, 9 e ancora Gioele 2, 21-33, invitando la Gerusalemme messianica alla gioia di sapersi rivestita da Dio degli abiti della salvezza. Stavolta è evidente, la figura di Maria travalica le generazioni femminili d’Israele per eguagliarsi all’intero popolo, generato da Dio alla santità, a partire dal piccolo resto che si è mantenuto umilmente nella speranza.
Si può pertanto celebrare Maria come il verus Israel, nel senso che tutto ciò che la definisce è di fatto compimento della vocazione del popolo eletto. Così Maria viene posta, come nessun altro essere umano, nel cuore ardente dell’alleanza, là dove Dio conduce al punto estremo la sua volontà di salvezza per l’umanità e là dove questa umanità accede a una giustizia che compie la sua verità divina. Lo stesso accade quando Maria acconsente all’inaudito annuncio dell’angelo, definendosi lei stessa «serva del Signore». Lungi da un’interpretazione negativamente ancillare, si sa che è questo il titolo che Mosè riceve da Dio e che conserva fino a Apocalisse 15, 3, ed è anche il titolo dato al re David, e naturalmente al popolo che, a detta dei profeti, fa tanta fatica a onorarlo nella storia veterotestamentaria. L’umiltà associata alla parola «serva» trova a sua volta il suo vero significato alla luce della rivelazione: antidoto all’orgoglio che conduce alla morte, è ciò a cui il Dio d’Israele ha esortato continuamente il suo popolo, insegnandogli che è quella la via maestra, l’arma della vera potenza, che confonde e sconfigge i superbi. Le parole del Magnificat, che celebrano il Dio che «ha rovesciato i potenti dai troni», lo esprimono bene.
Verus Israel Maria lo è più che mai, come «colei che ascolta». Anche in questo, compie, ossia porta alla sua pienezza, il compito affidato al popolo dell’alleanza nello shema Israel (cfr. Deuteronomio 6, 4), lei che sa percepire la voce di «fine silenzio» dell’angelo dell’Annunciazione. Ed è proprio su questo “ascolto” che Gesù pone l’accento per rettificare la beatitudine che esalta il ventre che l’ha portato. Ora, ascoltare è anche serbare la parola ricevuta, come fa Maria in Luca 2, 19 e 51, adempiendo all’ingiunzione che definisce ugualmente la vocazione d’Israele nella tradizione deuteronomica. E infine ascoltare e serbare è credere, cosa di cui Elisabetta rende merito a Maria: «beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (Luca 1, 45). È proprio su questo credere che il vangelo di Luca pone l’accento in due occasioni. Un credere che dobbiamo interrogare e contemplare, chiedendoci come Maria ha creduto al giusto. Non bisognerebbe di fatto eludere la domanda con il pretesto che, in quanto Madre di Dio, concepita senza peccato, sarebbe vissuta con una lungimiranza che le avrebbe risparmiato l’oscurità della fede e che alla fine l’avrebbe dispensata dal credere. Ma non è così che i vangeli la rievocano. Al contrario, fin dall’Annunciazione che suscita la sua domanda «come è possibile?», la sua vita è costellata da stupore. Il racconto della natività in Luca la descrive mentre serba nel suo cuore il ricordo di realtà alquanto sconcertanti. Come si può pensare che le parole di Simeone, durante la presentazione del bambino al tempio, non abbiano suscitato la sua perplessità? Perplessità espressa chiaramente nell’episodio in cui Gesù, adolescente, resta nel tempio, mentre i suoi genitori sono ripartiti. Il «figlio, perché ci hai fatto così?» non viene affatto chiarito dall’enigmatica risposta di Gesù, che dice di doversi occupare delle cose del Padre suo. Il testo commenta sobriamente che Maria «serbava tutte queste cose nel suo cuore». E ancora, come immaginare la prova vissuta da Maria durante i trent’anni di vita nascosta di Gesù, che sembrano annullare tutto ciò che lei aveva sentito profetizzare di suo figlio? E durante quel lungo periodo Maria non sperimenta forse il mistero della kènosis di Gesù così come l’esplicita l’inno nella lettera ai Filippesi? E ancor di più quando questa kènosis culmina sul Golgota. Dovremmo credere che la madre sia stata risparmiata dallo sconforto del figlio: «Dio mio, perché mi hai abbandonato?»? Il fatto è che Maria resta presente, fino alla fine. Stabat mater. Rimane lì tutta la notte, nella prova della contraddizione, «mettendo insieme» (secondo il significato stesso della parola greca symbàllousa in Luca 2, 19) l’evidenza del fallimento assoluto e la fiducia senza parole nel fatto che Dio salva, anche in quella perdita.
Questa è la fede del «cuore assennato» di Maria, secondo l’espressione di Proverbi 14, 33, che è anche il cuore che Salomone chiedeva a Dio nella sua preghiera (1 Re 3, 9). Ed è da questo cuore — che ascolta e serba, che aderisce al disegno nascosto di Dio nel bel mezzo delle tenebre che sembrano smentirlo — che Gesù è generato. Ed è a questa fede che Maria genera la Chiesa: fede coraggiosa, resistente, che affronta il crollo di tutte le immagini idolatriche di Dio che la croce contraddice e denuncia. Così, vivendo e generando da questa fede, Maria di Nazaret trascende completamente il modello di femminilità al quale troppo spesso la si è voluta assegnare. È in questa donna, associata all’opera divina della ricreazione dell’umanità, come la cantava sant’Anselmo, che l’intera Chiesa è invitata a riconoscersi maternamente generata, per portare nel presente oscuro in cui viviamo la testimonianza della vittoria del risorto, a dispetto di tutte le prove contrarie.
L’autrice
Docente universitario emerito, insegna attualmente esegesi biblica alla facoltà Notre-Dame, Collège des Bernardins (Parigi). È spesso impegnata in corsi di antropologia bilbica nel mondo monastico, è membro dell’Association catholique française pour l’étude de la Bible (Acfeb) e dell’Institut Lustiger. Nel 2014 è stata insignita del premio Ratzinger. Fra le sue pubblicazioni Lectures du cantique des Cantiques. De l’énigme du sens aux figures du lecteur (1989); Il cristianesimo e le donne (2001), e Le signe de la femme (2006).
L'Osservatore Romano, donne chiesa mondo - Gennaio 2017

Lettera del Santo Padre Francesco ai Vescovi nella Festa dei Santi Innocenti



Lettera del Santo Padre Francesco ai Vescovi nella Festa dei Santi Innocenti 
 Sala stampa della Santa Sede 
Pubblichiamo di seguito la Lettera che il Santo Padre Francesco ha scritto ai Vescovi nella Festa dei Santi Innocenti, celebrata il 28 dicembre 2016:
Lettera del Santo Padre
Caro fratello,
Oggi, giorno dei Santi Innocenti, mentre continuano a risuonare nei nostri cuori le parole dell’angelo ai pastori: «Vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore» (Lc 2,10-11), sento il bisogno di scriverti. Ci fa bene ascoltare una volta ancora questo annuncio; ascoltare nuovamente che Dio è in mezzo al nostro popolo. Questa certezza che rinnoviamo anno per anno è fonte della nostra gioia e della nostra speranza.
In questi giorni possiamo sperimentare come la liturgia ci prende per mano e ci conduce al cuore del Natale, ci introduce nel Mistero e ci porta a poco a poco alla sorgente della gioia cristiana.

Come pastori siamo stati chiamati per aiutare a far crescere questa gioia in mezzo al nostro popolo. Ci è chiesto di prenderci cura di questa gioia. Desidero rinnovare con te l’invito a non lasciarci rubare questa gioia, dal momento che molte volte delusi – e non senza ragione – della realtà, della Chiesa, o anche delusi di noi stessi, sentiamo la tentazione di affezionarci a una tristezza dolciastra, senza speranza, che si impadronisce dei cuori (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 83).
Il Natale, nostro malgrado, viene accompagnato anche dal pianto. Gli evangelisti non si permisero di mascherare la realtà per renderla più credibile o appetibile. Non si permisero di realizzare un discorso “bello” ma irreale. Per loro il Natale non un era rifugio immaginario in cui nascondersi di fronte alle sfide e alle ingiustizie del loro tempo. Al contrario, ci annunciano anche la nascita del Figlio di Dio avvolta in una tragedia di dolore. Citando il profeta Geremia, l’evangelista Matteo lo presenta con grande crudezza: «Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli» (2,18). È il gemito di dolore delle madri che piangono la morte dei loro figli innocenti di fronte alla tirannia e alla sfranata sete di potere di Erode.
Un gemito che anche oggi possiamo continuare ad ascoltare, che ci tocca l’anima e che non possiamo e non vogliamo ignorare né far tacere. Oggi tra la nostra gente, purtroppo – e lo scrivo con profondo dolore –, si ascoltare ancora il lamento e il pianto di tante madri, di tante famiglie, per la morte dei loro figli, dei loro figli innocenti.
Contemplare il presepe è anche contemplare questo pianto, è anche imparare ad ascoltare ciò che accade intorno e avere un cuore sensibile e aperto al dolore del prossimo, specialmente quando si tratta di bambini, ed è anche essere capaci di riconoscere che ancora oggi si sta scrivendo questo triste capitolo della storia. Contemplare il presepio isolandolo dalla vita che lo circonda, sarebbe fare della Natività una bella favola che susciterebbe in noi buoni sentimenti ma ci priverebbe della forza creatrice della Buona Notizia che il Verbo Incarnato ci vuole donare. E la tentazione esiste.
È possibile vivere la gioia cristiana voltando le spalle a queste realtà? È possibile realizzare la gioia cristiana ignorando il gemito del fratello, dei bambini?
San Giuseppe è stato il primo chiamato a custodire la gioia della Salvezza. Davanti ai crimini atroci che stavano accadendo, san Giuseppe – esempio dell’uomo obbediente e fedele – fu capace di ascoltare la voce di Dio e la missione che il Padre gli affidava. E poiché seppe ascoltare la voce di Dio e si lasciò guidare dalla sua volontà, divenne più sensibile a ciò che lo circondava e seppe leggere gli avvenimenti con realismo.
Oggi anche a noi, pastori, viene chiesto lo stesso, di essere uomini capaci di ascoltare e non essere sordi alla voce del Padre, e così poter essere più sensibili alla realtà che ci circonda. Oggi, tenendo come modello san Giuseppe, siamo invitati a non lasciare che ci rubino la gioia. Siamo invitati a difenderla dagli Erode dei nostri giorni. E come san Giuseppe, abbiamo bisogno di coraggio per accettare questa realtà, per alzarci e prenderla tra le mani (cfr Mt 2,20). Il coraggio di proteggerla dai nuovi Erode dei nostri giorni, che fagocitano l’innocenza dei nostri bambini. Un’innocenza spezzata sotto il peso del lavoro clandestino e schiavo, sotto il peso della prostituzione e dello sfruttamento. Innocenza distrutta dalle guerre e dall’emigrazione forzata con la perdita di tutto ciò che questo comporta. Migliaia di nostri bambini sono caduti nelle mani di banditi, di mafie, di mercanti di morte che l’unica cosa che fanno è fagocitare e sfruttare i loro bisogni.
A titolo di esempio, oggi 75 milioni di bambini – a causa delle emergenze e delle crisi prolungate – hanno dovuto interrompere la loro istruzione. Nel 2015, il 68% di tutte le persone oggetto di traffico sessuale nel mondo erano bambini. D’altra parte, un terzo dei bambini che hanno dovuto vivere fuori dei loro paesi lo ha fatto per spostamento forzato. Viviamo in un mondo dove quasi la metà dei bambini che muoiono sotto i 5 anni muore per malnutrizione. Nell’anno 2016 si calcola che 150 milioni di bambini hanno compiuto un lavoro minorile, molti di loro vivendo in condizioni di schiavitù. Secondo l’ultimo rapporto elaborato dall’UNICEF, se la situazione mondiale non muta, nel 2030 saranno 167 milioni i bambini che vivranno in estrema povertà, 69 milioni di bambini sotto i 5 anni moriranno tra il 2016 e il 2030 e 60 milioni di bambini non frequenteranno la scuola primaria di base.
Ascoltiamo il pianto e il lamento di questi bambini; ascoltiamo anche il pianto e il lamento della nostra madre Chiesa, che piange non solo davanti al dolore procurato nei suoi figli più piccoli, ma anche perché conosce il peccato di alcuni dei suoi membri: la sofferenza, la storia e il dolore dei minori che furono abusati sessualmente da sacerdoti. Peccato che ci fa vergognare. Persone che avevano la responsabilità della cura di questi bambini hanno distrutto la loro dignità. Deploriamo questo profondamente e chiediamo perdono. Ci uniamo al dolore delle vittime e a nostra volta piangiamo il peccato. Il peccato per quanto è successo, il peccato di omissione di assistenza, il peccato di nascondere e negare, il peccato di abuso di potere. Anche la Chiesa piange con amarezza questo peccato dei suoi figli e chiede perdono. Oggi, ricordando il giorno dei Santi Innocenti, voglio che rinnoviamo tutto il nostro impegno affinché queste atrocità non accadano più tra di noi. Troviamo il coraggio necessario per promuovere tutti i mezzi necessari e proteggere in tutto la vita dei nostri bambini perché tali crimini non si ripetano più. Facciamo nostra chiaramente e lealmente la consegna “tolleranza zero” in questo ambito.
La gioia cristiana non è una gioia che si costruisce ai margini della realtà, ignorandola o facendo come se non esistesse. La gioia cristiana nasce da una chiamata – la stessa che ricevette san Giuseppe – a “prendere” e proteggere la vita, specialmente quella dei santi innocenti di oggi. Il Natale è un tempo che ci interpella a custodire la vita e aiutarla a nascere e crescere; a rinnovarci come pastori coraggiosi. Questo coraggio che genera dinamiche capaci di prendere coscienza della realtà che molti dei nostri bambini oggi stanno vivendo e lavorare per garantire loro le condizioni necessarie perché la loro dignità di figli di Dio sia non solo rispettata, ma soprattutto difesa.
Non lasciamo che rubino loro la gioia. Non ci lasciamo rubare la gioia, custodiamola e aiutiamola a crescere.
Facciamo questo con la stessa fedeltà paterna di san Giuseppe e tenuti per mano da Maria, la Madre della tenerezza, perché non ci si indurisca il cuore.
Con fraterno affetto,
FRANCESCO
Dal Vaticano, 28 dicembre 2016
Festa dei Santi Innocenti, Martiri

Tempo di Natale. 2 Gennaio. Commento audio al Vangelo

domenica 1 gennaio 2017

Santa Messa nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio e nella 50.ma Giornata Mondiale della Pace. Omelia di Papa Francesco.



Santa Messa nella Solennità di Maria Santissima Madre di Dio e nella 50.ma Giornata Mondiale della Pace. Papa Francesco: "Una società senza madri sarebbe non soltanto una società fredda, ma una società che ha perduto il cuore, che ha perduto il “sapore di famiglia”. Una società senza madri sarebbe una società senza pietà, che ha lasciato il posto soltanto al calcolo e alla speculazione. Perché le madri, perfino nei momenti peggiori, sanno testimoniare la tenerezza, la dedizione incondizionata, la forza della speranza"

"Celebrare la festa della Santa Madre di Dio 
ci ricorda che non siamo merce di scambio 
o terminali recettori di informazione. 
Siamo figli, siamo famiglia, siamo popolo di Dio"

[Text: Italiano, Français, English, Español, Português]
Alle ore 10 di questa mattina, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco presiede la celebrazione della Messa della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio nell’ottava di Natale e nella ricorrenza della 50.ma Giornata Mondiale della Pace sul tema: La non violenza: stile di una politica per la pace.
Omelia del Santo Padre
«Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19).
Così Luca descrive l’atteggiamento con cui Maria accoglie tutto quello che stavano vivendo in quei giorni.
Lungi dal voler capire o dominare la situazione, Maria è la donna che sa conservare, cioè proteggere, custodire nel suo cuore il passaggio di Dio nella vita del suo popolo. Dal suo grembo imparò ad ascoltare il battito del cuore del suo Figlio e questo le insegnò, per tutta la sua vita, a scoprire il palpitare di Dio nella storia.
Imparò ad essere madre e, in quell’apprendistato, donò a Gesù la bella esperienza di sapersi Figlio. In Maria, il Verbo eterno non soltanto si fece carne ma imparò a riconoscere la tenerezza materna di Dio. Con Maria, il Dio-Bambino imparò ad ascoltare gli aneliti, le angosce, le gioie e le speranze del popolo della promessa. Con Lei scoprì sé stesso come Figlio del santo popolo fedele di Dio.
Nei Vangeli Maria appare come donna di poche parole, senza grandi discorsi né protagonismi ma con uno sguardo attento che sa custodire la vita e la missione del suo Figlio e, perciò, di tutto quello che Lui ama. Ha saputo custodire gli albori della prima comunità cristiana, e così ha imparato ad essere madre di una moltitudine. Si è avvicinata alle situazioni più diverse per seminare speranza. Ha accompagnato le croci caricate nel silenzio del cuore dei suoi figli. Tante devozioni, tanti santuari e cappelle nei luoghi più reconditi, tante immagini sparse per le case ci ricordano questa grande verità. Maria ci ha dato il calore materno, quello che ci avvolge in mezzo alle difficoltà; il calore materno che permette che niente e nessuno spenga in seno alla Chiesa la rivoluzione della tenerezza inaugurata dal suo Figlio. Dove c’è una madre, c’è tenerezza. E Maria con la sua maternità ci mostra che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, ci insegna che non c’è bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 288). E da sempre il santo popolo fedele di Dio l’ha riconosciuta e salutata come la Santa Madre di Dio.
Celebrare la maternità di Maria come Madre di Dio e madre nostra all’inizio di un nuovo anno significa ricordare una certezza che accompagnerà i nostri giorni: siamo un popolo con una Madre, non siamo orfani.
Le madri sono l’antidoto più forte contro le nostre tendenze individualistiche ed egoistiche, contro le nostre chiusure e apatie. Una società senza madri sarebbe non soltanto una società fredda, ma una società che ha perduto il cuore, che ha perduto il “sapore di famiglia”. Una società senza madri sarebbe una società senza pietà, che ha lasciato il posto soltanto al calcolo e alla speculazione. Perché le madri, perfino nei momenti peggiori, sanno testimoniare la tenerezza, la dedizione incondizionata, la forza della speranza. Ho imparato molto da quelle madri che, avendo i figli in carcere o prostrati in un letto di ospedale o soggiogati dalla schiavitù della droga, col freddo e il caldo, con la pioggia e la siccità, non si arrendono e continuano a lottare per dare loro il meglio. O quelle madri che, nei campi-profughi, o addirittura in mezzo alla guerra, riescono ad abbracciare e a sostenere senza vacillare la sofferenza dei loro figli. Madri che danno letteralmente la vita perché nessuno dei figli si perda. Dove c’è la madre c’è unità, c’è appartenenza, appartenenza di figli.
Iniziare l’anno facendo memoria della bontà di Dio nel volto materno di Maria, nel volto materno della Chiesa, nei volti delle nostre madri, ci protegge della corrosiva malattia della “orfanezza spirituale”, quella orfanezza che l’anima vive quando si sente senza madre e le manca la tenerezza di Dio. Quella orfanezza che viviamo quando si spegne in noi il senso di appartenenza a una famiglia, a un popolo, a una terra, al nostro Dio. Quella orfanezza che trova spazio nel cuore narcisista che sa guardare solo a sé stesso e ai propri interessi e che cresce quando dimentichiamo che la vita è stata un dono, che l’abbiamo ricevuta da altri, e che siamo invitati a condividerla in questa casa comune.
Questa orfanezza autoreferenziale è quella che portò Caino a dire: «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9), come a dichiarare: lui non mi appartiene, non lo riconosco. Un tale atteggiamento di orfanezza spirituale è un cancro che silenziosamente logora e degrada l’anima. E così ci degradiamo a poco a poco, dal momento che nessuno ci appartiene e noi non apparteniamo a nessuno: degrado la terra perché non mi appartiene, degrado gli altri perché non mi appartengono, degrado Dio perché non gli appartengo… E da ultimo finisce per degradare noi stessi perché dimentichiamo chi siamo, quale “nome” divino abbiamo. La perdita dei legami che ci uniscono, tipica della nostra cultura frammentata e divisa, fa sì che cresca questo senso di orfanezza e perciò di grande vuoto e solitudine. La mancanza di contatto fisico (e non virtuale) va cauterizzando i nostri cuori (cfr Lett. enc. Laudato si’, 49) facendo perdere ad essi la capacità della tenerezza e dello stupore, della pietà e della compassione. L’orfanezza spirituale ci fa perdere la memoria di quello che significa essere figli, essere nipoti, essere genitori, essere nonni, essere amici, essere credenti. Ci fa perdere la memoria del valore del gioco, del canto, del riso, del riposo, della gratuità.
Celebrare la festa della Santa Madre di Dio ci fa spuntare di nuovo sul viso il sorriso di sentirci popolo, di sentire che ci apparteniamo; di sapere che soltanto dentro una comunità, una famiglia le persone possono trovare il “clima”, il “calore” che permette di imparare a crescere umanamente e non come meri oggetti invitati a “consumare ed essere consumati”. Celebrare la festa della Santa Madre di Dio ci ricorda che non siamo merce di scambio o terminali recettori di informazione. Siamo figli, siamo famiglia, siamo popolo di Dio.
Celebrare la Santa Madre di Dio ci spinge a creare e curare spazi comuni che ci diano senso di appartenenza, di radicamento, di farci sentire a casa dentro le nostre città, in comunità che ci uniscano e ci sostengano (cfr ibid., 151).
Gesù Cristo, nel momento del più grande dono della sua vita, sulla croce, non ha voluto tenere niente per sé e consegnando la sua vita ci ha consegnato anche sua Madre. Disse a Maria: ecco il tuo figlio, ecco i tuoi figli. E noi vogliamo accoglierla nelle nostre case, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità, nei nostri paesi. Vogliamo incontrare il suo sguardo materno. Quello sguardo che ci libera dall’orfanezza; quello sguardo che ci ricorda che siamo fratelli: che io ti appartengo, che tu mi appartieni, che siamo della stessa carne. Quello sguardo che ci insegna che dobbiamo imparare a prenderci cura della vita nello stesso modo e con la stessa tenerezza con cui lei se n’è presa cura: seminando speranza, seminando appartenenza, seminando fraternità.
Celebrare la Santa Madre di Dio ci ricorda che abbiamo la Madre; non siamo orfani, abbiamo una madre. Professiamo insieme questa verità! E vi invito ad acclamarla, in piedi, tutti insieme, tre volte come fecero i fedeli di Efeso: Santa Madre di Dio! Santa Madre di Dio! Santa Madre di Dio!

Traduzione in lingua francese
«Marie, cependant, retenait tous ces événements et les méditait dans son coeur» (Lc 2,19).
C’est ainsi que Luc décrit l’attitude avec laquelle Marie accueille tout qu’ils vivaient en ces jours. Loin de vouloir comprendre ou dominer la situation, Marie est la femme qui sait conserver, c’est-à-dire protéger, garder dans son coeur le passage de Dieu dans la vie de son Peuple. De son sein, elle a appris à écouter le battement du coeur de son Fils, et cela lui a appris, pour toute sa vie, à découvrir la palpitation de Dieu dans l’histoire. Elle a appris à être mère et, dans cet apprentissage, elle a donné à Jésus la belle expérience de se savoir Fils. En Marie, non seulement le Verbe éternel s’est fait chair, mais il a appris à reconnaître la tendresse maternelle de Dieu. Avec Marie, l’Enfant-Dieu a appris à écouter les aspirations, les angoisses, les joies et les espérances du peuple de la promesse. Avec elle il s’est découvert lui-même Fils du saint Peuple fidèle de Dieu.
Marie apparaît dans les Évangiles comme une femme qui parle peu, qui ne fait pas de grands discours ni ne se met en avant, mais qui, avec un regard attentif, sait garder la vie et la mission de son Fils, et donc de tout ce qu’il aime. Elle a su garder les aurores de la première communauté chrétienne, et elle a ainsi appris à être mère d’une multitude. Elle s’est approchée des situations les plus diverses pour semer l’espérance. Elle a accompagné les croix portées dans le silence du coeur de ses enfants. Beaucoup de dévotions, beaucoup de sanctuaires et de chapelles dans les lieux les plus reculés, beaucoup d’images répandues dans les maisons nous rappellent cette grande vérité. Marie nous a donné la chaleur maternelle, celle qui nous enveloppe dans les difficultés ; la chaleur maternelle qui permet que rien ni personne n’éteigne au sein de l’Église la révolution de la tendresse inaugurée par son Fils. Là où se trouve une mère, se trouve la tendresse. Et Marie nous montre avec sa maternité que l’humilité et la tendresse ne sont pas les vertus des faibles mais des forts, elle nous enseigne qu’il n’y a pas besoin de maltraiter les autres pour se sentir important (cf. Exhort. ap. Evangelii gaudium, n. 288). Et, depuis toujours, le saint Peuple fidèle de Dieu l’a reconnue et saluée comme la Sainte Mère de Dieu.
Célébrer la maternité de Marie comme Mère de Dieu et notre mère au début d’une année nouvelle signifie rappeler une certitude qui accompagnera nos journées : nous sommes un peuple qui a une Mère, nous ne sommes pas des orphelins.
Les mères sont l’antidote le plus fort contre nos tendances individualistes et égoïstes, contre nos fermetures et nos apathies. Une société sans mères serait non seulement une société froide, mais aussi une société qui a perdu le coeur, qui a perdu la « saveur de famille ». Une société sans mères
serait une société sans pitié, qui a laissé la place seulement au calcul et à la spéculation. Parce que les mères, même aux pires moments, savent donner le témoignage de la tendresse, du don de soi sans condition, de la force de l’espérance. J’ai beaucoup appris de ces mères qui, ayant les enfants en prison ou prostrés sur un lit d’hôpital, ou soumis à l’esclavage de la drogue, qu’il fasse froid ou chaud, qu’il pleuve ou dans la sécheresse, ne se rendent pas et continuent à lutter pour leur donner le meilleur. Oh ces mères qui, dans les camps de réfugiés, ou même en pleine guerre, réussissent à embrasser et à soutenir sans faiblir la souffrance de leurs enfants. Mères qui donnent littéralement leur vie pour qu’aucun de leurs enfants ne se perde. Là où se trouve la mère, se trouvent unité, appartenance, appartenance de fils.
Commencer l’année en faisant mémoire de la bonté de Dieu sur le visage maternel de Marie, sur le visage maternel de l’Église, sur le visage de nos mères, nous protège de la maladie corrosive qui consiste à être «orphelin spirituel», cette réalité que vit l’âme quand elle se sent sans mère et que la tendresse de Dieu lui manque. Cette condition d’orphelin que nous vivons quand s’éteint en nous le sens de l’appartenance à une famille, à un peuple, à une terre, à notre Dieu. Cette condition d’orphelin, qui trouve de la place dans le coeur narcissique qui ne sait regarder que lui-même et ses propres intérêts, et qui grandit quand nous oublions que la vie a été un don - dont nous sommes débiteur des autres -, vie que nous sommes invités à partager dans cette maison commune.
Cette condition d’orphelin autoréférentielle est ce qui porta Caïn à dire: «Est-ce que je suis, moi, le gardien de mon frère?» (Gn 4,9), comme à déclarer: il ne m’appartient pas, je ne le reconnais pas. Une telle attitude d’orphelin spirituel est un cancer qui use et dégrade l’âme silencieusement. Et ainsi, nous nous dégradons peu à peu, à partir du moment où personne ne nous appartient et que nous n’appartenons à personne: je dégrade la terre, parce qu’elle ne m’appartient pas, je dégrade les autres parce qu’ils ne m’appartiennent pas, je dégrade Dieu parce que je ne lui appartiens pas, et finalement nous nous dégradons nous-mêmes parce que nous oublions qui nous sommes, quel «nom» divin nous portons. La perte des liens qui nous unissent, typique de notre culture fragmentée et divisée, fait que ce sens d’être orphelin grandit, et même le sens de grand vide et de solitude. Le manque de contact physique (et non virtuel) cautérise peu à peu nos coeurs (cf. Let. enc. Laudato si’, n. 49) leur faisant perdre la capacité de la tendresse et de l’étonnement, de la pitié et de la compassion. Être orphelin spirituel nous fait perdre la mémoire de ce que signifie être fils, être petits-fils, être parents, être grands-parents, être amis, être croyants; nous fait perdre la mémoire de la valeur du jeu, du chant, du rire, du repos, de la gratuité.
Célébrer la fête de la Sainte Mère de Dieu nous fait surgir de nouveau sur le visage le sourire de se sentir être un peuple, de sentir que nous nous appartenons; de savoir que seulement dans une communauté, une famille, les personnes peuvent trouver le «climat», la «chaleur» qui permettent d’apprendre à grandir humainement et non pas comme de simples objets invités «à consommer et à être consommés». Célébrer la fête de la Sainte Mère de Dieu nous rappelle que nous ne sommes pas des marchandises d’échange ou des terminaux récepteurs d’informations. Nous sommes des fils, nous sommes une famille, nous sommes Peuple de Dieu.
Célébrer la Sainte Mère de Dieu nous pousse à créer et à préserver des espaces communs qui nous donnent un sens d’appartenance, d’enracinement, de nous sentir à la maison dans nos villes, dans des communautés qui nous unissent et nous soutiennent (cf. ibid., n. 151).
Jésus Christ, au moment du don le plus grand de sa vie, sur la croix, n’a rien voulu garder pour lui, et en remettant sa vie il nous a remis aussi sa Mère. Il dit à Marie: voici ton fils, voici tes fils. Et nous voulons l’accueillir dans nos maisons, dans nos familles, dans nos communautés, dans nos villages. Nous voulons croiser son regard maternel. Ce regard qui nous empêche d’être orphelins; ce regard qui nous rappelle que nous sommes frères: que je t’appartiens, que tu m’appartiens, que nous sommes de la même chair. Ce regard qui nous enseigne que nous devons apprendre à prendre soin de la vie de la même manière et avec la même tendresse que lui en a pris soin: en semant l’espérance, en semant l’appartenance, en semant la fraternité.
Célébrer la Sainte Mère de Dieu nous rappelle que nous avons la Mère; nous ne sommes pas orphelins, nous avons une mère. Professons ensemble cette vérité ! Et je vous invite à l’acclamer
trois fois, comme le firent les fidèles d’Ephèse: Sainte Mère de Dieu, Sainte Mère de Dieu; Sainte Mère de Dieu.
Traduzione in lingua inglese 
Mary treasured all these things and pondered them in her heart!” (Lk 2:19).
In these words, Luke describes the attitude with which Mary took in all that they had experienced in those days. Far from trying to understand or master the situation, Mary is the woman who can treasure, that is to say, protect and guard in her heart, the passage of God in the life of his people. Deep within, she had learned to listen to the heartbeat of her Son, and that in turn taught her, throughout her life, to discover God’s heartbeat in history. She learned how to be a mother, and in that learning process she gave Jesus the beautiful experience of knowing what it is to be a Son. In Mary, the eternal Word not only became flesh, but also learned to recognize the maternal tenderness of God. With Mary, the God-Child learned to listen to the yearnings, the troubles, the joys and the hopes of the people of the promise. With Mary, he discovered himself a Son of God’s faithful people.
In the Gospels, Mary appears as a woman of few words, with no great speeches or deeds, but with an attentive gaze capable of guarding the life and mission of her Son, and for this reason, of everything that he loves. She was able to watch over the beginnings of the first Christian community, and in this way she learned to be the mother of a multitude. She drew near to the most diverse situations in order to sow hope. She accompanied the crosses borne in the silence of her children’s hearts. How many devotions, shrines and chapels in the most far-off places, how many pictures in our homes, remind us of this great truth. Mary gave us a mother’s warmth, the warmth that shelters us amid troubles, the maternal warmth that keeps anything or anyone from extinguishing in the heart of the Church the revolution of tenderness inaugurated by her Son. Where there is a mother, there is tenderness. By her motherhood, Mary shows us that humility and tenderness are not virtues of the weak but of the strong. She teaches us that we do not have to mistreat others in order to feel important (cf. Evangelii Gaudium, 288). God’s holy people has always acknowledged and hailed her as the Holy Mother of God.
To celebrate Mary as Mother of God and our mother at the beginning of the new year means recalling a certainty that will accompany our days: we are a people with a Mother; we are not orphans.
Mothers are the strongest antidote to our individualistic and egotistic tendencies, to our lack of openness and our indifference. A society without mothers would not only be a cold society, but a society that has lost its heart, lost the “feel of home”. A society without mothers would be a merciless society, one that has room only for calculation and speculation. Because mothers, even at the worst times, are capable of testifying to tenderness, unconditional self-sacrifice and the strength of hope. I have learned much from those mothers whose children are in prison, or lying in hospital beds, or in bondage to drugs, yet, come cold or heat, rain or draught, never stop fighting for what is best for them. Or those mothers who in refugee camps, or even the midst of war, unfailingly embrace and support their children’s sufferings. Mothers who literally give their lives so that none of their children will perish. Where there is a mother, there is unity, there is belonging, belonging as children.
To begin the year by recalling God’s goodness in the maternal face of Mary, in the maternal face of the Church, in the faces of our own mothers, protects us from the corrosive disease of being “spiritual orphans”. It is the sense of being orphaned that the soul experiences when it feels motherless and lacking the tenderness of God, when the sense of belonging to a family, a people, a land, to our God, grows dim. This sense of being orphaned lodges in a narcissistic heart capable of looking only to itself and its own interests. It grows when what we forget that life is a gift we have received – and owe to others – a gift we are called to share in this common home.
It was such a self-centred orphanhood that led Cain to ask: “Am I my brother's keeper?” (Gen 4:9). It was as if to say: he doesn’t belong to me; I do not recognize him. This attitude of spiritual orphanhood is a cancer that silently eats away at and debases the soul. We become all the more debased, inasmuch as nobody belongs to us and we belong to no one. I debase the earth because it does not belong to me; I debase others because they do not belong to me; I debase God because I do not belong to him, and in the end we debase our very selves, since we forget who we are and the divine “family name” we bear. The loss of the ties that bind us, so typical of our fragmented and divided culture, increases this sense of orphanhood and, as a result, of great emptiness and loneliness. The lack of physical (and not virtual) contact is cauterizing our hearts (cf. Laudato Si’, 49) and making us lose the capacity for tenderness and wonder, for pity and compassion. Spiritual orphanhood makes us forget what it means to be children, grandchildren, parents, grandparents, friends and believers. It makes us forget the importance of playing, of singing, of a smile, of rest, of gratitude.
Celebrating the feast of the Holy Mother of God makes us smile once more as we realize that we are a people, that we belong, that only within a community, within a family, can we as persons find the “climate”, the “warmth” that enables us to grow in humanity, and not merely as objects meant to “consume and be consumed”. To celebrate the feast of the Holy Mother of God reminds us that we are not interchangeable items of merchandise or information processors. We are children, we are family, we are God’s People.
Celebrating the Holy Mother of God leads us to create and care for common places that can give us a sense of belonging, of being rooted, of feeling at home in our cities, in communities that unite and support us (cf. Laudato Si’, 151).
Jesus, at the moment of his ultimate self-sacrifice, on the cross, sought to keep nothing for himself, and in handing over his life, he also handed over to us his Mother. He told Mary: Here is your son; here are your children. We too want to receive her into our homes, our families, our communities and nations. We want to meet her maternal gaze. The gaze that frees us from being orphans; the gaze that reminds us that we are brothers and sisters, that I belong to you, that you belong to me, that we are of the same flesh. The gaze that teaches us that we have to learn how to care for life in the same way and with the same tenderness that she did: by sowing hope, by sowing a sense of belonging and of fraternity.
Celebrating the Holy Mother of God reminds us that we have a Mother. We are not orphans. We have a Mother. Together let us all confess this truth. I invite you to acclaim it three times, like the faithful of Ephesus: Holy Mother of God, Holy Mother of God, Holy Mother of God.
Traduzione in lingua spagnola 
«Mientras tanto, María conservaba estas cosas y las meditaba en su corazón» (Lc 2, 19).
Así Lucas describe la actitud con la que María recibe todo lo que estaban viviendo en esos días. Lejos de querer entender o adueñarse de la situación, María es la mujer que sabe conservar, es decir proteger, custodiar en su corazón el paso de Dios en la vida de su Pueblo. Desde sus entrañas aprendió a escuchar el latir del corazón de su Hijo y eso le enseñó, a lo largo de toda su vida, a descubrir el palpitar de Dios en la historia. Aprendió a ser madre y, en ese aprendizaje, le regaló a Jesús la hermosa experiencia de saberse Hijo. En María, el Verbo Eterno no sólo se hizo carne sino que aprendió a reconocer la ternura maternal de Dios. Con María, el Niño-Dios aprendió a escuchar los anhelos, las angustias, los gozos y las esperanzas del Pueblo de la promesa. Con ella se descubrió a sí mismo Hijo del santo Pueblo fiel de Dios.
En los evangelios María aparece como mujer de pocas palabras, sin grandes discursos ni protagonismos pero con una mirada atenta que sabe custodiar la vida y la misión de su Hijo y, por tanto, de todo lo amado por Él. Ha sabido custodiar los albores de la primera comunidad cristiana, y así aprendió a ser madre de una multitud. Ella se ha acercado en las situaciones más diversas para sembrar esperanza. Acompañó las cruces cargadas en el silencio del corazón de sus hijos. Tantas devociones, tantos santuarios y capillas en los lugares más recónditos, tantas imágenes esparcidas por las casas, nos recuerdan esta gran verdad. María, nos dio el calor materno, ese que nos cobija en medio de la dificultad; el calor materno que permite que nada ni nadie apague en el seno de la
Iglesia la revolución de la ternura inaugurada por su Hijo. Donde hay madre, hay ternura. Y María con su maternidad nos muestra que la humildad y la ternura no son virtudes de los débiles sino de los fuertes, nos enseña que no es necesario maltratar a otros para sentirse importantes
(cf. Exhort. ap. Evangelii gaudium, 288). Y desde siempre el santo Pueblo fiel de Dios la ha reconocido y saludado como la Santa Madre de Dios.
Celebrar la maternidad de María como Madre de Dios y madre nuestra, al comenzar un nuevo año, significa recordar una certeza que acompañará nuestros días: somos un pueblo con Madre, no somos huérfanos.
Las madres son el antídoto más fuerte ante nuestras tendencias individualistas y egoístas, ante nuestros encierros y apatías. Una sociedad sin madres no sería solamente una sociedad fría sino una sociedad que ha perdido el corazón, que ha perdido el «sabor a hogar». Una sociedad sin madres sería una sociedad sin piedad que ha dejado lugar sólo al cálculo y a la especulación. Porque las madres, incluso en los peores momentos, saben dar testimonio de la ternura, de la entrega incondicional, de la fuerza de la esperanza. He aprendido mucho de esas madres que teniendo a sus hijos presos, o postrados en la cama de un hospital, o sometidos por la esclavitud de la droga, con frio o calor, lluvia o sequía, no se dan por vencidas y siguen peleando para darles a ellos lo mejor. O esas madres que en los campos de refugiados, o incluso en medio de la guerra, logran abrazar y sostener sin desfallecer el sufrimiento de sus hijos. Madres que dejan literalmente la vida para que ninguno de sus hijos se pierda. Donde está la madre hay unidad, hay pertenencia, pertenencia de hijos.
Comenzar el año haciendo memoria de la bondad de Dios en el rostro maternal de María, en el rostro maternal de la Iglesia, en los rostros de nuestras madres, nos protege de la corrosiva enfermedad de «la orfandad espiritual», esa orfandad que vive el alma cuando se siente sin madre y le falta la ternura de Dios. Esa orfandad que vivimos cuando se nos va apagando el sentido de pertenencia a una familia, a un pueblo, a una tierra, a nuestro Dios. Esa orfandad que gana espacio en el corazón narcisista que sólo sabe mirarse a sí mismo y a los propios intereses y que crece cuando nos olvidamos que la vida ha sido un regalo —que se la debemos a otros— y que estamos invitados a compartirla en esta casa común.
Tal orfandad autorreferencial fue la que llevó a Caín a decir: «¿Acaso soy yo el guardián de mi hermano?» (Gn 4,9), como afirmando: él no me pertenece, no lo reconozco. Tal actitud de orfandad espiritual es un cáncer que silenciosamente corroe y degrada el alma. Y así nos vamos degradando ya que, entonces, nadie nos pertenece y no pertenecemos a nadie: degrado la tierra, porque no me pertenece, degrado a los otros, porque no me pertenecen, degrado a Dios porque no le pertenezco, y finalmente termina degradándonos a nosotros mismos porque nos olvidamos quiénes somos, qué «apellido» divino tenemos. La pérdida de los lazos que nos unen, típica de nuestra cultura fragmentada y dividida, hace que crezca ese sentimiento de orfandad y, por tanto, de gran vacío y soledad. La falta de contacto físico (y no virtual) va cauterizando nuestros corazones (cf. Carta enc. Laudato si’, 49) haciéndolos perder la capacidad de la ternura y del asombro, de la piedad y de la compasión. La orfandad espiritual nos hace perder la memoria de lo que significa ser hijos, ser nietos, ser padres, ser abuelos, ser amigos, ser creyentes. Nos hace perder la memoria del valor del juego, del canto, de la risa, del descanso, de la gratuidad.
Celebrar la fiesta de la Santa Madre de Dios nos vuelve a dibujar en el rostro la sonrisa de sentirnos pueblo, de sentir que nos pertenecemos; de saber que solamente dentro de una comunidad, de una familia, las personas podemos encontrar «el clima», «el calor» que nos permita aprender a crecer humanamente y no como meros objetos invitados a «consumir y ser consumidos». Celebrar la fiesta de la Santa Madre de Dios nos recuerda que no somos mercancía intercambiable o terminales receptoras de información. Somos hijos, somos familia, somos Pueblo de Dios.
Celebrar a la Santa Madre de Dios nos impulsa a generar y cuidar lugares comunes que nos den sentido de pertenencia, de arraigo, de hacernos sentir en casa dentro de nuestras ciudades, en comunidades que nos unan y nos ayudan (cf. Carta enc. Laudato si’, 151).
Jesucristo en el momento de mayor entrega de su vida, en la cruz, no quiso guardarse nada para sí y entregando su vida nos entregó también a su Madre. Le dijo a María: aquí está tu Hijo,
aquí están tus hijos. Y nosotros queremos recibirla en nuestras casas, en nuestras familias, en nuestras comunidades, en nuestros pueblos. Queremos encontrarnos con su mirada maternal. Esa mirada que nos libra de la orfandad; esa mirada que nos recuerda que somos hermanos: que yo te pertenezco, que tú me perteneces, que somos de la misma carne. Esa mirada que nos enseña que tenemos que aprender a cuidar la vida de la misma manera y con la misma ternura con la que ella la ha cuidado: sembrando esperanza, sembrando pertenencia, sembrando fraternidad.
Celebrar a la Santa Madre de Dios nos recuerda que tenemos Madre; no somos huérfanos, tenemos una Madre. Confesemos juntos esta verdad. Y los invito a aclamarla tres veces como lo hicieron los fieles de Éfeso: Santa Madre de Dios, Santa Madre de Dios, Santa Madre de Dios.
Traduzione in lingua portoghese 
«Quanto a Maria, conservava todas estas coisas, ponderando-as no seu coração» (Lc 2, 19).
Assim descreve Lucas a atitude com que Maria acolhe tudo aquilo que estava a viver naqueles dias. Longe de querer compreender ou dominar a situação, Maria é a mulher que sabe conservar, isto é, proteger, guardar no seu coração a passagem de Deus na vida do seu povo. Aprendeu a sentir a pulsação do coração do seu Filho, ainda Ele estava no seu ventre, ensinando-Lhe a descobrir, durante toda a vida, o palpitar de Deus na história. Aprendeu a ser mãe e, nesta aprendizagem, proporcionou a Jesus a bela experiência de saber-Se Filho. Em Maria, o Verbo eterno não só Se fez carne, mas aprendeu também a reconhecer a ternura maternal de Deus. Com Maria, o Deus-Menino aprendeu a ouvir os anseios, as angústias, as alegrias e as esperanças do povo da promessa. Com Ela, descobriu-Se a Si mesmo como Filho do santo povo fiel de Deus.
Nos Evangelhos, Maria aparece como mulher de poucas palavras, sem grandes discursos nem protagonismos, mas com um olhar atento que sabe guardar a vida e a missão do seu Filho e, consequentemente, de tudo o que Ele ama. Soube guardar os alvores da primeira comunidade cristã, aprendendo deste modo a ser mãe duma multidão. Aproximou-Se das mais diversas situações, para semear esperança. Acompanhou as cruzes, carregadas no silêncio do coração dos seus filhos. Muitas devoções, muitos santuários e capelas nos lugares mais remotos, muitas imagens espalhadas pelas casas lembram-nos esta grande verdade. Maria deu-nos o calor materno, que nos envolve no meio das dificuldades; o calor materno que não deixa, nada e ninguém, apagar no seio da Igreja a revolução da ternura inaugurada pelo seu Filho. Onde há uma mãe, há ternura. E Maria, com a sua maternidade, mostra-nos que a humildade e a ternura não são virtudes dos fracos, mas dos fortes; ensina-nos que não há necessidade de maltratar os outros para sentir-se importante (cf. Exort. ap. Evangelii gaudium, 288). E o santo povo fiel de Deus, desde sempre, A reconheceu e aclamou como a Santa Mãe de Deus.
Celebrar, no início de um novo ano, a maternidade de Maria como Mãe de Deus e nossa mãe significa avivar uma certeza que nos há de acompanhar no decorrer dos dias: somos um povo com uma Mãe, não somos órfãos.
As mães são o antídoto mais forte contra as nossas tendências individualistas e egoístas, contra os nossos isolamentos e apatias. Uma sociedade sem mães seria não apenas uma sociedade fria, mas também uma sociedade que perdeu o coração, que perdeu o «sabor de família». Uma sociedade sem mães seria uma sociedade sem piedade, com lugar apenas para o cálculo e a especulação. Com efeito as mães, mesmo nos momentos piores, sabem testemunhar a ternura, a dedicação incondicional, a força da esperança. Aprendi muito com as mães que, tendo os filhos na prisão ou estendidos numa cama de hospital ou subjugados pela escravidão da droga, esteja frio ou calor, faça chuva ou sol, não desistem e continuam a lutar para lhes dar o melhor; ou com as mães que, nos campos de refugiados ou até no meio da guerra, conseguem abraçar e sustentar, sem hesitação, o sofrimento dos seus filhos. Mães que dão, literalmente, a vida para que nenhum dos filhos se perca. Onde estiver a mãe, há unidade, há sentido de pertença: pertença de filhos.
Começar o ano lembrando a bondade de Deus no rosto materno de Maria, no rosto materno da Igreja, nos rostos das nossas mães, protege-nos daquela doença corrosiva que é a «orfandade espiritual»: a orfandade que a alma vive quando se sente sem mãe e lhe falta a ternura de Deus; a orfandade que vivemos quando se apaga em nós o sentido de pertença a uma família, a um povo, a uma terra, ao nosso Deus; a orfandade que se aninha no coração narcisista que sabe olhar só para si mesmo e para os seus interesses, e cresce quando esquecemos que a vida foi um dom – dela somos devedores a outros – e somos convidados a partilhá-la nesta casa comum.
Foi esta orfandade autorreferencial que levou Caim a dizer: «Sou, porventura, guarda do meu irmão?» (Gn 4, 9). Como se declarasse: ele não me pertence, não o reconheço. Tal atitude de orfandade espiritual é um câncer que silenciosamente enfraquece e degrada a alma. E assim, pouco a pouco, nos vamos degradando, já que ninguém nos pertence e nós não pertencemos a ninguém: degrado a terra, porque não me pertence; degrado os outros, porque não me pertencem; degrado a Deus, porque não Lhe pertenço; e, por fim, acabamos por nos degradar a nós próprios, porque esquecemos quem somos e o «nome» divino que temos. A perda dos laços que nos unem, típica da nossa cultura fragmentada e desunida, faz com que cresça esta sensação de orfandade e, por conseguinte, de grande vazio e solidão. A falta de contacto físico (não o virtual) vai cauterizando os nossos corações (cf. Carta enc. Laudato si’, 49), fazendo-lhes perder a capacidade da ternura e da maravilha, da piedade e da compaixão. A orfandade espiritual faz-nos perder a memória do que significa ser filhos, ser netos, ser pais, ser avós, ser amigos, ser crentes; faz-nos perder a memória do valor da diversão, do canto, do riso, do repouso, da gratuidade.
Celebrar a festa da Santa Mãe de Deus faz despontar novamente no rosto o sorriso de nos sentirmos povo, de sentir que nos pertencemos; saber que as pessoas, somente dentro duma comunidade, duma família, podem encontrar a «atmosfera», o «calor» que permite aprender a crescer humanamente, e não como meros objetos destinados a «consumir e ser consumidos». Celebrar a festa da Santa Mãe de Deus lembra-nos que não somos mercadoria de troca nem terminais recetores de informação. Somos filhos, somos família, somos povo de Deus.
Celebrar a Santa Mãe de Deus impele-nos a criar e cuidar espaços comuns que nos deem sentido de pertença, de enraizamento, que nos façam sentir em casa dentro das nossas cidades, em comunidades que nos unam e sustentem (cf. ibid., 151).
Jesus Cristo, no momento do dom maior que foi o da sua vida na cruz, nada quis reter para Si e, ao entregar a sua vida, entregou-nos também sua Mãe. Disse a Maria: Eis o teu filho, eis os teus filhos. E nós queremos acolhê-La nas nossas casas, nas nossas famílias, nas nossas comunidades, nos nossos países. Queremos encontrar o seu olhar materno: aquele olhar que nos liberta da orfandade; aquele olhar que nos lembra que somos irmãos, isto é, que eu te pertenço, que tu me pertences, que somos da mesma carne; aquele olhar que nos ensina que devemos aprender a cuidar da vida da mesma maneira e com a mesma ternura com que Ela o fez, ou seja, semeando esperança, semeando pertença, semeando fraternidade.
Celebrar a Santa Mãe de Deus lembra-nos que temos a Mãe; não somos órfãos, temos uma mãe. Professemos, juntos, esta verdade! Convido-vos a aclamá-La três vezes como fizeram os fiéis de Éfeso: Santa Mãe de Deus, Santa Mãe de Deus, Santa Mãe de Deus.

L'Angelus di Papa Francesco. Gesù è «nato da donna» (Gal 4,4) per una missione di salvezza e sua madre non è esclusa da tale missione, anzi, vi è associata intimamente".



L'Angelus di Papa Francesco. "Mentre, come i pastori, contempliamo l’icona del Bambino in braccio a sua Madre, sentiamo crescere nel nostro cuore un senso di immensa riconoscenza verso Colei che ha dato al mondo il Salvatore"

"Gesù è «nato da donna» (Gal 4,4) per una missione di salvezza e sua madre non è esclusa da tale missione, anzi, vi è associata intimamente".
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nei giorni scorsi abbiamo posato il nostro sguardo adorante sul Figlio di Dio, nato a Betlemme; oggi, solennità di Maria Santissima Madre di Dio, rivolgiamo gli occhi alla Madre, ma cogliendo l’una e l’altro nel loro stretto legame. Questo legame non si esaurisce nel fatto di aver generato e nell’essere stato generato; Gesù è «nato da donna» (Gal 4,4) per una missione di salvezza e sua madre non è esclusa da tale missione, anzi, vi è associata intimamente.
Maria è consapevole di questo, pertanto non si chiude a considerare solo il suo rapporto materno con Gesù, ma rimane aperta e premurosa verso tutti gli avvenimenti che accadono attorno a Lui: conserva e medita, scruta e approfondisce, come ci ricorda il Vangelo di oggi (cfr Lc 2,19). Ha già detto il suo “sì” e dato la sua disponibilità ad essere coinvolta nell’attuazione del piano di salvezza di Dio, che «ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili, ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,51-53). Ora, silenziosa e attenta, cerca di comprendere che cosa Dio vuole da lei giorno per giorno.
La visita dei pastori le offre l’occasione per cogliere qualche elemento della volontà di Dio che si manifesta nella presenza di queste persone umili e povere. L’evangelista Luca ci racconta la visita dei pastori alla grotta con un susseguirsi incalzante di verbi che esprimono movimento. Dice così: essi vanno senza indugio,trovano il Bambino con Maria e Giuseppe, lo vedonoriferisconociò che di Lui era stato detto loro, e infine glorificano Dio (cfr Lc2,16-20). Maria segue attentamente questo passaggio dei pastori, - cosa dicono, cosa è successo a loro - perché già scorge in esso il movimento di salvezza che scaturirà dall’opera di Gesù, e si adegua, pronta ad ogni richiesta del Signore. Dio chiede a Maria non solo di essere la madre del suo Figlio unigenito, ma anche di cooperare con il Figlio e per il Figlio al piano di salvezza, affinché in lei e attraverso di lei, umile serva, si compiano le grandi opere della misericordia divina.
Ed ecco che, mentre, come i pastori, contempliamo l’icona del Bambino in braccio a sua Madre, sentiamo crescere nel nostro cuore un senso di immensa riconoscenza verso Colei che ha dato al mondo il Salvatore. Per questo, nel primo giorno di un nuovo anno, le diciamo:
Grazie, o Santa Madre del Figlio di Dio Gesù!
Santa Madre di Dio!
Grazie per la tua umiltà che ha attirato lo sguardo di Dio;
grazie per la fede con cui hai accolto la sua Parola;
grazie per il coraggio con cui hai detto “eccomi”,
dimentica di te, affascinata dall’Amore Santo,
fatta un tutt’uno con la sua speranza.
Grazie, o Santa Madre di Dio!
Prega per noi, pellegrini nel tempo;
aiutaci a camminare sulla via della pace.
Amen.

I saluti del Santo Padre dopo l'Angelus. La vicinanza del Papa al popolo turco colpito da un nuovo attentato


Cari fratelli e sorelle, buon anno!
E l’anno sarà buono nella misura in cui ognuno di noi, con l’aiuto di Dio, cercherà di fare il bene giorno per giorno. Così si costruisce la pace, dicendo “no” – con i fatti – all’odio e alla violenza e “sì” alla fraternità e alla riconciliazione.
50 anni or sono, il beato Papa Paolo VI iniziò a celebrare in questa data la Giornata Mondiale della Pace, per rafforzare l’impegno comune di costruire un mondo pacifico e fraterno. Nel Messaggio di quest’anno ho proposto di assumere la nonviolenza come stile per una politica di pace.
Purtroppo, la violenza ha colpito anche in questa notte di auguri e di speranza. Addolorato, esprimo la mia vicinanza al popolo turco, prego per le numerose vittime e per i feriti e per tutta la Nazione in lutto, e chiedo al Signore di sostenere tutti gli uomini di buona volontà che si rimboccano coraggiosamente le maniche per affrontare la piaga del terrorismo e questa macchia di sangue che avvolge il mondo con un’ombra di paura e di smarrimento.
Desidero ringraziare il Presidente della Repubblica Italiana per le espressioni augurali che mi ha rivolto ieri sera, durante il suo Messaggio alla Nazione. Ricambio di cuore, invocando la benedizione del Signore sul popolo italiano affinché, con il contributo responsabile e solidale di tutti, possa guardare al futuro con fiducia e speranza.
Saluto tutti voi qui presenti, le famiglie, le associazioni, i gruppi di giovani, augurando un felice e sereno anno nuovo. Esprimo la mia riconoscenza per tante iniziative di preghiera e di impegno per la pace che si svolgono in ogni parte del mondo. Ricordo in particolare la marcia nazionale di ieri sera a Bologna, promossa da CEI, Caritas, Azione Cattolica e Pax Christi, con il sostegno della Diocesi e del Comune di Bologna.
Saluto i partecipanti alla manifestazione “Pace in tutte le terre”, promossa dalla Comunità di Sant’Egidio. Grazie per la vostra presenza e la vostra testimonianza!
A tutti auguro un anno di pace nella grazia del Signore e con la protezione materna di Maria, Madre di Dio.
Buona festa e, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!