lunedì 30 gennaio 2017

Massimo Gandolfini: Noi, i partiti e la Cei.

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 Giovanni Bucchi
Nessuna identificazione con un singolo partito, tantomeno con il Popolo della Famiglia degli ex amici Mario Adinolfi e Gianfranco Amato. La strada da seguire è il sostegno a chi si impegna a difendere i valori “non negoziabili” (definizione di Benedetto XVI): la vita dal concepimento alla morte naturale, la famiglia naturale e la libertà di educazione. Se poi questi partiti concedessero spazi in lista, ci sono persone pronte a candidarsi. E’ questa la linea politica tracciata dal portavoce Massimo Gandolfini alla convention nazionale del Comitato Difendiamo i nostri figli tenutasi nei giorni scorsi a Roma.
A spiegarla a Formiche.net è lo stesso neurologo bresciano aderente al Cammino neocatecumenale, che oggi – a un anno di distanza dal Family Day che lo ha visto protagonista – parteciperà alla manifestazione di Fratelli d’Italia sotto Palazzo Chigi, invitato dalla leader Giorgia Melonicome spiegato al Secolo d’Italia. In contemporanea e sempre a Roma, ma nella location del Teatro Eliseo, si terrà invece l’Assemblea nazionale del Popolo della Famiglia, il partito di Adinolfi e Amato nato da una costola del Family Day in rotta con Gandolfini.
Gandolfini, il 30 gennaio 2016 avete riempito il Circo Massimo contro il ddl Cirinnà, legge poi approvata. Cosa è cambiato in questo anno? Quali risultati avete ottenuto?
Innanzitutto la stepchild adoption non è passata, così come è stata bloccata la strategia che prevedeva modifiche alla legge sulle adozioni e alla regolamentazione dell’utero in affitto (su questo argomento Gandolfini è di recente intervenuto a Radio Vaticana per rispondere alle parole del primo presidente della Cassazione Giovanni Canziondr). Inoltre, c’è stato un passaggio importante con la costituzione del Comitato Famiglie per il No al referendum costituzionale, che ha portato un importante contributo alla vittoria del No (come spiegato in questa intervista a Formiche.net). Non è finita, perché tutte le disposizioni che dovevano provenire dal Miur inerenti l’introduzione dell’educazione gender, sono su un binario morto.
Tutto merito del Family Day?
Quello straordinario evento ha riportato al centro della discussione grandi temi antropologici che sembravano ormai relegati in un cassetto.
Quale linea è emersa dalla vostra convention nazionale di Roma?
Abbiamo fissato alcuni punti chiari e inequivocabili. Primo: il Comitato Difendiamo i nostri figli non si costituisce in un mini partito. Secondo: non abbiamo alcun partito di riferimento. Terzo: vogliamo contaminare, contagiare tutti programmi dei partiti affinché venga tutelata la vita, la famiglia naturale e la libertà educativa. Su questo saremo intransigenti.
Come farete a “contaminare” questi programmi?
In occasione delle elezioni, sia amministrative che politiche, proporremo a tutti i partiti di assumere questi tre valori come punti fondanti del loro programma di governo. Chi farà questo passaggio, magari aggiungendo qualcosa in più, cioè la possibilità di candidare nostri giovani, persone che provengono dai nostri comitati locali, in posizioni utili per essere candidati, ecco queste forze politiche verranno indicate dal Comitato nazionale come un punto di riferimento.
Avete una legge elettorale preferita?
E’ un tema di cui non abbiamo ancora discusso in maniera approfondita. In ogni caso, io personalmente sono più favorevole a un sistema proporzionale, magari con preferenze. Ma mi faccia specificare una cosa, anche se l’ho già detta mille volte…
Prego.
Io personalmente non mi candiderò con nessun partito. Spero invece che nostri esponenti trovino spazi utili nelle liste.
Alcuni rapporti con determinate forze politiche li avete già avviati. Lei è stato ospite a una convention di Stefano Parisicon i movimenti Idea e Popolari Liberali dei senatori Quagliariello e Giovanardi avete anche sottoscritto una dichiarazione di intenti comune. Insomma, il lavoro è già partito…
Abbiamo preso contatto con chiunque si sia reso disponibile o con chi ci ha cercato: i senatori Quagliariello e Giovanardi, la Lega, Fratelli d’Italia, alcuni parlamentari di Area Popolare… Ci sono poi esperienze amministrative che abbiamo indicato come modello di lobbing sui governi locali da parte dei nostri comitati, ed è il caso degli sportelli famiglia e anti-gender di Regioni come la Lombardia e la Liguria.
Gandolfini, non nascondiamolo: avete un rapporto privilegiato con i partiti di centrodestra.
Sì, c’è una consonanza, ne siamo consapevoli. Poi, le dico, non so se chiedo la luna del pozzo, ma vorremmo anche svegliare le coscienze di quei parlamentari cattolici che si trovano nel centrosinistra. Per noi è un grave vulnus che ci siano deputati e senatori che si definiscono cattolici e poi votano a favore della legalizzazione della cannabis, del divorzio breve, delle unioni civili. E’ un tradimento vero e proprio.
Come vanno i rapporti con la Cei? Non tutti i vescovi vi amano alla follia…
Con il presidente Bagnasco i rapporti sono davvero ottimi, lo consideriamo una guida valoriale e spirituale, con lui c’è un’interlocuzione diretta e continua. Poi abbiamo ottimi rapporti con diversi prelati, decine di vescovi italiani che ci aiutano e condividono il nostro impegno. Inoltre ho avuto la grazia di poter incontrare personalmente il Santo Padre Francesco e su questo voglio dire una parola chiara: chiunque appartiene al Comitato Difendiamo i nostri figli non può permettersi nemmeno una dichiarazione pubblica che possa suonare anche lontanamente in contrasto con l’attività apostolica della Santa Sede e il magistero del Papa. E’ il vicario di Cristo in Terra e come tale va amato, rispettato e seguito.
Resta il problema del rapporto con il Popolo della Famiglia di Adinolfi e Amato. Lei in chiusura di convention è stato molto netto, non mi pare ci siano spiragli per ricucire.
Prima cosa: il partito della famiglia è nato con una decisione unilaterale di Adinolfi, Amato e Di Matteo, una decisione legittima ma che ci ha fatto soffrire non poco. L’abbiamo considerato un passaggio sbagliato, dicendo sin da subito che fare un partito etico e monotematico fosse sbagliato, un non senso. Ora io non faccio nessun attacco, non ho mai detto una parola contro il partito della famiglia mentre purtroppo non posso dire che sia accaduto lo stesso dall’altra parte. Il PdF faccia la sua azione, attui le strategie che ritiene più opportune, anche se spero che guardi più al di fuori che non dentro il recinto. Con ogni partito noi ci confronteremo su programmi e strategie per sostenere i valori non negoziabili. Poi rimane l’assoluta libertà dei nostri amici dei comitati di scegliere come votare.
Nel suo intervento alla convention ha fatto riferimento a valori non del tutto condivisi con il PdF. A cosa si riferiva?
Mi sembra di notare una certa diversità di posizione sul magistero della Chiesa e in particolare del Santo Padre. Noi non accettiamo in nessuna misura una posizione critica verso il Papa. Magari mi sbaglio, ma su questo punto non credo ci sia una condivisione tra noi e loro. E non si tratta di un dato collaterale, ma fondamentale.

Silence: il veleno dell’apostasia........................

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Don Antonello Iapicca  ha scritto e ci ha mandato un saggio su SILENCE l’ultimo  film di Martin Scorsese. Per chi non lo conoscesse SILENCE narra la storia di due padri gesuiti portoghesi che vengono a conoscenza dell’atto di abiura fatta dal loro mentore, padre Fereira, in Giappone. Decidono quindi di partire per il paese asiatico per ritrovarlo. Giunti in Giappone, incontrano le comunità cattoliche che professano la loro fede di nascosto e si uniscono a loro svolgendo il proprio ministero. Verranno presto a conoscenza, e ne saranno vittime, delle tremende persecuzioni che lo shogunato applica ai danni dei convertiti al cristianesimo.(fonte Wikipedia).
Il Saggio era troppo lungo per essere pubblicato come post ma è disponibile in PDF cliccando QUI.  Pubblichiamo quindi un’introduzione che ci ha mandato don Antonello seguita da un piccolo estratto del saggio.
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di don Antonello Iapicca
Anche se “Silenzio” non racconta fedelmente l’autentica storia della Chiesa in Giappone, imporporata dal sangue di moltissimi martiri, paragonabili per numero solo al martirologio della primitiva Chiesa di Roma, il film è un’occasione importante perché si conosca nel mondo l’opera di Cristo in questa terra.
E’ infatti una Parola di Dio per tutti noi, e per questo, confidando che Dio può trarre il bene anche da opere cinematografiche come questa, ho preparato questo breve saggio nel quale cerco di fare giustizia al martirio di tanti fratelli e alla fede di tanti missionari che mi hanno preceduto, e ai quali devo la mia presenza in Giappone. Il loro sangue e il loro zelo hanno fecondato questo Paese, preparandolo all’evangelizzazione che, dopo tanti secoli, sembra essere ancora agli inizi. Ma proprio per questo, nonostante siano passati secoli, ci sentiamo contemporanei di San Francesco Saverio, di San Paolo Miki e di tutti gli altri. Perché in Giappone stiamo sperimentando quello che scriveva Peguy: “Tutto quello che c’è di piccolo è tutto quello che c’è di più bello e di più grande. Tutto quello che c’è di nuovo è tutto quello che c’è di più bello e di più grande. Tutto quello che comincia ha una virtù che non si ritrova mai più.
Una forza, una novità, una freschezza come l’alba. Una giovinezza, un ardore. Uno slancio. Un’ingenuità. Una nascita che non si trova mai più. C’è in quello che comincia una fonte, una razza che non ritorna. Una partenza, un’infanzia che non si ritrova, che non si ritrova mai più. Ora la piccola speranza è quella che sempre comincia. Quella nascita Perpetua. Quell’infanzia Perpetua” (Il portico del mistero della seconda virtù). Nascita e infanzia perpetue che ho contemplato in Maria, la nona figlia di Carlo e Claudia Kumada, lui figlio di un regista giapponese ma romanissimo come la moglie, una famiglia in missione a Yokohama da qualche anno. Maria è una piccola martire che ha solo sfiorato questa terra, ma come una benedizione feconda nella mia vita e in quella di moltissimi altri. Il parto è stato difficilissimo, la placenta previa non ben diagnosticata ha fatto perdere ben quattro litri di sangue a Claudia, mentre per lunghissimi momenti è rimasta in apnea la piccola Maria. Mamma e figlia unite in un misterioso destino che ha fatto nascere Maria gravemente menomata. Ma solo fisicamente, perché nell’anno e mezzo in cui è stata tra noi, senza aprire gli occhi, nel totale silenzio, ci ha fissato e parlato del suo Sposo più di mille sguardi e parole. Maria è stata, ed è, la Parola di Dio fatta carne che risponde ad ogni nostro dubbio e silenzio, a quelli più sinceramente angosciati come a quelli che, superbi, esigono risposte umane ai misteri divini.
Ho visto Maria un paio di giorni dopo la sua nascita, bellissima che sembrava una sposa pronta per le nozze, così semplicemente e umilmente sottomessa al suo Sposo. Prendetemi pure per pazzo, in fondo “Silenzio” ci dice chiaramente che lo siamo tutti noi sedotti dal folle amore di Cristo, ma  io l’ho visto il suo Sposo mentre abbracciava Maria nutrendola di vita attraverso le flebo; l’ho visto baciarla dolcemente con il respiratore che le donava l’ossigeno per vivere. L’ho vista come vorrei vedermi ogni giorno, come chiedo al Signore di rendere il mio essere cristiano e prete, obbediente e sottomesso alla volontà di Dio “perinde ac cadaver”, allo stesso modo di un cadavere, come insegnava S. Ignazio di Loyola ai missionari della Compagnia di Gesù. Perché un missionario o è puro riflesso di Cristo, o non serve. Niente di più assurdo, lo so; addirittura illecito in quest’epoca di soli diritti e zero doveri.
Eppure Maria, salita al cielo alcuni giorni fa, è in me l’immagine indelebile di quell’“infanzia perpetua” senza la quale è impossibile non solo la missione, ma la vita, ogni vita, che chiama ogni giorno a conversione per ricominciare dalle proprie debolezze bagnate dalla misericordia rigenerante del Padre. Maria è passata sulla terra muta, come un agnellino condotto al sacrificio. Maria è vissuta contemplando senza sosta lo Sposo nell’intimo della sua anima, laddove le nostre tante buone intenzioni ci impediscono di scendere, e, umili, inginocchiarci mendicando l’unica cosa buona e necessaria, l’amore di Cristo. Così, come le migliaia di martiri che l’hanno preceduta, Maria ha evangelizzato il Giappone stretta alla Croce del suo Sposo. Sul suo lettino era Lui che le scaldava il corpo troppo freddo, era Lui che le faceva compagnia, istante dopo istante, senza lasciarla un secondo.
No, non era lei che viveva, ma era vivo in lei Cristo, pienamente, perché totalmente debole e bisognosa. Non poteva metterci di suo che quel corpo ferito, preparato da sempre per Cristo, sorella e sposa di Lui che ha offerto se stesso per lei, completamente e senza altra condizione che la gratuità. Il silenzio di Maria offriva a Cristo la voce per parlare al nostro cuore; i suoi occhi chiusi sul mondo dischiudevano quelli dello Sposo su ciascuno di noi che, spesso ciechi sul suo amore, ci avvicinavamo a lei. Ecco, questo è un cristiano, prete o laico non importa, un altro Cristo per il mondo. Crocifisso, perché è solo nella debolezza che tacciono le nostre parole ipocrite e si chiudono i nostri occhi avidi per lasciar posto al potere della Parola di Cristo e al suo sguardo di autentica compassione. Crocifisso come i martiri che hanno portato in sé il morire di Gesù per gli aguzzini perché tra i tormenti dell’ingiustizia risplendesse in loro la sua resurrezione. Deboli e inermi perché  la vita soprannaturale ed eterna che permette di donare la propria, sia offerta ad ogni uomo come l’unica testimonianza credibile che i peccati sono perdonati e che si può vivere già qui un anticipo del paradiso per il quale tutti siamo creati.
Per questo Maria è una piccola martire, testimone innocente della fede nella quale i suoi genitori si sono aperti alla vita dopo aver avuto otto figli – “orrore” direbbe il mondo con il Padre Ferreira del film, una follia della superbia cristiana che pretende di salvarsi sulla Croce e non dalla Croce – e nella quale hanno camminato accanto a lei in questi lunghissimi mesi, con la spada che scendeva tagliente nel cuore di Claudia, e le tentazioni subdole di giustizia che, come l’“anazuri” (la tortura della “fossa” nella quale erano infilati a testa in giù i cristiani), erano pronte ad inghiottire Carlo torturandone la ragione. Ma Cristo era accanto a loro, ha vissuto in loro come in Maria, accompagnandoli insieme nel martirio che, nel mondo, dà ragione al suo amore più forte del dolore, del peccato e della morte. Entravi nella loro casa e mai avresti immaginato quello che Carlo e Claudia stavano vivendo. Guardavi e ascoltavi i loro figli sereni parlare di Maria come di un dono di Dio per la loro famiglia, rinnovata ogni giorno in una comunione soprannaturale che risplendeva nell’ordinarietà di una vita vissuta semplicemente, che significa assumere il dolore, restare crocifissi, e fare quello che c’è da fare. Compreso litigare e fare i capricci se serve, perché un bambino anche se ha fede è sempre un moccioso che si vuol far amare. Maria, come Felix, il papà di una famiglia spagnola con cui sono in missione da tanti anni salito al cielo undici anni fa e qui seppellito, come tutte le famiglie che sono in Giappone da quasi trent’anni, o da venti, o da tre, e i figli che sono cresciuti e si sono sposati, e sono anche loro qui in missione con i loro figli. E i fratelli giapponesi con i quali condividiamo le croci e la loro gloria in ogni centimetro di storia che ci attende, sperimentando che Cristo è vivo, che ha vinto il peccato e la morte, che Lui ha potere sulla “palude” che non è il Giappone ma il cuore dell’uomo schiavo del peccato, identico qui a quello di ogni altro lembo di mondo.
Questi inizi nei quali seguiamo le orme dei primi missionari e cristiani giapponesi, sono il grembo dove cresce, gioiosa e grata, la fede. La nostra vita crocifissa lietamente con Cristo è la testimonianza inoppugnabile che la storia non è andata come racconta Silenzio, ma che anche oggi, qui e ovunque, può essere un prodigio di fedeltà e amore, che la Grazia plasma attraverso una seria iniziazione cristiana in una concreta comunità dove, in Cristo crocifisso e risorto, sono abbattuti i muri culturali, politiche e nazionalistiche. Guardo Maria, fisso i miei fratelli e vedo in loro i volti e la fede di chi ci ha preceduto, nella certezza che la stessa Grazia che opera oggi ha operato in loro. E affido alla misericordia di Dio chi è caduto e ha cercato, tra dolori inenarrabili, un’improbabile legittimazione ed esaltazione del proprio peccato. Perché, come scriveva ancora Peguy: “Per non credere bisogna farsi violenza, torturarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Prendersi al rovescio, mettersi al rovescio, riprendersi. La fede è tutta naturale, tutta alla buona, tutta semplice” (Véronique – Dialogo della Storia e dell’anima carnale).

Antonello Iapicca Pbro
Takamatsu, 30 gennaio 2017
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ESTRATTO DEL SAGGIO DI DON ANTONELLO IAPICCA (DISPONIBILE INTEGRALMENTE CLICCANDO QUI)
Eh no, la “palude” non è mica solo il Giappone. La “palude” circonda la vita di tutti, ovunque, da sempre. Ci seminiamo il matrimonio e ogni relazione, perché la “palude” è il cuore, infido e imprevedibile, “un abisso” che rende l’uomo “un baratro” (Sal 63). Identificarla con una Nazione e la sua cultura, la storia e la religione, è forse il più fuorviante degli equivoci su cui posa il contenuto e l’impianto narrativo del libro “Chinmoku – Silenzio” di Shusaki Endo e dell’omonimo film di Martin Scorsese.
“La nostra religione non può mettere radici in questo Paese perché questo Paese è una palude; non cresce niente qui, una pianta germoglia e le radici marciscono” afferma Cristobal Ferreira, Provinciale dei Gesuiti in Giappone, “prete caduto” durante le terribili persecuzioni che subirono i cristiani in Giappone. La vera apostasia è tutta in questa frase, ben più grave e gravida di conseguenze della stessa “formalità” con cui calpestare un immagine sacra, che è solo la conseguenza dell’inganno cui Ferreira ha dato credito.
Per comprendere l’autentico messaggio del libro e del film, bisogna essere chiari storicamente ed onesti intellettualmente: il Ferreira di entrambi non è quello della storia. Prima Endo e poi Scorsese hanno attinto dalla sua vicenda ciò che della loro hanno voluto, o creduto di poter identificare. Di certo non l’ha spinto all’apostasia il pensiero che un suo “korobi” – “caduta” potesse salvare altri cristiani.
[…] Logica vuole che un presupposto falso renda inattendibile l’intero svolgimento e il risultato finale di qualsiasi ragionamento, anche se la maggior parte dei critici e degli spettatori è rimasta colpita, e spesso affascinata, proprio dal presunto sacrifico “vicario” dei due missionari. Quello che invece  “Silenzio” vuol dirci è che l’apostasia è stato un atto d’amore perché essa ha salvato i cristiani giapponesi dalla morte a cui li condannava una religione straniera alla quale non avevano mai davvero aderito. I missionari hanno apostato perché incapaci di avere ragione della “palude” nella quale, a testa in giù, erano stati calati: “non sei stato sconfitto da me, ma da questa palude che si chiama Giappone” dice infatti alla fine l’Inquisitore Inoue a Padre Rodriguez. E’ questa la frase chiave di tutto il film.
Come afferma satanicamente Ferreira, sarebbe stato l’orgoglio dei missionari ad uccidere i cristiani. La superbia di identificarsi con Cristo e di voler piantare la sua Croce in Giappone. Quella superbia dei sacerdoti che tanto ha colpito Scorsese, come ha recentemente detto in un’intervista a Padre Spadaro pubblicata su “La Civiltà Cattolica”: “se davvero si ha la chiamata, come si fa ad affrontare il proprio orgoglio? Se si è in grado di eseguire un rito in cui si produce la transustanziazione, allora sì: si è molto speciali. Tuttavia, è necessario anche qualcos’altro. Sulla base di ciò che ho visto e vissuto, un buon prete, oltre ad avere quel talento, quella capacità, deve sempre pensare anzitutto ai suoi parrocchiani. Quindi la domanda è: come fa quel prete a superare il suo ego? Il suo orgoglio? Volevo fare quel film. E ho capito che con Silence, quasi sessant’anni dopo, stavo facendo quel film. Rodrigues è direttamente alle prese con quella domanda”. E risponde apostatando, perché crede all’insinuazione di Ferreira con cui il demonio gli rovesciava la realtà come un calzino: tu non vuoi apostatare per l’orgoglio di sentirti come Cristo, vedi te stesso come una transustanziazione di Cristo, mentre per superare l’orgoglio devi pensare agli altri cristiani che si fidano di te e stanno soffrendo. Apostata e così salverai te dall’orgoglio e loro dalla morte.
Apostata, e così diventerai finalmente quello che per Scorsese è un vero sacerdote: “i buoni sacerdoti che ho conosciuto hanno sempre messo da parte il loro ego. Quando lo si fa, restano soltanto le necessità — le necessità degli altri — e vengono meno le domande sulla penitenza da scegliere o su ciò è o non è la compassione. Esse diventano prive di significato”. L’ego sarebbe messo da parte in favore delle necessità tutte terrene degli altri, per le quali è ovvio che la com-passione, il patire la stessa sofferenza in unione a Cristo non ha significato; se la Croce smette di essere la porta che dischiude il Cielo, diventa una inutile sofferenza priva di significato.
Astuto come un serpente, con questo velenoso sofisma satana riesce così a trasformare  l’apostasia nel supremo atto d’amore attraverso il quale liberare i giapponesi convertiti dall’orgogliosa utopia della Chiesa europea di farli diventare cristiani alla maniera occidentale. La morte dei cristiani giapponesi, dettagliatamente e lentamente ripresa nella parte del film, si rivela così come un martirio alla rovescia, la testimonianza cioè del fallimento della missione dalla quale solo l’apostasia poteva salvarli. Solo Gesù, quello di Endo e Scorsese ovviamente, lo ha capito, e ce lo dice quando invita Rodriguez a calpestare la sua immagine occidentale nella quale i missionari volevano trasformare i poveri e ignoranti contadini giapponesi.
Non so se Scorsese abbia colto questa subdola e perversa ideologia nazionalistica di “Silenzio”, un cancro che mette in pericolo l’unità della Chiesa, come già accadde ai tempi dei grandi scismi eretici e gnostici e delle riforme dell’era moderna. Forse no, forse si è fermato alla superficie emotiva del dramma di Ferreira e Rodriguez, quella del presunto silenzio di Dio davanti alle sofferenze patite per il suo nome, rotto solo dalla voce di Gesù che incoraggia Rodriguez ad apostatare. Infatti, dice, proprio per questo “sono nato in questo mondo, per condividere il dolore degli uomini, ho portato questa croce per il vostro dolore”. Non è possibile che Dio voglia la sofferenza, Dio ci salva dalla morte, no? E come ci salva? “Condividendo” il dolore degli uomini, che in “Silenzio” significa lasciarsi calpestare rinunciando ad essere il Dio Onnipotente che salva dal peccato e dalla morte, per vestire gli abiti degli uomini e nascondersi in essi, come appare nella scena finale.  Insomma, può salvare solo un Dio sconfitto dalla “palude”, perché il Dio orgoglioso della sua unicità uccide invece di salvare. Salva un Dio diluito nei costumi della palude che accoglie e legittima tollerante e pietoso i suoi liquami. […]

Gesuiti missionari più che mai.



Gesuiti missionari più che mai. Sosa: fede e carità, così la Chiesa può camminare 
Avvenire 
(Monica Mondo) Il rapporto con il Papa, l’opera dei gesuiti anche a livello sociale dove sono presenti. È uno sguardo a 360 gradi del nuovo superiore dei gesuiti  -- Arturo Sosa Abascal, preposito generale della Compagnia di Gesù. Nato a Caracas, nel ’48, figlio di un banchiere, economista e ministro delle Finanze. Laureato in filosofia e scienze politiche ha dedicato molti anni all’insegnamento e alle ricerche: (...)

Se il martire non fa notizia...



Per «i martiri di oggi», per i cristiani perseguitati e in carcere, per le Chiese senza libertà, con un pensiero particolare a quelle più piccole: è questa l’intenzione con cui Papa ha offerto la messa celebrata lunedì mattina, 30 gennaio, nella cappella della Casa Santa Marta. Nella consapevolezza che «una Chiesa senza martiri è una Chiesa senza Gesù», il Pontefice ha riaffermato che sono proprio i martiri a sostenere e portare avanti la Chiesa. E se anche «i media non lo dicono, perché non fa notizia», oggi «tanti cristiani nel mondo sono beati perché perseguitati, insultati, carcerati soltanto per portare una croce o per confessare Gesù Cristo». Dunque, quando noi ci lamentiamo «se ci manca qualcosa», dovremmo piuttosto pensare «a questi fratelli e sorelle che oggi, in numero più grande dei primi secoli, soffrono il martirio».
Per la sua meditazione il Pontefice ha anzitutto rilanciato i contenuti della lettera agli Ebrei. «Verso la fine — ha affermato — l’autore fa un appello alla memoria: “Chiamate alla memoria i vostri antenati, chiamate alla memoria i primi giorni della vostra vocazione, ricordatevi, chiamate alla memoria tutta la storia del popolo del Signore”». Tutto ciò «per aiutare a fare più salda la nostra speranza: ricordare meglio per sperare meglio; senza memoria non c’è speranza».
Proprio «la memoria delle cose che il Signore ha fatto fra di noi — ha spiegato Francesco — ci dà il fiato per andare avanti e anche la consistenza». Così «in questa fine della lettera agli Ebrei, nel capitolo 11, che è quello che la liturgia ci propone in questi giorni, c’è la memoria della docilità di tanta gente, incominciando dal nostro padre Abramo che uscì dalla sua terra senza sapere dove andava, docile: memoria di docilità».
«Poi, oggi, ci sono due memorie» ha fatto notare ancora il Pontefice citando espressamente il passo della lettera proposto dalla liturgia (11, 32-40). Anzitutto «la memoria delle grandi gesta del Signore, fatte da uomini e donne, e dice l’autore della lettera: “Mi mancherebbe il tempo se volessi narrare di...”». Tanto che «comincia a nominare Gedeone, Barak, Sansone, Iefte, Davide: tanta gente che ha fatto grandi gesta nella storia di Israele». Questa «è la memoria, possiamo dire, dei nostri eroi del popolo di Dio». E «il terzo gruppo» — il primo «era quello di coloro che sono stati docili alla chiamata del Signore», il secondo «di coloro che hanno fatto grandi cose» — richiama «la memoria di quelli che hanno sofferto e hanno dato la vita come Gesù».
Si legge infatti nella lettera: «Altri, infine, subirono insulti e flagelli, catene e prigionia. Furono lapidati, torturati, tagliati in due, furono uccisi di spada, andarono in giro coperti di pelli di pecora e di capra, bisognosi, tribolati, maltrattati — di loro il mondo non era degno! — vaganti per i deserti, sui monti, tra le caverne e le spelonche della terra». In una parola è la «memoria dei martiri». E la Chiesa è proprio «questo popolo di Dio che è peccatore ma docile, che fa grandi cose e anche dà testimonianza di Gesù Cristo fino al martirio».
«I martiri — ha affermato a questo proposito il Papa — sono quelli che portano avanti la Chiesa; sono quelli che sostengono la Chiesa, che l’hanno sostenuta e la sostengono oggi. E oggi ce ne sono più dei primi secoli», anche se «i media non lo dicono perché non fa notizia: tanti cristiani nel mondo oggi sono beati perché perseguitati, insultati, carcerati». Oggi, ha insistito Francesco, «ce ne sono tanti in carcere, soltanto per portare una croce o per confessare Gesù Cristo: questa è la gloria della Chiesa e il nostro sostegno e anche la nostra umiliazione, noi che abbiamo tutto, tutto sembra facile per noi e se ci manca qualcosa ci lamentiamo». Ma «pensiamo a questi fratelli e sorelle che oggi, in numero più grande dei primi secoli, soffrono il martirio».
«Non posso dimenticare — ha confidato il Papa — la testimonianza di quel sacerdote e quella suora nella cattedrale di Tirana: anni e anni di carcere, lavori forzati, umiliazioni, i diritti umani non esistono per loro». Era il 21 settembre 2014 quando, durante i vespri nella cattedrale di San Paolo a Tirana, vennero presentate al Pontefice le toccanti testimonianze di due sopravvissuti alle persecuzioni del regime contro i cristiani: presero la parola suor Maria Kaleta e don Ernest Simoni, che poi Francesco ha voluto creare e pubblicare cardinale nel concistoro del 19 novembre scorso.
Anche noi, ha proseguito il Pontefice, è giusto che «siamo soddisfatti quando vediamo un atto ecclesiale grande, che ha avuto un gran successo, i cristiani che si manifestano». E questo può essere visto come una «forza». Ma «la più grande forza della Chiesa oggi è nelle piccole Chiese, piccoline, con poca gente, perseguitate, con i loro vescovi in carcere. Questa è la nostra gloria oggi e la nostra forza oggi». Anche perché, ha affermato, «una Chiesa senza martiri, oserei dire, è una Chiesa senza Gesù».
Così Francesco ha invitato a pregare «per i nostri martiri che soffrono tanto, per quelli che sono stati e che sono in carcere, per quelle Chiese che non sono libere di esprimersi: loro sono il nostro sostegno, loro sono la nostra speranza». Già «nei primi secoli della Chiesa un antico scrittore diceva: “Il sangue dei cristiani, il sangue dei martiri, è seme dei cristiani”». Essi «con il loro martirio, la loro testimonianza, con la loro sofferenza, anche dando la vita, offrendo la vita, seminano cristiani per il futuro e nelle altre Chiese». E per questa ragione, appunto, il Papa ha voluto offrire la «messa per i nostri martiri, per quelli che adesso soffrono, per le Chiese che soffrono, che non hanno libertà», ringraziando «il Signore di essere presenti con la fortezza del suo Spirito in questi fratelli e sorelle nostri che oggi danno testimonianza di lui».
L'Osservatore Romano

Lunedì della IV settimana del Tempo Ordinario. Commento audio

domenica 29 gennaio 2017

L'Angelus di Papa Francesco. "Non si è beati se non si è convertiti...



L'Angelus di Papa Francesco. "Non si è beati se non si è convertiti, in grado di apprezzare e vivere i doni di Dio"
Sala stampa della Santa Sede

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
La liturgia di questa domenica ci fa meditare sulle Beatitudini (cfr Mt 5,1-12a), che aprono il grande discorso detto “della montagna”, la “magna charta” del Nuovo Testamento. Gesù manifesta la volontà di Dio di condurre gli uomini alla felicità. Questo messaggio era già presente nella predicazione dei profeti: Dio è vicino ai poveri e agli oppressi e li libera da quanti li maltrattano.Ma in questa sua predicazione Gesù segue una strada particolare: comincia con il termine «beati», cioè felici; prosegue con l’indicazione della condizione per essere tali; e conclude facendo una promessa. Il motivo della beatitudine, cioè della felicità, non sta nella condizione richiesta – per esempio, «poveri in spirito», «afflitti», «affamati di giustizia», «perseguitati»... – ma nella successiva promessa, da accogliere con fede come dono di Dio. Si parte dalla condizione di disagio per aprirsi al dono di Dio e accedere al mondo nuovo, il «regno» annunciato da Gesù. Non è un meccanismo automatico, questo, ma un cammino di vita al seguito del Signore, per cui la realtà di disagio e di afflizione viene vista in una prospettiva nuova e sperimentata secondo la conversione che si attua. Non si è beati se non si è convertiti, in grado di apprezzare e vivere i doni di Dio.
Mi soffermo sulla prima beatitudine: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli» (v. 4). Il povero in spirito è colui che ha assunto i sentimenti e l’atteggiamento di quei poveri che nella loro condizione non si ribellano, ma sanno essere umili, docili, disponibili alla grazia di Dio. La felicità dei poveri – dei poveri in spirito – ha una duplice dimensione: nei confronti dei beni e nei confronti di Dio. Riguardo ai beni, ai beni materiali, questa povertà in spirito è sobrietà: non necessariamente rinuncia, ma capacità di gustare l’essenziale, di condivisione; capacità di rinnovare ogni giorno lo stupore per la bontà delle cose, senza appesantirsi nell’opacità della consumazione vorace. Più ho, più voglio; più ho, più voglio: questa è la consumazione vorace. E questo uccide l’anima. E l’uomo o la donna che fanno questo, che hanno questo atteggiamento “più ho, più voglio”, non sono felici e non arriveranno alla felicità. Nei confronti di Dio è lode e riconoscimento che il mondo è benedizione e che alla sua origine sta l’amore creatore del Padre. Ma è anche apertura a Lui, docilità alla sua signoria: è Lui, il Signore, è Lui il Grande, non io sono grande perché ho tante cose! E’ Lui: Lui che ha voluto il mondo per tutti gli uomini e l’ha voluto perché gli uomini fossero felici.
Il povero in spirito è il cristiano che non fa affidamento su se stesso, sulle ricchezze materiali, non si ostina sulle proprie opinioni, ma ascolta con rispetto e si rimette volentieri alle decisioni altrui. Se nelle nostre comunità ci fossero più poveri in spirito, ci sarebbero meno divisioni, contrasti e polemiche! L’umiltà, come la carità, è una virtù essenziale per la convivenza nelle comunità cristiane. I poveri, in questo senso evangelico, appaiono come coloro che tengono desta la meta del Regno dei cieli, facendo intravedere che esso viene anticipato in germe nella comunità fraterna, che privilegia la condivisione al possesso. Questo vorrei sottolinearlo: privilegiare la condivisione al possesso. Sempre avere il cuore e le mani aperte (fa il gesto), non chiuse (fa il gesto). Quando il cuore è chiuso (fa il gesto), è un cuore ristretto: neppure sa come amare. Quando il cuore è aperto (fa il gesto), va sulla strada dell’amore.
La Vergine Maria, modello e primizia dei poveri in spirito perché totalmente docile alla volontà del Signore, ci aiuti ad abbandonarci a Dio, ricco in misericordia, affinché ci ricolmi dei suoi doni, specialmente dell’abbondanza del suo perdono.


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Cari fratelli e sorelle,
come vedete sono arrivati l'invasori ... sono qui!
si celebra oggi la Giornata mondiale dei malati di lebbra. Questa malattia, pur essendo in regresso, è ancora tra le più temute e colpisce i più poveri ed emarginati. È importante lottare contro questo morbo, ma anche contro le discriminazioni che esso genera. Incoraggio quanti sono impegnati nel soccorso e nel reinserimento sociale delle persone colpite dal male di Hansen, per le quali assicuriamo la nostra preghiera.
Saluto con affetto tutti voi, venuti da diverse parrocchie d’Italia e di altri Paesi, come pure le associazioni e i gruppi. In particolare, saluto gli studenti di Murcia e Badajoz, i giovani di Bilbao e i fedeli di Castellón. Saluto i pellegrini di Reggio Calabria, Castelliri, e il gruppo siciliano dell’Associazione Nazionale Genitori.
Vorrei anche rinnovare la mia vicinanza alle popolazioni dell’Italia Centrale che ancora soffrono le conseguenze del terremoto e delle difficili condizioni atmosferiche. Non manchi a questi nostri fratelli e sorelle il costante sostegno delle istituzioni e la comune solidarietà. Per favore, nessun tipo di burocrazia li faccia aspettare e li faccia soffrire ulteriormente.
Mi rivolgo ora a voi, ragazzi e ragazze dell’Azione Cattolica, delle parrocchie e delle scuole cattoliche di Roma. Anche quest’anno, accompagnati dal Cardinale Vicario, siete venuti al termine della “Carovana della Pace”, il cui slogan è Circondati di Pace. Bello questo slogan! Grazie per la vostra presenza e per il vostro generoso impegno nel costruire una società di pace. Ascoltiamo il messaggio che i vostri amici, qui accanto a me, ci leggeranno.
[Lettura del messaggio]

Ed ora vengono lanciati i palloncini, simbolo di pace. A tutti auguro buona domenica. Auguro pace, umiltà, condivisione, nelle vostre famiglie. E, per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Buon pranzo e arrivederci!

sabato 28 gennaio 2017

IV domenica del tempo ordinario. Ambientale e commento al Vangelo.

La quarta Domenica del Tempo ordinario ci propone il Vangelo delle Beatitudini - RV

Nella quarta Domenica del Tempo ordinario, la liturgia ci propone il Vangelo delle Beatitudini. Gesù dice ai discepoli:  
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati».
Beati i poveri in spirito o beati i ricchi di presunzione? Beati coloro che piangono affamati di giustizia o chi ride approfittando dei propri soprusi? Beati i miti che non impongono le proprie opinioni o beati i furbi che giustificano i mezzi per il loro tornaconto? Beati i misericordiosi che operano la pace o chi denuncia perché non perdona? E infine: beato chi è insultato e perseguitato perché difende la dignità umana, ad esempio, agli albori della sua esistenza o al tramonto, o beato chi per non essere criticato tace e ottiene il plauso, fama e denaro senza scrupoli? Davanti ad un vangelo così concreto ed attuale s’impone una scelta: da che parte stai veramente? Riflettiamo bene: sono due vie che conducono a mete ben diverse! Una vocina ci ripete slogan del tipo: “Il mondo è dei furbi!”, “Beati gli ultimi se i primi sono ben educati”, “Chi mena per primo mena due volte!”, “Basta che ci sia la salute!”, “Meglio un uovo oggi che una gallina domani”. La voce di Cristo, invece, va ben oltre, schiude orizzonti immensi nel conformismo mediocre e rivela la rotta sicura per raggiungere la felicità. Egli non ci ha scelto per il nostro blasone, la nostra intelligenza o cultura, ma annuncia che può guarirci da ogni viltà donandoci, già qui, nobiltà d’animo per servire il prossimo e le primizie della  beatitudine eterna (Sanfilippo).
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BEATI NOI PERCHE' CAMMINIAMO CON CRISTO SUL SENTIERO DELLA VITA


Il Signore questa Domenica ci annuncia che siamo “beati”. Attenzione, siamo “beati” per ciò che viviamo nel presente al quale è già legato indissolubilmente quello che gusteremo nel futuro. “Beati”, dunque, in questo momento, che abbraccia il presente qui sulla terra e il futuro nel Cielo, a cui possiamo credere proprio perché ne possiamo pregustare già qui la “beatitudine”. Essere “beati” allora non è solo una promessa, ma è la nostra identità autentica, ed è anche la missione alla quale ci chiama. Sì, perché la “beatitudine” è, soprattutto, un “invio” a vivere quello che siamo, ad annunciare e a testimoniare la “beatitudine” che Cristo compie in noi nella Chiesa.

“In ebraico la parola “ashrei” – felice – tradotta con “beato”, non allude a sentimenti, sensazioni, stati d’animo, nemmeno a tranquillità e appagamento. Indica, invece, un “dinamismo”, tanto che la parola “beato” si potrebbe tradurre con “cammino rinnovato in ogni momento” (M. Vidal). La tradizione ebraica ha compreso le Dieci Parole ricevute sul Sinai – i “comandamenti” – come il “cammino” della vita: terminano infatti con “Fa questo”, ovvero, cammina così, “e avrai la vita”.

Su un’altra montagna, quella che s’innalza dolce dalle rive del lago di Tiberiade, in piena Galilea immagine della terra di missione, e sulla quale il Signore risorto ha dato appuntamento ai suoi apostoli per inviarli ad annunciare il Vangelo, Gesù ha consegnato alla Chiesa sua Sposa il famoso Discorso in cui è tracciato il cammino della Nuova Alleanza; e l’ouverture che ne sintetizza i contenuti è composta proprio con le note delle “beatitudini”.

Oggi la Chiesa, nella quale il Signore “è tutti i giorni” con i discepoli, le consegna anche a noi, già compiute su un altro monte, il Golgota; sulla Croce, infatti, Gesù ha inciso con il suo sangue ogni “povertà di spirito”, “afflizione”, “fame di sete e giustizia”, “persecuzione a causa della giustizia”, “insulto” e “calunnia”, offrendo con “mitezza” ai suoi assassini la “misericordia” e la “pace” nel suo corpo; per questo ha ricevuto la “grande ricompensa” della resurrezione, la porta spalancata sull’autentica “terra” promessa, il Regno dei Cielo nel quale si è “saziato” di “consolazioni” nel “vedere” di nuovo il volto del Padre.

Gesù è il “Figlio di Dio” che ha “ereditato” per noi il destino eterno di felicità che ci offre gratuitamente nella Chiesa attraverso la “misericordia” che ci rigenera per vivere secondo la volontà di Dio, cioè “beati”. Cristo è risorto, primizia dei “beati”! Entrando con Lui nella morte anche noi sperimenteremo la sua stessa “beatitudine”. Non ce ne sono altre, perché nessuna di quelle che offre il mondo, nessuna di quelle che oggi speriamo è incorruttibile.

Che vuoi, guarire da una malattia? E chi non lo vorrebbe, e a volte Dio ce lo concede. Ma ci riammaleremo di nuovo. Se però nella malattia che ti “affligge” sperimenti già la “consolazione” di Cristo, che cioè è con-la tua solitudine e, abbracciandoti, ti fa distendere sulla Croce che “purifica” il tuo “cuore” da ogni menzogna del demonio per “vedere” il Padre tra le piaghe e i dolori, allora questa è la “beatitudine” vera, che non sfugge dalle mani, mai.

Come quella di due fidanzati che possono sperimentare le primizie del “Regno dei Cieli” nel pudore, nella libertà, nella sincerità, nel rispetto e nella castità in cui imparano il dono reciproco, mentre sono “perseguitati a causa della giustizia” del mondo e della carne che li vorrebbe sottomettere alla dittatura del desiderio. Come quella di due sposi che, “operando la pace” donata loro da Cristo risorto nel perdono che prende su di sé il peccato dell’altro, fosse anche un tradimento, sperimentano la libertà senza limiti dei “figli di Dio” che non hanno nulla da difendere perché vivono già l’anticipo della vita celeste che è l’amore di Cristo che distrugge le barriere del peccato e della morte.

Come quella di chi, “ammansiti”, cioè resi “miti” e senza pretese dinanzi alla storia e ai fratelli attraverso gli eventi dolorosi e difficili accettati perché illuminati nella Chiesa, “ereditano” in tutto e in tutti la “Terra” dove gustare il latte e il miele dell’amore e della misericordia di Dio. Allora coraggio fratelli, siamo “beati”, soprattutto quando “tutti” – anche chi ci è accanto ingannato dal demonio – ci ritengono dei “miserabili”, ovvero dei “pitocchi” e “rannicchiati per lo spavento” (secondo l’originale greco tradotto con “poveri”), cioè vigliacchi e inutili per aver creduto a Cristo e consegnato a Lui la vita.

Per questo “insulteranno” noi e i nostri figli al lavoro e a scuola, e “ci perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di noi per causa” sua. Ma sarà proprio in quei momenti che gusteremo sino in fondo la “beatitudine” che sa di Paradiso, così soave da farci “esultare”, come i martiri durante il supplizio.

Sì, perché la “fame di giustizia” che muove alla violenza il mondo dominato da satana e dalla sua ingiustizia, in noi è stata “saziata” dalla Giustizia di Cristo che ci ha amati così tanto da perdonarci e ricrearci in Lui; e ci ha fatto addirittura degni di assomigliargli nelle sofferenze, per ricevere nel Cielo – a cui crediamo e che attendiamo perché nella Chiesa ne stiamo pregustando l’amore – la sua stessa “ricompensa”, ovvero la vita eterna nell’eterna beatitudine.

Per questo saremo “beati”, cioè “profeti” che, dalla Croce che tutti sfuggono, annunciano la Terra che tutti desiderano, il Regno preparato per ogni uomo le cui primizie risplendono in noi. Non dobbiamo far nulla, solo essere quello che siamo, rinnovati, sostenuti e guidati dalla Chiesa, entrando in questo lunedì così come si presenterà, accomodandoci all’ultimo posto, il più vicino al Cielo, dove c’è già Cristo, la nostra “beatitudine”.