mercoledì 1 febbraio 2017

L'esorcismo più difficile

giovanni cavalcoli la question dell eresia oggi

LIBERARE L’ERETICO DAL DEMONIO È IL PIÙ DIFFICILE TRA GLI ESORCISMI 

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Non avendo argomenti per difendersi, mentre l’accusa che vien fatta gli brucia, l’eretico reagisce allora con l’odio, la calunnia, la diffamazione e la violenza e, se è Superiore, con mezzi repressivi, anche sleali o illegali, abusando della sua autorità. Il Superiore eretico è sempre un despota, che governa non con la saggezza, ma col terrore. È, per parafrasare un’ espressione di Papa Benedetto XVI, possiamo dire che l’eretico è il “dittatore del relativismo”.

Giovanni Cavalcoli ed io conosciamo il ministero di esorcista, avendolo entrambi esercitato. Si tratta di un delicato ministero riservato solo ai ministri in sacris, da esercitare con prudenza su mandato e sotto la vigilanza del Vescovo, ma soprattutto cercando di convincere, una media di nove persone su dieci, inclusi spesso gli stessi familiari che accompagnano questi disturbati, a rivolgersi a un bravo specialista in psichiatria. Spesso ci siamo detti a vicenda che le rarissime possessioni demoniache sono la manifestazione più “innocua” di quelle che sono le devastanti possessioni vere. I più pericolosi posseduti sono infatti diversi di coloro che occupano posti chiave nei governi dei Paesi, che gestiscono immensi patrimoni finanziari, che fanno il bello e il cattivo tempo nella borsa valori, che dirigono i più grandi centri di ricerca clinico-scientifica, che condizionano le attività degli eserciti attraverso l’industria delle armi. I peggiori posseduti sono quegli eretici che pare abbiano fatto un golpe all’interno della Chiesa, mutando il bene in male e il male in bene, la virtù in vizio e il vizio in virtù, la sana dottrina in eterodossia e l’eterodossia in sana dottrina. E nessuno di questi pericolosi posseduti è portato dai familiari dall’esorcista. Dopo la pubblicazione del mio recente articolo sul teologo eretico Andrea Grillo che ha insolentito il Cardinale Carlo Caffarra, riconosciuto a livello mondiale come uno dei nostri grandi maestri della morale cattolica [cf. QUI], abbiamo deciso di pubblicare anche questo articolo inedito redatto da Giovanni Cavalcoli nel settembre del 2016 ed archiviato assieme ad altre decine di articoli suoi e miei nell’archivio dell’Isola di Patmos, nell’attesa di essere pubblicati al momento opportuno.
Ariel S. Levi di Gualdo

L’eretico vuol dar l’apparenza del riformatore; invece è un distruttore. Si atteggia a custode della tradizione, per fermare il progresso nella verità. Esalta il valore della storia per negare la verità immutabile. Enfatizza la dignità umana o la grazia divina per finire nel panteismo. Si fa la voce dell’Eterno per dissolvere il tempo nell’Assoluto. «Veleno d’aspide è sotto le sue labbra» [Cf. Sal 144,4]. L’eretico più abile e pericoloso è capace di ingannare anche i sapienti: «Più fluide dell’olio sono le sue parole, ma sono spade sguainate» [cf. Sal 55,22]. L’eretico, che è un sofista e non ha fiducia nella ragione, non è obbiettivo e sereno nel suo parlare, non induce a ragionare o a riflettere, non stimola la capacità critica, non fa uso di argomenti ragionevoli o persuasivi, o quanto meno probabili, né cita fatti o testimonianze certi e comprovati, ma fa leva sulle passioni, sulle emozioni e sugli stati d’animo: l’indignazione, l’irritazione, la rabbia, l’invidia, lo scoraggiamento, la paura, il desiderio di vendetta, l’impazienza, la sfiducia, la ribellione, la sensualità, ricorrendo alla menzogna, all’inganno, all’insulto, alla diffamazione, alla denigrazione, alla calunnia.
Per attirare discepoli e pavoneggiarsi del suo falso sapere, per apparire persuasivo e onesto o addirittura difensore della verità e maestro di santità, senza scoprirsi; per sedurre, ingannare e far cadere il prossimo e adescare gli sprovveduti, l’eretico dà mostra di onestà di costumi, fa sfoggio di scienza, usa ad arte argomenti studiatamente sofistici e un linguaggio piacevole, ma torbido, equivoco, ambiguo, insinuante, doppio, serpentino, ma soprattutto sfuggente al “sì” e “no” [leggere tutto l’articolo …]

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Biondissima, bellissima, sessualmente liberata...

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di Costanza Miriano
Biondissima bellissima occhi celestissimi e fisico mozzafiato, poco più che trentenne, tre figli, Thérèse Hargot sembra fatta apposta per spernacchiare tutti i luoghi comuni sul sesso. Questa giovane belga trapiantata a Parigi ma con lunghi trascorsi newyorkesi, infatti, da sessuologa laureata in filosofia, master alla Sorbona, si interroga sui danni della liberazione sessuale e dell’aborto, sostiene l’intelligenza e la ragionevolezza dei metodi naturali, avversa fieramente la pillola e l’eccessiva libertà sessuale dei ragazzi, e ritiene che parlare loro di sesso a scuola come si fa oggi sia estremamente dannoso.
Ma fa tutto questo da super laica, non credente immagino: nel suo libro, Una gioventù sessualmente liberata (o quasi), il tema di Dio non appare neppure vagamente all’orizzonte. Eppure arriva alle stesse conclusioni dei cattolici (ma non diteglielo, credo sia insofferente a riguardo).
Se dici “metodi naturali” in Italia, temo che la maggior parte della gente pensi a una tecnica vegana, che so, per produrre lo yogurt in casa coi fermenti. Nei cosiddetti libri di scienze che i nostri figli devono comprare per frequentare le scuole statali (gli stessi che spacciano teorie per scienza, tipo darwinismo e riscaldamento globale, che appunto essendo teorie dovrebbero poter essere abbracciate o meno, non insegnate come verità, ma lasciamo stare ora), in quei libri, dicevamo, nelle copiose pagine dedicate alla contraccezione, i metodi naturali sono poco più che una nota a pie’ di pagina, trattati alla stregua di una curiosità o di una nota di folclore. Qui da noi è solo la Chiesa che li propone, li spiega li insegna e li difende. E una esigua minoranza che li vive, o almeno ci prova.
Nell’immaginario collettivo la donna che segue i metodi naturali è una povera sfigata, tendenzialmente racchia e sempre incinta, non una bionda con le physique du role da attrice che parla di sesso tutto il giorno – ai ragazzi nelle scuole, ai grandi nel suo studio privato – e ci autorizza a pensare che abbia una vita sessuale pienamente soddisfacente, e insieme stabile (è sposata con un solo uomo) e feconda (hanno tre bambini).
Il suo no alla pillola, dunque, è un preziosissimo alleato del nostro no, intendo di quello di noi cattolici, che diciamo no a tutto quello che impedisce a Dio di prendere l’iniziativa sulla nostra vita. Il no della Hargot è un no che prende le mosse solo dalla ragione, dall’osservazione della realtà – ciò che facciamo anche noi credenti, vedi una per tutte Fides et ratio – senza neppure avere bisogno del passo ulteriore, quello della fede.
Perché la pillola è nemica della donna, fa il gioco dell’uomo, rende il corpo femminile perennemente a disposizione dell’uomo senza che rischi di prendersi delle responsabilità. E poiché il desiderio della donna a causa della azione ormonale della pillola viene inchiodato al suo livello più basso – come quando, naturalmente, la donna è infeconda – è lei la prima a trarne svantaggi.
Quella della Hargot è dunque una rivendicazione di una sessualità vissuta in pienezza e in modo soddisfacente per entrambi, non solo a favore dell’uomo. Insomma, la questione fa tutto il giro e finisce capovolta: la pillola non è una conquista femminista, ma una fregatura: “eredi di un femminismo che si ritorce oggi contro le donne stesse, perché invece di modificare la società patriarcale le si è totalmente sottomesso, incoraggiando le donne a modificare il proprio corpo al fine di adattarvisi”. Esattamente quello che succede con l’aborto e con l’essere costrette a lavorare come uomini, come se non avessimo tempi ed esigenze diverse (qualche signore ha presente cosa possa significare tornare al lavoro con un bambino di massimo quattro mesi come prevede la legge italiana, allattato esclusivamente al seno come prevede la natura, tirando il latte di giorno per coprire le assenze, alzandosi di notte per poi, la mattina dopo alle otto, fingere di essere sveglie alla scrivania o al bancone o in corsia o dovunque si lavori?).
Per non parlare dei casi di morte – una ventina all’anno solo in Francia – o paralisi – riguardano 2500 francesi ogni anno – che fanno passare in secondo piano cancro al seno, tumori al fegato, infezioni vaginali, alterazioni della libido, vomito, acne ed eruzioni cutanee, variazioni di peso, dolori mammari, cefalee, asma, secrezioni dai seni, depressione, emicranie, nausee, perdita dell’udito. Per quale motivo ci condanniamo a tutto questo? E per cosa? Solo per non aprire alla possibilità di un figlio (neanche così minacciosa, io conosco più persone che fanno fatica a concepire che il contrario, purtroppo) rischiamo la pelle, o almeno la salute, e ci neghiamo il piacere di un sesso vissuto in pienezza (il calo della libido nel bugiardino della pillola è elencato come solo uno degli effetti collaterali, come se fosse una bazzecola).
Il discorso sui metodi naturali, efficacissimo nella pars destruens di tutti i metodi contraccettivi artificiali, a dire il vero nel libro secondo me manca della pars construens, cioè di tutta la riflessione sulla bellezza di una sessualità consegnata, la teologia del corpo di Giovanni Paolo II, ma proprio per questo è ancora più efficace, perché parla al mondo con gli argomenti del mondo.
Allo stesso modo la critica all’approccio alla questione omosessuale (non esiste l’omosessuale, esiste solo una persona con delle inclinazioni), la critica alla libertà sessuale degli adolescenti e quella alla pornografia – “in sei anni, l’umanità ha guardato l’equivalente di 1,2 milioni di anni in video pornografici e ha visitato 93 miliardi di pagine porno su piattaforme gratuite. Ciò che era sulfureo è diventato all’improvviso banale” – si limita a fotografare in modo scientifico le conseguenze negative che certe condotte hanno sul desiderio, sul godimento sessuale, senza alcun giudizio morale, ciò che rende questo libro praticamente inattaccabile, e sempre sia lodato Giovanni Marcotullio che lo ha scovato e tradotto per l’Italia.
Di fronte all’infelicità diffusa nella sessualità – la Hargot ha ascoltato migliaia di storie a riguardo – è ora che il mondo si faccia qualche domanda. Questa presunta liberazione ci ha lasciati senza niente in mano. Bisogna ripartire dalle basi. Prima di reclamare la libertà a fare qualsiasi cosa ci salti in mente, bisogna ricordare che “per stare insieme a qualcuno, bisogna innanzitutto essere qualcuno”. Perché la sessualità non è quella specie di ginnastica a cui l’ha ridotta il mondo oggi, ma ha a che vedere con la sfera più profonda, intima e unitaria dell’individuo, cioè la persona, e può essere molto, molto più bella di quanto ci hanno fatto credere.
fonte: La Verità

Müller: "Senza Dottrina non c'è Chiesa".

Il cardinale Muller

di Riccardo Cascioli

«La Amoris Laetitia va interpretata alla luce di tutta la dottrina della Chiesa…. Non mi piace, non è corretto che tanti vescovi stiano interpretando Amoris Laetitia secondo il loro proprio modo di intendere l’insegnamento del Papa. Questo non va nella linea della dottrina cattolica». Sono le chiare affermazioni del cardinale Gerard Müller, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, in una lunga intervista rilasciata al mensile Il Timone.

Nell’intervista, che appare nel numero di febbraio da oggi acquistabile e immediatamente disponibile sul sito della rivista (un numero 3 euro, abbonamento annuale 28 euro), il cardinale Müller esclude la possibilità della comunione per i divorziati risposati: «Non si può dire che ci sono circostanze per cui un adulterio non costituisce peccato mortale». Mancanza di misericordia? Niente affatto: «Noi siamo chiamati ad aiutare le persone, poco a poco, per raggiungere la pienezza nel loro rapporto con Dio, ma non possiamo fare sconti», afferma Müller. E i vescovi – con codazzo di giornalisti adulanti - che indicano ormai possibile la comunione ai divorziati risposati? «A tutti questi che parlano troppo – è la risposta del prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede – raccomando di studiare prima la dottrina sul papato e sull’episcopato nei due concili vaticani, senza dimenticare la dottrina sui sette sacramenti».
La lunga intervista, che tocca molti temi inerenti la dottrina cattolica, arriva come una doccia fredda sugli entusiasmi di quegli osservatori che consideravano le ormai famose dichiarazioni del cardinale Müller al TgCom24 (clicca qui) come il distacco definitivo del prefetto dalle posizioni dei quattro cardinali che hanno firmato i Dubia. Al contrario, le articolate risposte di Müller suonano come una risposta positiva ai Dubia, un contributo alla chiarezza così come i quattro chiedono.
Ai sopra citati vescovi, teologi e giornalisti, non piacerà neanche la parte in cui il il cardinale Müller spazza via il politicamente corretto in tema di ecumenismo. «La riforma protestante – ha osservato Müller – non deve essere semplicemente intesa come una riforma da alcuni abusi morali, ma bisogna riconoscere che andava a incidere sul nucleo del concetto cattolico di Rivelazione». «Si può sempre riformare la vita morale, le nostre istituzioni, università, strutture pastorali; è necessario anche sbarazzarsi di una certa “mondanizzazione” della Chiesa».

Al proposito Müller afferma che «ci sono errori dogmatici fra i riformatori che noi mai possiamo accettare. Con i protestanti il problema non sta solo nel numero dei Sacramenti, ma anche nel loro significato». Müller ha poi messo in guardia, per quel che riguarda l’ecumenismo, dal relativismo e dall’indifferenza verso i temi dottrinali: «Per cercare l’unità non possiamo accettare di “regalare” due o tre sacramenti, o accettare che il Papa sia una specie di presidente delle diverse confessioni cristiane», ha detto.
Tutti questi temi sono maggiormente approfonditi nell’intervista, che tocca molti altri punti interessanti. Di sicuro il cardinale Müller ha voluto lanciare un avvertimento a chi crede di poter liquidare facilmente la dottrina (che altro non è che il contenuto della Rivelazione di Gesù) pensando così di andare incontro alle esigenze dell’uomo moderno. «Senza dottrina non c’è Chiesa», titola in copertina Il Timone sintetizzando le parole del prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Non si può immaginare nulla di più ecclesialmente scorretto.
lanuovabq

La sfida del cambiamento

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Per il cattolicesimo francese. 

L'Osservatore Romano 

Dall’ultimo numero della "Civiltà Cattolica" anticipiamo stralci di un focus dedicato alle sfide della Chiesa in Francia. In esso si evidenziano le grandi trasformazioni avvenute negli ultimi cinquant’anni e le opportunità pastorali di una comunità forse non più maggioritaria ma comunque dinamica e attiva.
(Marco Rastoin) Negli anni Ottanta, il cardinale Lustiger ricordava spesso che il crollo del cattolicesimo rurale e la trasformazione del cattolicesimo in una religione essenzialmente «urbana» erano due degli eventi più importanti che avevano caratterizzato la Chiesa francese.
I contadini immigrati in città spesso hanno perso il loro legame con la Chiesa. Una delle principali conseguenze dell’evoluzione degli ultimi cinquant’anni che possiamo constatare oggi, oltre all’affermarsi del carattere urbano della Chiesa, è la sua perdita, in ampia misura, delle classi popolari e delle low middle class. La Chiesa cattolica è sostenuta soprattutto dalle classi medio-alte, il che è ancora più evidente per le vocazioni sacerdotali: esse provengono soprattutto dalle famiglie benestanti di tradizione cattolica. Nei quartieri popolari, il panorama religioso è caratterizzato da un indifferentismo agnostico, dalla presenza sempre più consistente dell’islam e di alcune comunità evangeliche abbastanza dinamiche.
Uno dei principali compiti della Chiesa francese nel futuro sarà quello di accogliere e integrare popolazioni immigrate o non metropolitane cattoliche, siano esse originarie dell’Africa o dell’oltremare francese. Per il momento esse sono poco rappresentate nel clero o nei quadri ecclesiali. La Chiesa francese condivide senza dubbio questa preoccupazione con i vescovi europei, come pure con quelli degli Stati Uniti.
A differenza di altre Chiese occidentali, quella francese finora è stata meno colpita dagli scandali di pedofilia fra il clero. Infatti “l’affare di Outreau” (2004), dove innocenti — fra cui un sacerdote — sono stati falsamente accusati, ha fatto in modo che la stampa trattasse le accuse con grande cautela. I casi recenti — nella diocesi di Lione e altrove — hanno indubbiamente indebolito la credibilità della Chiesa come istituzione e hanno evidenziato la necessità di una vigilanza rafforzata: occorre mettersi all’ascolto del Vangelo; i più piccoli, i bambini devono essere la prima preoccupazione della Chiesa.
La natura «giacobina» del Paese si riflette anche nel funzionamento della sua Chiesa. È per questo che, a partire dagli anni Ottanta, numerosi vescovi hanno desiderato avere maggiore libertà nei confronti delle “direttive parigine”. Per questo le iniziative sono diventate più locali, con gli inconvenienti e i vantaggi che ne derivano: per esempio, sono stati riaperti alcuni seminari diocesani, mentre diversi seminari interdiocesani sono entrati in crisi. Sono stati convocati numerosi sinodi diocesani; sono stati proposti percorsi catechistici nuovi, ma si è accentuata la diversità delle pratiche (età della cresima, rapporto con l’insegnamento cattolico). È difficile infatti conciliare sussidiarietà e unità pastorale.
Questa realtà ha indotto la sociologa Danièle Hervieu-Léger a parlare di «esculturazione» crescente del cattolicesimo francese. È la constatazione che la cultura maggioritaria della società francese si distacca sempre più dalla tradizione cattolica. I sondaggi — sia quelli che riguardano questioni di fede (sulla risurrezione, sulla divinità di Cristo), sia quelli che riguardano questioni di morale (eutanasia, aborto) — confermano questa analisi. Riguardo alla morale, il nucleo dei praticanti cattolici si restringe sempre più a un ambiente socialmente omogeneo. Riguardo alla fede, si nota una grande difficoltà a trasmetterla, in particolare a tutti i giovani di famiglie non praticanti che la Chiesa riesce ancora a raggiungere, soprattutto grazie all’ampia rete dell’insegnamento cattolico, che riguarda circa il 20 per cento della gioventù scolarizzata. Sebbene ci siano buoni percorsi di formazione, la mancanza di dirigenti accentua questa difficoltà. Ed ecco allora le conseguenze di questi cambiamenti. Il numero di francesi che si dichiarano cattolici si aggira attorno al 55 per cento della popolazione, ed è in continua diminuzione. I praticanti regolari sono poco più del 4 per cento della popolazione e sono costituiti per lo più da persone che superano i 65 anni. Sul piano delle vocazioni, se il numero dei seminaristi era rimasto basso ma stabile dal 1980 al 2005 (attorno ai 1000), negli ultimi anni si è ridotto notevolmente (attorno ai 700). È significativo che in tutta la Francia ci siano meno di 100 ordinazioni l’anno. Un fatto sembra dunque accertato: la metà della popolazione — costituita da una trentina di milioni di persone — ha perso o sta perdendo ogni legame vivo con la Chiesa.
Come vivere questa nuova situazione? Come pensare la relazione della Chiesa con una società sempre più secolarizzata? Come prendere posizione di fronte a uno Stato che, in presenza di una sfida islamica, tende a inasprire le condizioni della laicità? La Chiesa cattolica, che si è confrontata prima di altre Chiese con la secolarizzazione, costituisce una specie di laboratorio.
La Chiesa francese sta vivendo un cambiamento sensibile e spesso doloroso: il passaggio da una maggioranza tranquilla allo status di minoranza che deve vivere in un ambiente sempre più lontano dalla sua fede, dai suoi riti e dai suoi valori. Ma la Chiesa francese non è morta: essa ha in sé molte fonti di vita. Alcune delle sue iniziative evangelizzatrici si stanno diffondendo nel mondo intero. Essa accoglie numerose famiglie profondamente credenti e generosamente aperte alla vita, giovani particolarmente impegnati e pastori zelanti. In che modo essere al tempo stesso aperti e legati alla tradizione? In che modo far posto alla differenza, riuscendo a rimanere uniti? Come impegnarsi con zelo nell’evangelizzazione senza coltivare la nostalgia per il passato? In che modo rimanere fedeli alla propria storia — e ai propri santi — riuscendo a leggere i segni dei nuovi tempi? Ecco alcune delle domande che si impongono alla Chiesa in Francia nell’attuale situazione di cambiamento.

L'Osservatore Romano

La nuova Casa Bianca e il Vaticano

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La nuova Casa Bianca. Il doppio volto dell' America che disorienta il Vaticano

Corriere della Sera

(Massimo Franco) Se c' è una nuova Guerra fredda sul cammino mondiale, è quella che sta dichiarando il Nord ricco del mondo al Sud povero. La Chiesa di Francesco dovrà affrontarla con pazienza e lungimiranza. L' interlocutore vaticano che fissa la sfida tra il presidente americano Trump e il primo Papa latinoamericano sa quanto sarà difficile contrastare un vento culturale nel quale la più debole, per il momento, appare la Santa Sede. Ancheper questo Bergoglio non vuole globalizzare una polemica che sta lacerando l' America e l' Occidente. «Donald Trump rischia di favorire una nuova Guerra fredda. Ma non tra Stati Uniti e Russia. La nuova Guerra fredda è quella che sta dichiarando in modo unilaterale il Nord ricco del mondo al Sud povero. E la Chiesa di Francesco dovrà affrontarla con pazienza e lungimiranza». L' interlocutore vaticano che fissa la sfida tra il presidente statunitense e il primo papa latino-americano conosce bene gli Usa: molto bene. E sa quanto sarà difficile contrastare un vento culturale nel quale la più debole, almeno per il momento, appare la Santa Sede. Anche per questo Jorge Mario Bergoglio non è intervenuto nè interverrà: non vuole globalizzare una polemica che sta lacerando l' America e l' Occidente. I muri non cristiani È lontano quel 18 febbraio di un anno fa, quando di ritorno dal Messico il pontefice definì «non cristiano» chi costruisce muri: un riferimento al Trump candidato repubblicano alla Casa Bianca, che replicò con parole ruvide. Quel personaggio è arrivato alla Casa bianca, anche col voto cattolico. Ha ordinato di costruire il muro di separazione dal Messico. Ma il Vaticano ha affidato la reazione ai vescovi statunitensi e al cardinale ghanese Peter Turkson, il quale ha parlato di preoccupazione «per il segnale che si dà al mondo». L' allarme, però, cresce. E l' offensiva contro l' immigrazione dal Centro e dal Sud America, l' ostilità contro gli islamici, toccano il cuore della strategia di Francesco. «Non aspettatevi uno scontro aperto con Trump, però. Non ci saranno prese di posizione papali, a meno che la situazione non precipiti», si avverte. Già le parole di Bergoglio sui dittatori che a volte prendono il potere grazie a un voto democratico hanno scatenato malintesi e critiche: meglio non alimentarli. Vale la strategia espressa nel novembre scorso dal segretario di Stato vaticano, cardinale Piero Parolin: rispetto per la volontà degli elettori Usa; auguri a Trump per l' elezione; e attesa per vedere come si muoverà, perché si dice che una cosa è essere candidato, altra avere responsabilità di governo. È una sorta di agenda augurale, che tende a evitare qualunque approccio pregiudiziale, e vuole essere una cauta apertura di credito. L' allarme e la cautela D' altronde, nella cerchia di Francesco anche l' elezione di Hillary Clinton sarebbe stata vissuta male: soprattutto per le posizioni a favore dell' aborto e per l' approccio anti-russo. Ma questo non basta a cancellare l' allarme. Per un Papa «che vuole abbattere i muri tra Nord e Sud del mondo», come ha ricordato tempo fa il direttore dell' Osservatore romano , Gian Maria Vian, un presidente Usa che li vuole moltiplicare è quasi una provocazione: sebbene non certo rivolta intenzionalmente alla Chiesa cattolica. Chi fosse stato venerdì 27 all' Istituto Luigi Sturzo, a Roma, dove si celebrava un convegno internazionale sul cattolicesimo in America latina, non avrebbe ascoltato attacchi a Trump. Ma il suo fantasma biondo-platino incombeva. Tanto che quando dalla presidenza si è espressa «indignazione» per le tariffe sulle merci messicane che gli Usa vorrebbero imporre per far pagare al Messico i costi del futuro muro, è scattata un' ovazione liberatoria. Tra i governi dell' America australe, però, l' indignazione rimane repressa. Il continente vive una fase di involuzione economica e politica, dal Brasile all' Argentina. E pochi osano attaccare l' am-ministrazione Usa, in attesa di capire meglio che cosa succederà. Prendere di petto Trump non è facile nemmeno per il Vaticano, costretto a marcare le distanze e insieme a sottolineare i punti di convergenza. La Corte e la difesa della vita La Casa Bianca segue un doppio registro scivoloso, per chi vorrebbe parole più dure dalla Roma papale. C' è l' offensiva contro gli immigrati, soprattutto latinoamericani, che sono un po' «il popolo di Bergoglio», arrivato a Washington due anni fa come portavoce di quell' area del mondo e degli esclusi. E c' è il divieto di ingresso per i cittadini di sette Paesi islamici, tra i quali a sorpresa manca l' Arabia saudita, dalla quale provenivano alcuni attentatori delle Torri gemelle del 2001. Ma c' è anche la «marcia per la vita» e contro l' aborto appoggiata pubblicamente dal vicepresidente Mike Pence:ed è la prima volta che la Casa Bianca si espone così. Il Papa ha mandato un messaggio tramite Parolin. E il 27 gennaio, ai manifestanti riuniti a Washington, Pence ha detto che «in America la vita torna a vincere»: musica per le orecchie di una parte dei vescovi Usa, «guerrieri culturali» contro le amministrazioni democratiche sui cosiddetti valori non negoziabili. E Trump promette di soddisfare l' elettorato evangelico e il cattolicesimo prolife indicando per la Corte suprema un giudice conservatore: scelta che cambierà gli equilibri nel massimo tribunale statunitense. Sono segnali che bilanciano quelli negativi in tema di immigrazione e di dialogo con l' Islam. «E piacciono», si ammette in Vaticano, «a tanti cattolici». Il timore che filtra da Casa Santa Marta, residenza papale, è doppio. Il primo è di ritrovarsi schiacciati su un' agenda che fa a pugni con la pedagogia e la geopolitica di Francesco. Se prevalgono la «dottrina Trump» e una lettura «nordista» del cristianesimo, quella di Francesco si ritroverebbe ancora di più sulla difensiva, se non in minoranza. La seconda incognita è sui circoli economici dietro l' ascesa di Trump. «Non si può escludere che questa rete finanzierà i circoli cattolici più retrivi», si sottolinea, «ostili al pontificato argentino». Al fondo rimane il dubbio di un influente cardinale italiano. «Non possiamo sapere», ha osservato di recente, «cos' è rimasto nell' anima di Trump delle parole papali» su di lui nel febbraio del 2016: quel «non cristiano» attratto dai muri. Presto, forse, si saprà. E questa attesa è vissuta con un filo di apprensione.

Catechesi di Papa Francesco. L'elmo della speranza.



L'Udienza generale di Papa Francesco. "Solo un povero sa attendere. Chi è già pieno di sé e dei suoi averi, non sa riporre la propria fiducia in nessun altro se non in sé stesso"

Sala stampa della Santa Sede 

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nelle scorse catechesi abbiamo iniziato il nostro percorso sul tema della speranza rileggendo in questa prospettiva alcune pagine dell’Antico Testamento. Ora vogliamo passare a mettere in luce la portata straordinaria che questa virtù viene ad assumere nel Nuovo Testamento, quando incontra la novità rappresentata da Gesù Cristo e dall’evento pasquale: la speranza cristiana. Noi cristiani, siamo donne e uomini di speranza.
È quello che emerge in modo chiaro fin dal primo testo che è stato scritto, vale a dire la Prima Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi. Nel passo che abbiamo ascoltato, si può percepire tutta la freschezza e la bellezza del primo annuncio cristiano. Quella di Tessalonica è una comunità giovane, fondata da poco; eppure, nonostante le difficoltà e le tante prove, è radicata nella fede e celebra con entusiasmo e con gioia la risurrezione del Signore Gesù. L’Apostolo allora si rallegra di cuore con tutti, in quanto coloro che rinascono nella Pasqua diventano davvero «figli della luce e figli del giorno» (5,5), in forza della piena comunione con Cristo.
Quando Paolo le scrive, la comunità di Tessalonica è appena stata fondata, e solo pochi anni la separano dalla Pasqua di Cristo. Per questo, l’Apostolo cerca di far comprendere tutti gli effetti e le conseguenze che questo evento unico e decisivo, cioè la risurrezione del Signore, comporta per la storia e per la vita di ciascuno. In particolare, la difficoltà della comunità non era tanto di riconoscere la risurrezione di Gesù, tutti ci credevano, ma di credere nella risurrezione dei morti. Sì, Gesù è risorto, ma la difficoltà era credere che i morti risorgono. In tal senso, questa lettera si rivela quanto mai attuale. Ogni volta che ci troviamo di fronte alla nostra morte, o a quella di una persona cara, sentiamo che la nostra fede viene messa alla prova. Emergono tutti i nostri dubbi, tutta la nostra fragilità, e ci chiediamo: «Ma davvero ci sarà la vita dopo la morte…? Potrò ancora vedere e riabbracciare le persone che ho amato…?». Questa domanda me l’ha fatta una signora pochi giorni fa in un’udienza, manifestando un dubbio: “Incontrerò i miei?”. Anche noi, nel contesto attuale, abbiamo bisogno di ritornare alla radice e alle fondamenta della nostra fede, così da prendere coscienza di quanto Dio ha operato per noi in Cristo Gesù e cosa significa la nostra morte. Tutti abbiamo un po’ di paura per questa incertezza della morte. Mi viene alla memoria un vecchietto, un anziano, bravo, che diceva: “Io non ho paura della morte. Ho un po’ di paura a vederla venire”. Aveva paura di questo.
Paolo, di fronte ai timori e alle perplessità della comunità, invita a tenere salda sul capo come un elmo, soprattutto nelle prove e nei momenti più difficili della nostra vita, «la speranza della salvezza». È un elmo. Ecco cos’è la speranza cristiana. Quando si parla di speranza, possiamo essere portati ad intenderla secondo l’accezione comune del termine, vale a dire in riferimento a qualcosa di bello che desideriamo, ma che può realizzarsi oppure no. Speriamo che succeda, è come un desiderio. Si dice per esempio: «Spero che domani faccia bel tempo!»; ma sappiamo che il giorno dopo può fare invece brutto tempo… La speranza cristiana non è così. La speranza cristiana è l’attesa di qualcosa che già è stato compiuto; c’è la porta lì, e io spero di arrivare alla porta. Che cosa devo fare? Camminare verso la porta! Sono sicuro che arriverò alla porta. Così è la speranza cristiana: avere la certezza che io sto in cammino verso qualcosa che è, non che io voglia che sia. Questa è la speranza cristiana. La speranza cristiana è l’attesa di una cosa che è già stata compiuta e che certamente si realizzerà per ciascuno di noi. Anche la nostra risurrezione e quella dei cari defunti, quindi, non è una cosa che potrà avvenire oppure no, ma è una realtà certa, in quanto radicata nell’evento della risurrezione di Cristo. Sperare quindi significa imparare a vivere nell’attesa. Imparare a vivere nell’attesa e trovare la vita. Quando una donna si accorge di essere incinta, ogni giorno impara a vivere nell’attesa di vedere lo sguardo di quel bambino che verrà. Così anche noi dobbiamo vivere e imparare da queste attese umane e vivere nell’attesa di guardare il Signore, di incontrare il Signore. Questo non è facile, ma si impara: vivere nell’attesa. Sperare significa e implica un cuore umile, un cuore povero. Solo un povero sa attendere. Chi è già pieno di sé e dei suoi averi, non sa riporre la propria fiducia in nessun altro se non in se stesso.
Scrive ancora san Paolo: «Egli [Gesù] è morto per noi perché, sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con lui» (1 Ts 5,10). Queste parole sono sempre motivo di grande consolazione e di pace. Anche per le persone amate che ci hanno lasciato siamo dunque chiamati a pregare perché vivano in Cristo e siano in piena comunione con noi. Una cosa che a me tocca tanto il cuore è un’espressione di san Paolo, sempre rivolta ai Tessalonicesi. A me riempie della sicurezza della speranza. Dice così: «E così per sempre saremo con il Signore» (1 Ts 4,17). Una cosa bella: tutto passa ma, dopo la morte, saremo per sempre con il Signore. È la certezza totale della speranza, la stessa che, molto tempo prima, faceva esclamare a Giobbe: «Io so che il mio redentore è vivo […]. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno» (Gb 19,25.27). E così per sempre saremo con il Signore. Voi credete questo? Vi domando: credete questo? Per avere un po’ di forza vi invito ad dirlo tre volte con me: “E così per sempre saremo con il Signore”. E là, con il Signore, ci incontreremo.


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Do un cordiale benvenuto alla delegazione del Movimento Cattolico Mondiale per il clima e li ringrazio per l’impegno a curare la nostra casa comune in questi tempi di grave crisi socio-ambientale. Incoraggio a continuare a tessere le reti affinché le chiese locali rispondano con determinazione al grido della terra e al grido dei poveri.
Accolgo con gioia i pellegrini di lingua italiana. Saluto i partecipanti al Convegno della Lega sacerdotale mariana promosso dai Silenziosi Operai della Croce e gli ospiti della Fondazione Santa Lucia, esortandoli all’assiduità della preghiera, rimedio efficace nella malattia e nella sofferenza.
Saluto gli ufficiali del Comando della Guardia di Finanza di Parma e i membri del Centro di spiritualità della misericordia, con il Vescovo di Piazza Armerina, Mons. Rosario Gisana, venuti con l’icona della Madre di Misericordia, che verrà esposta nella Basilica di San Pietro. Invito ciascuno a continuare l’esercizio delle opere di misericordia, in modo che diventino virtù abituali della vita quotidiana.
Rivolgo un saluto ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. Domani celebreremo la festa della Presentazione del Signore e la Giornata Mondiale della Vita Consacrata. Affido alle vostre preghiere quanti sono stati chiamati a professare i consigli evangelici affinché con la loro testimonianza di vita possano irradiare nel mondo l’amore di Cristo e la grazia del Vangelo.

Mercoledì della IV settimana del Tempo Ordinario. Commento audio al Vangelo.