lunedì 27 febbraio 2017
La lotta contro le tentazioni
Tentazioni di Cristo, Chiesa di Saint-Aignan, Brinay, Francia, XII secolo, affresco.
5 marzo 2017
I domenica di Quaresimadi ENZO BIANCHI
Brevi note sulle altre letture bibliche
Genesi 2,7-9; 3,1-7 e Lettera ai Romani 5,12-19
Nel tempo di Quaresima (annata A) le tre letture sono parallele, o meglio illustrano il tema della storia della salvezza, nelle sue tappe riassunte nelle parole e nei gesti di Gesù. In questa prima domenica le letture convergono sulla tentazione vissuta da ogni umano in Adamo ed Eva, personalità corporative e simboliche. La tentazione viene dal demonio, il serpente antico, ma si insinua nel cuore umano come seduzione quando si instaura un rapporto con ogni realtà. Appena l’essere umano si mette in relazione con una realtà, è tentato di divorarla, di possederla, di dominarla, senza riconoscere il limite naturale e cercando di non cogliersi come creatura ma creatore di se stesso. Da qui la caduta, il peccato, la scelta di una strada che è mortifera. Nel vangelo Gesù, nuovo e ultimo Adamo, subirà la stessa tentazione, ma trionferà vincendo Satana. Con questa certezza di fede l’Apostolo Paolo, nella Lettera ai Romani, traccia il parallelo tra il primo Adamo, l’umano nella sua qualità storica, e l’Adamo ultimo e definitivo, Gesù, che, sconfitto il peccato e la morte, dona gratuitamente a tutta l’umanità la giustificazione, cioè la salvezza, e quindi la pienezza della vita inaugurata dalla sua resurrezione. All’uomo disobbediente si contrappone l’uomo Gesù, “obbediente fino alla morte e alla morte di croce”, ma esaltato e glorificato da Dio (cf. Fil 2,8-9) per la sua vita donata e spesa nell’amore (cf. Gv 13,1).
Mt 4,1-11
In quel tempo Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2 Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 3 Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane». 4 Ma egli rispose: «Sta scritto:
Non di solo pane vivrà l'uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
5 Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio 6 e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti:
Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo
ed essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra».
7 Gesù gli rispose: «Sta scritto anche:
Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».
8 Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria 9 e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». 10 Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti:
Il Signore, Dio tuo, adorerai:
a lui solo renderai culto».
11 Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio».
5 Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio 6 e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti:
Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo
ed essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra».
7 Gesù gli rispose: «Sta scritto anche:
Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».
8 Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria 9 e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». 10 Allora Gesù gli rispose: «Vattene, Satana! Sta scritto infatti:
Il Signore, Dio tuo, adorerai:
a lui solo renderai culto».
11 Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco, degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.
Il tempo della Quaresima è un tempo di prova, di lotta, di resistenza alle tentazioni che ci assediano, è un cammino nel deserto orientato al dono di Dio, all’incontro con lui. Per questo nella prima domenica di questo tempo liturgico ci viene svelata la realtà della tentazione subita da ogni essere umano, subita da Gesù stesso, anche lui “figlio di Adamo” (Lc 3,38). Significativamente, la Lettera agli Ebrei ci svela che “Gesù stesso è stato messo alla prova (pepeirasménos) in ogni cosa come noi, senza cadere in peccato” (Eb 4,15). Dunque ha vinto le tentazioni, ma non è stato esente da esse, perché nella sua umanità vera e concreta c’era la fragilità, la debolezza della “carne” (sárx).
I vangeli non temono di presentarci un Gesù tentato dal demonio, dall’avversario, Satana, potenza che induce l’uomo al male, cioè a contraddire la volontà di Dio: ciò avviene per Gesù nel deserto, subito dopo il battesimo, poi molte altre volte durante la sua missione e infine sulla croce. Il vangelo secondo Marco attesta che, dopo che Gesù ha ricevuto l’immersione nel Giordano da parte di Giovanni il Battista, “subito lo Spirito lo spinse nel deserto, dove rimase quaranta giorni, tentato da Satana” (Mc 1,12-13): continuamente tentato! Sulla base di questa testimonianza Matteo e Luca (cf. Lc 4,1-13) cercano di darci una descrizione, una narrazione di ciò che avvenne, una messa in scena di eventi vissuti da Gesù interiormente – potremmo dire nel profondo del suo cuore e quindi della sua coscienza –, di prove che coinvolgevano l’intera sua persona, corpo e spirito.
Per Matteo e Luca le tentazioni sono riassumibili in tre momenti, in tre assalti di Satana. Istruiti dalle scienze umane, oggi sappiamo leggere queste tre prove come resistenza alle tre libidines fondamentali che ci abitano: libido amandi, libido dominandi e libido possidendi. Sono le tentazioni cui è soggetta l’umanità intera, come esprime bene il libro della Genesi quando dice che l’essere umano “vide che l’albero” che non doveva essere mangiato “era buono da mangiare, appetitoso alla vista e bramato per ottenere potere” (Gen 3,6). Quando noi umani entriamo in relazione con le realtà di questo mondo, sentiamo forze, bisogni, brame che si scatenano in noi e che, se non vengono dominate, ci impediscono di riconoscere la presenza degli altri e di Dio, fonte di ogni dono. Anche Gesù, uomo come noi – e non dovremmo scandalizzarci per questo, né dubitare della sua identità di Figlio di Dio, Parola fatta carne (cf. Gv 1,14) – non è stato esente dalle tentazioni, non le ha rimosse, ma le ha attraversate misurandosi con esse, e così vincendo Satana con la sua volontà e con la forza della parola di Dio. Senza dimenticare che nel racconto di Matteo vi è anche l’allusione al popolo di Israele che, uscito dall’immersione nel mar Rosso, percorre il cammino nel deserto, ritmato da tre eventi, da tre tentazioni (cf. Es 16; 17; 32) nelle quali il popolo soccombe, cadendo in peccato.
Gesù, pieno di Spirito santo (cf. Mt 3,16), dallo stesso Spirito viene condotto nel deserto, ed ecco manifestarsi la tentazione, quando la fame si fa sentire dopo quaranta giorni di digiuno: “Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane”. Se egli è davvero Figlio di Dio, come l’ha definito la voce venuta dal cielo durante il battesimo (cf. Mt 3,17), allora – gli suggerisce il tentatore – può sfuggire alla condizione umana che ha assunto e soddisfare la fame non come ogni uomo, procurandosi il cibo con la fatica e il lavoro, ma semplicemente facendo ricorso al suo potere. Non è un caso che la tentazione prima, quindi primordiale, riguardi il mangiare, la dimensione dell’oralità. Su questo terreno l’uomo e la donna sono stati tentati e sono caduti (cf. Gen 3,1-7), perché qui è in gioco l’amore egoistico per noi stessi, la philautía. Trasformare magicamente le pietre in pane per sfuggire alla fame è un sogno di onnipotenza: l’uomo affamato è tentato di non riconoscere più gli altri, di non pensare alla condivisione, alla solidarietà, alla comunione. Esistere per se stessi: questa è la tentazione radicale che porta a ignorare gli altri e a non riconoscere più il dono di Dio.
Questa prima tentazione può anche essere letta a un livello politico. Gesù è tentato di mutare le pietre in pane per compiere un’azione prodigiosa agli occhi dell’umanità: se è lui il Salvatore, potrà estinguere la fame del mondo in modo radicale e immediato, potrà farsi riconoscere e acclamare come liberatore. Non a caso, altrove la folla sarà disposta a farlo re se egli le procurerà del pane (cf. Gv 6,11-15.26). È bene ricordare, al riguardo, la rilettura di questa tentazione fatta da Fëdor Dostoevskij, nella “Leggenda del grande inquisitore: “Vedi queste pietre nel deserto nudo e infuocato? Mutale in pane e l’umanità ti seguirà come un gregge docile e riconoscente”. No, Gesù è il Figlio di Dio che, nel farsi uomo, si è spogliato delle sue prerogative divine, e resta sempre fedele a questa sua condizione. Perciò non compie il miracolo, ma risponde al demonio: “Sta scritto: ‘Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio’ (Dt 8,3)”. In tal modo egli afferma che la fame di pane è indiscutibile, ma la fame della parola di Dio è ancora più vitale, più essenziale del soddisfare la brama di cibo. Vi è qui la testimonianza della fede di Gesù nella parola di Dio, della sua obbedienza puntuale al Padre, della sua resistenza alla tentazione fino alla vittoria.
Segue la seconda tentazione: “Il diavolo lo pose sul punto più alto del tempio” di Gerusalemme, la città santa dove tutti i figli di Israele salgono e sono radunati. Gesù è all’inizio della sua missione: cosa può inaugurarla in modo più efficace che un segno, un miracolo, un’autoesaltazione pubblica, di fronte a tutti? Se egli si butta dall’alto del tempio e, quale Figlio di Dio, è miracolosamente sorretto e sostenuto dagli angeli, allora la rivelazione della sua identità si imporrà a tutti ed egli sarà acclamato come Messia di Dio. Mostri chi è, faccia vedere che lui è Dio in mezzo al suo popolo, perché questa è la domanda degli increduli di ogni tempo: “Dio è in mezzo a noi sì o no?” (Es 17,7). Questa tentazione che Gesù sente emergere in sé sarà risvegliata tante volte dai suoi ascoltatori: “Mostraci un segno dal cielo e crederemo!” (cf. Mt 12,38; 16,1; 24,3). Vi è qui la suggestione di essere Messia secondo le immagini e i pensieri umani, ma Gesù ha scelto di essere un Messia al contrario: debole, povero, umiliato, rigettato; un Messia servo, non un padrone potente!
Al tempio, il luogo della religione, avviene la tentazione somma: se Gesù è Figlio di Dio, allora non conoscerà la morte, non sarà toccato da essa. Per fargli balenare questo miraggio, il demonio ricorre alla citazione della Scrittura (cf. Sal 91,11-12), distorcendola e strumentalizzandola contro Dio. La promessa di protezione annunciata da Dio al credente nel salmo, dovrebbe realizzarsi come epifania di potenza del Messia, come esenzione per lui dalla sofferenza e dalla morte, come onnipotenza… Ma Gesù, che è venuto a dare la sua vita per amore di tutti noi umani (cf. Mt 20,28), che è venuto nella povertà e nell’umiltà del servo di Dio, non può accogliere questa suggestione, che sfigurerebbe l’immagine di Dio, e allora, richiamando la parola di Dio, getta in faccia al demonio lo “sta scritto”: “Non tenterai il Signore Dio tuo” (Dt 6,16). Non si mette alla prova di Dio, ma si accetta di essere messi alla prova. Finché è in mezzo a noi, Gesù vuole restare umanissimo, senza poteri divini, per questo rimarrà fedele al Padre fino alla fine, senza mai cedere alla tentazione di negare o mitigare la sua condizione umana, assunta per condividerla con noi, per esistere con noi, per conoscere la nostra debolezza e presentarla come sua al Padre.
Viene infine la terza e ultima tentazione: sconfitta la libido dominandi, entra in azione la libido possidendi. Questa volta Gesù è condotto dal diavolo su un alto monte, dal quale contempla la terra e tutto ciò che contiene, tutta la sua ricchezza, i regni nelle mani dei governanti di questo mondo, la gloria che essi ostentano. Gesù in verità è un Re, il Re dei giudei, è il Messia, il Re unto, il capo del suo popolo, dunque anche a lui spettano ricchezza e gloria. Li può possedere, ma a una condizione: deve adorare il demonio, il principe di questo mondo. Spetta a Gesù scegliere: o diventare un servo di Satana o restare un servo di Dio. Da una parte onore, potere, gloria, ricchezze; dall’altra povertà, servizio, umiltà. Nel vangelo secondo Luca il demonio completa questa tentazione con un’ulteriore parola: “A me sono state date tutte le ricchezze di questo mondo e io le la do a chi voglio” (cf. Lc 4,6). Sì, chi tiene in mano le ricchezze di questo mondo è il demonio, e dunque chi accumula ricchezze, anche a fin di bene, e non le condivide, non le depotenzia dell’arroganza insita in esse, lo voglia o no, è un amministratore di Satana!
In questo rifiuto di Gesù è contenuta tutta l’assunzione della povertà come logica di abbassamento, di umiltà: “colui che era ricco si è fatto povero per noi” (cf. 2Cor 8,9), “colui che era nella condizione di Dio, si è spogliato fino a diventare schiavo” (cf. Fil 2,6-7). Sappiamo quello che Gesù ha potuto dire proprio dopo aver attraversato questa tentazione: “Non potete servire Dio e Mammona” (Mt 6,24). Ecco perché la parola di Dio invocata da Gesù come comando radicale e definitivo è: “Adorerai il Signore Dio tuo, e a lui solo renderai servizio” (Dt 6,13). In questo modo Gesù ci lascia anche una traccia da seguire quando siamo tentati. Al sorgere della tentazione, non si deve entrare in dialogo con Satana, non si deve indugiare nell’ascolto della seduzione, magari confidando nella propria forza. No, occorre solo ricorrere alla parola di Dio, invocare il Signore, non cedere a nessun dialogo con il male, ma allontanare il tentatore con la forza di Dio. È così che Gesù scaccia il demonio (“Vattene, Satana!”), quale vincitore del male e delle tentazioni; e lo fa attraversandole, per essere in grado di “avere compassione, di patire insieme a noi (sympathêsai) le nostre debolezze” (Eb 4,15). Proprio come si legge nella vita di Antonio, il padre dei monaci. Sfinito dalla lotta vittoriosa contro le tentazioni, egli vede il Signore in un raggio di luce e gli chiede: “Dov’eri? Perché non sei apparso fin dall’inizio per porre fine alle mie sofferenze?”. E si sente da lui rispondere: “Antonio, ero qui a lottare con te”.
Sacro e bellezza
di ENZO BIANCHI
Costatiamo come oggi, in ogni ambito, vi è una sempre più grande attenzione alla qualità dell’abitare i luoghi e gli spazi di vita personale e sociale, nel tenace sforzo di contrastare il diffondersi di quelli che già nel 1992 Marc Augé, nella sua riflessione sull’antropologia del quotidiano, ha definito “non-luoghi”. I “non-luoghi” sono quegli spazi dell’anonimato ogni giorno più numerosi e frequentati da individui simili ma soli. Il “non-luogo” è il contrario di una dimora, di un’abitazione: è l’esatto opposto del locus nel senso proprio del termine. Per questo, i “non-luoghi” rappresentano l’impossibilità di ogni relazione, di ogni incontro vero perché il non-luogo è il non-abitabile. Frequentando Marc Augé mi sono domandato se anche un certa modalità contemporanea di concepire e progettare le chiese non corra a volte il drammatico rischio di creare anch’essi dei “non-luoghi”. Se lo spazio liturgico viene percepito, vissuto e abitato come un “non-luogo”, non solo diviene spazio di non incontro tra gli uomini, ma anche spazio di non incontro tra uomo e Dio.
Nulla, dunque, ci impedisce di pensare che quella diffusa domanda alla quale dal 2003 cerchiamo di dare risposta attraverso i Convegni internazionali di liturgia di Bose, esprima in fondo il bisogno oggi più che mai impellente di formazione e di approfondimento, affinché le nostre chiese siano degli autentici luoghi della fede, evitando così il tragico pericolo di trasformarsi in veri e propri “non-luoghi” della fede. Una chiesa è spazio per la celebrazione della fede quando è veicolo e strumento di conoscenza e di comunione tra l’uomo e Dio, e degli uomini tra loro. Solo così “avviene” la vera bellezza cui deve tendere lo spazio liturgico; non solo quella bellezza, come dice Dionigi l’Areopagita, “che crea ogni comunione” ma, anche all’inverso, quella bellezza che la comunione, la koinonía con Dio e con i fratelli può creare. Sì, ogni volta che ci si accinge come liturgisti, architetti e artisti a creare architettura e arte per la liturgia, dobbiamo essere abitati dalla consapevolezza che oggi più che mai, lo spazio liturgico è chiamato ad assolvere il compito di far passare l’uomo dal “non-luogo” al luogo santo, dal luogo di non relazione al luogo di comunione. Allora le nostre chiese saranno spazi di ristoro, autentici “santuari” di bellezza e armonia, comunicate attraverso quel silenzioso linguaggio della luce, degli spazi, delle linee e delle forme architettoniche che sono, come scrive Gregorio di Nissa, «l’arte muta che sa parlare».
Considerato l’interesse sempre dimostrato da numerosi giovani studiosi e professionisti, il Comitato scientifico dei Convegni liturgici internazionali di Bose propone una nuova formula di preparazione e di riflessione, rivolta a laureandi, dottorandi, giovani ricercatori e professionisti con meno di trentacinque anni. Il seminario che si chiude oggi a Bose ha l’obiettivo di rendere ancora più concreto il dialogo interdisciplinare di tutte le competenze che possono migliorare il dialogo tra liturgia, architettura e arte, favorendo lo scambio diretto di esperienze, progetti in corso, realizzazioni, secondo i temi della XV edizione del Convegno di Bose che si terrà dal 1° al 3 giugno prossimo: Abitare, Celebrare, Trasformare: processi partecipativi tra liturgia e architettura. Il seminario ha inoltre l’obiettivo di consolidare una rete di relazioni scientifiche e interpersonali a livello nazionale e internazionale, presupposto di nuove collaborazioni, iniziative e progetti su scala europea. Sono state superate le quaranta candidature, tra le quali sono stati scelti i venti partecipanti da parte della commissione formata dai rappresentanti del comitato scientifico e dai tutores del laboratorio. I candidati hanno sottoposto alla commissione i progetti o le ricerche che stanno affrontando legati ai temi del convegno. Ai venti selezionati è stata richiesta una ulteriore presentazione scritta del loro progetto che è stata messa a disposizione degli altri partecipanti su una piattaforma digitale condivisa, in modo che potessero già conoscere i punti di partenza dei colleghi che sederanno al loro fianco durante i giorni del laboratorio.
I giovani sono stati invitati in questa fase preparatoria a cercare attinenze, divergenze, parallelismi tra la loro ricerca e quelle dei colleghi. La finalità è quella di identificare dei nodi critici nel dialogo tra liturgia, comunità di fede e la progettazione di uno spazio per la liturgia. Ancora una volta si sconfessa il luogo comune che i giovani non sarebbero interessati ai simboli e alle forme maggiori con il quale il cristianesimo, oggi come ieri, si esprime come lo sono il rito, l’arte e l’architettura. Il contributo che giovani ricercatori danno al rapporto tra liturgia, architettura e arte attesta che i simboli maggiori della fede cristiana restano luoghi di ricerca spirituale.
Giovani studiosi e professionisti attivi negli ambiti dell’architettura, delle discipline artistiche, delle scienze religiose e umane interessati ad approfondire il rapporto tra architettura, liturgia e società. Sono questi i partecipanti al seminario che si è aperto venerdì e si conclude oggi al Monastero di Bose (Biella) in vista del prossimo convegno liturgico internazionale in programma dal 1° al 3 giugno 2017. L’edizione di quest’anno, la quindicesima, sarà dedicata al pensare i luoghi di vita dell’esperienza ecclesiale con una forte sensibilità al contesto sociale e fisico. Un tema, quello tra architettura e recupero del senso autentico della liturgia, al centro anche del nuovo libro di Enzo Bianchi e Goffredo Boselli Il vangelo celebrato, appena uscito per le edizioni San Paolo.
Pubblicato su: Avvenire
Sussidio per la Quaresima 2017

http://blog.weca.it
“Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo”
È online “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo”, il sussidio per la Quaresima e il tempo di Pasqua, disponibile a questo indirizzo.
.
Curato dall’Ufficio Liturgico Nazionale, il testo è disponibile sul sito dedicato ed è liberamente consultabile e scaricabile.
.
Nella presentazione, Mons. Nunzio Galantino sottolinea come, nel clima comunicativo attuale che “prevede un incessante tentativo di prendere la parola”, non sia facile “porgere orecchio, rendersi disponibili, attenti, recettivi”. Per questo “il comando che risuona sul monte è molto attuale, anche se controcorrente”.
Ogni sezione del Sussidio è consultabile singolarmente.
.
La lettura è scandita dalle riflessioni e dalla liturgia indicate per il Mercoledì delle Ceneri, le 5 domeniche di Quaresima, la Domenica delle Palme e il Triduo Pasquale.
.
L’introduzione all’opera è a cura di don Franco Magnani, direttore dell’Ufficio Liturgico Nazionale.
***
Alcuni impegni del Papa nei prossimi giorni
Mercoledì 1° marzo (delle Ceneri)
Vaticano. Udienza generale (N° 9)
Italia - Roma
- Statio e processione penitenziale nella Chiesa di Sant’Anselmo - ore 16.30
- Santa Messa, benedizione e imposizione delle Ceneri nella Basilica di Santa Sabina - ore 17.00
Giovedì 2 marzo
Vaticano. Basilica di San Giovanni in Laterano: incontro con i parroci di Roma - ore 11.00
Domenica 5 febbraio
Angelus in Piazza San Pietro
Esercizi spirituali del Papa e della Curia Romana
- ore 16.00 partenza in pullman per Ariccia per gli Esercizi spirituali sul tema “Passione, morte e risurrezione di Gesù secondo Matteo”.
Esercizi spirituali - Tema: “Passione, morte e risurrezione di Gesù secondo Matteo” presso la Casa Divin Maestro, tenuti da p. Giulio Michelini, ofm. Tranne che per l’introduzione, ogni meditazione partirà dall’esegesi di un brano tratto dai capitoli 26-28 del vangelo di Matteo, riletto tenendo sullo sfondo la Galilea e quanto avvenuto all’inizio del ministero di Gesù. Dalla interpretazione del testo si passerà poi a una lettura di tipo esistenziale e spirituale.
Primo giorno - 5 marzo
- ore 16.45 arrivi e sistemazione
- ore 18.00 introduzione (la riflessione che darà il via all’intero ciclo di esercizi è “La confessione di Pietro e il cammino di Gesù verso Gerusalemme, Matteo 16, 13-21)”; adorazione eucaristica; vespri
- ore 19.30 cena
Secondo giorno - 6 marzo
- ore 9.30 Prima meditazione “Le ultime parole di Gesù e l’inizio della passione (Matteo 26, 1-19)”
- ore 16.00 Seconda meditazione “Il pane e il corpo, il vino e il sangue (Matteo 26, 36-46)”
***
Le giornate successive sono così articolate:
ore 7.30 Messa
ore 8.30 colazione
ore 9.30 Prima meditazione
ore 12.30 pranzo
ore 16.00 Seconda meditazione
ore 18.00 vespri, adorazione eucaristica
ore 19.30 cena
Nella giornata conclusiva, venerdì 10, è in programma un’unica meditazione.
Nè Giulietta, Nè Romeo
«Prima il sesso, poi ci conosciamo»: è il mondo i tempi della gaycrazia. Buono anche per le scuole
di Tommaso Scandroglio
Un film spot sull’omosessualità? Gli esempi si sprecherebbero. Un film spot per l’omosessualità fatto vedere alle scolaresche? Anche in questo caso nulla di nuovo sotto il sole spietato dell’ideologia gay. Un film spot fatto vedere alle scolaresche per iniziativa diretta del Ministero dell’Istruzione? Qui la cosa non è rarissima, ma desta comunque attenzione. Soprattutto se nell’iniziativa è coinvolto il famigerato Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale (Unar), da giorni giustamente sulla graticola per le note vicende che lo vedono come ente finanziatore di attività lubrico-omoerotiche con derive che si spingono al meretricio.
Sabato scorso è stato proiettato presso l’istituto Cavalieri di Milano la pellicola Né Giulietta né Romeo, il cui titolo già fa capire che l’appartenenza al sesso maschile e femminile è oggi faccenda superflua nell’affettività, né più né meno di un freezer per un eschimese che vive in un igloo. L’Ufficio Scolastico Regionale per la Lombardia dell’Ambito territoriale di Milano che fa capo al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur) il 16 febbraio scorso aveva inviato “ai Dirigenti scolastici degli Istituti Secondari di II grado di Milano e città Metropolitana, alla Consulta Provinciale Studentesca e al Forum provinciale delle Associazioni dei genitori della scuola – FoPAGS”, la seguente lettera: “Oggetto: Forum delle Politiche Sociali 2017 del Comune di Milano – 23 Febbraio/2 Marzo 2017. Proiezione del film Né Giulietta Né Romeo con Veronica Pivetti. Si informano le SS.LL. che Sabato 25 Febbraio 2017 alle ore 10,00 presso l’Istituto Superiore Cavalieri di Via Olona,14 Milano, verrà proiettato il film Né Giulietta Né Romeo con la presenza dell'attrice-regista Veronica Pivetti e della sceneggiatrice Sig.ra Gra che interverranno in un dibattito finale con gli studenti presenti. L’evento rivolto alle studentesse e agli studenti degli Istituti Superiori Milanesi è dedicato a temi sociali attuali sul contrasto alle discriminazioni, sul diritto di cittadinanza, sull'inclusione e si colloca all’interno del 6° Forum delle Politiche Sociali promosso dall’Assessorato alle Politiche Sociali, Salute e Diritti del Comune di Milano. L’iniziativa, ha già il Patrocinio di UNAR Presidenza Consiglio Ministri, Consolato Generale degli Stati Uniti d’America, l’Associazione AGEDO e l’Associazione IL CINEMA e i DIRITTI. La partecipazione è libera e gratuita”.
Sì, pure il Consolato Generale degli Stati Uniti d’America si è mosso, quasi che fosse coinvolta la sicurezza nazionale o i rapporti diplomatici tra Italia ed Usa. Fisiologica invece l’adesione dell’Agedo (Associazione genitori omosessuali) e dell’Unar, questa creazione del governo Monti che si occupa quasi esclusivamente di omosessualità e di teoria del genere.
Ma il film cosa racconta? Lasciamo la penna ad una fonte non sospettabile di partigianeria, il sito Cinemagay: “Né Giulietta, né Romeo è anzitutto un manifesto LGBT, cioè una storia che affronta praticamente tutte le tematiche gay d’attualità nel nostro Paese”. Viva la sincerità. Il film è un manifesto politico teso alla soddisfazione di alcune rivendicazioni del mondo omosessualista militante. Il suo carattere dichiaratamente politico gli è valso il patrocinio di Amnesty International, perché oggi i veri perseguitati politici sono i gay a cui si vede non bastano più matrimoni, figli uterati e dark room, ma agognano a qualcosa di più che ad oggi non è ancora noto.
Ma proseguiamo con la scheda della pellicola: “Rocco è uno studente 16enne che da un anno sta cercando di scopare la sua migliore e paziente e comprensiva amica Maria (Carolina Pavone) senza riuscirci, perchè il ‘meccanismo’ non si attiva. Scoprirà la causa di questi ripetuti insuccessi quando a scuola viene picchiato dal bullo di turno, in questo caso assai affascinante, tanto da procurargli nel mentre la tanto attesa erezione (cosa che gli impedirà di denunciarlo)”. La regista Pivetti e l’insospettabile Cinemagay ci stanno dicendo che a volte il cosiddetto omo-bullismo sono propedeutici e aiutano a scoprire il proprio orientamento sessuale? Non è questo un giudizio omofobo? A margine: l’amica del cuore di Rocco pensa di far soldi vendendo i propri ovociti. Così, tanto per non farci mancare nulla.
Continuiamo con la recensione: “Molto eloquente la scena di quando viene aggredito dal tipo sotto la doccia, che diventa quasi un amplesso (a ricordarci che spesso gli omofobi sono solo dei gay repressi)”. Non sono le persone omosessuali ad essere eterosessuali latitanti, bensì l’opposto.
“Così Rocco – continua Cinemagay - inizia a prendere consapevolezza della sua identità, sostenuto dall’amica Maria ma non altrettanto dai genitori (separati), coi quali fa uno speranzoso coming out”. Il solito stereotipo dell’opposizione sessantottina tra genitori borghesi che si pensano progressisti e figli precursori di una nuova mentalità, loro sì davvero progressisti. Pivetti così sul punto commenta: “Può una famiglia evoluta, progressista, alternativa al punto giusto, saltare per aria di fronte alla scoperta di un figlio omosessuale? Purtroppo sì, anche se siamo nel 2015. Anche se pensavamo che il dato fosse acquisito e metabolizzato. […] E, tra un sorriso e l’altro, ho cercato di raccontare, con la macchina da presa saldamente in spalla, lo sgomento e l’incapacità di chi siede pericolosamente in bilico sulle proprie miopi certezze”. Ma credere che l’omosessualità sia un valore non è anch’esso una certezza? E non potrebbe essere pure lei una miope certezza? Lasciamo la risposta agli oftalmologi.
Arriviamo però ad una battuta del film che appare essere illuminante, almeno per noi poveri sciocchi attratti ancora da persone del sesso opposto: “Esilarante la scenetta – continua la scheda di Cinemagay - di quando la madre lo trova che sta facendo sesso con uno sconosciuto e lui avrà la determinatezza di spiegarle che nel mondo gay funziona così, cioè prima si scopa poi ci si conosce”. E già, “nel mondo gay funziona così”. A leggere queste poche righe, per associazione di pensiero, ci viene in mente un tizio con un cappotto arancione e locali bui in cui persone nude esplorano orifizi di ogni genere pur non praticando la professione dell’endoscopista.
In breve: il sesso omosessuale è promiscuo e votato alle più sordide parafilie per sua natura. Ce lo dice anche una cosiddetta commedia che vuole stare dalla parte del mondo gay in cui “funziona così”: prima il sesso e poi la conoscenza, dichiara la Pivetti per bocca del suo protagonista. L’affetto, due cuori e una capanna, i figli, le coccole, la voglia di progettualità, il sostegno reciproco non sono patrimonio dell’immaginario omosessuale, ma sono proprietà della famiglia, beni però espropriati a lei per innestarli senza successo nella pianta dell’omosessualità, da cui non nascerà nessun frutto; beni usati come paravento dietro il quale si consumano gli amplessi plurimi dei circoli gay foraggiati dall’Unar, esito necessitato dell’orientamento omosessuale.
Proprio della pulsione omosessuale non è nemmeno l’erotismo, bensì la piana pornografia – basta assistere ad un gay pride – tanto che anche i critici cinematografici di Cinemagay sono costretti ad usare il termine “scopare” e a ragion veduta. Non è volgarità la loro, è oggettiva aderenza alla realtà omosessuale.
In sintesi lo stile di vita depravato che fiorisce nei circoli ricreativi gay, che il servizio delle Iene ha così ben descritto e che Luca Di Tolve ha sperimentato sulla propria pelle, è quello che si vuole proporre alle giovani generazioni sotto l’egida dell’Unar, anche per tramite di pellicole come “Né Giulietta né Romeo”. E dunque la proiezione nelle scuole di questo film che illustra quale è il baricentro dell’esistenza di una persona omosessuale orgogliosa di esserlo – prima il sesso e poi ci conosciamo – conferma che la storiaccia che ha coinvolto l’Unar non è un accadimento sporadico, un incidente di percorso, un fatto accidentale che nulla c’entra con il Dna di questo ufficio governativo, bensì rappresenta la sua mission pubblica, il suo core business. Dare soldi perché i gay facciano sesso alla cieca – espressione calzante visto che si pratica nelle dark room – non viola quindi lo statuto dell’Unar, ma significa all’opposto la sua piena ed efficace realizzazione.
Festa in famiglia

(Nicola Gori) Si respira aria di Inghilterra quando si entra nella chiesa anglicana di All Saints a Roma. Bandiere dell’Union Jack, iscrizioni e targhe commemorative in inglese, come quella che ricorda la storica visita dell’arcivescovo Geoffrey Fisher a Giovanni XXIII il 2 dicembre 1960 in Vaticano: il primo incontro di un Papa con un primate anglicano dai tempi della riforma. Una data storica, così come storica resterà anche un’altra giornata che ha avuto per protagonista un Pontefice: quella della visita di Papa Francesco alla comunità parrocchiale, svoltasi domenica pomeriggio 26 febbraio.
Un incontro che ha assunto i toni di una festa in famiglia. Tanto più che è servito a commemorare un momento importante per la comunità: il secondo centenario della prima celebrazione liturgica per gli anglicani a Roma, avvenuta nel 1816. Un anniversario festeggiato con il Pontefice, che per la prima volta ha incontrato i fedeli della parrocchia di All Saints. Un gesto altamente simbolico e prezioso per gli sforzi ecumenici. Una visita che si inserisce nel quotidiano svolgersi dell’attività liturgica e pastorale di una comunità che vive e opera nella città.
Al suo arrivo il Pontefice è stato accolto dal vescovo di Gibilterra in Europa, Robert Innes, dal vescovo ausiliare della diocesi, incaricato per l’Italia e Malta, David Hamid, dal cappellano Jonathan Boardman, dall’assistente del cappellano Dana English, dal canonico cancelliere della cattedrale di San Paolo a La Valletta, Simon Godfrey, e dai due laici churchwarden, Philippa Hitchen e James Hadley. Dopo le parole di benvenuto da parte del vescovo Innes e del cappellano Boardman, il Papa ha benedetto l’icona di Cristo Salvatore, collocata in fondo alla navata destra. Questa immagine, prodotta sul modello di quella conservata nella basilica di San Giovanni in Laterano, si caratterizza per i grandi occhi aperti come espressione di misericordia. Ricorda il giubileo appena trascorso e vuole essere un invito alla fiducia in Cristo in un mondo dove l’aggressività è sempre più marcata soprattutto verso i più vulnerabili e i bisognosi. Nelle intenzioni dell’artista, Ian Knowles, direttore del Bethlehem Icon Centre, il volto del Salvatore misericordioso è stato riprodotto e interpretato secondo le antiche tradizioni bizantine di arte liturgica, guardando stilisticamente anche alla tradizione inglese e al luogo dove sarebbe stata conservata, cioè la chiesa di All Saints. In particolare, l’iconografia di Cristo è ispirata a una miniatura di Matthew Paris, monaco benedettino inglese del XIII secolo.
Dopo la benedizione dell’icona, il Papa, con la delegazione di accoglienza, si è diretto verso il fonte dove sono state rinnovate le promesse battesimali, alternativamente lette in italiano dal Pontefice e in inglese dal vescovo anglicano Innes. Poi, mentre il coro cantava il salmo 150, il Papa e Innes, attraverso la navata centrale, si sono diretti verso l’altare, aspergendo i fedeli con l’acqua benedetta.
Dopo la lettura della seconda lettera di san Paolo ai Corinzi, il Pontefice ha tenuto l’omelia. Il canto Ave verum corpus ha introdotto le intenzioni di preghiera dei fedeli. Si è pregato in particolare per la Chiesa, il Papa, i vescovi e il clero, per la comunità anglicana, per l’unità dei cristiani, per l’accoglienza delle diversità e il rifiuto dell’intolleranza. È seguito il suggestivo scambio di pace tra il Papa e i pastori anglicani e quindi tra tutti i fedeli, accompagnato dal canto della comunità di Macerata, in maggioranza composta da persone nigeriane. Dopo il Padre nostro, il Papa e i vescovi Innes e Hamid hanno impartito la benedizione.
Si è svolta, quindi, la cerimonia del gemellaggio ufficiale tra la parrocchia di All Saints e quella cattolica di Ognissanti sulla via Appia nuova. Da una parte hanno firmato tre rappresentati della comunità anglicana, tra i quali il cappellano Boardman, e dall’altra tre della parrocchia cattolica, tra cui il parroco don Francesco Mazzitelli, dei figli della Divina Provvidenza, meglio conosciuti come orionini. Il Pontefice ha poi risposto a tre domande che gli sono state presentate da Margherita Argan, studentessa all’università La Sapienza di Roma, dall’australiana Jane Tucker, docente di inglese alla stessa università, e dal diacono Ernest Okeke.
Ha avuto luogo, infine, lo scambio dei doni. Il Papa ha regalato alcune medaglie del pontificato, mentre la comunità anglicana ha offerto cinquanta Bibbie che verranno inviate in Nigeria, dove alcune suore aiutano le vittime della tratta. Un’altra offerta è stata destinata dalla parrocchia ai senzatetto della stazione Ostiense. Infine, è stata regalata al Pontefice una torta chiamata Simnel, preparata da Val Spicer. Questo dolce, tipico del periodo di quaresima, è guarnito da undici palline di marzapane, che simboleggiano gli apostoli senza Giuda.
Tra i presenti, i cardinali George Pell, prefetto della Segreteria per l’economia, e Walter Kasper; gli arcivescovi George Gänswein, prefetto della Casa Pontificia, e Arthur Roche, segretario della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti; i vescovi Brian Farrell, segretario del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, e Giuseppe Marciante, ausiliare di Roma per il settore est; monsignor Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della casa Pontificia. Hanno partecipato anche l’arcivescovo David Moxon, rappresentante dell’arcivescovo di Canterbury presso la Santa Sede e direttore del Centro anglicano di Roma, e Sally Jane Axworthly, ambasciatore di Gran Bretagna presso la Santa Sede.
L'Osservatore Romano
Iscriviti a:
Post (Atom)