mercoledì 1 marzo 2017

“Padre”. Per legge.

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di Costanza Miriano
Vorrei tanto capire cosa ha spinto i giudici di Trento che hanno deciso di agire in assenza della legge, ignorando un estenuante dibattito parlamentare, ignorando le due più grandi manifestazioni di piazza degli ultimi anni in Italia, ignorando, quello che è più grave, il fatto che non esiste una legge in Italia che autorizzi la stepchild adoption. Si sono infilati, immagino – non sono una giurista – in un silenzio della legge, un vuoto legislativo, come si dice, con un meccanismo – la modifica delle leggi per via giurisprudenziale – che noi popolo del family day avevamo previsto. Abbiamo provato a denunciarlo prima che succedesse, e ci siamo presi gli insulti, siamo stati derisi dai media mainstreaming, ignorati da tutti, compresa gran parte della gerarchia della Chiesa italiana, con alcuni sacerdoti e vescovi e leader di movimenti che dicevano che sì, una regolamentazione ci vuole, “alla fine anche loro hanno diritto a volersi bene”.
Lo sapevamo che sarebbe successo, è andata così anche con la legge 40, e adesso siamo arrivati al punto che l’eterologa bocciata dal referendum non solo è consentita, ma è pure gratis, cioè a spese mie e tue, di chi paga le tasse, mentre la mia amica con un figlio gravemente disabile si deve pagare cure per lui fondamentali con le sue forze (e con lei non so quanti genitori di disabili lasciati soli in Italia).
Certo, perché un figlio non viene inteso come un regalo gratuito, e il regalo si prende come viene, ma come un diritto. Lo faccio se e quando lo voglio, però deve essere sano e bello. Ricky Martin ha annunciato dal palco di Sanremo che lui adesso farà la femmina. Ma femmina, mi raccomando, e chissà che bella fine faranno i maschi concepiti col suo seme, buttati nello scarico. Il figlio è un diritto, e te lo scegli come vuoi tu, e prima di tutto sano. Se non è sano – lo controlli prima – lo ammazzi e ci riprovi. Il figlio è un diritto e quindi se lo desideri ma non ami una donna le paghi gli ovuli, paghi l’utero a un’altra (diverse, mi raccomando, sennò il bambino si affeziona alla mamma e viceversa) e te lo porti a casa. E poi ci sono dei giudici che ti dicono che tu, che questo bambino lo hai reso orfano della mamma per una tua insindacabile decisione, puoi arrogarti il diritto di chiamarti padre.
Ma a che serve chiamarsi padre? Non erano già riusciti nell’intento di avere dei bambini in casa? Avevano già privato due bambini della loro storia genetica, prendendo degli ovuli a pagamento (molti, perché nel tentativo un bel po’ di embrioni ci rimette la vita), così non sapranno se gli occhi celesti sono della nonna o del nonno e quell’attitudine per il salto in lungo viene da uno zio che sta in Ontario. Avevano già privato due bambini del contatto con quel sangue di cui erano impastati, con quel respiro e quel cuore che avevano ascoltato per nove mesi, nella pancia della madre – va bene, l’ovulo non era di lei, ma per loro era il rumore l’odore il contatto di una madre: sono azioni talmente tanto contro natura che non ci sono le parole per dare i nomi alle cose. Comunque, tutto questo non lo avevano già ottenuto?
Perché questo bisogno di chiamarsi padre? Non diciamo cavolate sul fatto che altrimenti uno dei due non li può prendere all’asilo, perché io ho fatto la delega alla baby sitter e non ne ho ricavato alcun trauma (e nessuna maestra che conosca i bambini chiede i documenti dopo la seconda volta che vede qualcuno a prenderli).  Perché questo bisogno?
Io lo capisco questo bisogno, il desiderio straziante di figli è la cosa che capisco più al mondo forse, quindi non giudico chi la prova anche fuori dalla realtà e dalla natura. Non giudico il desiderio, ma le azioni sì. Io non giudico il desiderio di quei due uomini, ma la cecità dei giudici, quella proprio non me la spiego se non con una militanza ideologica. Il bisogno e il desiderio di un adulto non possono andare contro il desiderio e il bisogno di un povero innocente a cui è stata tolta la mamma, cioè la formazione primaria del nucleo di affetto che permette di sopravvivere, di formarsi una personalità sana ed equilibrata, di sapere con certezza che si è amati di quell’amore incondizionato e totalmente accogliente che solo una madre può dare, ci sono un’infinità di studi che lo confermano, ma io penso che basti l’esperienza personale (sì, lo so, ci sono madri cattive e assassine, ma sono un dramma appunto, non la norma, ciò che la legge dovrebbe tutelare).
Comunque, questo bisogno di figli era stato soddisfatto. Perché pretendere una sentenza? La vera battaglia, lo ha detto Lo Giudice a Le Iene parlando, all’epoca del dibattito della Cirinnà, del bambino (un tempo era uno solo) che ha in casa (non so se sia figlio biologico suo o del suo compagno): quello che chiediamo è un cambiamento di mentalità. È la possibilità di sentirsi come gli altri, qualcuno che ti rassicuri, che ti dica che va bene così, che non hai tolto niente a quel bambino.
Io lo capisco questo bisogno, il desiderio straziante di figli è la cosa che capisco più al mondo forse, quindi non giudico chi la prova anche fuori dalla realtà e dalla natura. Il punto è legittimare ciò che è contro natura, e non parlo ora della sessualità, ma della generazione.
Ma non basterà una sentenza a cancellare il dolore di essere stati privati del contatto quotidiano con la madre (non so, magari del contatto tout court, come tanti che impediscono alle madri di allattare perché non si crei il legame). Non ci sarà nessun accorgimento, nessuna sentenza, nessun cambiamento di mentalità, nessun Sanremo arcobalenato che potrà togliere la tristezza insanabile ai bambini privati della loro storia, che non potranno riconoscersi nei genitori, non sapranno – per metà – da dove vengono, non potranno formarsi in opposizione o imitazione a due identità complementari. Sappiamo quanto è difficile anche per i bambini adottati, ai quali i genitori biologici non sono stati strappati dal desiderio dei genitori adottivi, e questa è una cosa che cambia tutto. I bambini adottati possono dire “io ero in difficoltà e tu mi hai aiutato”, e così, in un amore più grande del dolore possono guarire dalle loro ferite; comunque è un bel viaggio. Questi bambini invece dovranno dire “pur di avermi, mi hai messo in difficoltà” che è esattamente il contrario dell’adozione (in Canada gli omosessuali possono adottare: perché non hanno preso un orfano? Non che sia un bene l’omoadozione, ma lo dico per evidenziare che si tratta di un desiderio egoistico, non della volontà di supplire a una carenza preesistente).
Già ci sono bambini della cryogeneration cresciuti, adulti figli di questi desideri che supplicano di non ripetere questo errore, di non mettere altri bambini nel loro incubo. Già ci sono ricerche e conferme. Perché non ci siamo fermati prima?
Io, dicevo, capisco il desiderio straziante di figli,e  capisco che si possa sbagliare anche molto per questo, e magari in buona fede. Ma i giudici? Ma il Parlamento? Ma la società civile? Ma, soprattutto, la Chiesa? Nessuno che si alzi in piedi e faccia chiudere la fabbrica degli orfani prodotti per i desideri dei grandi, o almeno che impedisca a chi fa queste cose di usurpare il nome di padre? Il padre è colui che dà la vita per i suoi figli, che è pronto a tutto per difenderli, non chi li fa soffrire. E a chi me li fa vedere che saltellano felici sul divano dico: ne riparliamo dopo l’adolescenza.

Entrare in Quaresima




Questo mercoledì delle Ceneri è la risposta del Signore agli ultimi terribili accadimenti. Perché questo giorno afferma chiaramente che il demonio esiste ed è la causa del male che monta nel mondo. Lo afferma attraverso la Chiesa che al male risponde e ci insegna a rispondere con la conversione. Perché se il demonio non esistesse, se il problema fossero solo alcune o moltissime persone, e le leggi e le campagne mediatiche, non avrebbe alcun senso questo mercoledì delle ceneri, e nemmeno la Quaresima, e quindi nemmeno la Pasqua. Ma Cristo è risorto dalla morte dove era sceso per lasciarci il male e suo padre, il demonio. Allora preghiera, digiuno ed elemosina sono la risposta al demonio, perché il demonio è stato sconfitto dall'Agnello che ha offerto se stesso ai suoi aguzzini. E anche oggi non può vincere che nello stesso modo, fatto carne negli agnelli inviati in mezzo ai lupi. Per questo la salvezza che desideriamo per noi e per ogni uomo passa necessariamente per la nostra personale conversione. "Concedi, Signore, al popolo cristiano di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione, per affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male" (colletta della messa di oggi).

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Goffredo Boselli, monaco di Bose
La Quaresima ogni anno giunge repentina, ci coglie lì dove siamo e ci spinge, quasi ci costringe a iniziare ancora una volta un cammino di conversione. Un cammino che è un tempo di preghiera nel quale discernere la “presenza” con la quale scegliamo di vivere e convivere. Un cammino di rinuncia e condivisione che è tempo nel quale non pretendere per sé più di quanto si riconosce agli altri. La Quaresima è dunque una chiamata che porta i tratti di un appello interiore, quell’intima ingiunzione spirituale che la parola del Signore sempre ci fa sentire quando decidiamo di ascoltarla. Per questo, non siamo noi a entrare in Quaresima ma è la Quaresima che entra in noi, e in qualche modo ci forza, ci fa violenza e si impone come una sorta di controtempo al nostro tempo.
Noi vorremmo vivere il tempo che ci è dato in quella tranquillità e leggerezza che lo stare alla superficie della vita accorda, lasciandoci portare dagli eventi, dai fatti piccoli e grandi che segnano la nostra quotidiana esistenza di persone, di credenti, di cittadini e che, alla lunga, impercettibilmente ci spossessano della libertà di decidere e di scegliere che uomini e donne essere, che vita vivere. Lasciare che le cose accadano senza assumere su di esse uno sguardo evangelico, significa infatti cedere alla tentazione di consegnare le chiavi del senso delle nostre vite a forze, a dominanti, a poteri che alla fine ci sovrastano e ci dominano perché abbiamo per troppo tempo consentito loro di regnare dentro di noi. La Quaresima è tempo di prova perché è tempo di decisione, ossia tempo nel quale consentiamo al Vangelo di Cristo di costringerci alla scelta, di stanarci nelle nostre ambiguità, di rivelarci gli aspetti umanamente e spiritualmente irrisolti.
Come i giorni dell’Avvento corrispondono ai giorni più bui dell’anno che culminano nel giorno del Natale, nel quale la luce vince la tenebra, così i quaranta giorni della Quaresima corrispondono ai giorni nei quali la natura, dopo il sonno invernale, torna a vivere. Se l’Avvento invoca la venuta della luce più forte delle tenebre, la Quaresima invoca la vita più forte della morte. Il fine della Quaresima è la Pasqua, la rinascita a una vita che non rinuncia mai a rinnovarsi.
Ciclo della vita naturale e ciclo della vita spirituale pulsano al medesimo ritmo, conoscono le medesime regole e gli stessi principi. Per questo, la Pasqua cristiana ricorre sempre la domenica dopo il primo novilunio di primavera perché è la prima luna nuova che segna cosmologicamente l’inizio vero della primavera. Il lavoro interiore che i credenti attraverso la preghiera, la rinuncia e la condivisione compiono nei quaranta giorni quaresimali, ha la stessa dinamica spirituale del lavoro nascosto che il seme sotterra compie nel corso dell’inverno per poter spuntare a primavera e poi germogliare e portare frutto a suo tempo. Il seme ha bisogno di un tempo nel quale, nascosto sotterra, possa morire a se stesso affinché dalla propria morte nasca una nuova vita. Così, i giorni della Quaresima sono i giorni nei quali il cristiano cerca di comprendere a fondo, facendo esistenzialmente propria quella parola del Vangelo nella quale Gesù ha sintetizzato la sua stessa esperienza spirituale di morte e vita: “Se il seme, caduto a terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Nel mistero del seme Gesù ha riconosciuto il senso della sua vita. Nel mistero del seme è anche racchiuso il senso spirituale della Quaresima.

Tentazioni di Gesù e Quaresima sono un tutt’uno
Ogni tempo forte ha il suo Vangelo, quello della Quaresima è il racconto delle tentazioni di Gesù nel deserto. Il tempo vissuto da Gesù nel deserto e il tempo quaresimale formano un tutt’uno, al punto da comunicarsi i significati, scambiarsi finalità e scopi, trasmettersi l’un l’altro il senso dell’esperienza. L’esperienza spirituale che il Signore ha vissuto nel deserto è quella che i credenti sono chiamati a vivere in Quaresima.
Al diavolo che gli propone di cambiare le pietre in pane, Gesù risponde che vuole restare un affamato. Al diavolo che lo invita a dimostrare la sua divinità gettandosi dal punto più alto del tempio, Gesù risponde di non dover dimostrare niente a nessuno, e sceglie di restare non riconosciuto, un ultimo, un piccolo. Al diavolo che gli offre il potere su tutti i regni del mondo, Gesù decide di restare un uomo senza alcun potere in questo mondo. Rispondendo alle tentazioni, Gesù decide ciò che vuole essere e ciò che non vuole essere. E scegliendo di restare Figlio del Padre mostra, ci mostra, che un’umanità diversa, altra, santa, è possibile.
Gesù sceglie di non avere, di non essere e di non potere. La forza della tentazione sta proprio nel sussurrarci all’orecchio che è più importante ciò che ancora non siamo, ciò che ancora non abbiamo. Restando affamato, Gesù accetta anzitutto la mancanza più reale: accetta di aver fame. E la fame è l’esperienza più acuta del vuoto che ci portiamo dentro. Gesù non cede alla tentazione di riempirlo in qualunque modo, ma mantiene questo vuoto. Riconosce e accetta la sua mancanza. Scegliendo di restare affamato, Gesù sceglie ciò che non ha, decide di mantenere quel vuoto dentro di sé.
Poi Gesù respinge la tentazione di dover dimostrare a qualcuno di essere il Figlio di Dio. Non ha sentito la necessità del riconoscimento da parte degli altri; ha scelto di restare non riconosciuto perché a lui bastava il riconoscimento del Padre. Gli bastava custodire quella voce nella quale è stato battezzato: “Questi è il Figlio mio, l’amato”. Una parola d’amore del Padre che per Gesù è un’intima certezza che non ha bisogno di nessuna prova: “Non metterai alla prova il Signore tuo Dio”.
Infine, respinge il potere sui regni del mondo offertogli dal diavolo. Gesù il potere non l’aveva e, quando gli è stato offerto, neppure lo ha voluto. Se non ha esercitato il potere, non è per pigrizia o per disinteresse, infatti ne ha conosciuto la tentazione, ma perché dal maligno, al quale appartiene ogni forma di potere nel mondo, Gesù non si è lasciato convincere a credere nel potere. Per questo Satana non è riuscito a trasformare Gesù in un adoratore del potere: “Il Signore tuo Dio adorerai: a lui solo renderai culto”. Gesù ha scelto di non vivere una vita in ginocchio davanti ai potenti per mendicare una briciola di potere, ma l’unica volta che si è inginocchiato lo ha fatto davanti ai suoi amici per lavare, come un servo, i loro piedi.
Gesù ha scelto di vivere affamato, non riconosciuto e senza potere: questa è stata la sua vittoria. Una vittoria che dice una cosa sola: se davvero lo vogliamo, niente e nessuno ci può impedire di vivere il Vangelo.

La Quaresima è tempo e spazio dello Spirito
Se avvertiamo la Quaresima come una forza a noi opposta e come realtà esterna costringente, sentendo in essa tutta la potenza della parola di Dio e l’appello alla conversione, questo significa che stiamo entrando in Quaresima. La forza dello Spirito che spinge Gesù nel deserto è la stessa forza spirituale che costringe il cristiano a entrare in Quaresima.
Se neppure in questi quaranta giorni sentiremo nella nostra carne lo scontro tra noi e la parola di Dio, il conflitto tra i nostri pensieri e lo spirito del Vangelo, la contraddizione tra le nostre azioni e l’agire di Cristo; se neppure in questi quaranta giorni prenderemo coscienza che la fedeltà al Vangelo di Cristo significa lotta e agonia, perché la fedeltà al Vangelo ha un prezzo da pagare che per il Cristo è stata la croce; se neppure in Quaresima sentiremo che tutto questo attraversa le nostre fibre, allora avremo ridotto la fede a un’osservanza religiosa e avremo fatto del Vangelo di Cristo un insieme di valori fondativi. Quando avremo retrocesso il cristianesimo a puro sentimento religioso che fa da sfondo consolatorio alla vita e ridotto il Vangelo a contenitore di alti ideali, allora non conosceremo cos’è la lotta in nome della fedeltà al Vangelo, la tentazione a causa del Vangelo. Tutt’al più soffriremo per un po’ di incoerenza tra l’ideale che abbiamo di noi stessi e il reale di quello che invece concretamente siamo.

Verso una piena e visibile comunione

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I focolari nel solco dell’incontro di Lund. 

«Con tutte le nostre forze vorremmo sostenere le Chiese nell’impegno per arrivare alla piena e visibile comunione e a servire insieme l’umanità. Credo che ci voglia una conversione del cuore, cioè cominciare a pensare ecumenicamente». Così Maria Voce, presidente del Movimento dei focolari, riassume, in un’intervista diffusa sul sito in rete, le motivazioni della Dichiarazione di Ottmaring, nella quale si esprime il rinnovato impegno ecumenico del movimento, che trova ancora più vigore nei gesti e nelle parole di Papa Francesco, come la partecipazione all’incontro di Lund, in Svezia, o quanto avvenuto domenica scorsa nella chiesa anglicana di All Saints, a Roma.Nella dichiarazione, i focolari assicurano che faranno «tutto il possibile» affinché le loro attività, iniziative e riunioni, a livello internazionale e specialmente locale, «siano sostanziate da un atteggiamento aperto e fraterno tra i cristiani». Come movimento mondiale, a cui aderiscono cristiani di molte Chiese e che vive perciò già l’esperienza di un popolo cristiano unito dall’amore reciproco, «ci sentiamo interpellati in modo particolare — prosegue il testo — dall’invito espresso da questa dichiarazione». Pertanto, «ravvisiamo nell’incontro di Lund un vero kairos, un segno di Dio per il nostro tempo che sprona i cristiani a impegnarsi ancora di più affinché il Testamento di Gesù “che tutti siano uno” si realizzi». Da qui, la promessa di un impegno «nella comunione tra movimenti e comunità cristiane in tutto il mondo, in modo particolare nella rete ecumenica Insieme per l’Europa», attraverso la quale affidare a Dio «il cammino delle nostre Chiese affinché si accelerino i passi verso la celebrazione comune nell’unico calice».
La dichiarazione è stata diffusa al termine del consiglio generale dei focolari, svoltosi nei giorni scorsi presso il centro ecumenico di Ottmaring, vicino ad Augsburg, consueto ritiro annuale caratterizzato da giornate di preghiera e lavoro. Un’occasione importante durante la quale i partecipanti hanno approfondito un tema molto caro ai focolari: l’unità dei cristiani. Da quando nel 1961 Chiara Lubich, proprio in Germania, ha aperto il movimento al dialogo ecumenico, esso promuove un «dialogo della vita» che vede una collaborazione fruttuosa con più di trecento Chiese e comunità ecclesiali. Da quasi cinquant’anni, in questa “cittadella”, i focolari sono impegnati, assieme all’Associazione della vita comune, a dare testimonianza della profonda comunione che, al di là delle divisioni tuttora esistenti fra le Chiese, unisce i cristiani nell’unico Corpo di Cristo.
A Ottmaring si avverte lo spirito ecumenico della vicina Augsburg, dove, nel 1999, la Federazione luterana mondiale e la Chiesa cattolica, apponendo la loro firma alla Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione, hanno compiuto un passo importante e carico di significato per superare differenze teologiche ancora aperte.
«In quest’anno in cui si commemora il cinquecentesimo anniversario della Riforma di Lutero — si afferma nella Dichiarazione di Ottmaring — è stato di particolare rilievo l’incontro del 31 ottobre scorso a Lund, in Svezia, tra la Chiesa cattolica romana e la Federazione luterana mondiale, dove la dichiarazione congiunta attesta la fiducia reciproca invitando le proprie comunità “a crescere ulteriormente nella comunione radicata nel Battesimo” e “a testimoniare insieme il Vangelo di Gesù Cristo”, essendo così messaggeri fedeli “dell’amore immenso di Dio per tutta l’umanità”».
Il testo, accompagnato da una lettera di Maria Voce, è stato inviato a Papa Francesco, al patriarca ecumenico e arcivescovo di Costantinopoli Bartolomeo, all’arcivescovo di Canterbury e primate della Comunione anglicana Justin Welby, al vescovo presidente della Federazione luterana mondiale, Munib Younan, al segretario generale Martin Junge, al segretario generale del World Council of Churches, reverendo Olav Fykse Tveit, e ad altri responsabili, come espressione del rinnovato impegno ecumenico.
Secondo Maria Voce, «oggi non ha più senso che i cristiani si presentino frammentati. Già incidono poco e incideranno sempre meno se non saranno uniti a testimoniare l’unico Vangelo, il comando dell’amore reciproco. E se noi cristiani — ha aggiunto il presidente dei focolari — non sappiamo dare questa testimonianza, il mondo non potrà incontrare Dio, perché non potrà incontrare Gesù che è presente dove ci sono i cristiani uniti nell’amore reciproco. Se lo incontrano — conclude — nascerà in loro la fede, cambieranno gli atteggiamenti, il modo di comportarsi, cambierà la ricerca della pace e di soluzioni di giustizia, l’impegno per la solidarietà tra i popoli».
L'Osservatore Romano

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Un rinnovato impegno ecumenico dei Focolari

"Credo che ci voglia una conversione del cuore, cioè cominciare a pensare ecumenicamente". Così Maria Voce riassume, in un’intervista concessa in Germania, le motivazioni della Dichiarazione di Ottmaring, nella quale si esprime il rinnovato impegno ecumenico dei Focolari, che trova ancora più vigore nei continui gesti e parole di papa Francesco, come avvenuto la scorsa domenica alla chiesa anglicana di All Saints a Roma.
Nell’ultima settimana di febbraio il Consiglio generale del Movimento dei Focolari si è ritrovato nella Cittadella ecumenica di Ottmaring (vicino ad Augsburg) fondata da Chiara Lubich, dove da quasi 50 anni cristiani cattolici e evangelici, all’insegna del comandamento nuovo di Gesù, danno insieme testimonianza di quell’unità che esiste già fra i credenti in Cristo. Fu proprio in questa Cittadella che nel 1999 si preparò la Celebrazione per la firma della Dichiarazione Congiunta sulla Dottrina della Giustificazione.
In tale contesto squisitamente ecumenico si è desiderato esplicitare, sotto forma di dichiarazione, il rinnovarsi di una responsabilità e di un impegno che interpelli e incoraggi tanti ad adoperarsi con ancora più slancio per la causa della piena comunione fra i cristiani.
«In quest’anno – si afferma nella Dichiarazione di Ottmaring –, in cui si commemora il 500esimo anniversario della Riforma di Lutero, è stato di particolare rilievo l’incontro del 31 ottobre scorso a Lund, in Svezia, tra la Chiesa Cattolica Romana e la Federazione Luterana Mondiale, dove la Dichiarazione congiunta attesta la fiducia reciproca invitando le proprie comunità “a crescere ulteriormente nella comunione radicata nel Battesimo” e “a testimoniare insieme il Vangelo di Gesù Cristo”, essendo così messaggeri fedeli “dell’amore immenso di Dio per tutta l’umanità”».
«Come movimento mondiale, a cui aderiscono cristiani di molte Chiese e che vive perciò già l’esperienza di un popolo cristiano unito dall’amore reciproco, ci sentiamo interpellati in modo particolare». E, ancora, «ravvisiamo nell’incontro di Lund un vero “kairos”, un segno di Dio per il nostro tempo che sprona i cristiani ad impegnarsi ancora di più affinché il Testamento di Gesù “Che tutti siano uno” si realizzi. Con tutte le nostre forze vorremmo sostenere le Chiese nell’impegno per arrivare alla piena e visibile comunione e a servire insieme l’umanità».
Di conseguenza si esplicita una promessa: «Faremo tutto il possibile affinché le nostre attività, iniziative e riunioni, a livello internazionale e specialmente locale, siano sostanziate di questo atteggiamento aperto e fraterno tra i cristiani. Continuiamo ad impegnarci nella comunione tra Movimenti e Comunità cristiane in tutto il mondo, in modo particolare nella rete ecumenica “Insieme per l’Europa”, affidando a Dio il cammino delle nostre Chiese affinché si accelerino i passi verso la celebrazione comune nell’unico calice».
La presente Dichiarazione di Ottmaring, accompagnata da una lettera di Maria Voce, è stata inviata a papa Francesco, al patriarca Bartolomeo I di Costantinopoli, all’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, al presidente e al segretario generale della Federazione Luterana Mondiale, rispettivamente Munib A. Younan e Martin Junge, al segretario generale del Consiglio Ecumenico delle Chiese Olaf Tveit e ad altri responsabili, come espressione del rinnovato impegno ecumenico.
Infatti nell’intervista rilasciata in Germania, per quanto riguarda gli appartenenti al Movimento, Maria Voce precisa: «Non ci può essere una persona dei Focolari che, da quando viene a conoscenza di questa Dichiarazione, pensi che l’impegno per l’ecumenismo riguarda solo quei Paesi dove ci sono cristiani di varie Chiese, ma che non lo tocchi personalmente perché sta bene nella sua Chiesa e non è interessato a tali problemi».
Zenit

Figli di (2) papà

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Utero in affitto,
sì dei giudici: famiglia condannata
a morte


di Tommaso Scandroglio

Un'altra sentenza di condanna a morte della famiglia. Anzi, questa volta è un’ordinanza, emessa dalla Corte di Appello di Trento il 23 febbraio scorso (precisiamo che, dato che sono coinvolti dei minori, il tribunale non ha reso noto i nomi dei soggetti coinvolti né lo Stato straniero convolto anch’esso nella vicenda). I fatti sono questi: una coppia omosessuale, “sposata” all’estero, ottiene due gemelli tramite pratica dell’utero in affitto realizzata fuori dai confini italici. Per questo Stato estero i due uomini sono entrambi genitori legittimi, nonostante uno dei due uomini non sia ovviamente genitore biologico dei due minori.
Tornano in Italia e chiedono la trascrizione dell’atto di nascita, dove figurano entrambi come “padre di”, all’ufficiale di stato civile il quale si rifiuta dato che sarebbe un atto contrario all’ordine pubblico, giustamente “asserendo che secondo la normativa vigente i genitori devono essere necessariamente di sesso diverso”. I due rispondevano illustrando “il contesto affettivo e familiare nel quale era maturata la scelta della coppia di fare ricorso, per soddisfare la comune aspirazione alla genitorialità, alla procreazione medicalmente assistita all’estero”. 
Si apre un contenzioso e la coppia, come ulteriore motivazione per vedersi riconosciuta la bi-genitorialità omosex, sostiene che i gemelli, che ormai vivevano con loro da sei anni, li riconoscevano come “papà e papà”. Quindi se non faceva problema a loro perché avrebbe dovuto farlo allo Stato italiano? Il Procuratore però si oppose, ma venne anche incontro alla coppia: che il compagno non genitore naturale adotti tramite stepchild adoption i gemelli! Ormai è quasi routine per i giudici permetterlo. Interviene in giudizio pure l’Avvocatura dello Stato la quale fa notare che la stessa legge Cirinnà esclude che alle coppie gay unite civilmente si possa applicare la normativa sulla filiazione prevista per i coniugi: se il figlio nasce in costanza di matrimonio si presume che sia figlio di entrambi. La vertenza è approdata infine in Corte di Appello.
Qui i giudici in prima istanza hanno avuto gioco facile ad appellarsi ad un precedente autorevole: la sentenza n. 19599 del 2016 della Cassazione. In quell’occasione i giudici avevano riconosciuto la doppia genitorialità legale ad una coppia di lesbiche. Il caso era leggermente differente dal presente. Nel caso della coppia lesbica, una donna aveva dato l’ovocita e l’altra aveva partorito. Quindi una vantava un legame genetico e l’altra era madre per il nostro ordinamento giuridico perché aveva dato alla luce la prole. In questo caso, dato che fin ora i maschi non possono partorire, solo un membro della coppia poteva vantare un legame naturale con i due bambini.
I giudici di Appello intanto rigettano l’ipotesi della stepchild adoption: l’esito sarebbe troppo incerto. Meglio riconoscere il certificato di nascita che hanno già in mano, è una strada più sicura. Come dire: abbiamo già stabilito chi deve vincere, troviamo la soluzione più comoda per arrivare al risultato. Aggiungiamo che la mancata volontà di indirizzarli alla stepchild adoption è fortemente sintomatica dell’orientamento ideologico dei giudici. Infatti la coppia quasi certamente avrebbe ottenuto la stepchild, ma così facendo i giudici avrebbero perso l’occasione di inventarsi un nuovo modo di essere genitori omo. Riconoscendo infatti il certificato di nascita redatto all’estero hanno riconosciuto, per impossibile che sia, una “genitorialità naturale omosessuale”, come avviene per le coppie etero. Non più solo genitori per adozione, ma in modo ancor più significativo genitori para-naturali. Laddove non arriva madre natura ci arriva la magistratura.
In secondo luogo, citando sempre la sentenza della Cassazione di cui sopra, i giudici hanno escluso che la trascrizione voluta dalla coppia sia contraria all’ordine pubblico. Per i giudici trentini infatti nel concetto di ordine pubblico rientrano anche le relazioni familiari. Ora per lo Stato straniero i due gemellini hanno legami familiari e inoltre de facto hanno instaurato legami “familiari” con entrambi i membri della coppia. Inoltre – con un salto logico notevole – si giustifica la doppia paternità perché altrimenti i minori non potrebbero avvalersi, nei confronti dell’uomo non genitore biologico, dei diritti spettanti a chi è figlio legittimo e, parallelamente, anche il genitore biologico non potrebbe esercitare quei diritti propri di chi è legalmente padre. Come dire: tu che non hai acquistato questa auto pretendi di esserne il legittimo proprietario. Noi giudici ti accordiamo questo status perché altrimenti non potresti esercitare i diritti propri di chi è proprietario di un’auto. Noi portatori di buon senso invece diciamo che finchè non acquisterai l’auto non potrai esserne il proprietario.
E che dire del fatto che i due gemelli sono nati con la pratica dell’utero in affitto, pratica da noi vietata? I giudici rispondono che, citando una sentenza del 24 gennaio 2017 della Corte Europea dei diritti dell’uomo, c’è margine di apprezzamento da parte dei tribunali in ordine a questioni eticamente sensibili, che la maternità surrogata non lede i principi costituzionali e che, legittima o no, questa pratica “non potrebbe determinare la negazione del riconoscimento ai minori dello statu filiationis legittimamente riconosciuto all’estero”. Noi rispondiamo che, fino a prova contraria, la pratica della maternità surrogata è vietata e quindi i due signori di cui sopra dovrebbero essere sanzionati.
I giudici, ed arriviamo alla parte saliente dell’ordinanza, affermano infine che occorre “escludere che nel nostro ordinamento vi sia un modello di genitorialità esclusivamente fondato sul legame biologico tra il genitore e il nato”. Per giustificare l’asserto i giudici richiamano la disciplina dell’adozione e della fecondazione artificiale eterologa. Insomma per aversi famiglia bastano delle relazioni affettive di fatto ci dicono i giudici.
Mettiamo un po’ di ordine. Dunque i bambini hanno il diritto nativo di essere cresciuti dai propri genitori biologici. Solo nel caso in cui questi si dimostrassero assolutamente incapaci di prendersi cura di loro allora scatta l’adozione. Quindi vero, come dicono i giudici, che per essere genitori non sempre deve sussistere il legame genetico. Infatti tale legame non è l’unico aspetto da tenere in considerazione: l’aspetto centrale è l’interesse del minore. Il quale interesse reclama in prima battuta l’educazione da parte del proprio padre naturale e madre naturale e solo in subordine si deve prendere la strada dell’adozione. Ma in ogni caso il suo interesse esige la diversità sessuale dei genitori. Non ascoltare questa esigenza provoca gravi danni. Da qui il vulnus all’ordine pubblico inferto dall’idea che ci possono essere due padri o due madri.
La fecondazione eterologa poi lede il bambino nel suo diritto ad essere cresciuto dai propri genitori biologici. L’adozione pone un rimedio ad una situazione lesiva per il benessere del minore, l’eterologa invece crea un danno rendendo orfano in modo preordinato il bambino. Questi inoltre non ha bisogno di qualsivoglia “affetto”, ma di un affetto diversamente sessuato. Solo questa diversità, inserita in un contesto matrimoniale, crea famiglia. Non sentimenti omosex, né progetti genitoriali, né desideri di paternità.

Donne e Riforma



(Lucetta Scaraffia) A lungo nella tradizione cristiana si è pensato che fosse più facile irretire nell’eresia le donne piuttosto che gli uomini, e proprio per questo molti cattolici cercarono di screditare la causa protestante collegandola alla debolezza della donna. Ma veramente la Riforma attirò le donne cattoliche più degli uomini? E veramente queste ultime trovarono nelle confessioni protestanti la possibilità di partecipare più attivamente alla vita religiosa della loro comunità, e magari anche accesso a condizioni di vita migliori? Oggi, di fronte all’evidenza dell’apertura del ministero alle donne all’interno di tutte le denominazioni riformate, siamo portati a dare una risposta positiva, e quindi il mondo protestante appare come più aperto e rispettoso delle donne di quello cattolico. Ma è proprio vero? E soprattutto è sempre stato così?
In un saggio famoso — Donne di città e mutamento religioso — la storica ebrea Natalie Zemon Davis cerca di rispondere a queste domande con una ricerca puntuale sulla Francia ugonotta di fine Cinquecento. Prima della Riforma, quasi tutte le donne prendevano parte, in vari modi, alle attività economiche della città, anche se la loro vita era in gran parte assorbita dal compito biologico di procreare. La loro partecipazione alla vita pubblica, però, era scarsa o nulla, e il loro livello di alfabetismo piuttosto basso, benché in questo periodo — grazie alla diffusione delle opere a stampa — fosse in crescita l’alfabetizzazione maschile. La loro partecipazione alla vita religiosa, alla vigilia della Riforma, era meno organizzata di quella maschile: minore il numero delle confraternite femminili, e minime le tracce di una ricerca di nuovi esperimenti comunitari femminili di vita, al di là dei pochi monasteri. Il rapporto delle donne con la religione e con i santi, dunque, era generalmente di carattere privato, o affidato all’organizzazione familiare. Bisogna poi ricordare che la presenza alle funzioni — sia per le donne che per gli uomini — era saltuaria, e poco frequente anche l’adempimento del precetto pasquale. In questo quadro la Riforma è intervenuta come un elemento nuovo e dirompente, perché metteva nelle mani delle donne la Bibbia: «Sono tutte mezze teologhe» dicevano con disprezzo i predicatori francescani, che chiedevano piuttosto alle donne, con le loro prediche infiammate, lacrime di pentimento. 
L’umanista Erasmo fu uno dei pochi uomini del tempo che intuì il risentimento che si andava accumulando nelle donne, i cui sforzi di approfondimento dottrinale venivano scoraggiati e dileggiati dal clero. In uno dei suoi Colloqui una donna dotta che viene derisa da un abate sbotta con queste parole: «Se continuerete così come avete cominciato, anche le oche si metteranno a predicare piuttosto che sopportare il silenzio di voi pastori. La scena del mondo è ora sottosopra. O ci si ritira o ciascuno dovrà fare la sua parte».
La letteratura popolare calvinista proponeva infatti una nuova immagine di buona cristiana: doveva essere semplice e pura, ma anche conoscere la Bibbia tanto da essere capace di vincere un confronto con i preti. Nella propaganda protestante dei primi decenni, infatti, la donna cristiana viene identificata dal suo rapporto con la Scrittura. «Anche nella realtà — scrive la storica — le donne protestanti andavano liberando le loro anime dal dominio dei preti e dei dottori di teologia». E cita l’esempio di Marie Becaudelle, domestica a La Rochelle, che impara dal suo padrone il vangelo così bene da riuscire a trionfare in una disputa pubblica con un francescano. Mentre la moglie di un libraio dalla prigione discute di dottrina con il vescovo di Parigi e con dottori in teologia. L’ugonotta regina di Navarra, sorella del re, canta: «Quelli che dicono che non è da donne guardare i Sacri Scritti son uomini malvagi ed empi seduttori e anticristi...». 
Negli stessi anni i cattolici invece predicano che alle donne, per salvarsi, bastano il lavoro domestico, cucire e tessere: «Metterebbero in paradiso anche i ragni, che sanno tessere alla perfezione» scrive l’autore di un opuscolo anticattolico. Non è prudente, scriveva d’altra parte un noto predicatore gesuita, lasciare la Bibbia a discrezione «di ciò che frulla nel cervello di una donna». 
Il movimento protestante offriva quindi una prospettiva nuova, per la quale era essenziale l’alfabetizzazione, proprio come per gli uomini. Nei primi momenti di ribellione alla Chiesa le donne accolsero con entusiasmo questa possibilità: leggevano pubblicamente la Bibbia, la commentavano. La nuova liturgia, che adottava il volgare, introdusse i salmi cantati insieme da donne e uomini. Tutti laici, e uomini e donne allo stesso livello, almeno all’apparenza, e attratti, come scrive Max Weber, da una religione che faceva appello all’attività intellettuale e all’autocontrollo. Ma le donne, in cambio, furono private dei santi, delle preghiere, delle immagini, delle invocazioni. Questa perdita infatti non toccava in egual modo i due sessi: mentre questi ultimi mantenevano nella preghiera un riferimento alla loro identità sessuale — si rivolgevano al Padre e al Figlio — la perdita di Maria privò le donne di un’immagine femminile a cui rivolgersi. Più profondi furono dunque gli effetti di questa perdita per l’identità femminile, soprattutto in un momento critico come le doglie del parto, in cui non avevano più devozioni femminili da invocare.
Proprio questo fu il motivo — secondo Zemon Davis — per cui il clero maschile ha aderito ai movimenti di riforma in misura molto maggiore delle religiose. Anche di fronte a promesse di dote e di pensione, le suore resistettero, anche perché preferivano vivere nella loro condizione di celibato in un’organizzazione femminile separata. Nella società protestante infatti la donna poteva al massimo essere consorte di un ministro di Dio, in un matrimonio basato sul principio dell’amicizia e della solidarietà e che si supponeva fedele: nelle comunità protestanti le prostitute venivano messe al bando immediatamente. Ma le donne erano pur sempre soggette ai mariti. 
Nel complesso i fondatori delle nuove confessioni riformate e i pastori in genere non avevano visto con occhio positivo questo inedito protagonismo femminile: per loro, la riforma doveva limitarsi a sostituire il clero con pastori preparati e solidi, non rovesciare la società. Una donna, e qui tornava la solita citazione paolina, non poteva parlare in un’assemblea cristiana. Un pastore scrisse a Calvino: «Il nostro concistoro sarà lo zimbello dei papisti e degli anabattisti. Diranno che siamo comandati dalle donne». Le donne, che erano state incitate a disobbedire ai loro preti, furono ora domate dai pastori con una certa facilità: costrette a tornare nel silenzio, scelsero in molte di nuovo la Chiesa cattolica, dove almeno ritrovavano le loro sante, la Madonna. E dove forse, alla fine, stavano meglio. Infatti, scrive Zemon Davis, «nessuna donna calvinista dimostrò (o fu messa in grado di dimostrare) la creatività organizzativa delle grandi protagoniste della Controriforma cattolica... Inoltre nessuna donna della Riforma al di fuori delle cerchie nobiliari pubblicò tanti lavori quanti le donne cattoliche dello stesso ambiente».
L’abolizione delle sante come modelli religiosi per entrambi i sessi determinò una grave perdita affettiva e simbolica. E se di fatto, dalla fine del XVI secolo alla fine del XVIII, sia nei paesi cattolici che in quelli protestanti le donne soffrirono per gli inasprimenti del diritto matrimoniale, per la decadenza delle corporazioni femminili, per le difficoltà che incontravano le donne istruite per conquistarsi un ruolo, la Riforma — conclude la storica — «eliminando dalla sfera religiosa qualsiasi identità e forma di organizzazione femminile a sé stanti, rendeva le donne un poco più vulnerabili all’assoggettamento in ogni campo».
Vediamo tracce di questa storia ancora oggi: se le Chiese protestanti possono vantare le donne pastore, le donne sacerdote anglicane e le donne vescovo, la Chiesa cattolica si fonda sul lavoro e sulla dedizione di una grande massa di donne — le donne sono più dell’80 per cento dei religiosi, e il 60 per cento se si aggiungono a questi i sacerdoti — e questo fatto senza dubbio dà un’impronta femminile all’apostolato quotidiano, mentre nelle società protestanti le organizzazioni femminili sono poche e di modesta entità. 
Questo lungo processo storico, che ha portato a una presenza e a un ruolo diversi delle donne all’interno delle diverse confessioni, ha plasmato profondamente la vita religiosa sia cattolica che protestante, ed è necessario rendersene conto. Anche per creare una nuova consapevolezza, che suggerisce di guardare alle differenze fra il cattolicesimo e le confessioni riformate con altri occhi, meno inclini a dare giudizi frettolosi di modernità agli uni e di arretratezza agli altri. E soprattutto suggerisce che le possibilità di collaborazione e di scambio di esperienze è necessaria, e molto utile per tutte.
L'Osservatore Romano - donne chiesa mondo - marzo 2017

L'Udienza generale di Papa Francesco. "La Quaresima cammino di speranza"



Nuovo tweet del Papa: "La Quaresima è un nuovo inizio, una strada che conduce a una meta sicura: la Pasqua di Risurrezione, la vittoria di Cristo sulla morte." (1° marzo 2017)

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Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
In questo giorno, Mercoledì delle Ceneri, entriamo nel Tempo liturgico della Quaresima. E poiché stiamo svolgendo il ciclo di catechesi sulla speranza cristiana, oggi vorrei presentarvi la Quaresima come cammino di speranza.
In effetti, questa prospettiva è subito evidente se pensiamo che la Quaresima è stata istituita nella Chiesa come tempo di preparazione alla Pasqua, e dunque tutto il senso di questo periodo di quaranta giorni prende luce dal mistero pasquale verso il quale è orientato. Possiamo immaginare il Signore Risorto che ci chiama ad uscire dalle nostre tenebre, e noi ci mettiamo in cammino verso di Lui, che è la Luce. E la Quaresima è un cammino verso Gesù Risorto, è un periodo di penitenza, anche di mortificazione, ma non fine a sé stesso, bensì finalizzato a farci risorgere con Cristo, a rinnovare la nostra identità battesimale, cioè a rinascere nuovamente “dall’alto”, dall’amore di Dio (cfr Gv 3,3). Ecco perché la Quaresima è, per sua natura, tempo di speranza.
Per comprendere meglio che cosa questo significhi, dobbiamo riferirci all’esperienza fondamentale dell’esodo degli Israeliti dall’Egitto, raccontata dalla Bibbia nel libro che porta questo nome: Esodo. Il punto di partenza è la condizione di schiavitù in Egitto, l’oppressione, i lavori forzati. Ma il Signore non ha dimenticato il suo popolo e la sua promessa: chiama Mosè e, con braccio potente, fa uscire gli israeliti dall’Egitto e li guida attraverso il deserto verso la Terra della libertà. Durante questo cammino dalla schiavitù alla libertà, il Signore dà agli Israeliti la legge, per educarli ad amare Lui, unico Signore, e ad amarsi tra loro come fratelli. La Scrittura mostra che l’esodo è lungo e travagliato: simbolicamente dura 40 anni, cioè il tempo di vita di una generazione. Una generazione che, di fronte alle prove del cammino, è sempre tentata di rimpiangere l’Egitto e di tornare indietro. Anche tutti noi conosciamo la tentazione di tornare indietro, tutti. Ma il Signore rimane fedele e quella povera gente, guidata da Mosè, arriva alla Terra promessa. Tutto questo cammino è compiuto nella speranza: la speranza di raggiungere la Terra, e proprio in questo senso è un “esodo”, un’uscita dalla schiavitù alla libertà. E questi 40 giorni sono anche per tutti noi un’uscita dalla schiavitù, dal peccato, alla libertà, all’incontro con il Cristo Risorto. Ogni passo, ogni fatica, ogni prova, ogni caduta e ogni ripresa, tutto ha senso solo all’interno del disegno di salvezza di Dio, che vuole per il suo popolo la vita e non la morte, la gioia e non il dolore.
La Pasqua di Gesù è il suo esodo, con il quale Egli ci ha aperto la via per giungere alla vita piena, eterna e beata. Per aprire questa via, questo passaggio, Gesù ha dovuto spogliarsi della sua gloria, umiliarsi, farsi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Aprirci la strada alla vita eterna gli è costato tutto il suo sangue, e grazie a Lui noi siamo salvati dalla schiavitù del peccato. Ma questo non vuol dire che Lui ha fatto tutto e noi non dobbiamo fare nulla, che Lui è passato attraverso la croce e noi “andiamo in paradiso in carrozza”. Non è così. La nostra salvezza è certamente dono suo, ma, poiché è una storia d’amore, richiede il nostro “sì” e la nostra partecipazione al suo amore, come ci dimostra la nostra Madre Maria e dopo di lei tutti i santi.
La Quaresima vive di questa dinamica: Cristo ci precede con il suo esodo, e noi attraversiamo il deserto grazie a Lui e dietro di Lui. Lui è tentato per noi, e ha vinto il Tentatore per noi, ma anche noi dobbiamo con Lui affrontare le tentazioni e superarle. Lui ci dona l’acqua viva del suo Spirito, e a noi spetta attingere alla sua fonte e bere, nei Sacramenti, nella preghiera, nell’adorazione; Lui è la luce che vince le tenebre, e a noi è chiesto di alimentare la piccola fiamma che ci è stata affidata nel giorno del nostro Battesimo.
In questo senso la Quaresima è «segno sacramentale della nostra conversione» (Messale Romano, Oraz. colletta I Dom. di Quar.); chi fa la strada della Quaresima è sempre sulla strada della conversione. La Quaresima è segno sacramentale del nostro cammino dalla schiavitù alla libertà, sempre da rinnovare. Un cammino certo impegnativo, come è giusto che sia, perché l’amore è impegnativo, ma un cammino pieno di speranza. Anzi, direi di più: l’esodo quaresimale è il cammino in cui la speranza stessa si forma. La fatica di attraversare il deserto – tutte le prove, le tentazioni, le illusioni, i miraggi… –, tutto questo vale a forgiare una speranza forte, salda, sul modello di quella della Vergine Maria, che in mezzo alle tenebre della passione e della morte del suo Figlio continuò a credere e a sperare nella sua risurrezione, nella vittoria dell’amore di Dio.

Col cuore aperto a questo orizzonte, entriamo oggi nella Quaresima. Sentendoci parte del popolo santo di Dio, iniziamo con gioia questo cammino di speranza.

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Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima 2017. La Parola è un dono. L’altro è un dono
Vatican.va  
Cari fratelli e sorelle,
la Quaresima è un nuovo inizio, una strada che conduce verso una meta sicura: la Pasqua di Risurrezione, la vittoria di Cristo sulla morte. E sempre questo tempo ci rivolge un forte invito alla conversione: il cristiano è chiamato a tornare a Dio «con tutto il cuore» (Gl 2,12), per non accontentarsi di una vita mediocre, ma crescere nell’amicizia con il Signore. Gesù è l’amico fedele che non ci abbandona mai, perché, anche quando pecchiamo, attende con pazienza il nostro ritorno a Lui e, con questa attesa, manifesta la sua volontà di perdono (cfr Omelia nella S. Messa, 8 gennaio 2016).
La Quaresima è il momento favorevole per intensificare la vita dello spirito attraverso i santi mezzi che la Chiesa ci offre: il digiuno, la preghiera e l’elemosina. Alla base di tutto c’è la Parola di Dio, che in questo tempo siamo invitati ad ascoltare e meditare con maggiore assiduità. In particolare, qui vorrei soffermarmi sulla parabola dell’uomo ricco e del povero Lazzaro (cfr Lc 16,19-31). Lasciamoci ispirare da questa pagina così significativa, che ci offre la chiave per comprendere come agire per raggiungere la vera felicità e la vita eterna, esortandoci ad una sincera conversione. (...)
Quaresima 2017: La Parola è un dono. L’altro è un dono
[Text - Arabo  - Cinese (Cina)  - Cinese (Taiwan)  - Francese  - Inglese  - Italiano  - Polacco  - Portoghese  - Spagnolo  - Tedesco]

Mercoledì delle Ceneri 2017. Commento audio al Vangelo.

Convertirsi a Cristo significa in fondo proprio questo:
uscire dall’illusione dell’autosufficienza
per scoprire e accettare la propria indigenza,
esigenza del suo perdono.

Benedetto XVI